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Agostinelli Alessandro Vedi Palermo...magistrati, bombe e libri per bambini

RACCONTI

Alessandro Agostinelli
Vedi Palermo…Magistrati, bombe e libri per bambini


L’ora di chiusura suonerà
presto nei giardini di ogni luogo.
E.M. CIORAN



A Palermo andai in corriera. Un pomeriggio.

Cercavo corso Pisani e fui smontato in piazza Verdi. Davanti al teatro Massimo. Ero venuto per salutare un amico, per parlare con lui, per fargli una visita. Ed ero spinto dalla curiosità di conoscere le sue abitudini.

Non conoscevo Palermo, non avevo con me una cartina topografica. A piedi, spinto avanti da informazioni minime, da passanti distratti e da commercianti evasivi attraversavo strade e viuzze, riconoscendo quel che in me era l’idea di una città portuale. Così, in mezzo a Palermo, nel centro della metropoli siciliana, sfilavano, come nella bassa Plaka ateniese, palazzi sventrati e edifici in rovina, accanto a un’edilizia moderna. Più affascinato che stupito da quelle fatiscenze attraversavo piazza Beati Paoli. E avanti.

Con ingegno speciale due ragazzini avevano costruito un espositore in legno, colmo di stecche di sigarette di contrabbando. Con questa vetrina ambulante fissata sul retro della Vespa vendevano tabacchi e mercanzia all’angolo di una strada. E cambiavano zona come e quando più piaceva loro, con rapidità, in modo del tutto funzionale al commercio cui si dedicavano.

Macinavo marciapiedi e scorci, nel caldo dell’agosto palermitano. Il mio stato d’animo era votato all’attenzione, e stretto assieme ad un ragionare forse maldestro: un frutto del pregiudizio. Come a voler trovare, a tutti i costi, una lettura perversa dei luoghi che attraversavo. Volevo meravigliosamente scoprire, in un battibaleno, qualche testimonianza di quel che rende famosa Palermo - che non sono le sue chiese, né i suoi aranceti della Conca d’oro. Scoprivo, invece di virus patogeni, piccoli decorsi ospedalieri di beate tutte italiane. Abitudini e intuizioni mediterranee, come quel piccolo negozio di mobilia nelle viuzze prima di piazza Papireto. Su un ampio angolo di strada, con un enorme marciapiedi, il proprietario aveva pensato di invadere il passo fino al limite della corsia stradale con poltrone, tavoli, ribaltine, lampade a stelo e altri oggetti che ora arredavano quel pezzo di quartiere. Un’esposizione manifesta, una corina di commerci in pasto al traffico, un budello di mobili.

Attraversavo via Vittorio Emanuele e costeggiando il retro di villa Bonanno, che tiene quella che chiamano torre Pisana, mi avvicinavo, a mia insaputa, alla via delle caserme. Un docile salire mi spezzava il fiato, mentre, col mio passo di pianura, davo la coda dell’occhio a un barrino. Aveva seggiole e tavolini all’aria, e giovani mangiavano gelati.

Non chiedevo più indicazioni. Affaticato ebbi l’infelice idea di montare una corriera cittadina a san Giovanni degli Eremiti. Sullo strapuntino facevo ingresso in corso Pisani, senza sapere da che parte di mondo fossi. E mi ci volle di attraversarlo tutto prima di avere il muso di domandare. E indietro.

Di nuovo a piedi; ora in discesa sfioravo caserme, sbarre, gabbiotti, e poliziotti rassegnati e guardinghi.

Caldo e tensione: queste, due parole da sceneggiatura di quella ulteriore passeggiata. Parole di commento all’atmosfera di quelle mie comparse di corso Pisani.

Eccolo. Finalmente, il civico sessantasette. Più che un palazzo, un ordinato susseguirsi verso l’alto di piani dai balconi fioriti. Attraverso un cancello, e davanti a me una sbarra con il gabbiotto del custode sulla sinistra. L’uomo si avvicina con attenzione.

<Dica>.

<Buonasera. Cerco....>.

<Sì>.

Il custode annuiva ma non si muoveva. Non faceva nulla, semplicemente guardava, ora me, ora verso una parete del suo ufficio. Sciorinai vita morte e miracoli, chi ero e perché mi trovavo lì a disturbare, oggi, nel suo pomeriggio palermitano; credendo volesse spiegazioni, ignaro del fatto che il suo mestiere era proprio riconoscere chi, senza proferire verbo, gli si parava davanti.

<Ho capito. Provo a citofonare, ma credo non si trovi in casa>.

Alzai la testa e gli occhi per nascondere l’interesse dell’attesa, la curiosità di quel luogo. Quel palazzo era un piccolo bunker. Chi l’abitava doveva difendersi, tutti i giorni, tutta la vita, sempre. Sé e i suoi familiari erano raccolti lì, nel tempo. Più vedevo quel palazzo come una roccaforte, come un fortino difensivo, più mi sforzavo di guardare. E così credevo di percepire le stanze di uno di quegli appartamenti. Senza bisogno di informatori, con la sola compassione per quell’energia vitale sotto scorta capivo il bagno, la cucina, le camere da letto. E vedevo quel normale appartamento come un luogo significante, dove avevano valore tutti i minimi gesti quotidiani, dove gli oggetti - che non so quali fossero - erano certo più importanti e reali di quelli di casa mia.

Il custode riabbassò il citofono:

<Non c’è. Mi dicono che è andato in palestra con la moglie>.

<Sa quando sarà di ritorno?>.

<Non so. Sono usciti da poco tempo>.

<Grazie, ripasserò>.

Ero venuto a Palermo per incontrarlo, e ora, a metà pomeriggio, sentivo svanire quest’opportunità. Girellavo lì davanti. E avanti.

Osservavo i negozi sulla strada. Uno esponeva elettrodomestici e televisioni, e tutte le novità accessoriate, ma dall’altro lato della strada un anziano riparava materassi.

Dovevo rientrare a Trapani. L’uiltima corriera era alle otto e non potevo assolutamente perderla. Per tornare in piazza Verdi, anche seduto sullo strapuntino di un bus cittadino, avevo calcolato non meno di mezz’ora. Che fare?, mi chiedevo, mentre scrutavo da cima a fondo quella via di caserme e poliziotti, come fossi io il centro del mondo.

Senza sirene, ma a velocità sostenuta arrivarono tre automobili. Si fermarono in fila davanti al palazzo dai balconi fioriti. In testa un Alfetta, al centro una Uno, e in coda un’altra Alfetta. Dalla prima auto scesero, pistole in pugno, due agenti in borghese. Uno era grosso, con i baffi. Dalla terza macchina ne scese solo uno: esile e armato. Era giovanissimo. E pure pareva impossibile che qualche delinquente osasse addentrarsi in quella di poliziotti e caserme. Ma quella scorta attenta e armata testimoniava il labile discrimine tra vita e morte. Quegli agenti così determinati erano, in verità, i primi bersagli.

Ero dall’altro lato della strada, vicino ad una cabina telefonica, da dove avevo chiamato per sapere se il custode mi aveva detto la verità. Lo riconobbi. Scendeva dalla Uno, e a piedi faceva strada alla moglie ancora in macchina al volante, che tentava di entrare dentro il cortile di casa. Mi misi in mezzo alla strada. Volevo chiamarlo. Ero abbastanza vicino. Sentivo su di me gli occhi di quegli agenti armati. Mi guardavano. Guardavano me in mezzo alla strada. E io che ci facevo in mezzo alla strada?

Ebbi paura. Lo guardai entrare, sparire nelle sue abitudini, che erano le sue prigioni. Il pomeriggio a Palermo era terminato. Non avevo altro da fare che rientrare a Trapani. E indietro.

L’ultima notte in Sicilia la passai seduto a una lunga cena, raccontando agli amici la mia visita a lui che non avevo avuto il coraggio di avvicinare, per quella scorta che rischiando la vita rischiava di prendersela con me. Così, da perfetto ignorante, pensavo.

Agli amici narravo dettagliatamente il mio incontro, la discussione, la casa, la birra bevuta e il comodo divano. La mia vergogna per la verità era pari alla paura che avevo provato. Così, tutto al suo posto, mi addormentai. Senza rimorsi, senza vera coscienza del fatto che, nonostante tutto, una visita c’era stata. A Palermo.

L’indomani mattina mi aspettava, a mezzo aereo, casa mia.

C’era una volta un librone tutto colorato.

A dir la verità ce n’era più d’uno. Tanti per quante erano le regioni d’Italia. E noi, piccoli aspiranti viaggiatori, pendolari senza biglietto delle fantasie nazionali, ci perdevamo tra nozioni e retorica. Fitti di curiosità scavalcavamo le frontiere delle regioni della “Meravigliosa Italia” con assidua distrazione. Così si avventuravano i pomeriggi, con un innocente e prematuro spirito leghista, perché, in fin dei conti, era il volume della propria regione quello a cui affidavamo più possibilità di mago abbandono.

Era proprio bella l’Enciclopedia delle Regioni. Volumi rilegati, densi di un corbello di leggende, geografie e “campanili”, che si srotolavano con una ricchezza grafica sazia di caratteri: corsivi, grassetti, maiuscoletti. Per la gioia degli inchiostri e delle macchine tipografiche.

Era bella l’Enciclopedia delle Regioni, ma non era la sola a farci sognare. Suoi compagni d’illuministico sentore I Quindici vantavano un radicamento difficilmente scavalcabile nelle case popolari, che per la prima volta sfoggiavano tinello e telefoni grigi.

Per i più piccoli c’erano i quattro volumi di Mille Nozioni, con le parole scritte grosse. Per la precisione Alla scoperta di Mille Nozioni per i più piccoli, dove due giovanissimi protagonisti, Ted e Betty (che razza di nomi!), ci trascinavano in mondi sconosciuti. Era il 1970 e, nel secondo volume, il racconto del “viaggio nello spazio” è citato come attualità.

Ma per i più piccini il vero dispensatore di gioie pomeridiane, macchiate di profana nutella, era il signor Adriano Salani di Firenze, con la sua Bibbia dei Piccoli. Gemma incontrastata dell’epopea mistica infantile. Un cofanetto di tre volumi illustrati da Piet Worm, che oltre a fare l’architetto, disegnò con amore e arte un testo vivacemente antropocentrico e ammonitore. E chi, tra i più piccoli, vantava qualche fratello maggiore avrà maneggiato, più per gioco che per effettivo interesse, alcuni titoli della collana I libri meravigliosi, sempre del signor Salani. Da Due anni di avventure di Verne, a Il pirata della volante di Captain Marryat, a Le avventure di Fior-di-Sole di Susanna Sailly. Libri illustrati, romanzi vertiginosi.

Infine come dimenticare la copiosa e ricca Enciclopedia Disney? Ma questa è già storia più recente, quindi più complicata.

Che razza di bambini eravamo?

E per onorare quei nostri genitori, che bambini ci meriteremo?

Solo dio sa (e forse, soffrendone, anche il signor Salani, per mediazione intercorsa tramite <Can. Marius Andreini Cens. Eccl.>, cioè il prete dell’ufficio censura ecclesiastica che dette il benestare alla stampa de La Bibbia dei Piccoli) quanto ci affascinava l’Enciclopedia delle Regioni, che le Edizioni Aristea presentavano così in ogni volume: <La tua regione fa parte di questa terra. Quando Dio creò il mondo volle che una piccola parte della Terra riunisse in sé tutte le bellezze del creato. Volle, cioè, che fosse lambita torno, torno, da tre incantevoli mari e guardata da monti altissimi e scintillanti ghiacciai perenni. Volle che fosse chiomata di boschi folti e rigata di ruscelli, ammantata di pascoli verdi, ingioiellata di laghi azzurri, irrigata di fiumi limpidi e sonori.

Volle che vi fossero ampie distese di frumento, ulivi e viti, limoni ed aranci, e pesche e meli e peri.

Volle che fosse ricca di vallate ubertose, cosparsa di paesi ridenti e di splendide città. Volle che diventasse ricca di monumenti, di opere d’arte e di ricordi storici...>

Bambini incoscienti ci gonfiavamo orgogliosi di “sano” patriottismo italico, e, anche continuando a leggere, non ci sfiorava l’idea minima di un dubbio. Forse l’età.

<...Volle che fosse abitata da un popolo di sobri lavoratori e che desse al mondo i più grandi santi, i più grandi artisti e i più grandi eroi. Tutto questo volle Dio...Ed ecco che sorse l’Italia, l’Italia bella, l’Italia nostra. E la tua regione fa parte di questa terra>.

Convinti da quell’assunto costeggiavamo dossi e cime e fiumi e mari di quelle cartine geografiche. Con la mano si sceglievano luoghi appartati o città ordinate, nelle pagine colme di informazioni storiche ed etniche. In un turbinio di adipe linguistico, il capitolo dal titolo “Il suo aspetto” (stampato su un cartiglio celeste), così ci illustrava l’antica Trinacria:

<Eccola la Sicilia, nel bel mezzo del Mar Mediterraneo; eccola raggiante di spighe d’oro in Val di Noto, un tempo dimora di Cerere; eccola ridente di biade e di grappoli in Val di Mazara; eccola odorosa di zàgare in Val Dèmone, ricca di ulivi e di mandorli, di gelsi e di carrubi, di pistacchi e di noccioli. La leggenda dice che quando Dio creò il mondo tolse una gemma dalla sua corona preziosa e la lasciò cadere in mare, trasformandola in un’isola fiorita e bella, gioia di quanti la vogliono visitare: quest’isola è la Sicilia, l’Isola del Sole>.

E il volume Sicilia continuava le sue pagine con una cartina geografica semplice semplice, in cui la cartesiana ragione matematica prevaleva sul corpo dei popoli. Su un cartiglio, tutto aggiornato al 1973, ci informava della superficie di venticinquemila settecento sei chilometri quadrati, di una popolazione di quattro milioni e ottocento diecimila abitanti diffusi in trecento settanta comuni. E poi Mongibello: il più grande vulcano d’Europa. L’Etna era chiamato così, dal latino mons e dall’arabo gebel: monte monte, o monte dei monti.

Le nostre manine fanciulle sfogliavano fin dove si raccontava della geografia economica partendo dalla leggenda di Aristeo, il dio agreste che insegnò talmente tanti trucchi ai siciliani che essi, come disse anche l’omino pelato e con gli stivaloni neri, fecero diventare la loro regione <..il granaio d’Italia>. E in quelle pagine si parlava anche di agrumi, fichidindia e liquirizia, zolfo, sale, tonni.

Avvicinandoci, noi curiosi marmocchi, verso Palermo, attraverso le pagine del libro, avevamo sempre più sottomano l’intero territorio. Era un controllo efficace, basato su tutto quel che i curatori dicevano di attendibile sulla Sicilia: <Per il ricchissimo commercio di vino, olio e agrumi è famoso Partinico>.

Dai fatti di storia alle feste come quella di santa Rosalia ci narrava questo volume, miniera di informazioni libresche, utile alla nostra formazione intellettuale.

Garibaldi, per esempio, veniva citato a proposito di Corleone l’animosa quando il <...23 maggio egli finse di fuggire precipitosamente verso quella località, dirigendosi invece verso Palermo, da un’altra parte>. Chissà che motivazioni ideali spingevano l’eroe dei due mondi a dirigersi su Palermo, e certo non ce lo chiedevamo in quei giorni della nostra fanciullezza. Ce lo saremmo chiesti più tardi, in un’altra occasione, stavolta terribile. Se può dirsi terribile una bomba che scoppia. Sì, sapevamo vagamente, l’unità d’Italia. Quell’unità, qualcuno ci disse, fatta senza di lui. Condottiero messo in disparte e annientato dallo stato dei tanti Cavour.

Nel capitolo sui dintorni di Palermo c’era un paragrafo a parte, dedicato ad un’isoletta deliziosa. Il titolo diceva: <C’è una piccola isola...>, e continuava, <Di che isola si tratta ? - chiederai tu. Ecco: vedo che anche tu, come tanti altri, quasi ignoravi l’esistenza di Ustica, la piccola isola tondeggiante che se ne sta là, a 67 chilometri da Palermo, tutta sola nello sconfinato splendore del Tirreno. E’ un’isoletta lunga 4 chilometri e mezzo e larga circa 3...Vuoi altre notizie di Ustica?>.

E per noi bambini, ansiosi di misteri svelati, purtroppo i pomeriggi si infittivano di nuvole per il seguito del racconto, per la risposta a quella domanda. Il mistero dell’isola, con quel lessico, si infittiva: <Ebbene, scendi al Porto di Palermo e chiedile ai turisti che sbarcano, di ritorno dall’isola. Forse ti diranno poco; ma al solo guardarli, mentre parlano, tu capirai che hanno trascorso una vacanza meravigliosa>.

Prima bomba boom. Seconda bomba boom. Autostrada boom. Edificio boom.

Quest’Italia boom boom, boom boom.

A quest’ora due giudici sono morti ammazzati; un po’ sventrati e incastrati tra le lamiere dell’auto; un po’ inghiottiti a forza tra i sassolini dell’asfalto divelto, e a pezzi appiccicati sui muri. Anche il caldo, che mi sfianca in queste ore, fa sentire orribili quelle bombe, come non si potesse sopportarle fisicamente, per la temperatura già alta.

Le immagini televisive, per quel che di parziale corrispondono, grondano più di sudore che di lacrime, e lo fanno involontariamente. Se al pianto, per qualcuno, può esservi fine, l’afa, la cappa che toglie il respiro, il bollore, il sudore, mettono tutto in agitazione.

La mafia.

Quante polemiche, quante omertà, quante parole, quanto fragore hanno prodotto i colonnelli di regime, i lanzichenecchi delle poltrone. Lo penso, quando ancora non so che cos’è che mi toglie la parola.

Qualcuno ha pulito di santa ragione qui, e il tanfo dell’ammoniaca ha preso tutta la stanza, mentre la televisione è accesa, e sembra interessante quando fa vedere e parla poco.

Quante differenti violenze siamo impegnati a condividere, quante fluttuanti fedi vengono a venderci ancora dagli scranni della tirannia. Sembra che anche questa che ci si ostina a chiamare democrazia sia sempre più somigliante a un mercato che abbatte pensieri e aspettative sotto il battente consumo. E sono io a chiedere ancora, a desiderare.

Due giudici morti. In difesa di chi, di che cosa?

In Italia, in questa città è ancora molto caldo. Toglie il fiato. Manca la concentrazione. Nel teatrino della commedia nazionale, tutti siamo inconsapevoli carnefici di noi stessi, e i due talenti siciliani hanno avuto il ruolo di eroi tragici. Un compito paradossale che impalla il primo piano della giustizia sulle tangenti. Il paradosso che essi stessi avevano imparato a conoscere a contatto col boss pentito nascosto in America. Il boss di cui rispettavano il senso dell’onore, come chi, in battaglia, dallo schieramento contrapposto, apprezza il valore di alcuni nemici. Infatti don Masino diceva di aver sempre fatto il proprio dovere nei confronti della sua “comunità”. Ha sempre fatto “quel che era giusto fare”. L’ha sempre fatto sparando o facendo sparare. Ma qual è il discrimine tra giustizia e comunità? Quest’Italia boom boom che comunità è? Che razza di popolo è mai questo popolo senza anamnesi, senza valori da conoscere, senza una comunità di cui sentirsi parte?

I due eroi tragici si sono immolati a uno stato che non c’è, votati al martirio senza un ecumene per cui diventare martiri. Questi corpi dilaniati e assenti cercavano di fondare un nuovo desiderio di giustizia basato sull’intelligenza laica, e il loro non è stato un sacrificio, meglio dire: la disciplina di un nuovo io. Ma nella loro tragedia non sapevano che non esiste giustizia senza comunità. E noi non siamo una comunità. Siamo, a fatica, uomini a due zampe.

Ora è mattina. Mi alzo e apro un filo di serranda per far entrare un po’ di luce. Torno sul letto e, a occhi aperti, ricordo un vecchio gioco.

Erano modellini di automobili, noi le chiamavamo macchinine. E così, bambini, con la nostra supervisione eravamo gli dei che gestivano le relazioni di forza di quella città immaginata e visibile. In una chiostra polverosa di un palazzo che non c’è più avevamo gettato le basi di un progetto. Un progetto variabile di città, un’urbanistica della fantasia. Eravamo come in un film, e potevamo scegliere i diversi punti di vista: dentro e fuori la storia. A volte in contrasto tra noi, attori di un gioco che era la vita immaginata.

A scuola però mi colpivano alcuni disegni dei libri di testo. Ero alle elementari. Quei disegni, con visione oggettiva e immodificabile, offrivano scorci di città con tutte le botteghe al loro posto, la caserma, l’edicola, l’ospedale, in un ordine soffocante. E omini felici, intenti nelle loro immobili occupazioni. Il libro credo si chiamasse Verso il mondo, e in quei suoi disegni c’era una città pulita e precisa. E mostruosa. Mostruoso quel che poi mi aspettavo dalla mia città vera, che non era affatto quella che leggevo a scuola, su quel libro. Quella città disegnata era così specchiata che, nascosto da qualche parte, doveva per forza coltivare qualche marciapiedi selvaggio, qualche lato oscuro. Magari tra le pieghe dell’inchiostro. Era una città piena di bugie. Idolatrie. Come quando, invece di spazzare, si gettano le briciole sotto l’armadio. Noi bambini preferivamo di gran lunga la nostra chiostra, la nostra città immaginata, quella delle piste di polvere dove facevamo correre le macchinine. Turbati, a volte contenti per i nostri disaccordi. Sempre pronti o costretti a scambiarci vicendevolmente il comando del progetto. Perché sempre di piste di polvere si trattava, incisioni sulla terra: il ricco viale come la mulattiera. Non c’erano padroni che imponevano un ordine oggettivo, assoluto; forse qualche guappo smanioso. Tutti contavamo per quel che la fantasia dell’uno stimolava agli altri, guidando così il gioco. Per un’ora o per un giorno, quando un altro ne pensava una più bella, più nuova. Ora sento che dovremmo fare come nella chiostra: curiosità, disciplina, progetto. Che non è l’esistenza, ma sono i giorni che ci consumano.




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