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Alberto Pezzini - Favola per Simone

NARRAZIONI

Favola per Simone
di Alberto Pezzini


Tiptree andava a scuola tutte le mattine. La sua classe si trovava in una casa immersa nella campagna dietro al faro. Di solito scendeva a piedi. Quando pioveva, lo accompagnava la mamma,oppure Little Scarlett. Gli dava sempre un passaggio mentre andava a lavorare. Little Scarlett era anche lei una maestra. Aveva, però, dei modi educativi, per così dire, un poco spicci. Se un bambino non capiva la lezione subito, capitava a volte che l’avessero vista spezzargli una matita sotto gli occhi. Così, la volta successiva, era sicura che il bambino in questione avrebbe colto al volo il senso delle sue parole.
Non era molto dolce ma i bambini, anche a forza di matite infrante, la ascoltavano con attenzione.
Solo con Tiptree aveva una dolcezza disarmata. Forse perché, quando la mamma lavorava ancora, aveva dovuto crescerlo lei.
Di lì arrivava la sua cura per il fratello più piccolo.
E la sua inclinazione a custodirlo come se fosse un tesoro da proteggere per bene.
Una volta Tiptree era andato a giocare a palla dietro la chiesa del paese. Giù, dietro il faro. Tiptree era piccolo, ma neanche troppo. Era sveglio, ma era cresciuto con due donne. Era un poco più arrendevole degli altri bambini. La mamma diceva che era un filosofo come il nonno. Perché il suo carattere era tenero come un carciofo sbollentato. O almeno così appariva.
I suoi amici gli presero, dopo la partita, un giubbotto che aveva posato a terra per giocare. E cominciarono a farne una palla da prendere a calci.
Tiptree piangeva.
Passò dal lì Little Scarlett e vide la scena. A dire il vero vide Tiptree piangere e gli altri ridere. Scese dalla macchina e prese il primo che le capitò sotto mano. Un solo ceffone bastò a far tornare il sorriso sul volto rigato dalle lacrime del fratello, mentre il riso tramontava sulle labbra degli altri.
Tiptree capì che la sorella non lo avrebbe mai lasciato solo.
E capì anche che il bene di una madre, o di una sorella, non si ferma davanti a niente. Soprattutto se - di solito - mangia matite e atterra calciatori che ridono prima di averla incontrata.
Tiptree viveva dietro al faro. Aveva una sorella di nome Little Scarlett. Due cani. Oche, galline, conigli e merli chiusi in gabbia. Il papà andava sempre a caccia al mattino presto. Poteva salire dietro il faro dove aveva allestito una posta da cui sparare. Certe mattine si vedeva la Corsica. Sembrava un’isola misteriosa. Svettava dal mare e sulle sue montagne, quando era molto limpido, potevi vedere i riflessi bianchi della neve.
La mamma lo svegliava alla mattina con dolcezza. Si preparava ed andava a scuola. Quando l’inverno diventava rigido, e l’aria si imbeveva d’acqua ghiacciata contro le finestre del faro, Tiptree stava nello studio del papà. Era piccolo, e pieno di libri vecchi. Gli piaceva molto l’odore della carta un po’ muffita. Gli sembrava che sapesse di tempi lontani e fatti passati. Ma sentiva ancora i rumori di quei giorni. A volte. La fantasia di Tiptree era molto vivace. E gli inverni in un faro erano lunghi da far passare. Meno male che c’erano i gabbiani, i cani, e Little Scarlett. Ogni sera, prima di coricarsi spegnendo la luce, si bussavano nel muro. Dormivano in due camere separate ma divise da una parete sottile. Quando il buio invadeva le camere si bussavano l’uno all’altra. Tiptree si addormentava soltanto quando sentiva le nocche della sorella salutarlo dall’altra parte. Allora sapeva che era tutto a posto e che la notte non gli avrebbe riservato brutte sorprese.
E’ bello avere qualcuno che ti voglia bene e che ti dia un colpetto dolce vicino all’orecchio poco prima del buio. Capì già da allora che una sorella alla parete ti resta dentro tutta la vita. Anche se il buio rischia di non far distinguere più i rumori.

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