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Aldo Ardetti - L'uovo

NARRAZIONI

Aldo Ardetti
L'uovo


Sulla spiaggia di Giardini Naxos ci siamo arrivati da Taormina. Siamo entrati in paese percorrendo la strada parallela a quella che costeggia il mare: un budello lungo e stretto, sulla destra pieno di negozi - la maggior parte di piccole dimensioni, ficcati in piccoli locali - che danno vita e colore alla via. Sulla sinistra, tra un isolato e l'altro, lo squarcio blu del mare sotto il cielo più chiaro, rassicurava il procedere nella direzione giusta.
Volevamo fare il bagno anche a Giardini, un rito che avevamo deciso di onorare all'inizio del nostro giro in Sicilia: fare il bagno in tutte le località toccate. Invece non avevamo fatto i conti con quello che è un problema universale: il parcheggio.
Abbiamo perso troppo tempo prima di avere rassicurazioni per parcheggiare in uno slargo di fronte ad un locale che gestiva un pezzo d'arenile: un bar con un grande stanzone vetrato e pieno di tavolini. Il locale sembrava arredato in maniera provvisoria, d'antan. Si respirava aria di taverna di porto, luogo di ritrovo di marinai, prostitute e uomini di malaffare: peraltro una impressione più romantica che reale. Appoggiato al bancone c'era un uomo alto e biondo, con un accento del nord, probabilmente faceva parte di quegli avventurosi che - per lavoro o destini sentimentali - aveva lasciato le proprie origini per trasferirsi in una terra lontana e assumerne abitudini e vezzi autoctoni. Sembrava un vecchio marinaio che refrigerava la sua pelle scottata e invecchiata dal sole idratandola con una bevanda colorata. Non era vecchio, lo sembrava mentre conversava con il gestore che aveva modi e parole gentili.
Scendemmo in una spiaggia come non l'avevo immaginata per come me l'avevano descritta.
Non so se l'infinito arenile fosse tutto uguale ma dove ci trovavamo si calpestavano sassolini che, nonostante gli asciugamani, ti punzecchiavano la schiena. Non mi capacitavo come potevano resistere i bagnanti. Forse perché abituati oppure: o ti mangi 'sta minestra o... O semplicemente pigri per andare ad allungarsi altrove.
Il caldo siciliano, pur secco, si fa sentire perciò ci calammo in acqua. Un'acqua bellissima ma con un fondale pieno di sassi, anche grandi. Se non nuotavi era difficile restare in piedi e camminare era impresa da circo equestre. Chissà, pensai, se quei sassi erano stati scagliati da qualche ciclope incollerito. La rinfrescata fu salutare.
Era tardi e non c'erano molti bagnanti. Un silenzio interrotto, di tanto in tanto, da qualche bisbiglio gergale. Anche i bambini non urlavano come di solito fanno: giocavano, si sfottevano, scherzavano senza strafare. Tutto sembrava venire da lontano, smorzato da un vento contrario che ovattava voci e rumori.
Per asciugarmi preferii restare in piedi e, per far trascorrere il tempo, non feci niente di eccezionale: mi misi a curiosare all'intorno con qualche pausa per fissare l'onda che moriva sulla riva annegando pietre levigate e scolpite nei secoli dei secoli, conchiglie ormai morte, alcune di una strana bellezza che calamitava. Alla riva due bambini, maschio e femmina, si spruzzavano tirando calci sul pelo dell'acqua. Erano snelli, capelli neri, occhi vispi e furbetti. A pochi metri, sdraiata sul ventre, la madre li osservava divertita ascoltando le lamentele dell'uno o dell'altra e controllando che il gioco non degenerasse perché i bambini possono trasformarsi e diventare pericolosi. Fin quando si sfottono spruzzandosi acqua è un conto, ma quando cominciano a raccogliere sassi, allora il pensiero corre lontano e scatena ipotesi. La madre ebbe un sussulto e reagì lanciando l'ennesimo: "Non esageriamo, però". Già prima era stato un continuo "Mi raccomando!" Era stato il maschio a cominciare, a raccogliere i sassi sul fondo e iniziare a gettarli vicino alla sorella conscio che, se avesse usato maggior forza, avrebbe rischiato di colpire la bambina la quale, già possedendo l'istinto e la determinazione femminile, ragionò "Adesso ti faccio vedere io!".
La piccola immerse il braccio e raccolse a sua volta una pietra. Scelse quella ché bianca individuò subito, che vide più bella nell'acqua trasparente. La portò fuori tutta gocciolante e lucente. Rimase a guardarla divertita. I suoi occhi erano pieni di meraviglia. Quel sasso pesava ma riuscì a sollevarlo per meglio mostrarlo, come se avesse avuto una preda, un trofeo da esibire e dimostrare la sua forza, la sua capacità di scegliere e conquistare. Le sembrava di avere nelle mani un tesoro che aveva iniziato a palleggiare da una mano all'altra.
Il fratello riconobbe una certa proprietà nella forma di quel sasso e rimase immobile, come ipnotizzato dalla pescata speciale della sorellina ma non ne fu geloso. Ammaliato, non ebbe nemmeno il tempo per diventarlo.
La peculiarità del sasso era che la forma somigliava a quella di un grosso uovo. Un uovo perfetto. Chissà quanto lavoro di smeriglio aveva fatto il mare nella notte dei tempi.
Superato il momento magico ci fu come un risveglio: sembrò che la bambina minacciasse di lanciare la pietra per riconsegnarla al suo padrone sennonché, essendomi anch'io ripreso dalla suggestione, volli possedere l'oggetto che avevo percepito straordinario. Quando capii che lo stavo per perdere - la bambina, pur tentennando, continuava a mimare di gettarlo di nuovo in acqua - gesticolando e con voce roca, cercai di attirare la sua attenzione.
Finalmente mi notò e rimase guardarmi con stupore per orientarsi.
"Cosa vuole quel vecchio sconosciuto?" avrà pensato, continuando a fissarmi dubbiosa ma con l'esigenza di capire. Ebbi l'impressione di essere stato invadente perciò mi avvicinai per rassicurarla.
"Se proprio lo devi buttare, vuoi regalarmelo? Io colleziono pietre particolari".
Sentii mia moglie suggerire, o forse lo immaginai: "Lascia stare, abbiamo casa piena di sassi!".
Spesse volte non capisco il prossimo e i bambini meno: uomini che la vita deve ancora scolpire. Davanti agli occhi del fratello, della madre, di mia moglie e immaginai a quelli di tutti i bagnanti del mondo, vidi avvicinarsi una piccola mano per donarmi quell'uovo di pietra marmorea che raccolsi nelle mie diventate un nido. Ci fu da entrambi un sorriso di soddisfazione, l'appagamento di un gesto: un accontentare e un ricevere che dava benessere. Invece di gettarlo di nuovo in acqua aveva preferito far felice qualcun altro. Così non mi era stato fatto solo quel dono ma ricordato qualcos'altro da esercitare nella vita. Possibilmente.
Quando venne sera e una leggera brezza cominciò a farsi sentire, ci asciugammo in fretta e abbandonammo il luogo, uscimmo dalla scena.
Passando vicino alla bambina la salutai "Ciao, grazie per il regalo" le dissi mentre la madre, ancora sdraiata sul ventre, si sollevò per ricambiare il saluto con un sorriso e un cenno del capo, così pure fece il ragazzino che rimase a guardarmi allibito, magari ancora incredulo per la mia sfacciataggine.
Al bar-taverna dei pirati abbiamo gradito un fresco aperitivo con una moglie che storcendo la bocca, sbuffava e borbottava avendo fretta di posare la borsa da mare su un sedile dell'automobile.
Ci siamo diretti verso altri lidi.
Ho il rimpianto di non aver pensato a chiedere il nome di quel piccolo angelo che non credo potrà leggere questo mio ricordo ma dicono che i miracoli sono sempre possibili. Potrei adottare vecchi e romantici sistemi: arrotolare questo scritto in una bottiglia e sperare che approdi in quel lontano lido jonico, su un bagnasciuga sul quale non puoi trovare tracce di un passaggio ma solo il ricordo di esserci stato o essere approdo di solitarie e speranzose bottiglie vagabonde.
Ora sono a casa e l'uovo di pietra lo stringo nelle mani come un amuleto e penso che a volte non sappiamo perché abbiamo preso una direzione e dove essa ci porterà ma ho capito perché mi sono trovato quel giorno su quella spiaggia, in quel luogo. Ne avevo bisogno.

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