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Aldo Mantineo - La porta sbarrata

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Sulla morte di Lele chi sa tace

ALDO MANTINEO
La porta sbarrata
Misteri, omissioni e
reticenti silenzi
sulla morte di Lele Scieri

Lombardi Editori, 2010
pp. 112 euro 14,00

Angelo Orlando Meloni

La notte del 13 agosto 1999 il ventiseienne avvocato praticante siracusano Lele Scieri faceva la sua ultima telefonata dalla caserma Gamerra di Pisa, sede della Folgore. Era stato appena aggregato alla stessa caserma, e di lui da quel momento non si è più avuta notizia, se non quelle luttuose che molti ancora ricorderanno e che con La porta sbarrata il giornalista Aldo Mantineo ha ricostruito passo dopo passo. Quello di Lele è un delitto che come vuole il copione, cioè le sentenze sin qui emesse, è ancora senza responsabili. Una storia senza lieto fine nella quale come in tante altre storie italiane la ricerca della verità si è scontrata con una muraglia impenetrabile. Ad Aldo Mantineo, redattore della Gazzetta del Sud e corrispondente dell'agenzia Ansa, va il merito di averla raccontata con chiarezza, con assoluto controllo della materia e senza aver mai ceduto alle facili invettive o a tesi preconcette e antimilitariste.
Quando il corpo del povero Lele Scieri viene ritrovato all'interno della Gamerra di Pisa sono passati tre giorni da quella sua ultima telefonata del 13 agosto. E per tre giorni in caserma tutto fila liscio, come se l'assenza di un militare di leva che dapprima rientra agli orari stabiliti e quindi scompare senza lasciare traccia non debba dare nell'occhio. Ma alla fine Lele riappare, eccome se riappare: sotto una torretta all'interno della Gamerra, senza vita, dopo un'agonia sulla cui durata si è dibattuto a lungo e orridamente. La prima ipotesi formulata ha dell'incredibile: suicidio. Ma di fronte alla palese assurdità del suicidio di un ventiseienne che mai aveva dato il benché minimo segno di depressione, la seconda ricostruzione dei fatti addirittura degenera nel grottesco. Un'idea che uno scrittore di romanzi di serie zeta cestinerebbe senza pensarci due volte, per rispetto di sé e dei suoi lettori: la morte di Lele sarebbe dovuta a una prova di forza finita male, un'arrampicata perigliosa atta a dimostrare coraggio e valenza fisica e altre ardimentose doti guerresche variamente assortite. Uno scherzo demenziale, insultante per i genitori di Lele, Corrado e Isabella, e per suo fratello Francesco; ma anche per gli amici della vittima, per la città di Siracusa, per tutt'Italia. La morte di Lele Scieri diventa un caso nazionale nel giro di pochi giorni, salvo poi uscire di scena sostituita da altri "casi del giorno", e la verità dei fatti, ben oltre i patetici tentativi di dissimulazione messi in atto per evitare guai al corpo dei parà, è presto chiara: Lele Scieri fu costretto ad arrampicarsi in seguito a un atto di nonnismo e com'è stato indicato dai periti fu percosso con violenza sulle mani fino a perdere la presa e a cadere da un'altezza di sei-sette metri. Lo sapevamo e lo sappiamo tutti, quella notte a Pisa nella caserma della Folgore è stato commesso un delitto, e ne prendiamo atto anche ufficialmente leggendo la sentenza emessa dal Tribunale di Catania il 30 aprile 2010: "Si deve quindi concludere che la responsabilità circa il tragico fatto in esame è solo di quei soggetti, purtroppo non identificati e perciò rimasti impuniti, che hanno provocato la morte di Emanuele Scieri a seguito della caduta dalla torretta, aggiungendosi che questi soggetti sono rimasti non identificati anche per la condotta, penalmente rilevante, di altri che hanno consentito agli autori del crudele crimine in questione di sottrarsi alla loro individuazione da parte dell'autorità". Lo sapevamo e lo sappiamo tutti ma i colpevoli non sono mai stati scoperti, è la solita canzone stonata, la vera regina della melodia italiana, cui si aggiunge il sospetto, sottolineato a chiare lettere dallo stesso Tribunale, che non ci fosse una ferma volontà di indagare per bene all'interno della caserma e di collaborare con gli inquirenti. Ma ciò non fa che alimentare la sete di giustizia dei familiari di Lele. Essi non si sono mai impegnati in un'impossibile vendetta contro il fato e le istituzioni - qui collimanti con una valenza di ineluttabilità alquanto imbarazzante -, ma in un'umana ricerca della verità e della giustizia che sole potrebbero ridare la dignità e l'onore alle istituzioni e ai responsabili diretti e indiretti di quell'atroce omicidio. L'onore delle istituzioni non lo si assicura con i proclami e gli infingimenti retorici, ma sollevando il tappeto sotto cui qualcuno ha nascosto le prove dei suoi delitti. La speranza è che questo libro rigoroso e vivido, rischiarato dal sorriso invincibile di Lele Scieri, possa ingenerare nei responsabili almeno l'idea, la coscienza del dolore che hanno arrecato a una famiglia e per una breve, intensa stagione a un'intera comunità. Prima o poi qualcuno tra di loro o tra le persone che comunque si trovavano nella caserma sarà spinto a estinguere la fiamma che arde nei suoi visceri e confesserà tutto quello che sa essere accaduto in quella terribile notte del 1999.

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