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Alessandro Busi - Call Center

NARRAZIONI

Call Center
di Alessandro Busi

Marco schiacciò il tasto Enter ed archiviò la telefonata. Anche la segnalazione della signora Marchi Rossella, che aveva avuto problemi con il modem wireless, era stata spedita a chi di dovere.
Prese il mouse e controllò l’ora sullo schermo. Erano le sedici e trenta.
Si tolse le cuffie col telefono incorporato e le poggiò sulla tastiera. La ragazza alla postazione accanto alla sua, si era già alzata ed era uscita a fumare prima della riunione.
Marco stirò la schiena e la fece scrocchiare. Girò il collo a destra e a sinistra. Da quando c’era l’aria condizionata, primi di aprile, dopo le sette ore di lavoro aveva sempre il mal di collo. Nemmeno quando era andato con la sciarpa, aveva funzionato.
Spense il computer e si alzò. Prese la giacca dallo schienale e guardò il cellulare. Calma piatta.
L’altoparlante avvertì che dopo cinque minuti tutti i dipendenti del reparto 3 avrebbero dovuto essere nella sala conferenze per il meeting settimanale.
Il meeting settimanale era una riunione che, coinvolgendo tutti i dipendenti divisi per reparto, dava conto dei risultati ottenuti.
Marco salutò con un cenno della mano una collega che incrociò in corridoio.
Andò nell’aula magna e si sedette su una delle sedie rosse in quarta fila.
Un ragazzo accanto a lui parlava con una nuova assunta e, con fare da esperto, le raccontava ciò che sarebbe successo.
Sai, la relazione è un modo per motivarci a fare il nostro lavoro
Le diceva, mentre lei lo ascoltava e si torturava le pellicine attorno alle unghie.
In due minuti la stanza si riempì.
Per ultimo, dopo aver accolto i ritardatari con un simpatico dai, dai, dai, entrò Michele. Lui era il responsabile del call center e sarebbe stato il mattatore della riunione.
Come ogni settimana, iniziò il discorso dicendo che gli sarebbe tanto piaciuto complimentarsi con tutti, ma che non era nel loro stile. Aggiunse che era importante portare un po’ di meritocrazia nel nostro paese, per migliorare la vita delle persone.
Noi offriamo un servizio, non vendiamo nulla, quindi, per rispetto per i nostri utenti, dobbiamo sempre essere al massimo.
Disse.
Proseguì con una veloce introduzione in cui elencò le statistiche della settimana: telefonate ricevute, casi segnalati, casi risolti…
Disse che era andata piuttosto bene, ma che si poteva migliorare.
Ma passiamo a parlare dei singoli.
Questa frase fece schizzare la tensione.
Marco cercava di stare tranquillo, eppure, questa situazione da possibile gonia pubblica, non poteva lasciarlo indifferente.
Michele disse subito i nomi dei migliori che si alzarono accompagnati da un applauso. Poi, calando di mezzotono la voce, chiamò i peggiori. I loro volti erano chiaramente affranti e la postura era ingobbita dalla vergogna.
Marco scosse leggermente il capo e pensò che era tutto assurdo.
Pensò anche che a lui, di essere il migliore non gliene fregava nulla.
A me basterebbe vivere con le cose che scrivo, camparci, come uno qualunque, non da superstar…qualche lettore, arrivare a fine mese, pagare l’affitto, pagarmi le vacanze…niente di più.
Pensò anche che quella competitività era assurda e che sperava di restarne fuori il più possibile.
Dopo il discorso di ammonimento e chiusura, Michele congedò tutti con un sorridente augurio di buon weekend.
Marco uscì e si diresse verso la bici.
La slegò, si mise gli auricolari nelle orecchie e partì.
La musica di Elliot Smith lo rilassava molto.
Speriamo bene, si disse sospirando.

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