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Alfio Siracusano - Quattro parole

NARRAZIONI

Quattro parole
di Alfio Siracusano

Il più sorpreso fu lui, non del referto, che teneva tra le mani e in verità immaginava proprio con quelle parole, ma di se stesso, della sua reazione. O meglio, della sua non reazione. Poi ci pensò ancora meglio, e allora si sorprese della sua sorpresa, e cominciò a pensare che in fondo era normale che fosse così. Uno come lui non poteva che reagire in quel modo. Restare impassibile. Con la sua vita alle spalle, e quegli ultimi quindici anni. Strani, pensò, a giudicarli secondo parametri comuni, forse però anche belli. Carichi di fatti, di eventi. Di parole. Che ora gli si presentarono davanti, nel silenzio di quella corsia trafitta dal profumo di canfora.
Il momento migliore (e come poteva dimenticarlo?), fu quando morì l’avvocato Bellassai, e i figli espressero il desiderio che qualcuno ricordasse la figura del padre dal ballatoio della chiesa nei pressi del cimitero. Ormai si usava così per chiunque contasse qualcosa nel paese, e all’esimia figura non si poteva fare il torto di non ricordarne la vita. Le opere. Le parole. I successi. E avevano scelto lui, quando c’erano fior di avvocati, colleghi di lustro che potevano sopperire alla bisogna. E senza che nessuno ci trovasse niente da ridire, come fosse la cosa più naturale di questo mondo. Ed egli come sempre aveva parlato con parola alata e insieme sobria, ripercorso le tappe della luminosa carriera, rievocato i fatti e i processi più importanti, rammentato il collaterale impegno civile, il fulgido esempio di vita. Non era stato un elogio, storia piuttosto, storia di un uomo e dei suoi luoghi, e di tempi pieni di fatti non piccoli, e parole pronunciate per tutti, per i più giovani soprattutto, in quel fresco pomeriggio dell’aprile ventilato di brezza africana che gli accarezzava i capelli. E anche quella volta la balbuzie leggera che lo affliggeva si era come d’incanto dileguata, e le parole erano fluite limpide e piane dalla sua bocca.
Avevano applaudito il defunto avvocato Bellassai, alla fine del discorso, o non lui piuttosto? Era felice quel giorno, nella maschera del volto compunto, quando andò ad abbracciare i figli che piangevano e le nuore commosse, con intorno i nipoti bardati a lutto, tra le corone di fiori schierate ai lati, mentre in tanti gli stringevano la mano. Anche il sindaco con la fascia tricolore, e la giunta al completo. Fu da allora che smise di vestire abiti chiari e che anche nei giorni torridi dell’estate si abituò a portare giacca e cravatta. Anche quando dopo il funerale prendeva il treno per il capoluogo, e qualcuno notò che lo faceva sempre, dopo ogni discorso. Ma di questo non si curava, lui. Quello che gli importava era di essere diventato finalmente, e in maniera definitiva, quel che aveva atteso di essere per tanto tempo: l’oratore ufficiale nei funerali di ***. Lo aveva aspettato da tanto, riconosceva adesso, quell’onore. Da quella sua prima volta, lontana di due anni prima, seguita alla notizia della morte del professore Stoppini.
Tante volte l’aveva rivissuta, quella prima volta. Specie da quando gli era venuto in mente di raccogliere in volume le sue orazioni. Perché, da oratore scrupoloso qual era, egli non andava certo ad improvvisarli, i suoi discorsi. O meglio: per improvvisarli li improvvisava, qualche volta, quando il decesso avveniva all’improvviso, per un ictus fulminante, o per un incidente mortale o, come fu una volta, per il raptus di follia di quel brav’uomo di Rosalindo Barletta che senza motivo apparente, e sposato per di più ad una giovane di procace bellezza, si era buttato giù dal quarto piano. O quando in una notte di mistero, e per motivi anch’essi avvolti nel mistero, ignoti avevano sparato a bruciapelo, inesorabilmente uccidendolo, al potente commendatore Fucecchia. In casi come questi, in cui il tempo si faceva tiranno, ricevuto il cortese invito “a dire quattro parole”, egli si appartava con qualcuno dei congiunti, si faceva raccontare qualcosa della vita del deceduto (dati certi, per carità, perché i morti avevano diritto al più grande rispetto, e non c’era rispetto più grande della verità), ci pensava sopra per tutto il tempo in cui la povera salma veniva esposta alla venerazione dei parenti, si preparava una scaletta, poi parlava a braccio di tanto in tanto volgendo l’occhio al foglietto che teneva in mano: morbido dapprima, quasi a dar l’impressione di parlare a se stesso, poi via via accattivante dietro le vicende del celebrato, fluido infine, e triste, a deplorare la perdita irreparabile, attento al patetico universale coinvolgimento. Finito poi il funerale, e rifluita la folla verso il centro, mentre i più affollavano i bar della grande piazza quadrata o si radunavano sotto le grandi magnolie a parlare di affari o di fatti del passato o di altro che l’occasione suggeriva, o magari a ridirsi tra loro un’altra verità più vera della figura del defunto, che forse qualcuno conosceva meglio di lui e che nel suo discorso era apparsa diluita dalla cortesia delle parole e dalla reticente collaborazione dei parenti, egli d’un tratto scompariva, e qualcuno insinuava fosse per imbarazzata timidezza, o per vanità, diceva qualche altro, quella misteriosa vanità che fa diventare presenza visibile la più invisibile delle assenze. E invece egli era davanti al suo scrittoio a ripetersi, mentre erano ancora fresche, le parole pronunciate poco prima, che freneticamente segnava sulla carta e che avrebbe rivisitato nei giorni successivi fino a trarne un discorso compiuto che si sarebbe aggiunto a quelli di prima. Fino a poco prima dell’imbrunire, quando partiva il treno e lui puntuale ci saliva sopra. Ne scendeva due ore dopo per andare a un certo indirizzo dove nessuno lo conosceva e dove lo aspettava Carmencita. Sempre lei, tenera e discreta ad accoglierne spasimi e secrezione da quando la signora Luisa era passata ancor giovane a miglior vita.
Tornava l’indomani, col primo treno, e riprendeva a pensare al discorso del giorno prima che a poco a poco prendeva la forma definitiva. Cosa naturalmente più facile per i discorsi non improvvisati. Perché avveniva che talora la morte fosse propriamente “annunciata”, dolorosamente attesa per il protrarsi di una grave malattia, e allora i figli premurosi, o la moglie già inconsolabile, pensavano con scrupolo al momento in cui l’evento si sarebbe compiuto, per tempo gli rivolgevano la preghiera delle “quattro parole”, ed egli per tempo le pensava ed elaborava. E non più delle “quattro” che la giusta misura richiedeva, perché anche l’uditorio meritava il suo rispetto, e la sua misura non eccedeva mai i venti, venticinque minuti della giusta sopportazione, o della soglia di attenzione, come amava dire agli amici quando affrontava quest’argomento.
Poi, venuto il giorno e concluso il corteo come aggradava ai congiunti, e prima che il prete in stola bianca affidasse il defunto alla misericordia di Dio, egli saliva in cima a quelle scale, sul ballatoio davanti alla chiesa, tirava fuori i fogli e leggeva, attento e compito, quanto in essi contenuto, dopo essersi scusato per avere avuto l’ardire di scrivere prima i suoi poveri pensieri. Cosa che la luminosa figura del defunto peraltro ampiamente giustificava.
E questo sin da quella prima volta, quando, mortagli da pochi mesi l’ancor giovane moglie, le vie misteriose del destino lo portarono a commemorare Calogero Cannella, ricco commerciante di tessuti. Perché quella sua prima volta, in verità, egli avrebbe voluto dedicarla al professore Stoppini, inteso “Terrà l’orazione”: suo modello riconosciuto e per questo studiato con cura assidua nel modo di esprimersi, nel ritmo delle pause, nella sobria misura dei gesti, e dunque da sempre seguito in tutte le orazioni. Stoppini era da anni, ormai, oratore praticamente fisso in tutti i funerali di *** e dintorni, e non c’era chi non ammettesse che egli era dotato come pochi di un talento sicuramente innato in virtù della straordinaria fluidità della parola, che gli scorreva levigata dalla bocca. Ma il poveretto era morto in un ospedale di Milano, dove era andato a vivere l’unico figlio, e lì era anche stato sepolto per il rifiuto di questo figlio degenere di avere commercio alcuno col luogo d’origine suo e del padre, a suo strano modo di vedere degno solo di essere cancellato dalla memoria dei vivi. E quando la notizia era pure arrivata, cosa che si verificò nei giorni in cui i figli del Cannella ebbero la conferma che per il loro genitore era ormai solo questione di settimane, erano passati già troppi mesi perché a qualcuno dei tanti ammiratori delle sue parole venisse in mente di onorarlo come meritava. Lui però ci aveva pensato, e timidamente aveva accennato alla cosa parlandone ad un amico, intimo e, vedi il caso, anche parente del Cannella già gravemente malato. Fu per questo filo invisibile che i figli del morente, venuti a sapere della sua intenzione relativa allo Stoppini, si erano presentati un giorno davanti a lui, fino a quel momento solo Ferdinando Sorge, maestro elementare.
“Possiamo sperare nell’onore che lei dica quattro parole per nostro padre, quando verrà il momento?”.
Il maestro Sorge si sentì come vocato, per un istante gli attraversò la mente l’ombra dell’amico sepolto a Milano, quindi rispose che era lusingato dell’invito, e che ci avrebbe provato. Raccolse quindi le informazioni, scrisse le sue cartelle, parlò quando fu il momento. E da allora in poi diventò l’erede naturale del grande Stoppini, al quale peraltro egli non aveva mancato di elevare il pensiero quando, esordendo, aveva detto in un sospiro che non lui avrebbe dovuto trovarsi in quel posto in quella ferale circostanza, ma chi di tutti era stato maestro e guida. Parole che suscitarono qualche perplessità, e sguardi inquieti, o almeno così gli parve quando per un fugace istante alzò gli occhi dalle carte, per poi abbandonarsi al fluire inesausto dei concetti e dei pensieri.
Ora però i tempi stavano cambiando, e nessuno più di lui lo percepiva mentre tornava a leggere le parole del referto avvolte dall’odore di canfora. Da quindici anni svolgeva la sua funzione, chiamato a parlare anche sei o sette volte l’anno. Talvolta, come lo Stoppini, anche fuori da ***. Ma negli ultimi tempi avvertiva sempre più debole la presenza, nei funerali, di persone venute solo per ascoltare lui, e più distratta, e rada e quasi infastidita, la partecipazione dei giovani. L’ultima volta, alcuni mesi prima, era stato chiamato a parlare per uno di loro vittima di un incidente col motorino. E lo aveva fatto, con di fronte a sé i poveri genitori e i nonni disfatti dal pianto, ma le sue parole affondate nel pensiero erano come naufragate nel mare di applausi che si levavano senza senso, mentre la bara veniva alzata ripetutamente in aria tra urla e pianti scomposti di giovani dei due sessi sbracati in jeans e magliette multicolori o, le ragazze, dalle gonne vistosamente corte e gli ombelichi bene in vista.
Quella sera era rimasto a pensare, e per la prima volta non aveva sentito il desiderio di raggiungere Carmencita. Lo aveva anzi invaso il senso di una nuova angoscia.
Che ora lo riassaliva improvvisa mentre tornava a leggere il referto: non appariva, neanche tra gli uomini di mezza età, qualcuno che sembrasse in grado di prendere il suo posto quando ce ne fosse stata la necessità. E da tempo non trovava più, neanche tra i più vecchi, chi intendesse in qualche modo seguirlo in quei lucidi ragionamenti sul momento supremo, “della verità non contraddicibile”, sospirava. Questo pensiero non smetteva di tormentarlo.
“Di questo parlerai al mio funerale”, gli dicevano gli amici ridendo e facendo le corna quando egli accennava a qualche considerazione sull’eutanasia o sull’aldilà come lo intendevano i credenti o come ne argomentava il rigido rigore laico dei razionalisti. Qualcuno anche si toccava. Ed egli rispettosamente taceva, di questi argomenti parlava solo nei suoi discorsi. Con maggiore insistenza negli ultimi tempi, anche se sempre volando alto e abilmente mischiando alla commemorazione del defunto le severe ragioni dell’intelletto, attento soprattutto, se la circostanza gliene dava il destro, a rivendicare all’uomo il diritto ad avere riconosciuto, totale e assoluto, il dominio di sé nel momento estremo del destino. “Quando, diceva, ognuno di noi è solo con se stesso, o con Dio, se ha scelto di porre Dio accanto a se stesso”. Da qualche tempo i presenti, ma in sempre minor numero, lo ascoltavano attenti e turbati. E sempre più, anche, evitavano di stringersi a lui dopo il funerale. Si complimentavano, ma subito si allontanavano. Come se l’eco di quelle parole lo accompagnasse anche dopo che le aveva pronunciate.
Ora era lì, appena un mese dopo il discorso per il professore Giacomini, laico di provata fede, trovato una mattina nel suo letto di morte vestito di tutto punto, come chi si è preparato a intraprendere un lungo viaggio col suo abito migliore. Quel decesso gli aveva ispirato le parole giuste. Ora affidate al “file” numero quarantacinque (tanti al momento i discorsi più belli, pensava), dopo essere state messe in bella forma nei giorni successivi alla cerimonia, prima di essere consegnate alla memoria del computer. Aveva fissato in cinquanta il numero buono per la pubblicazione del volume, e aveva anche pensato al titolo, Orazioni funebri. Invece giusto in quei giorni erano apparsi i primi sintomi del male, e non più di tre settimane dopo il suo destino era stato segnato. Le parole pronunciate dallo specialista del capoluogo, a corredo di quella busta che ora si rigirava tra le mani, erano state chiare e impietose. Ma era stato lui stesso a pretendere che gli si parlasse chiaro: le metastasi al fegato precludevano ogni via di guarigione. Le cure potevano solo allontanare l’evento fatale. Non di molto però, qualche mese, e a prezzo di grandi sofferenze.
E quindi si poneva anche per lui, ora, il problema della scelta. Che altro non poteva essere che quella, tante volte meditata sulle pagine di Seneca e lasciata trasparire nei suoi discorsi, di lasciarsi morire in lucida coscienza. E subito, perché non valeva la pena di farsi complice sciocco del crudele destino.
Fu con questo pensiero che si accinse tornare al suo paese. Ma anche con l’altro, di chi avrebbe parlato al suo funerale. Perché gli pareva inaccettabile l’idea che anche a lui, come al professore Stoppini, non dovesse toccare l’onore di un discorso dopo che tanti ne aveva fatti per gli altri. E anche per chi poco li meritava, in verità, si ripeteva adesso guardando quella busta e ripercorrendo intero il suo cammino. E quindi la morte non poteva avvenire proprio
subito, la scelta andava rinviata. Prima doveva sorgere un nuovo oratore che sapesse, dicendo su di lui le povere quattro parole, continuare la via aperta dal grande Stoppini e con tanto impegno da lui continuata e perseguita.
Da allora in poi, chiuso con una lettera chiarificatrice e un modesto assegno il suo rapporto con Carmencita, la sua vita fu tutta divisa tra il letto di degenza dentro l’ospedale, ove era rispettosissimo dei protocolli medici, e il caparbio assolvimento degli impegni oratori cui veniva ancora chiamato, malgrado la malattia. Subito seguiti, gli impegni, dalla fatica della trascrizione, tanto che i discorsi superarono presto, per un improvviso aumento dei decessi, il numero prefissato di cinquanta. Con lui sempre più emaciato e pallido, salvo momenti di temporaneo miglioramento in occasione di morti di un certo peso. Momenti giudicati con lieta sorpresa dai medici, al punto che qualcuno si azzardò a confessare che forse non tutte le speranze erano perdute. Anche perché la voce gli si manteneva netta, limpida, la balbuzie si era quasi del tutto diradata, l’eloquio aveva, se possibile, acquistato in approfondita vivacità e vi facevano capolino, di tanto in tanto, sobri riferimenti a poeti contemporanei o a tristi predicatori del seicento. Ma nessuno capiva perché ora il suo sguardo andava errando, dal fondo del cappotto in cui appariva infagottato, tra i presenti alla cerimonia. Solo lui sapeva che stava cercando una faccia nuova, un volto di ascoltatore che potesse significare la speranza di una continuazione del suo tempo.
Un anno intero, forse di più, durò l’attesa, accompagnata dalla stupefatta meraviglia dei medici che non mancavano di significargli la gioia della loro sorpresa. Qualcuno parlò di remissione completa non impossibile. Addirittura un giorno, dimesso dopo l’ultimo ricovero, gli fu significato l’accertamento, pur con la prudenza del caso, di più consistenti progressi. “Le metastasi”, gli dissero i medici, “si sono come bloccate, non regrediscono ma neanche avanzano. È un caso strano, se continua può anche intervenire un fatto nuovo”. Non pronunciavano la parola miracolo, e neanche guarigione, ma era a questo che pensavano.
E invece le ragioni di quest’ultimo miglioramento erano che da qualche tempo aveva preso a stare accanto al maestro Sorge un giovane molto compito, triste assai spesso, del quale si diceva che frequentasse i libri con ottimo profitto. Piccolo, magro, di famiglia assai povera ma di grande onestà, con spessi occhiali che coprivano occhi vivacissimi, Aldo Cardaci aveva preso l’abitudine di andarlo a trovare dopo le orazioni, e assai spesso durante i suoi ricoveri. E parlavano, parlavano. In giro si diceva che, essendo senza figli, a lui il maestro Sorge intendesse lasciare la casa e i libri. Che era tutto quel che possedeva.
Finché un giorno, col consenso dei parenti rispettosi del suggerimento di Sorge, non fu lui a celebrare con un discorso di pregevole fattura la figura del dottore Briguglio, morto in tardissima età dopo avere speso tutta la vita al servizio dei suoi assistiti, che mai abbandonò, neanche dopo avere smesso formalmente l’esercizio della professione. Gli applausi che seguirono al discorso del giovane Cardaci onorarono la memoria del Briguglio, ma furono anche il segno dell’avvenuta investitura, e lacrime comparvero sul volto del maestro Sorge che ascoltava in disparte, appoggiato allo stipite di una porta e infagottato, piccolo e smagrito, dentro il solito cappotto. Lui solo tra i presenti al funerale non andò a stringere la mano al giovane oratore. Che, quando tutto fu finito, gli si avvicinò, lo prese sotto braccio e lo accompagnò a casa.
L’indomani mattina, all’ora in cui andava di solito a fargli le pulizie, la signora Mariannina lo trovò che respirava appena, mentre tutte le medicine erano raccolte in un semplice sacchetto di plastica. Era sdraiato sul letto vestito dell’abito delle sue orazioni, accuratamente rasato e coi pochi capelli che gli erano rimasti bene in ordine sulla testa. Sul comodino, in bella evidenza, stava una busta con su scritto “Per Aldo”. La povera Mariannina poté solo cacciare un urlo e telefonare al medico che lo curava, ma quando questi arrivò non poté fare altro che constatare la morte del maestro Sorge. L’oncologo dell’ospedale, accorso anche lui, si stupì, giudicando a prima vista, dell’improvviso e fulmineo dilagare delle metastasi.
Tra le carte contenute nella busta fu trovato un biglietto con le sue ultime volontà: che si pubblicassero i suoi discorsi, che del suo decesso fosse informata la signorina Carmencita (seguiva l’indirizzo), e che le sue cose andassero tutte al giovane Aldo. Al quale si chiedeva rispettosamente di dire su di lui quattro parole.

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