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Alfonso Lentini - Dipinto di blu

NARRAZIONI

Dipinto di blu
di Alfonso Lentini

Ora parliamo del cielo. Di quello spugnoso e compatto e immateriale e aperto e infinito. Di quello blu, insomma. Parliamo del cielo o del blu che è il suo colore. C’era un artista francese, Yves Klein, che aveva inventato un suo personalissimo blu. Un blu cielo perfettamente unico. Nessun altro blu poteva essere paragonato a quel blu. L’unico accostamento che si poteva fare era con quella tinta che i pittori chiamano blu “oltremare”: un blu “che va oltre”, dotato di una qualche tensione metafisica. Ma questo blu di Klein era ancora più in oltranza. Andava oltre ogni possibile concezione del blu: un blu estremo ed assoluto, tanto che l’intero universo, in trasmutazione alchemica, poteva (o doveva) esserne pervaso come da una specie di quintessenza.
Yves Klein decise addirittura di brevettare quel suo blu, come si fa con le invenzioni tipo cavatappi elettronico, robottino autofornicante, bottiglia parlante e cose così. Dovendolo brevettare diede persino un nome a quel suo intruglio alchemico: IKB (International Blue Klein).
Il blu: la verità, la saggezza, la pace, la contemplazione, l’unificazione di cielo e mare, il colore dello spazio infinito che contiene il tutto, il volo…
Il blu: il volo dell’invisibile che diventa visibile.
Ai bordi degli anni Cinquanta del Novecento (tempi lontani, lontanissimi), il nudo femminile era ancora intrappolato nei marmi delle statue, oppure balenava, ma solo per un soffio, nei coni di luce di qualche squallido night club. La rivoluzione sessuale era sul punto di esplodere, ma le parti più intime del corpo femminile erano ancora negate a qualsiasi esibizione, e la nudità delle donne era pervasa da un’aura di impenetrabilità, percepita come una luna lontana, luogo desiderabile e denso di mistero: i seni sormontati da capezzoli rigidi, i glutei rosati, l’interno delle cosce, il pube premevano invisibili dalle sottovesti, dalle gonne, dalle calze a rete, dalle camicette leggere, parti turgide e morbide, replica iperbolica delle promesse allusive emanate da certe occhiate, dagli ondeggiamenti del viso, dalle labbra carnose, dai profumi. Premevano, ma non apparivano.
Simile a un’ipotesi metafisica, il corpo femminile scatenava la festa folle dell’immaginazione e possedeva una potentissima forza di attrazione. Qualcosa di celeste, insomma. L’ansia dello svelamento, la gioia di sprofondare nel mistero delle cose.
Klein lo sapeva bene. Così, quando nelle gallerie d’arte si svolgevano le performances delle sue modelle che si rotolavano nude e spalmate di colore blu su grandi tele o sulla carta diventando “pennelli viventi”, si attuava una grandiosa rivelazione.
Le donne nude lasciavano la loro impronta sulle tele svelando così l’essenza metafisica della loro nudità, imprimevano sulla terra una traccia di cielo, un graffio di assoluta alterità, di infinito: il volo alchemico dell’invisibile che diventa visibile.
Da un certo momento in poi le mostre di Klein si identificano con la suprema esibizione di questo oltremare luminoso, intenso e avvolgente. Si popolano di splendidi e stralunanti “monocromi”. L’universo intero si impregna di blu: anche le spugne, fino a quel punto usate come strumento di lavoro, diventano esse stesse opere d’arte da esporre, inzuppate di colore, “selvaggia materia vivente”, insieme ad altri oggetti come rami, stecchi, stoviglie, arti umani, sculture, persino repliche della Nike di Samotracia, persino un mappamondo.
Un giorno, mentre nel 1957 a Milano si stava svolgendo una mostra del grande artista, passava da quelle parti un giovane meridionale, uno dei tanti che allora calavano a frotte nelle grandi città del nord in cerca di fortuna.
Fu abbagliato da tutto quel blu. L’idea di ricostruire l’universo a partire da una fascinazione monocromatica lo stregò a tal punto che da quell’impatto gioioso e sconvolgente nacque una canzone. Dipingere il mondo di blu. E volare.
…Penso che un giorno così non ritorni mai più,
mi dipingevo le mani e la faccia di blu…
Poi d’improvviso venivo dal vento rapito
e cominciavo a volare nel cielo infinito…
La conferma dell’evento si trova in una microtestimonianza dello stesso Klein, che in un suo appunto scrisse: “Nel blu dipinto di blu… che Domenico Modugno ha composto ispirandosi all’esposizione della mia epoca blu a Milano, nel 1957…”
(Per chi ancora non l’avesse capito, registro in chiusura che dentro tutta questa storia – per il resto così aerea e densa di piacevolissime emozioni – si annida un risvolto mostruoso, sia pure circoscritto in un misero angolino: che da un’arte così aristocratica e raffinata, da un’arte ai limiti del concettualismo puro sia sgorgato il ritornello più radicalmente pop del Novecento, questa sì che è una teratologia, e di squisita fattura!).

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