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Angelo Spina - La maestra Morchet e il poeta AZ

NARRAZIONI

Angelo Spina
La maestra Morchet e il poeta AZ ovvero "I misteri della pedagogia"


I

Ma è veramente lei? La maestra Morchet! Sta attraversando la piazza. Un gruppo di cinque uomini seduti davanti al bar la guarda. Dalle imposte semi-chiuse di una finestra al primo piano si sente una voce che la saluta: "Buona sera, maestra!" Sembra la voce di una giovane donna. Nello spazio circoscritto della piazza aleggia un'eco deridente. Qual è quindi l'intenzione del saluto? La maestra non si gira, non risponde; avrà già sentito quella voce, o una voce simile a quella. E già altre volte avrà percepito su di sé lo sguardo del gruppo seduto davanti al bar. Chi potrà mai capire quali pensieri o immagini la invadono ogni volta che passa fra il gruppo davanti al bar e le imposte semi-chiuse? Dall'asfalto della piazza si sprigiona il ritmo incalzante dei passi che vanno verso la via che porta al Centro di Lettura. Guarda! Si è fermata! Forse ha deciso di rivolgersi alla finestra e rispondere al saluto, o forse vuole affrontare finalmente lo sguardo del gruppo al tavolino del bar. Fermandosi a quel punto la maestra fa un gesto insolito. E quel gesto inceppa la macchina narratrice. Ma non c'è da preoccuparsi perché se c'è una pausa, dato il carattere della maestra, non durerà a lungo. Non è la piazza, con tutte le sue allettanti deviazioni, la meta della maestra. Ma fermandosi la maestra ha reso la piazza immobile. L'ha trasformata in un'immagine fotografica. Ci ha offerto il momento opportuno per osservare le varie presenze ferme nei gesti già conclusi, già astratti fuori dal tempo: un ciuffo dei capelli grigi della maestra le copre l'occhio destro, un lieve soffio di vento avrà scomposto la sua acconciatura sempre bene ordinata; si vede un'ombra fissa sulle imposte della finestra; la stessa smorfia sulle labbra degli uomini davanti al bar li isola tutti nel loro ghetto mentale. Eccoci! La macchina narratrice riprende la sua funzione; ritorna il fluire delle immagini, ritorna il tempo che scompone in segmenti minuti ogni gesto. Ed è lei, la maestra, a muoversi prima di tutti. Con le dita della mano sinistra prende il ciuffo e lo riporta dove deve stare. Si sentono di nuovo i vari rumori tipici di una piazza provinciale. E tu cosa fai? Ti fermi ad ascoltarli? Quante volte li hai sentiti! Pensi che ci possano essere delle varianti, che ci possa essere un grido più acuto chi si sprigiona dalla gola di quell'uomo che ha appena vinto l'ennesima partita a briscola, o la bestemmia che divampa dalle labbra strette del perdente e aleggia nello spazio contenuto della piazza e non svanisce, il vento non la soffia via verso le montagne annevate, perciò resterà in quello spazio come un'ombra con tutte le altre imprecazioni urlate negli anni. Vai, lascia stare, altri verranno a raccogliere tutti questi luoghi comuni, queste tipicità provinciali, raggiungi, invece, raggiungi la maestra!
E' lei quella che ha la chiave del Centro di Lettura. Seguila, aprirà lei la porta. Non ci vorrà molto dalla piazza al Centro. Vedi, lei è già davanti alla porta, infila la chiave nella serratura e la gira a sinistra. Cosa aspetti? E' lì che devi andare! Devi andare lì per "raccogliere," per "distinguere..." Lascia stare le domande per adesso, verrà il momento quando capirai cosa devi raccogliere e come devi distinguere le diverse cose che metterai "sotto la lampada." Entra, non c'è bisogno di bussare o di suonare il campanello; la porta è aperta, la apre ogni volta la maestra Morchet.

II

Devi salire tre scale. No, non c'è l'ascensore. La sala di lettura è a due passi dall'ultimo scalino della terza scala. Come? Perché dici che sono tante? Lo so, tu ti stanchi facilmente. Ma se non metti i piedi su quegli scalini non arrivi dove devi arrivare. Questi che ti guardano mentre salgono sono alunni della maestra, del presente e del passato. Lei ha somministrato e ancora somministra "la linfa del sapere." Sì, tra gli alunni ci sono anche degli anziani. No, solo il poeta ha osato speculare sull'età della maestra. C'è chi dice che lei ha avuto sempre i capelli grigi; i più maliziosi dicono che è nata così, che è una reincarnazione della dea Atena, che non ha fatto l'esperienza dell'infanzia, dell'adolescenza, o della gioventù. Forse lo dicono perché non l'hanno mai sentita esprimere nostalgia per quelle fasi formative e lontane. Per loro è stata sempre e solo maestra. Ed eccola lì, appoggiata vicino alla porta sulla soglia della sala di lettura.
Senti! E' lui che arriva. Certo, anche lui dovrà fare le scale; sì, proprio come tutti quelli che vogliono raggiungere la sala dove si somministra "la linfa del sapere." Se le scale le fa la maestra ogni sera, le può fare anche lui una volta; e poi, per la poesia indubbiamente lui è disposto a fare tutto, anche a sottoporre le sue ginocchia alla fatica delle contrazioni scalino dopo scalino, fino all'ultimo, arrivato al quale vedrà la luce della sala, con la cattedra e la sedia vuota che quella sera aspetta proprio la sua presenza. No, esageri! Sei tu che vorresti vederlo innalzato sulle spalle dei suoi fedeli. Lascia stare! Invece, affacciati e osserva! Vedi, lui ha già posato il piede sinistro sul primo gradino; ma la mano destra si vede ancora penzoloni, non sente il bisogno di appoggiarla al corrimano per sorreggersi. Alla sua età, il poeta è ancora abbastanza arzillo, si muove lentamente ma sicuro, anzi quasi disinvolto, come se quelle scale lui le avesse fatte già tante volte. Anche la maestra Morchet si affaccia e guarda giù. Ma cos'è che serpeggia sulle sue labbra? Sembra proprio l'incipit di un sorriso, ma resta solo un incipit, un accenno, sboccerà un altro giorno, forse il giorno e l'ora quando riuscirà ad entrare in una delle poesie del poeta; allora sarà la gioia di aver raggiunto una meta tanto agognata a sciogliere finalmente i lacci che tengono così strette le sue labbra. Ascolta! E' la voce del poeta. Sì, è un po' debole, sarà l'affanno degli scalini. Ma forse è il vuoto delle scale a sciogliere il suono semantico e distinto di consonanti e vocali in un fievole alternarsi ritmico né di alti né di bassi. Guarda lo sguardo della maestra! Sembra improvvisamente, assente; ha sentito la risonanza di quella voce e senza dubbio sta attraversando i tanti sentieri delle poesie del poeta in cerca di un ritmo da combaciare a quello che sfuma nel vuoto delle scale. Questo è il potere della poesia, ovvero della voce del poeta: appare e fa balzare la mente di chi la sente lungo sentieri immaginati. Chi ha detto che la poesia: "makes nothing happen?" C'è l'ha fatta! E' arrivato! Ha raggiunto l'ultimo scalino e si ferma, poi si dirige verso la sala illuminata. A dire il vero, però, è la poesia che c'è l'ha fatta. E' lei che ha fatto fare le scale a quel signore attempato ma ancora evidentemente abile. Senza la poesia quel signore sarebbe a casa, a Pieve di Soligo. Invece, eccolo, sulla soglia della sala dove lo aspetta la maestra. Anche lei è lì per la poesia. Ma sì, certo, anche se per lei le poesie del poeta che entra nella sala restano oscure e lontane, restano in quello spazio dove confluiscono tutte le cose che per la maestra Morchet sono restie ad aprire la porta, quindi le lasciano percepire solo le dimensioni esterne, i lati, gli spigoli, la lunghezza, tutte cose che si vedono dal di fuori. Chissà quante volte la maestra ha preso uno dei volume del poeta, che è davanti a lei, e ha letto e riletto ciascuna delle poesie; e leggendo e rileggendo ha notato tutto ciò che fa parte della struttura esterna: il numero dei versi, le rime presenti o assenti, le battute del ritmo. E proprio ogni volta che sentiva l'insolita ebrezza di aver raggiunto il punto e il momento agognato, la soglia da attraversare per lasciarsi dietro la propria casa e finalmente metter piede nel crogiuolo della poesia, niente, la chiave che le aveva fatto credere fatta apposta per quella serratura, non girava, mancava un vuoto nell'intaglio, quindi la porta restava serrata come tutte le volte precedenti, lei si guardava attorno nel suo studio e vedeva come sempre gli scaffali con i volumi ben allineati, la poltrona davanti al caminetto spento, le finestre schiuse, con i veli mossi dal lieve vento pomeridiano. Ciò nonostante se non fosse stato per la poesia, la maestra Morchet non si sarebbe recata al Centro di Lettura. Era lì e sperava di sentire una frase, o per lo meno una parola, che avrebbe riportato le poesie del poeta nella schiera dei poeti colladuati dalla pedagogia.

III

Il poeta si avvicina alla cattedra, afferra con la mano sinistra la sedia e si siede. La maestra Morchet aspetta in piedi, poi quando il poeta ha già appoggiato gli avanbracci sulla superficie del tavolo dà un'occhiata alle sedie ancora vuote e si siede a destra della cattedra. Solo alcuni, fra questi la maestra, hanno notato che mentre si sedeva il poeta muoveva la testa da sinistra a destra, come una cinepresa che fa una panoramica, riprende tutto ciò che si trova davanti ad essa, senza fare distinzioni, senza enfasi, in un movimento che rende tutto uguale, un movimento democratico e, se si vuole, realistico, anche se proveniente da un punto cattedratico. Fra quelli attenti ad ogni movimento del poeta, c'è chi si guarda attorno e dallo scattare degli occhi si capisce che vorrebbe già fare una domanda; vorrebbe chiedere cosa ha percepito il poeta in quel suo movimento panoramico. E ancora una volta la presenza del poeta smuove le menti assopite: fa nascere il desiderio di partecipare, di non vivere nel dubbio, di non accettare passivamente quell'analogia fra lo sguardo del poeta e la cinepresa panoramica che riprende tutto senza fare distinzioni. Ma, comunque, nessuno alza la mano. Non sarebbe illecito concludere che nelle menti di quelli presenti si svolge una lotta interna fra il desiderio di partecipare e la sensazione di sentirsi addosso tutti gli sguardi della sala. Nessuno osa alzare la mano. Alcuni rivolgono lo sguardo dove lo ha appena rivolto il poeta e non possono fare a meno di percepire differenze: notano il verde il giallo il rosso il nero il bianco; notano i corpi snelli degli adolescenti accanto ai corpi sostanziosi e un po' sformati degli adulti; constatano il presente dei giovani e s'illudono di prevedere il loro tormentato futuro. Avendo notato tali differenze, uno dei presenti potrebbe osare e commettere l'oltraggio: con parole baldanzose potrebbe asserire che il poeta, mentre si sedeva, non ha distinto colori sostanze presente futuro. Ma nessuno osa distinguersi perché ricorda che il poeta rivela la sua visione solo al momento quando tutti gli astri si ritrovano al punto d'origine e le melodie delle sfere confluiscono in un'onda sonora che serpeggia come un fiume lungo i margini luminosi di spazi interstellari. Bello! Sì, però, adesso stai esagerando con queste catene che si prolungono verso l'infinito. Giusta osservazione! Purtroppo al di sopra di ognuno di noi aleggia l'ombra di quel vate che vorrebbe trasformarci tutti in parolieri, per non dire in ciarlieri, vorrebbe che tutto si trasformasse in "spazi quanto meno australiani/grazie a soffi-di-vetraio dannunziani!/o quanto meno canadesi/grazie a tourbillons di linguaggio dannuziese!" Inoltre, questo è un Centro di Lettura, o no? Qui ci sono libri da sfogliare e da leggere; libri dai quali suggere la "linfa del sapere," quella linfa senza la quale le cose resterebbero mute e lontane. E la maestra Morchet apre la porta ed entra in questa sala dove vuole che regni la pedagogia; e a volte proprio in questo spazio si aggira e arriva anche a tirar l'orecchio a qualche alunno "disattento." Perché anche in questo posto che lei vorrebbe così centrale, così necessario si intromette quel qualcosa che svia, quel qualcosa che attira lo sguardo verso l'allettante, qualcosa che gira e rigira, che fa il girotondo, che promette ad ogni disattento la cosa che desidera, la cosa che trastulla, che si lascia prendere senza fare la minima richiesta. Come mai questo succede al Centro di Lettura? Succede proprio sotto quegli sguardi severi, allineati sugli scaffali secondo sistemi ragionati, sguardi che un giorno hanno maneggiato le sudate carte per raccogliere e distinguere e mettere da parte, per dirne bene in tutto?

IV

Eccoci, abbiamo messo piede nei reparti eretti e delineati dalla pratica pedagogica. E in quegli spazi si aggira la recente personificazione della pedagogia, la maestra Morchet. Osservala attentamente! Ha lo sguardo severo, frutto di anni dedicati a quelle sudate carte allineate sugli scaffali della sala del Centro di Lettura. Sono quelle le carte che hanno giorno dopo giorno, lettura dopo lettura, creato la pedagoga Morchet. E ogni giorno in lei vive e si manifesta ancora una volta la lotta fra la pedagogia voluta al centro e le cose che spuntano ai margini, all'ombra e pretendono il centro, la centralità, la resa assoluta, proprio mentre ostentano la negazione dell'estistenza di ogni possibile centro. Quanto è vecchia questa storia, questa lotta inesauribile! Perciò ci sarà sempre, da sempre, qualcuno pronto a sghignazzare della pedagogia, e sghignazzando concedersi alle sirene che ergono la fronte fulgida e abbagliano lo sguardo sprovveduto, lo sguardo di qualcuno al quale anche se viene proposto, in un ambiente addobbato a persuadere, più di un "documento a bene pregiare la vita e tutto," all'improvviso una mattina sotto i meli con la pioggia "a filo a filo a filo" a quel qualcuno spunta il desiderio di lasciarsi andare nel "sognoglìo e luminìo" della linfa primaverile. Ma in quale primavera la pioggia viene giù "a filo a filo a filo?" E quei fili cosa fanno, bagnano e nutrono? Nient'altro? O si attorcigliano a quei corpi che vagano sotto i meli nuovi e odoranti e li tengono lì fra tutta quella esuberante vegetazione all'ora quando la maestra Morchet gira la chiave nella serratura del Centro di Lettura? Vedi tutto lo spazio-i prati, le piazze, le vie, le case-che separa i due punti! Chi spunterà da qualche strada statale degradata e poco trafficata, con un numero tattuato sull'avanbraccio sinistro a proporre la costruzione di un ponte di congiunzione, un arco di comunione, fra lo spazio dei meli sotto la pioggia e il Centro di Lettura? Chi? Solo qualcuno che ha vissuto sulla propria pelle il momento dell'invadente "turbato significato." Ma, poi, da quando è turbato il significato? "Da sempre, di sempre, per sempre." Che bell'uso di queste indispensabili preposizioni! Preposizioni che si prestano a più di una funzione, che non si limitano ad un unico significato. Ma il poeta è venuto da "abbastanza lontano" per parlare di Dante. Oh, lui, "quello sì." Dante! Ecco, finalmente, Dante, lui è il poeta per la maestra Morchet. Lo cita accanto al poeta venuto da lontano e davanti a quelli presenti al Centro, fra cui "tre bambine un po' lolite certo apprendiste magliaie." "Lume non è se non vien dal sereno/che non si turba mai." E mentre lei, da brava pedagoga, cita quei versi insormontabili si schiude alle spalle della maestra, cioè della pedagogia, il baratro che sprofonda fino agli albori del mondo, al giorno quando chi aveva già vissuto il ciclo della natura allo stato di ignoranza e di ansia, dal seme alle primule al frutto maturo, cerca la parola adatta ad invogliare il giovane nuovo arrivato ad osservare le cose che portano a pregiare la continuità della vita; il giovane fisicamente presente ma mentalmente seduto nella sua esuberante fantasia sotto le fronde di un albero immaginato. Sì, fra lo spazio dell'albero e lo spazio del Centro di Lettura si manifesta una variante dell'eterno ritorno: la lotta tra la pedagogia che vorrebbe sempre trovarsi al centro da dove indicare le vie da seguire verso una vita pregiata e le note cariche di silenzio che spuntano dall'ombra e ambiscono il centro, la centralità, aspettano fiduciose il momento della resa assoluta.

V

Ma cosa ha fatto il tempo? E' veramente ancora lei, la maestra Morchet, l'icona della pedagogia di tanti anni prima? Son passati dieci anni accademici, con dieci stagioni estive. Cosa ha fatto il tempo? Lo spazio della piazza è ancora intatto? Manca come allora la "R" dall'insegna verticale sul lato destro del bar? E' veramente lei che sta per prendere la via che portava al Centro di Lettura? Ascolta! Si sente ancora il saluto dalle imposte semichiuse? Forse è proprio il poeta a guardarla da quella finestra, da quella finestra nuova, da quella "purezza inestinguibile" dalla quale lui aspettava un giorno tutto "quel che anelava." Da quella finestra anche il poeta forse anelava "il sereno che non si turba mai." E da quel vuoto esposto verso un'anelata e sognata "purezza" il poeta guarda fuori e spontaneamente reagisce sfregandosi gli occhi, perché tra gli occhi e quella figura che passa per la strada c'è la pioggia, c'è il sipario sfilacciato e ondulato dal vento, che rende difficile vederci chiaro, rende le cose ambigue e problematiche, cose alle quali non si può semplicemente credere. Allora... Allora...La reazione immediata davanti a tali cose è di portare le dita agli occhi, agli organi che congiungono il soggetto all'oggetto di percezione, e sfregarli, fare un gesto che vuol indicare l'aspetto problematico della situazione che si sta manifestando. Il gesto esprime la domanda: vedo proprio quello che credo di vedere? Intravedere quella sfilacciata di gocce che rigano i vetri vuol dire non poter più chiudere gli occhi, chiudere le imposte e fissare la parete bianca a destra del vuoto della finestra. E ciò che si crede di vedere porta ad un momento di scissione; infatti il poeta non dice di sfregarsi gli occhi, dice invece "sfregandomi, o quasi, fuori dagli occhi." Ma quale costruzione, quale contrapposizione di elementi causa una tale reazione? Certo, nient'altro poteva causare quel gesto. E' lei, la maestra Morchet! Bisogna ripetere qui la domanda di prima: Cosa ha fatto il tempo? Si sapeva che la maestra aveva viaggiato; era andata in Sicilia, poi era anche arrivata nei paesi nordici. Ma era sempre ritornata nello spazio della pedagogia. Eccola, invece, adesso, "la maestra Morchet per la strada/in una mise molto giovanile/molto eterna/quasi americana a gambe nude a ottant'anni." Cosa ha fatto il tempo! Siamo al punto esclamativo. Dalla finestra il poeta vede la figura trasformata da... da che cosa? Da chi? Chi ha osato stendere davanti agli occhi della donna nata, secondo certe lingue, come la dea Atena, quel pezzo di stoffa adatto solo a mostrare, a far mostra, a far vedere? Chi ha osato "minimizzare" con quel pezzo che né copre né rivela, né toglie il velo? Lei che non ha avuto il giorno e l'ora e il momento di vedersi; non ha fatto l'esperienza del riflessivo, dell'indispensabile apparire del doppio di sé, lei adesso gira per le strade sotto la pioggia "quasi regina anche se di una misera/pioggia-giornatucola." Sfregandosi gli occhi il poeta resta stupito, la sua percezione viene interdetta dalla figura presente "a gambe nude a ottant'anni," sovrapposta alla figura di dieci anni prima nella sala del Centro di Lettura, dove la maestra citava Dante: "lume non è..." Infatti, lume non è più "da sempre, di sempre, per sempre." Il congegno del grande significante/significato si è bloccato. Perciò le gambe della maestra Morchet camminano nell'estate della gioventù mai vissuta. L'assenza di quel lume significante porta la maestra a divagare, a rameggiare fuori legge: "Divaga, Lei, come le Siepi, Si Differenzia/è appena fuori dalla siepe rameggia fuori legge." Sì, "Allora non c'è dubbio!"
Divaga la maestra Morchet e con lei anche la storia sgambetta, salta fuori dai vecchi margini arrugginiti e cerca specchi fluenti dove specchiarsi sempre nuova, sempre eraclitamente diversa, sempre smemorata e pronta a spogliarsi e vestirsi all'ultimo grido di veline, di conigliette, di coniglione. Infatti un giorno la maestra Morchet, forse durante uno dei suoi tanti viaggi, si è fermata davanti ad una vetrina di qualche rinomato stilista e guardando la sua immagine sbiadita accanto agli sfavillanti manichini, in un istante fulmineo, ha afferrato la maniglia dorata di quel negozio e ha messo piede in quello spazio pulsante, e si è lasciata toccare da tre figure diafane che le hanno tolto l'involucro che portava addosso e l'hanno avvolta nella "storia/ridiventata crisalide instabile." E uscendo da quella soglia abbagliante con "la mise molto giovanile/molto eterna/quasi americana a gambe nude a ottant'anni," il corpo della maestra Morchet appare come l'indizio paradossale del trionfo della pedagogia; quella pedagogia che vuole da sempre esprimere la sua forza propulsiva nell'agire e nel trasformare. Sì, in quello spazio pulsante, toccata dalle dita delle tre figure, la maestra Morchet, lasciandosi rifare, andando in muda, si è spogliata, e spogliandosi ha ripreso il tempo perduto, tutti gli anni persi nel processo dell'appropriazione della pedagogia, gli anni passati nel mirare le "sudate carte" che strizzavano l'occhio dagli scaffali e la invitavano a toccarle, a sfogliarle, a portarle alla luce; sì, è uscita dal negozio avvolta nel paradosso della nuova pedagogia dell'immagine, decisa, finalmente, a sostenere gli sguardi di tutti gli uomini seduti a tutti i tavolini di tutti i bar del mondo. E il poeta vedendola vuol farsene una "ragione" sfregandosi gli occhi e rameggiando fuori, anche se associandosi alla maestra nella metafora di "porcospini", fa finta di "non seguire né inseguire; "eppure" incetta, come incetta la maestra "ma su due cigli diversi della strada". La maestra divaga e divagando "forse" giustappone Dante ai "fruscii di foglie"-foglie gialle e rossastre, indizi di un'altra stagione agonizzante della selva oscura-lo giustappone "alla gonna americana", la gonna che mostra, che fa vedere, che svela le cose agli occhi sfregati fuori dalle orbite del poeta. Cosa ha fatto il tempo? Dov'è il "Lume non è se non vien dal sereno che non si turba mai" di anni prima; dov'è la voce che interrompe, a destra della cattedra, il poeta venuto da lontano a parlare di Dante? E dov'è Dante dopo tutti gli anni che son passati, gli anni di piombo, gli anni di mani lavate e rese pulite solo in una momentanea illusione, gli anni del berluscone?

VI

Da quella sera lontana, sotto quel "lume" invocato dalla maestra seduta a destra della cattedra, i due sono congiunti, camminano insieme, anche se "su due cigli diversi della strada." Ma il poeta vacilla, si guarda intorno e vede le cose seghettate, vede vuoti e pieni, proprio come quei pieni e vuoti della chiave girata nella serratura del Centro di Lettura dalla maestra Morchet, la chiave formata da una maestria, da uno strumento formato anch'esso da più di una maestria. E dopo tanti anni il poeta ripete le parole di dieci anni prima ma aggiunge un punto interrogativo: "La maestra Morchet vive?" In Sovrimpressioni il poeta entra i portali dell'incertezza, i vuoti e i pieni che oscillano, che subiscono trasformazioni seguendo il tragitto delle gocce di pioggia che rigano i vetri della finestra, quella finestra costruita con tutto ciò che possedeva una volta il poeta. E il passato ritorna, ridimensionato, a volte screpolato, a volte solo come risonanza, eco trasformata da monti e colline e valli. La maestra ritorna ma avvolta da punti interrogativi in uno spazio-tempo alla soglia del mese che commemora i morti, in uno spazio interstaziale, dove appunto le cose sfumano, perdono la loro sostanza pesante e si manisfestano in luccichii, in segnali che forse provengono da uno specchio fra le mani di una donna ormai diventata "una madrenatura" che crea delle possibili situazioni "senza saperlo," crea perché essa semplicemente è.

VII

Dalla sua finestra il poeta percepisce un "luccichio:" "la maestra Morchet forse/ci fa segnali con lo specchio?" C'è nelle mani della maestra quell'oggetto che secondo le lingue un po' maliziose lei non aveva mai affrontato durante gli anni formativi, perché secondo loro lei era nata già formata, come la dea Atena. E in quel "luccichio" percepito dal poeta ritorna, senz'altro, un'eco della luce, una "diramazione", se non addirittura una "diffrazione". E se la luce arriva al poeta solo in quel "luccichio," dov'è allora quel " lume non è se non vien dal sereno che non si turba mai" citato al Centro di Lettura quella sera di tanto tempo fa? E' scomparsa la voce che citava dalla sedia a destra della cattedra. Dopo tanti anni il poeta vede solo luccichii, segnali; ma come leggerli? Quale grammatica seguire? Quale sintassi regge e congiunge quei luccichii che il poeta "forse" percepisce "dall'occhio di una casupola?" Vedi! Forse la nuova pedagogia deve nascere dall'immagine della maestra riflessa nello specchio. Il poeta-chi altro potrebbe farlo-dovrà abbandonare la sua finestra e raggiungere la "casupola;" dovrà avvicinarsi al corpo della maestra e denudarlo, togliergli non solo la "mise... americana" ma anche il completo grigio che portava quella sera di tanto tempo fa al Centro di Lettera, la sera quando i misteri della pedagogia si sono incarnati nella figura della maestra Morchet, la sera del "turbamento del significato".

VIII

Ma i semi del "turbamento" germogliavano già tra le IX Ecloghe, dove le tracce sbiadite di pastori arcadici scomparivano per sempre sotto residui di nebbie perpetue...

Lo sguardo dall'ombra dietro le imposte

"Stasera non dico niente. Resto qui, dietro le imposte. Perché darle ancora l'opportunità di fare ciò che non si è mai degnata di fare, almeno una volta, in tutti questi anni. La piazza sembra quasi la stessa di tutti i giorni passati. Si vede il solito gruppo di uomini seduti al tavolino davanti al bar. Saranno quelli di sempre! Siedono sulle sedie allo stesso modo di quelli di ieri o di anni fa. Il ritmo del loro balbettio si svolge senza interruzioni, punteggia il silenzio della piazza, e sembra venire dal passato e già anticipa il futuro. Da qui quei corpi mostrano tratti di figure intercambiabili, ripetono gli stessi gesti, urlano, all'improvviso, per gli stessi assurdi motivi, scattano all'impiedi e attraversano la soglia buia del bar. E tutto ha l'aria di essersi già svolto anni prima. Anche il silenzio che a quest'ora aspetta il solito scalpettio dei tacchi robusti sull'asfalto.
Ma lei non si vede. Sarà ancora davanti allo specchio. Avrà preso il pettine e forse riavvia qualche ciocca di capelli ipertinenti. Non starà ovviamente passandosi il rossetto sulle labbra. Anni fa l'avrà fatto. Avrà anche scelto ogni articolo di abbigliamento, anticipando gli occhi che l'avevano già seguita con inaspettata intensità, mentre lei attraversava la piazza, e poi al ritorno avevano continuato a seguirla, per tutto quello spazio che si allargava davanti a lei con ogni battuta di tacco sull'asfalto. Forse! Ma è più verosimile dire che lei non si è mai soffermata davanti allo specchio per poi essere guardata. Può darsi. Io però ogni sera la guardavo sotto le luci della sala e cercavo di capire chi era; mi chiedevo dove aveva comprato quegli abiti sempre dello stesso taglio: la gonna non aderiva mai alle gambe, solo quando si muoveva si notava una certa forma sotto il tessuto; la giacca, invece, non si muoveva perché la parte superiore del corpo restava rigida, la schiena dritta e le spalle sempre ferme. Ma lei era sempre lì, gli occhi ti seguivano dappertutto, e nessuno riusciva ad abbassare la testa sul tavolo per lasciarsi prendere dal sonno e scivolare lungo sentieri muti e labirintici. No! Lei voleva che ognuno di noi seguisse il ritmo delle frasi che uscendole di bocca voleva condurci fra spazi lontani da tutto ciò che ci costringeva a restare seduti su quelle sedie, tutto ciò che potevamo toccare, tutto ciò che ci poteva graffiare. Ed eccomi qui lontana dai meli in pioggia, invisibile alla piazza e agli sguardi di quel gruppo che quasi non volendo la guarda. E non sono mai riuscita a raggiungere quegli spazi percepiti nel ritmo delle sue frasi, ma vorrei tanto dimenticare, vorrei mettermi quella gonna rossa appesa nell'armadio e farmi vedere in piazza la sera quando lei imbocca la via che porta al Centro di Lettura."



Lo sguardo dal tavolino sotto l'insegna del "BA_"

"Ti arrivava addosso all'improvviso. Tu l'avevi vista proprio in quell'istante chinata sopra qualcun'altro dall'altra parte della sala, e invece era lì e il suo cuore ti batteva la schiena e ti scuoteva da quel sonnolìo che ti aveva preso con tanta dolcezza e poi ti aveva abbandonato. E in quel suo modo onnipresente ci sorprendeva, a volte, proprio mentre presi da un impulso creativo aggiungevamo l'ultima curva alla forma del nostro desiderio che facevamo apparire lungo i margini dei libri. Non sgridava. Durante tutte quelle sere non l'ho sentita mai sgridare qualcuno. Eppure ognuno di noi lo meritava qualche sgrido! Lei invece, per dirci che stavamo sbagliando tutto, preferiva afferrare l'orecchio e tirarlo fino a farlo arrossire. Quel dolore ci riportava alle regole inevitabili e ci diceva che anche lei faceva parte di quell'ammasso di corpi ingombranti e inscrutabili, gli adulti.
Solo nei giorni di tempesta non si sentiva il rimbombo del suo tacco sull'asfalto. Ma ogni altra sera la piazza si preparava, come al solito, a riceverla. Non eravamo solo noi, seduti davanti al bar, a far finta di non guardarla. Dietro le vetrine dei negozi della piazza gli sguardi si sollevavano appena sentivano il primo fievole battito. Noi vicino al bar guardavamo il pavimento e, come al solito, senza pensare, anticipavamo la sua ombra che purtroppo non appariva mai, perché a quell'ora il sole era già scomparso dietro le case del paese. E ogni sera cercavo di immedesimarmi in tutti gli sguardi che si preparavano a far finta di non vederla, per capire perché ci cascavamo ogni volta, proprio come quel cane di Pavlov. Ma non riuscivo a capire niente. Non facevo altro che formulare delle sciocche ipotesi.
Sono passati tanti anni da quelle sere quando salivamo le scale per sederci attorno ai tavoli rivolti verso la cattedra, dove sedeva lei, rigida con lo sguardo severo. Ma quando chiudo gli occhi sento ancora le parole che le escono di bocca e formano immagini percebili nello spazio della sala; chiudo gli occhi in quest'istante e sento e vedo le parole di Lady Macbeth e le sue mani macchiate dal sangue del sovrano, vedo le labbra della maestra Morchet che tremano pronunciando le parole disperate di quella tragica donna. Sento ancora le frasi paradossali di tanti personaggi che lei riusciva ogni sera a farci vedere, anzi a farcevi toccare, bastava stendere una mano e avremmo afferrato il panciotto unto di Sancho Panza; una sera siamo diventati tutti Casella che cerca di abbracciare Dante, ma era solo la sua voce che ci abbagliava la vista. Ricordo tutto di quelle sere, ma non riesco a ricordare perché ho smesso di salire quelle scale, perché un giorno ho rivolto le spalle alla soglia del Centro di Lettura? Ed eccomi qui seduto a questo tavolo; sono solo uno del gruppo che aspetta ogni sera il rimbombo del tacco sull'asfalto e alza lo sguardo per vederla imboccare la via che porta al Centro di Lettura."


Lo sguardo del critico seduto in fondo alla sala

"Finalmente! Resta lontano dai grandi centri dove potrebbe scambiare qualche idea con altri poeti o intellettuali ma poi si presenta in questi posti sperduti dove vede quattro gatti seduti vicino al tavolo con quella donna tutta grigio seduta alla sua destra che lo guarda con un mezzo sorriso e aspetta che lui cominci a dire qualcosa di interessante per mantenere svegli quei tre anziani seduti dietro a quelle ragazzine che senz'altro in questo momento stanno pensando al tipico bellimbusto del paese che si sveglia la mattina tardi e va a letto solo pochi istanti prima che il sole gli abbagli la vista protetta comunque da quel costante paio di occhiali comprati da qualche ansioso "vu' cumpra" capitato per puro sbaglio geografico in questo paese ai piedi di colline una volta sempre verdi ma oggi chiazzate da erba arrugginita che grida segnali di allarme a qualsiasi vacca o mucca spinta dall'istinto di nutrirsi ma avvisata dall'amore di se stessa e della vita di non avvicinare le labbra a quell'erba tanto insolita in quei posti di millenni di verde ondulante ed infinito invasi da belle nelle luci notturne fabbriche dalle quali scorre acqua sporca che dopo anni fende i tubi più duri e si sprigiona dietro il paesaggio e inquina il crogiuolo desiderato da lui tanto tempo fa quando tutte le fabbriche erano solo un desiderio espresso sommessamente durante cene segrete in ville già sontuose sorte su reti di passaggi sotterranei che rameggiavano verso i grandi municipi e le grandi cattedrali di centri di cultura ordinata da tipi incravattati tutti in nero o addobbati in porpora dall'ultimo sarto di una traversa di via della conciliazione e adesso è lei che si mette a parlare allora sentiamo un po' cosa dice la pupazza in grigio che si gira verso di lui e cita addirittura Dante e il lume che vien dal sereno che non si turba mai sì proprio quella luce abbagliante che si diffonde per l'universo ed ha evidentemente abbagliato anche lei che citando quei versi rivela il vuoto nella sua formazione non solo pedagogica ma di persona vivente in anni oscuri ma inondati in luce artificiosa che ha illuminato tragitti disperati di gente distinta e isolata in tutti i continenti di questa terra che vaga e che alcuni come quella in grigio vorrebbero ancora diretta verso quelle forme avanzate da quel greco intento a mettere ogni cosa in sistemi entro sistemi anticipando quel corpulento domenicano con la sua summa triangolare che riprende le costruzioni egiziane e anticipa il rettangolo verde con l'occhio che guarda e cerca la prossima fonte economica di questa terra che in fin dei conti non fa altro che vagare nell'ansia universale e poi..."

Angelo Spina
Rutgers University-Newark























Verso la terra del girasole

Cercavi di ricordare esattamente a che punto quella mattina lei aveva sussurrato con quel suo filo di voce: "Portami il girasole…!" Eri sicuro comunque che quelle parole le erano uscite da bocca mentre girava il corpo dall'altra parte del letto. Sì, non avevi nessun dubbio, aveva detto proprio così: "Portami il girasole…!" E non era veramente una richiesta. Da quando la conoscevi non era cambiato il suo modo di flettere la voce e di rendere così il punto esclamativo visibile, anzi sensibile e pungente, come se fosse uno spillo: dava l'impressione di voler solo sfiorare la pelle, ma invece lasciava il suo segno nella goccia di sangue che tu ogni volta ti aspettavi di vedere sulla pelle, come una bollicina d'aria. Quante volte ti eri guardato le braccia o eri corso a guardarti la faccia allo specchio sicuro di trovare la goccia rossa sulla guancia o sulla fronte dopo una sferzata particolarmente acuta. Quella mattina c'era stata una brevissima pausa prima che tu sentissi lo spillo sfiorarti la pelle. Adesso rivedevi te stesso immobile vicino al letto mentre lei si girava dall'altra parte; sentivi ancora il ritmo monotono del suo respiro e il movimento lento e regolare delle sue spalle che sembravano gonfiarsi e sgonfiarsi sotto i lenzuoli.
Ma quelle parole da dove erano venute? E poi, perché proprio quelle tre in quella forma sintattica? Rifacevi i giorni e gli anni passati insieme, ma in tutto quel tempo non riuscivi ad isolare un accenno a quella poesia montaliana, o a qualsiasi altra poesia del poeta. Cosa voleva dire l'assenza che adesso percepivi? Forse niente! O forse tu avevi dimenticato, avevi represso un possibile accenno di lei a quella poesia. Era senz'altro probabile. Chissà quante cose di quegli anni non ricordavi più. C'era altro da considerare. Forse lei aveva scelto di tenerti all'oscuro; voleva che sapessi solo certe cose di lei. Ma allora chi era quella donna che avevi appena lasciato nel letto e che ti aveva dato quel compito da compiere: raggiungere la terra del girasole, raccogliere il girasole e portarlo a lei? Ti rendevi finalmente conto di essere ignorante; lei ti aveva fatto vedere solo la superficie di se stessa. Perché? Cosa le aveva fatto scegliere di tacere di certe cose? E quella mattina quelle tre parole s'erano disancorate da chissà quale profondo buio, e s'erano congiunte al filo che portava proprio alle tue orecchie! Lentamente capivi che tu non avresti mai più dimenticato quel filo di voce, quella sospensione prima del punto esclamativo, poi il silenzio scomposto solo dal ritmo del respiro di quella donna profondamente sconosciuta.
Eri uscito di casa e ti eri diretto verso il sentiero che portava ai primi cespugli della collina che dovevi attraversare per poi affrontare la montagna che ti avrebbe portato alla terra del girasole. Il sole accennava già il capo da dietro l'Appennino, e le gocce di rugiada erano luci appese ai fili d'erba che fiancheggiavano il sentiero. A quell'ora non era uscito ancora nessuno, il sentiero era deserto e la terra nera e morbida non era stata disturbata. Ti voltasti a guardare le case ancora avvolte nell'ultimo sonno della notte.
Restare lì ti sarebbe piaciuto. Trovarti lì mentre le prime porte si aprivano e le facce ancora prese dal sonno apparivano sugli usci a guardare il cielo per farsi un'idea di che giornata le aspettava. Essere lì, nel mezzo del chiachiericcio mattutino! Non pensare né alla montagna né al girasole. Ti saresti potuto lasciare andare in quell'atmosfera mattutina quando ogni cosa si muove lentamente per districarsi dagli ultimi minuti del sonno della notte; quando negli occhi e nei gesti di ognuno di quelli che si vedono fuori si possono scorgere le tracce di qualche sogno tanto dolce da non volerne uscire o tanto misterioso da non potersene disfare anche sotto la prima luce del sole. Un blu chiaro ondeggiava lungo l'orizzonte dell'Appennino; poi tutto ad un tratto l'orizzonte sbocciava arancione e lentamente spuntava il sole. Dovevi andare avanti; non potevi restare lì e non potevi tornare tra quella gente che cominciava a sporgere il capo oltre l'uscio.
Da dove ti eri fermato la montagna mostrava una faccia liscia; avvicinandoti non vedevi sentieri ma solo qualche cespuglio e ciuffi d'erba sparsi un po' dappertutto. Non era una di quelle montagna coperte da alberi che sembrano un tappeto verde e che lasciano immaginare un sottosuolo pullulante di vita floreale e di odori che esplodono nelle cavità olfattive appena un piede disturba il ritmo proprio e secreto del bosco. No, la montagna che ti aspettava era una pietra arsa e liscia innalzata al cielo.
Ma c'erano stati dei progetti che avevano fatto sognare rami e foglie al sole e sotto la pioggia. Un giorno mentre leggevi il giornale seduto all'ombra di un tiglio avevi smesso di leggere per afferrare meglio il senso delle parole che sentivi dalla panchina accanto. Alle tue domande ti dissero che da qualche parte qualcuno aveva conservato tutti gli articoli che avevano accompagnato la vicenda della piantagione di pini e di abeti. Il giorno dopo riuscisti a trovare tutto. I primi articoli parlavano degli ingegneri che prima di piantare erano arrivati sul posto per prelevare pezzi di terra scavati da diversi punti della montagna e li avevano poi analizzati nei laboratori di una delle più prestigiose università del paese. Erano stati pubblicati tutti i risultati dell'impresa. C'era tutto in quel pacco, anche il tono entusiasta di un certo Gabriele Circospinato. Secondo questi gli scienziati non potevano sbagliare; lui non aveva dubbi, il suolo della montagna avrebbe accolto i sempreverdi, li avrebbe nutriti e li avrebbe fatti crescere. Infatti, nei suoi articoli aveva scritto che durante i primi anni dopo la piantagione la gente sorrideva ogni volta che volgeva lo sguardo verso quelle fila verdi che finalmente davano una forma accogliente a quella pietra liscia. Ma su ciò che successe dopo ognuno aveva dato la propria interpretazione. Chi diceva che le estati erano cambiate, erano arrivate le estati tropicali, torride, non pioveva per mesi e mesi. Altri davano tutta la colpa agli scienziati, non avevano fatto le analisi giuste. Comunque i sempreverdi avevano fatto vedere ciò che la gente non si aspettava da loro; invece del verde perenne, loro avevano mostrato prima una faccia giallognola, poi quasi improvvisamente rami arrugginiti, una ruggine di un marrone sbiadito. Non passò molto tempo e in una giornata di vento impetuoso la gente, che si era rallegrata e aveva sognato una montagna tutta verde, si avvicinò ai vetri delle finestre e vide rami e radici sollevati dal vento vagare nel vuoto tra la montagna e le case del paese.
Giunto ai piedi della montagna pensavi di trovare un viottolo o perlomeno pietre smosse da chi aveva già fatto quel cammino. Dopotutto la terra del girasole si trovava lassù. E tu non eri certamente il primo a dover raggiungere quella striscia di terra. Speravi di vedere un varco o qualche segno che avrebbe indicato un punto d'ingresso in quella realtà rocciosa e aspra. Ti guardasti intorno e dopo un po' il tuo sguardo si fermò su alcuni massi che da com'erano stati disposti potevano servire da scalini. C'era allora un varco da attraversare per incamminarti verso il girasole. Ma arrivato davanti a quei tre massi non riuscivi a mettere il piede sul primo scalino. Lì per lì non capivi cosa te lo impediva; poi ti rendevi conto che quegli scalini tu te li aspettavi diversi; li volevi levigati, lisci e specchianti, e non grezzi e opachi. Volevi vedere te stesso in una superficie specchiante. Ti era venuta l'idea che quegli scalini avrebbero dovuto svelare tutta la tua realtà, tutto il tuo passato, tutta la tua storia e quel tuo "io" che non eri mai riuscito a percepire nella sua totalità. Una volta, pochi anni prima, ti eri quasi lasciato convincere da uno di quei "dottori" che voleva ipnotizzarti e registrare ogni tua parola e ogni tuo gesto, poi analizzare tutto e così seguendo segni e indizi arrivare a un ritratto del tuo io profondo e sconosciuto. Quel "dottore" ti aveva detto di telefonargli per fissare il giorno e l'orario precisi, ma tu, dopo tre giorni di riflessione, avevi buttato il biglietto con il numero telefonico nel cassinetto lungo la strada di casa tua. Davanti a quei tre scalini volevi ciò che quel "dottore" ti aveva promesso. Ti chinasti e passasti la mano destra sulla superficie, quasi volessi togliere la parte grezza e svelare un sostrato liscio e specchiante. Ma sentisti solo i punti acuti della pietra che ti graffiavano la pelle morbida del palmo della mano.
Come andare avanti? Oltre gli scalini non c'era nessuno, solo la montagna, e dietro di te non c'era altro che il tuo passato, Guardavi in alto e capivi che seguendo una linea verticale saresti arrivato proprio dove dovevi andare. Ma non era facile arrampicarsi verticalmente lungo quella roccia liscia. Dopo i tre scalini il volto della montagna svelava tutta la sua asprezza. Allora sarebbe stato meglio seguire una linea orizzontale, a zig zag. Anche quella scelta ti avrebbe portato dove dovevi andare. Comunque bisognava imboccare una via. Però tutto si faceva sempre più difficile. E non riuscivi a scegliere il modo di proseguire perché, come al solito, ti ponevi delle domande; ti chiedevi perché avevi usato la parola "volto" per indicare l'aspetto della montagna. Ovviamente volevi vedere personificata quella presenza rocciosa innalzata al cielo. Ti rendevi conto che era il tuo solito modo di cambiare le cose, di renderle diverse, di mettere in evidenza qualcosa fino a quel momento ignota; ma nel caso della montagna volevi renderla più accogliente, volevi toglierle ciò che la rendeva aspra e dura. Forse solo così potevi scalarla e raggiungere la tua meta. Era il tuo solito modo, ciò che avevi fatto tant'altre volte, come quando ti eri trovato, senza saper perché, in quella foresta oscura e ti eri lasciato spingere dall'impulso di trovare il modo di uscire, di trovarti al di là di quell'intrico vegetale, ed eri riuscito a vedere la vetta di quel monte illuminata dai raggi del sole sorgente. E per te quello non era un semplice monte illuminato, era il segno di cui avevi bisogno per trovare il modo di uscire da quella foresta oscura. Perciò nella roccia illuminata ci avevi visto le spalle di un essere gigantesco. Ma già quella volta ti eri accorto che quando trasformavi la realtà per renderla più accogliente, quella stessa realtà prima o poi ti rinfacciava la sua aspra, rocciosa verità. E inevitabilmente ti riportava all'orlo del pericolo dal quale cercavi di sfuggire. La montagna quella mattina non era altro che una massa rocciosa, non era, certamente, incantata, era lambita da un sole sbiadito, un sole che sembrava lontano e stanco.
Sapevi che non c'era modo di ignorare ciò che ti aspettava. Anche nella sua assenza lei ti stava vicino, continuava a sussurrare quelle pochissime, pesanti parole. Non potevi restare fermo; da qualche parte c'era scritto che dovevi percorrere quella via, che non potevi rinunciare a ciò che ti era stato richiesto da quella voce assonnata. Chissà quanti prima di te avevano contemplato una rinuncia davanti a un compito particolarmente difficile, ma cosa avevano fatto, come avevano risolto tutti quei dubbi che senza volerli si presentano come fantasmi e si muovono flessuosi e diafani davanti agli occhi, ma nella mente restano pesanti e innegabili? C'erano state senza dubbio molte rinunce, ma nessuno ne sapeva niente; erano state inghiottite dal tempo che spinge avanti i suoi ingranaggi senza sosta; si sapeva solo di quelli che avevano accettato la sfida e avevano affrontato tutte le difficoltà del compito, anche la morte. Certo, avevi ragione, era arrivato il momento di minare tutte quelle parole che continuavano a scolpire l'aria e ad indicare perentoriamente il compito da compiere, il problema da risolvere. Sì, il momento era arrivato, bisognava far esplodere quelle parole tanto pesanti e trasformarle in un pluviscolo luminoso spinto dal vento verso spazi interstellari e valli lunari; e, senz'altro come andavano le cose in un futuro non molto lontano qualcuno sarebbe arrivato lassù e avrebbe trovato i frammenti di quelle parole esplose durante un passato stanco di aver ascoltato per millenni il monito che bisognava accettare la grande sfida, che bisognava compiere il compito che volevano programmato addirittura nel dna. Ecco, lei faceva parte di tutti quelli che volevano che la sfida continuasse, che qualcuno si trovasse in una foresta oscura, o ai piedi di una montagna e dovesse trovare il modo di andare oltre, di raggiungere un punto specifico dove avrebbe trovato il girasole. Ma quale significato aveva il girasole per lei? Le piacevano le rose: quelle rosse, quelle bianche, a volte anche quelle rosa, tutti i tipi di rose. Ma il girasole non l'aveva mai chiesto; non aveva mai espresso un gusto particolare per il girasole. Bene, ma a cosa serviva adesso pensare ai suoi gusti, ai suoi fiori preferiti, non c'era altro da fare che cercare il modo più facile di traversare quello spazio che ti stava davanti e ti aspettava.
Dopo un'ultima occhiata ai tre scalini facevi i primi passi e all'improvviso sentivi un'ondata di vento che veniva giù dalla montagna. Era un vento caldo e lieve che ti accarezzava la guance e ti sfiorava i capelli, lo sentivi proprio così; e andando avanti non ti lasciava, era insistente, ti inseguiva come se volesse qualcosa da te, forse una reazione più decisa, una domanda espressa ad alta voce o perlomeno un urlo che si sentisse per tutta la montagna. Ma la tua unica reazione era una stanchezza mai sentita prima che ti scioglieva i muscoli e non ti faceva più alzare i piedi; a quel punto volevi solo lasciarti andare, piegare le gambe e sdraiarti a terra. E proprio mentre la tua schiena toccava le pietre aguzze della montagna e il dolore si diffondeva lungo il tuo corpo, eri già in una di quelle piazze deserte tanto accarezzate da DeChirico, una delle tante piazze della provincia italiana, le piazze delle tre del pomeriggio, sotto il sole o sotto il grigio delle nuvole, con tutte le porte chiuse; in quella piazza c'eri solo tu, e ti giravi perché ti sembrava aver sentito occhi nascosti su di te, quella era la piazza dove ti trovasti, dove andando da un punto all'altro sentivi un'assenza, qualcuno che tu ti aspettavi mancava, e volevi sapere dov'erano tutti quegl'altri che avrebbero dovuto esserci? Nessuno, non c'era nessuno! Non c'era mai stata una piazza di DeChirico tanto deserta, sotto un cielo tanto indeciso. Entravi in un posto che non poteva essere altro che una biblioteca, c'erano scaffali dappertutto allineati in modo che guardandoli scomparivano ad un punto lontano ed infinito. Ma che tipo di biblioteca era quella! Con quale sistema avevano disposto i libri sugli scaffali? Tu non riuscivi a capire come avevano fatto. Su una sedia c'era una ragazza addormentata, forse era una donna; volevi arrivare al vocabolo giusto per indicare quell'essere addormentato in quella biblioteca: ragazza o donna, c'era una differenza fra quei due vocaboli e bisognava cercarla in tutta la storia dell'umanità, ma non in quella biblioteca dove non riuscivi a decifrare la sistemazione dei libri. Chissà cosa sognava fra tutti quei sogni disposti su quegli scaffali infiniti la ragazza-donna addormentata? Varcavi la soglia di un bar e t'imbattevi in una scena che sembrava tratta dalla canzone dei quattro amici al bar con le coche e due caffè; erano quattro piegati sulle bevande, lontani e assorti in ciò che ognuno di loro diceva sottovoce; dal banco dov'eri bisognava guardare il movimento delle labbra per poter dire che stavano parlando; era impossibile afferrare le loro parole, anche perché in quel locale a quell'ora c'erano dei tipi che tu non avevi mai visto prima, avevano tutti due gambe lunghe e snelle con ginocchi, polpacci, caviglie, e piedi e su quelle gambe tanto umane spuntava il tronco-testa a forma di video-gioco; erano mostraccioli tutti strepitosament attivi a quell'ora e buttavano fuori lingue di colori mai visti in un arcobaleno, con gemiti e spari che sprofondavano quel misero bar in un avamposto di qualche stazione interstellare, lontano anni luce da quella città che vedevi fuori, quella città spinta all'orlo del precipizio; ma fuori c'era una ragazza su una sedia a rotelle che ti guardava con un sorriso divertito e ti accennava ti seguirla lungo l'orlo del precipizio; poi vedevi solo i capelli rossi come fiamme che precipitavano nell'abisso; la finestra scompariva nelle acque grige di un fiume che correva verso il mare, e sulla sponda c'eri tu seduto sulla sedia a rotelle, guardavi l'altra sponda e vedevi l'isola disancorata galleggiare sulle onde del mare. Non sentivi più il dolore alla schiena o lungo il corpo, la mente s'era assuefatta anche a quell'esperienza, potevi restare lì tutto il giorno, con gli occhi chiusi e potevi condurre la sedia a rotelle all'orlo di quel fiume e poi lasciarti andare e inseguire l'isola che si allontanava; ma ormai non eri più sicuro se l'isola continuava a galleggiare sulle onde oppure veniva spinta dal vento lungo l'azzurro del cielo. E proprio guardando l'isola aprivi gli occhi e rivedevi la montagna che era ancora li' e ti aspettava.
Quel vento che ti aveva spossato e ti aveva fatto sentire l'acuto dolore delle rocce lungo la schiena era scomparso. Il tuo sguardo cercava gli sparsi cespugli ma non vedeva altro che forme immobili, come se anche quelle poche presenze vegetali non fossero più riuscite a mantenere la loro propria natura e si fossero lasciate sedurre dalla roccia che le circondava.
Ma tu dovevi muoverti, dovevi raggiungere quel pezzo di terra e raccogliere il girasole per lei che aspettava; a quell'ora era ancora a letto, tutta avvolta nei lenzuoli, con un guanciale tenuto stretto tra le gambe incrociate, con le labbra socchiuse e con la punta della lingua che spuntava fra i denti. Quante mattine ti eri fermato vicino al letto ad osservarla; ed ogni volta cercavi di scorgere qualcosa diversa, qualcosa che non avevi notato tutte le altre volte che l'avevi guardata così. E quando ti allontanavi ti rendevi conto che come sempre ti era sfuggito qualcosa, forse non avevi fatto attenzione alla posizione delle braccia, forse non avevi notato il movimento scattante degli occhi sotto le palpebre, allora avresti voluto tanto trovarti dalla parte dell'occhio e vedere ciò che lei vedeva durante i suoi viaggi notturni, forse solo così avresti potuto capire qualcosa che lei non era stata mai disposta a rivelarti. Comunque era troppo tardi; qualcosa di lei si era annidata in te, mentre il suo corpo restava lontano.
Adesso, però, non volevi pensare a lei, non volevi vederla né sul letto né in piedi davanti allo specchio dove si riavviava i capelli con le dita; aveva smesso di usare il pettine o la spazzola, usava solo le sue lunghe dita che scomparivano nella folta massa rossa scompigliata e poi ne uscivano lasciando ogni filo esattamente dove lei lo voleva. E ogni volta che tu la vedevi compiere quel gesto ne restavi sempre meravigliato; lei si girava verso di te e sorrideva soddisfatta di averti sorpreso ancora una volta.
Adesso volevi raggiungere quella striscia di terra dove ti aspettava il volto giallino del girasole, sotto il sole che era ormai alto nel cielo. Non eri più stanco e ti muovevi facilmente verso il punto più alto della montagna. Ormai la distanza si era accorciata, immaginavi già gli ultimi passi che ti avrebbero portato all'orlo del campo, vicino al girasole.
Arrivavi all'orlo del campo dei girasoli e sentivi il sole a picco su di te. Avevi raggiunto la tua meta. E proprio in quel momento anche il movimento della terra si allineava con il sole alto nel cielo. Scomparivano le ombre di quei sparsi cespugli e di quei massi più imponenti. Ti guardavi intorno e cercavi la tua ombra, ma non c'era, era scomparsa come tutte le altre ombre della montagna. Il sole era accecante, aveva rapito ogni cosa che fino a quel momento era stata, forse, inutile. Con la scomparsa dell'ombra tu diventavi solo te stesso. Nel campo dei girasoli ogni pianta fissava il volto del suo vicino. Il tuo sguardo seguiva l'orlo del campo, sperava di trovare una singola pianta, senza un vicino, senza uno specchio, per poterla raccogliere senza disturbare il perfetto disegno del campo. Lei aspettava il girasole, e tu non potevi ritornare da lei a mani vuote. Come avrebbe reagito? Avrebbe scagliato ancora una volta una delle sue sferzate? Ma sotto quel sole come potevi chinarti a staccare una di quelle piante impazzite di luce, come potevi creare un vuoto in quel quadro lucente, così ordinato, così apparentemente necessario.


Angelo Spina
Rutgers University-Newark





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