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Anna Maria Bonfiglio - Che n'è stato di noi

NARRAZIONI

Che n'è stato di noi
di Anna Maria Bonfiglio

“Pronto?”
“ Sì, pronto, mi riconosci?”
“No, chi sei?”
“ Dai, pensaci su un attimo.”
“ Cavolo! Sei Fabio! Non ci posso credere. E come potevo riconoscerti dopo tutto questo tempo. Sono passati…quanti anni? Tre, quattro?”
“Appena tre anni e nove mesi.”
“Tre anni e nove mesi di silenzio, esattamente dal tuo matrimonio.”
“ Per carità, non ricordarmelo.”
“ Cosa? Il silenzio o il matrimonio?”
“ L’uno è la conseguenza dell’altro.”
“ Non mi dire! Sei già pentito?”
“Non proprio, ma quasi, non è facile, sai.”
La sua voce si è fatta seria. Improvvisamente lo sento svigorito e malinconico.
“ Caterina mi ha isolato- dice -mi ha fatto il vuoto intorno.”
“Gelosa?”
“Anche.”
Qualcosa avevo saputo. Dopo tanto attendere la donna giusta Fabio aveva finito per sposarne una nevrotica, gelosa e contraria alla maternità. Lui che aveva sempre detto di voler lasciare “un seme di sé” sulla terra.
“E tu reagisci, riallaccia i tuoi vecchi rapporti.”
“ Sono stanco di fare guerre.”
“Addirittura!”
“Ma quello che mi pesa di più è la sua ostinazione a non volere bambini.”
“ Con lei scordatelo. Te l’ha messo come condizione al momento delle nozze, me l’hai detto tu, non ricordi? Pensi di poterle fare cambiare idea?”
“Confesso, ogni tanto ci provo. Ma dimmi di te, piuttosto, come stai?” Ora cerca di glissare, come al solito quando non vuole mandare avanti un certo tipo di discorso.
“Direi bene, compatibilmente con i postumi dell’intervento.”
“Che intervento? Non ho saputo niente.”
Ora è in imbarazzo. Forse si sta chiedendo cosa si dice in queste circostanze.
” Lasciamo perdere- dico -non parliamo di cose sgradevoli dopo tanto tempo che non ci sentiamo.”
“ Sono stanco”, ripete. E mi pare di vederlo passarsi la mano sui capelli, ripetutamente, in quel suo gesto che è quasi un tic. E allora, come sempre quando approdiamo a problemi che sfuggono alla nostra volontà di discuterli, scivoliamo sul piano inclinato del passato.
Per alcuni anni Fabio ed io siamo stati uniti da una forte amicizia e abbiamo trascorso molto tempo assieme. Teatro, conferenze, letture di poesie, weekend al mare, a volte soli, spesso con altri amici. Ma la nostra specialità erano le innocenti scorrerie notturne per i quartieri della città vecchia. Sentivamo forte il legame con i luoghi antichi, anche i più popolari e degradati. Giravamo per le viuzze della Vucciria, di giorno affollate di banchi dove si vendeva di tutto, dal pesce alla mortella, e di notte deserte e silenziose, grevi di abbandono. Sui muri scrostati restava il retaggio arabo dell’abbanniata e nell’aria permaneva l’odore dolciastro del gelsomino che i ragazzini vendevano per strada intrecciato in delicate stecche. Sulla piazza del vecchio Senato le nudità decorosamente impudiche delle statue sbeffeggiavano l’austerità del convento di Santa Caterina, dove le suore di clausura confezionavano i cannoli e la frutta martorana. Nei vicoli fioche luci segnalavano affollati catoi, intorno fontane secche come mammelle di donna sterile. Dal castello dei Chiaramonte, dove si consumarono gli oscuri processi dell’Inquisizione, i fantasmi delle streghe arse sul rogo stridevano in invisibili catene.
Fabio guidava allegramente e girava attorno all’antica cinta muraria in cerchi ampi e ripetuti che ci facevano ridere senza sapere il perché. L’amore per la nostra città era inquinato dall’amarezza per ciò che d’ignobile subiva. Ma non pensavamo di andarcene. Ci aveva provato Maria Clara andando ad insegnare a Milano, ma dopo un anno era tornata.
“ Hai notizie di Maria Clara?” Domanda Fabio, come se avesse in qualche modo avvertito che l’avevo evocata.
“Non molto recenti. Ha rotto con Gino. Adesso sta con un collega, divorziato, con due figli.”
“ Ma ci pensi a quella sera? I pesci non ascoltano/lo sciacquio del mare/sotto le chiglie/ né gli spari/ in quest’ultimo rantolo d’estate. La vecchia Tonnara.”
“E chi se la scorda?”
Alla Tonnara erano nate le nostre sfide poetiche. Dalla passerella di pietra guardavamo il mare dove la luna galleggiava come una grande moneta d’argento. Lanciavamo i sassolini in acqua sfidandoci a chi inventava il verso più armonioso. Le barche dondolavano, ormeggiate ai piloni, piccoli pesci guizzavano sotto le chiglie.
“I pesci non ascoltano/lo sciacquio del mare/sotto le chiglie…”
La Tonnara un tempo era stata una grossa risorsa per l’economia della nostra città ma noi l’avevamo già trovata in disfacimento, la sua torre svettava nell’oscurità come un triste cimelio di guerra. Sotto di essa, nell’ampia sala di rappresentanza, un’elegante pizzeria accoglieva i clienti su prenotazione.
Dalla Tonnara si passava a casa di Maria Clara dove davamo vita alle nostre performances di musica e poesia. Maria Clara si metteva al piano ed il piccolo appartamento di via del Carso si trasformava in un carillon di note. Talvolta si univa a noi Adriana, che studiava danza, e allora la musica e la poesia erano il pretesto per le sue fantasiose evoluzioni.
Eravamo a casa di Maria Clara quando avevamo sentito il boato. Lei suonava Night and day e Adriana ballava da sola, stringendo le braccia l’una all’altra, avvinta ad un immaginario compagno di ballo. E improvvisamente un terribile fragore aveva scosso i vetri della finestra. I nostri sguardi si erano incrociati con sgomento, in silenzio ci chiedevamo cosa fosse successo questa volta. Ci aveva pensato Marco ad informarci. Pochi minuti dopo era comparso sulla porta per dire laconicamente: “Hanno ucciso il Generale.” Ed era ritornato a piazzarsi davanti al televisore.
Fabio si passava la mano sui capelli. “Ecco cosa hanno fatto di noi.” E aveva ripetuto la frase più volte come fosse una spiegazione dell’accaduto. “Che succederà adesso?” Non avevamo risposte, ma sapevamo che potevamo aspettarci di tutto. E veramente era avvenuto tant’altro. La morte si era scatenata nelle sue manifestazioni più tragiche, seminando angoscia in chi restava.
“Adriana ha sposato Marco- dico - hanno una bimba. Anche Ornella si è sposata.”
“Ornella. Già, Ornella.”
A Selinunte Fabio l’aveva corteggiata, ma Ornella non lo prendeva sul serio. O non voleva, attaccata com’era ancora al ricordo del suo passato con Sandro.
“Ero innamorato di Ornella.”
“Sì, a modo tuo. Troppo indeciso, vago. Sei sempre stato come l’asino di Buridano, e quando hai scelto…meglio tacere, va’.”
“E’ vero. Anche con te sono stato un asino. Lo sai che mi ero innamorato di te?”
“Questa è la rivelazione del secolo!”
O no? Sono stata forse io a non volermene accorgere?
“ Ma tu inseguivi un fantasma che non si sarebbe mai materializzato.”
Era proprio così.
Sulla terrazza dell’albergo di Selinunte, mentre il tramonto barbagliava contro il vetro del bicchiere poggiato sul tavolo di vimini del Paradise Hotel, con lo sguardo perso verso l’orizzonte, immaginavo di vedere comparire Livio. Che non venne mai, come invece aveva promesso. Non mi ero mai resa conto dell’attenzione che Fabio mi rivolgeva. Forse perché, mentre lui cercava uno scoglio sul quale finalmente fermarsi, io consumavo gli ultimi ardori di una relazione che non avrebbe mai avuto futuro.
Fabio continua a riversare parole nel mio orecchio sinistro, ma io fingo soltanto di ascoltarlo.
Non voglio più pensare a quello che sarebbe stato se.

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