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Apolloni Ignazio - Pavese una figura enigmatica

RACCONTI

IGNAZIO APOLLONI
Pavese: Una figura enigmatica

I miei servizi avevano a tal punto entusiasmato il direttore da volermi affidare un incarico a suo dire delicato. Si sarebbe trattato di ricostruire in modo diverso la vita e le opere di un certo Cesare Pavese di cui si faceva un gran parlare.

"Chi meglio di te, visto la tua ascendenza e il cognome che denota sicuramente la tua passione per le arti nobili": intendeva evidentemente riferirsi per contrasto a quelle ignobili dell'economia come motore della storia.
Non potevo, non potei dargli torto. Detto fatto sono su un Boeing 777 - dopo essermi attrezzato con tutto il materiale disponibile su Google, oltre alla consultazione di un migliaio di volumi su quel poeta presso la Biblioteca del Congresso. Qui avevo avuto l'aiuto di una esperta, anch'essa di origini italiane (una certa Booth Luce), la quale da bibliotecaria si era specializzata in tutto quanto prodotto da autori di riguardo quali in quel momento, anni cinquanta, erano considerati Pavese, Calvino e Vittorini. Fu lei a darmi i primi rudimenti partendo però da così lontano da confondermi le idee. Mi parlò infatti dell'emigrazione dei cervelli di fine ottocento chi a bordo di galee (i galeotti) chi a bordo di brigantini e molte chiatte come mozzi in mancanza di posti sui vapori di linea. In linea con queste ondate di diseredati i suoi antenati avevano varcato l'oceano dirigendosi subito verso le coste del Pacifico dove pare ci siano pepite grosse quanto dei massi. Ci rimasero male. Dovettero invertire la rotta. Fatti i debiti scongiuri e i giuramenti di fedeltà alla Costituzione americana finirono tutti dalle parti di New York a fare chi i mastri e chi i borgomastri. Lei però era andata all'università, ne era uscita con un diploma di tutto rispetto. Adesso è bibliotecaria a Washington riverita e apprezzata per la sua conoscenza e competenza in materia di letteratura italiana. In testa ai suoi interessi però ci stanno le figure del già detto trio, secondati da un editore dal profondo respiro verso il rinnovamento delle lettere dopo la scomparsa di esse durante il fascismo.
"Vedrà, l'accoglierà come il Messia. Si chiama Giulio Einaudi. La sede della sua casa editrice è a Torino. Provi a domandare a un qualsiasi pizzardone e gliela indicheranno in men che non si dica. È persona affabile. Lo diventerà ancora di più dovesse spendere il mio nome", mi dice la Luce.
Aveva ragione. Non appena seppe chi mi mandava spalancò le braccia e mi abbracciò (scena plateale ovviamente ma serve per farmi entrare in confidenza, mettermi a mio agio). Adagio, però, mi sussurro; lasciamo che l'uovo da coque divenga sodo per quindi finalmente andare al sodo. Secondo me l'Einaudi vuole trasformarmi in cavia. L'idea di un bel servizio che dovrei scrivere per il New York Times (il più grande, importante giornale del mondo in questo scorcio di tempo) lo alletta. Il mercato americano è vasto quanto tutto il continente europeo. I lettori di narrativa si contano a centinaia di milioni. A cose fatte si aspetta di stipulare contratti, joint ventures con questo o quest'altro editore newyorkese. È pur vero che gli italiani non fanno che parlare di sé, lagnarsi di un periodo troppo lungo di cultura fascista, di crisi dei consumi (i libri venduti raggiungono sì e no la percentuale dell'uno per mille) ma stanno creando un genere simile a quello descritto da Erskine Caldwell, Dos Passos o Hemingway prima maniera che da noi - parlo degli States - sta facendo andare a ruba qualsiasi altro prodotto di tal genere. C'è spazio dunque per la letteratura neorealista, mi dice l'Einaudi, specialmente ora che la cinematografia si è impadronita di una tecnica descrittiva portata a dare risalto alle disgrazie del popolo minuto. "Hai bisogno di materiale? e te lo forniamo. Ti piacerà avere incontri con i nostri autori? ci penso io".
Ecco allora che mi fissa un appuntamento con il Cesare Pavese. Lo troverò seduto in poltrona, le gambe accavallate e i piedi poggiati sul tavolino come avrà visto fare a noi americani. Tra i denti la pipa, a stringergli il colletto della camicia una cravatta sgargiante, un sorriso beffardo ad allungargli le guance solitamente scavate, una collinetta di libri e manoscritti dappertutto (non si può parlare di montagna perché la stanza in cui mi riceve è piuttosto una stanzetta). Mi sorprese vedergli tra le mani un taccuino e una penna stilografica (in Italia non era ancora arrivata la biro). A che gli servirà, mi domando. Lui intuisce, mi spiega.
"In mancanza di registratori siamo soliti qui, in casa editrice, trascrivere a penna tutto quanto avviene. Potrebbe servire da spunti per un mio romanzo o per un trattato psico-sociologico. Confesso infatti che più spesso di quanto non si creda chi viene a intervistarci - me e gli altri due che gestiamo l'Einaudi - sono più qualificati a porre domande di quel tipo che non squisitamente di carattere letterario. E noi invece a intestardirci per averne, per fare uscire il ragno dal buco per dirla con Calvino: il quale non a caso ha scritto un romanzo, il suo unico di stampo neorealista e soprattutto con connotazioni post-belliche molto marcate, dal titolo Il sentiero dei nidi di ragno".
Mi sentii rinfrancato. Col suo permesso mi diedi a fumare una Pall Mall dietro l'altra vuoi per trovare l'ispirazione giusta e vuoi per convertirla in una domanda azzeccata. Il fatto è che, quando fumo quel tipo di sigarette, mi vanno in fumo tutte le idee perché vengono fuori a valanghe e perciò non posso trattenerle e catalogarle in modo da porle secondo logica (questo il modo di procedere di noi americani). Succede dunque quanto temevo: un autentico fiasco nel senso di un pot pourri tra domande e risposte che si intersecano, si elidono: anche perché di tanto in tanto entra in scena un collaboratore per sottoporre all'approvazione un testo; il Pavese lo scorre velocemente; ci mette il visto si stampi. Come un fulmine il tizio si dissolve nella nebbia da fumo di sigarette e di pipa per quindi di lì a poco vedercene arrivare un altro. È chiaro che in queste condizioni l'intervista diventa sempre più spesso conversazione. Ne approfitto per farmi dare del tu cui egli risponde autorizzandomi a fare lo stesso. Possiamo pertanto passare alle confidenze partendo dalle questioni squisitamente personali.
Mi dice, il Pavese (è sottinteso che il suo cognome a pronunciarlo mi fa spesso, e tuttora, sorridere perché un mio antenato, da ammiraglio su un incrociatore, tutte le volte che incrociava una corazzata o una portaerei alzava il gran pavese), che è nato a Santo Stefano Belbo: e questo lo sapevo. Aggiunge che il paesino - quattro case appena, una delle quali però munita di mansarda, quella loro, da cui poteva godere una sorta di infinito caratterizzato da solchi e vigneti a perdita d'occhio - è al centro delle Langhe, non lontano da Torino, in provincia di Cuneo (strano quel nome, osservo tra me e me). Terra che, a rimanerci, richiede una buona dose di resistenza alla fatica legata alla zappa e all'aratro con i buoi.
"Non è che per caso hai partecipato alla Resistenza"? gli domando, e lui glissa: pare infatti che se ne sia rimasto alla larga ma solo perché in quanto affetto da asma avrebbe rappresentato più un problema che una risorsa. Si sarebbe comunque riscattato alla fine della guerra con l'iscriversi nelle fila delle giovani promesse che guardano al partito comunista e a Baffone. L'accenno a un ipotetico baffone mi scoordinò del tutto la scaletta. Cosa c'entra un baffone e chi sarebbe? In America era giunta notizia di un certo Peppone portato a duellare (eufemisticamente parlando) con un tale Don Camillo (un prete campagnolo stizzoso, romagnolo, arguto che pare fatto apposta per dare origine agli sfoghi del Sindaco del suo paese nei confronti della Chiesa), ma mai sentito altro.
"Questi italiani, però, amanti del buon vino di Canelli; del prosciutto da profumare col lambrusco; di balere nelle quali affogare l'insoddisfazione di una vita grama fatta per ora di pane e formaggio di capra che si concedono il lusso di sperare, oltre che nella resurrezione della carne, nella palingenesi affidata a un qualsiasi baffone"! pensai, sempre tra me e me.
Comunque non lo diedi a vedere al Pavese, né durante l'intervista né nel corso del susseguente incontro che avemmo al bar Zucca, in Piazza S. Carlo. Era così delizioso, perbenista, affollato, quel posto, di grandi intellettuali (come ad esempio Norberto Bobbio e Leone Ginzburg) da non lasciare scampo per una qualsiasi diatriba. Meglio quindi riversare nel mio registratore domande e risposte di schietto sapore letterario, mentre consumiamo tartine al fegato d'oca di cui il Pavese in quel torno di tempo andava matto. Gli chiesi come mai la preferenza data a quel sapore, e così seppi che la sua famiglia a Santo Stefano non aveva mai mancato di allevare oche per farne salumi e patè de foie gras. Di qui anche il suo amore per la letteratura francese epperò sicuramente prevalente quello per la letteratura americana.
Finalmente entriamo nel clima giusto mentre i clienti del bar Zucca parlano d'altro. "Dimmi di Sinclair Lewis e del Nostro signor Wrenn", gli faccio (ovvio che non soltanto avevo letto il libro, sia pure in edizione paperback - essendo io all'epoca una sorta di bum - ma sapevo tutto della genesi e della diegesi ivi narrata). "Perché tradurre proprio quel libro e proporlo a Einaudi? E che dire poi dell'Autobiografia di Alice Toklas di Gertrude Stein o le Fortune e sfortune della famosa Moll Flanders di Daniel Defoe? Da noi in America se ne parla ancora; qui a Torino invece tra librerie e Biblioteca Nazionale non c'è traccia, malgrado tanta carta straccia. Leggo nel catalogo Einaudi che quei libri - non si sa bene quante copie vendute - non si stampano da epoca immemorabile (l'intervista è del '60). Non sarebbe il caso di sottoporli a qualche altro editore"?
Qui è d'uopo però una digressione e chiedo venia perciò al lettore di questo racconto piuttosto immaginario. So bene che essendo morto il Pavese, suicida, nel '50, l'intervista e ciò che ne seguì non potrebbe essere avvenuta nel '60. C'è però che secondo Einstein il tempo-spazio è soltanto un'opinione. Il tempo non scorre, lo spazio non è né largo né piccolo, è la nostra mente a dare loro forma e durata. Sorge dunque la necessità di rivoluzionare i relativi concetti. Anche di ciò parlammo io e il Pavese, e concordammo.
"Quando stenderai il resoconto del nostro incontro non datarlo secondo l'uso classico" mi disse. "Concediti qualche svarione; scrivi che abbiamo passeggiato - fumando pipa e Pall Mall - per il quartiere di Porta Palazzo tra emigrati in terra piemontese e sbandati di tutte le risme; tra localini affollati di nullafacenti; tra orchestrine improvvisate e mendicanti di briciole di pasti non consumati del tutto. Cosa diversa allora, negli anni quaranta, quando si andava appresso a un signorotto con la speranza che lasciasse cadere la cicca ancora fumante. Il tuo lavoro solo così avrà il sapore dell'attualità e verrà letto".
Mi convinse, mi piacque, prestai acquiescenza al suo desiderio. Ecco pertanto gli svarioni, l'alterazione di tempo e luoghi, la fantasmatica ricostruzione del dialogo tra me e lui: laddove a parlare fu sempre lui mentre io svolsi soltanto la funzione dello scriba. Ma torniamo al reale, a ciò che in effetti avvenne e può conseguentemente essere conclamato oltre che asseverato.
Volle farmi conoscere l'alberghetto del suo paese (pomposamente detto Albergo dell'Angelo). Mi portò in diverse cantine per farmi assaggiare la varietà di vini locali (affinché, presumo, mi inebriassi delle Langhe). Volle presentarmi a sua sorella Maria (questa sì davvero un angelo). Mi consegnò, perché lo studiassi e ne estraessi il meglio della sua filosofia di vita tra ebbrezze e sconforto, il carteggio col suo amico fraterno Antonio Chiuminatto.
Febbrili, in quel periodo, i suoi movimenti. Si ferma e si siede sul ciglio della stradina di campagna? e voilà una poesia del tipo Tenera è la notte benché fosse giorno.
Si mette a guardare i campi? ed eccolo intonare Addio Monti sorgenti dalle acque: chiaro segno di devozione al suo maestro e aedo Augusto Monti.
Incrociamo a un certo punto una ragazza, la ben nota Tina Pizzardo, e gli occhi gli si strabuzzano, con me che cerco di capire il motivo di tanto azzardo nel senso che poco ci manca e azzarda una dichiarazione d'amore bella e buona a colei che ritengo sia una contadinella.
È troppo timido, però, il nostro (in inglese shy). Si lascia sfuggire l'occasione propizia. Pavese non è nuovo alle delusioni d'amore. Le donzellette lo trovano troppo sofisticato nei gesti e nei modi, e perciò non è il tipo adatto per mettere su famiglia e darsi alla conduzione della fattoria alla quale da quelle parti un po' tutti aspirano. Diverso a Torino o Roma: e infatti i suoi amori finirono col dispiegarsi in questi due centri-motori.
C'è pure che i Dialoghi con Leucò non è che proprio aiutino a trasformare un ipotetico flirt in sogno ad occhi aperti per tutta la vita. Resta tuttavia un mistero, ma non troppo, cercare di capire perché il suicidio da parte di uno sicuramente bagnato, anzi inzuppato dal successo.
Non mette conto a questo punto parlare di ciò che ci siamo detti sullo stato della letteratura e dell'arte come sono andate evolvendosi dopo la fine della guerra. Le nostre idee sul punto divergono. In America è in atto una fioritura da quattro stagioni ridottesi a solo una: la primavera. Sforniamo libri di narrativa che è un piacere (vedi la dinastia dei Roth; l'ebreo polacco Isaac Singer; John Steineck, a menzionarne solo alcuni). Le gallerie non si contano; è un "Tutti vorremmo salire sul vostro carro" da parte di artisti europei - pochi in verità gli italiani; ancor meno gli scrittori, irretiti nel loro post-nazionalismo che li spinge a guardare le proprie viscere, invece che quelle degli altri. Glielo faccio notare, con molta discrezione. Non si aduggia (non male l'aduggia) ma insiste nel dire che la rivoluzione darà i suoi frutti: basta attendere e lui di tempo ne ha.
Purtroppo il tempo a lui e alla storia della letteratura italiana giocò un brutto scherzo col dare alla luce opere modeste sebbene utili alla riscossa nazionale della coscienza civile, com'è il caso del Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio. Non potè assistere - o forse non volle, perché ciò avrebbe contraddetto la sua prospettiva palingenetica - allo sforzo di pochi perché si passasse a una specie di avanguardia. Sarei tentato di mandarglielo a dire solo che non so dov'è sepolto.
Ci vorranno degli anni perché si ritorni a parlare e si celebri l'autore de La luna e i falò da parte dell'Accademia - soltanto e purtroppo - ma almeno ben venga. Da Edimburgo a San Francisco i dottori e i dottorandi, i ricercatori e i titolari di cattedra (i cattedratici) discuteranno ancora di prosa d'arte ed Ermetismo (le prime esperienze di Pavese) per quindi passare al bernoccolo (orrendo il bernoccolo) che qualcuno - cioè l'Einaudi - gli vide spuntare sulla fronte, in funzione del quale gli affidò l'incarico di dare vigore e vitalità alla letteratura di impegno, così fortemente avversata dal fascismo. Qualcuno si eserciterà pure nel campo del Decadentismo per trovarci un qualche legame con il personaggio Corrado de La casa in collina, del nostro.
Non è mai troppo tardi perché si ritorni a scavare nella vita e nelle opere di Pavese. Senza però i pettegolezzi da lui tanto aborriti, e oggetto dell'epigrafe che egli volle incisa nella lapide che lo ricorda.

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