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Bevilacqua Alberto L'estate di un allegro misogeno

RACCONTI

Alberto Bevilacqua
L'estate di un allegro misogino

Intitolato dall’autore “L’estate di un allegro misogino”, il racconto inedito rivela un Bevilacqua ironico e con punte noir: non è un elogio del gatto ma il rifiuto di un modello sociale di vita chiuso nel cerchio di un rapporto insostenibile

Il mio antico Wolmer vive solo. Due stanze, un gatto. I compagni gli ripetono: “Una moglie ce l’avevi – la Gianna, dinamica, di polso – e te la sei persa; quando te la ritrovi più, una donna così?”. Wolmer li lascia dire. Non è esatto, tanto per cominciare, che Gianna se la sia persa. Il suo ingrandimento fotografico lo tiene in bella vista, sulla parete. E ogni mattina, dopo il caffè, egli si esercita col pugnale malese: riesce, dalla distanza di dieci metri, ad affondarlo nel mezzo della sua fronte. E continua a fare progressi.
Wolmer ribatte agli amici:
- Sto bene così come sto.
Finiti gli esercizi di tiro, si appisola sul divano. Il gatto, che si chiama Athos, gli si appisola a sua volta sul ventre. E’ bellissimo in questi giorni di agosto. Con Athos, Wolmer si comprende al volo, neanche la fatica di aprir bocca. Con Gianna, invece: parole, parole, la casa sempre invasa da parole nevrasteniche, e lui le vedeva uscire dalle finestre come le nuvolette di fumo dalle stufe di Londra.
Wolmer è una pasta d’uomo. Mai sarebbe arrivato a introdurre Gianna in una stufa. Anche perché trovare stufe capienti, oggi, è praticamente impossibile. Le stufe sono in declino. Wolmer, che guarda spesso la televisione, non ha mai visto uno spot pubblicitario sulle stufe. Gianna ha preferito collocarla altrove, agevolando l’insana passione dello sciagurato benestante con cui ora vive. Se avesse avuto dignità e coraggio, costui sarebbe diventato un boss della malavita; essendo un inetto, e vittima per l’appunto di insane passioni, è rimasto un boss dei mobili falsi. Vende e falsifica mobili di ogni epoca e stile, come un mafioso sfigurerebbe gli avversari. I transfert (sulle cose) dell’istinto omicida sono assai curiosi.
Che sia un transfert del genere anche quello di Wolmer, quando fa il tiro a segno sulla foto di Gianna, raffigurata col suo sogghigno, oppure si diletta a buttare dalla finestra qualche cimelio che le appartiene? Ieri, per esempio, ha buttato una sciarpa che lei amava molto: azzurra, con frange d’oro (orribile!). L’ha guardata volteggiare nel vuoto con un ineffabile sorriso. E’ caduta in testa a un donnone di passaggio che, senza battere ciglio, se l’è avvolta al collo e ha proseguito.
Del suo matrimonio con Gianna, il bel gattone Athos è l’unico cimelio che Wolmer non butterà mai dalla finestra. Era piccolo, quando le saltò dalla strada dentro l’automobile. Lei cercò di sbatterlo fuori. Invano. Buttò all’aria i sedili, smontò mezza macchina. Niente. Un gattino, sì, ma già con unghie da tigre. Ah, il primo, stupendo graffio con cui lacerò l’avambraccio di Gianna! Graffio è un efumemismo. Si trattò di un arabesco sacro, di un messaggio cifrato per Wolmer, che gli veniva da un favoloso paradiso di vendette. Lo decifrò… Scoprì Athos sotto la ruota di scorta. Si amarono a prima vista.
All’unione di Gianna col boss dei mobili falsi, il mio amico ha posto alcune condizioni, prima fra tutte questa: ogni domenica, i due devono passare a prenderlo per portarlo al mare con loro. “Ma che senso ha?” obiettano gli amici. I colpi di genio, spesso, non hanno senso. Come, del resto, i piaceri selvaggi. Anche la profonda bontà può vivere di piaceri selvaggi.
Dunque, in queste domeniche d’agosto, Wolmer scende puntuale e aspetta la coppia. I due lo accolgono con il solito zelo, deliziosamente velenoso (Wolmer ama i veleni, ne è un esperto, come di pugnali malesi). Con qualche contorsione, l’amico si infila nella macchina sportiva che parte in quarta: paziente, gentile, ringrazia per qualunque cosa gli offrano, anche del pacco di giornali che il boss dei mobili falsi gli scaraventa in faccia, senza nemmeno girarsi, affinché l’ospite li legga durante il tragitto e se ne stia zitto. Nei sedili posteriori si sta scomodissimi, tanto più che lo spazio è conteso con durezza dal figlio che Gianna ebbe da un precedente matrimonio. Egli rovescia su Wolmer il suo corpo di undicenne precoce (nel fisico, non nella mente, squisitamente umile, potrebbe dirsi ritardata), le ginocchia si scontrano in calcolati duelli e i due si stampano in viso occhiate acerrime.
Si corre verso Fregene e Gianna attacca: parole, parole, ogni parola è una gocciolina sulla fronte del boss dei mobili falsi, costretto a spericolatezze inaudite, perché Gianna non tollera che qualcuno la superi, e inveisce, si sbraccia, lancia insulti dal finestrino. Wolmer sa per amara esperienza cosa significhino questi sorpassi da matto che il poveruomo è costretto ad effettuare, e qual è il dramma di quelle lamiere che sfiorano altre lamiere, fra gli insulti di risposta.
L’amico cerca di consolare il guidatore descrivendogli certe astuzie di Schumacher e scoprendo che certi mobilieri hanno vocazioni blasfeme. Si arriva alla spiaggia. Se il boss si è dimenticato qualcosa (ah, le creme che si dimenticava Wolmer!), Gianna, placata nella sua furia agonistica, gli si rivolta furente e lo apostrofa: - Asinone di un Ippogrifo!
Il fisico del mobiliere, infatti, sta fra il canapè, in carattere col suo lavoro, e la mitica cavalcatura di Astolfo. La coppia appare dalla cabina: lei avanti, con zoccoli enormi sui quali il suo corpo, un tempo statuario, si arrangia per non cadere dal piedistallo; lui dietro, reggendo un mucchio di asciugamani. Appare, infine, l’undicenne. Una specie di candida corazza gli avvolge il torace, ricordando agli astanti la sua canottiera indefessa; i calzoncini portano una scritta pubblicitaria e un drago, simbolo del Mobilificio Ottomana.
La coppia si sistema sotto l’ombrellone. Le parole di Gianna riprendono fuoco: sole e nevrastenia formano una miscela esplosiva. Wolmer si è portato un libro e lo apre. Sì, proprio uno di quei libri che Gianna gli faceva volar via dalle mani, accusandolo di vivere d’aria e di stupidaggini (in realtà, egli è uno stimato tecnico del suono, e il libro si intitola: “Polifonia alle origini del cosmo. Analisi comparata delle grida di terrore”, con note su “Aguzzini e vittime nella storia dell’umanità”). Wolmer sfoglia e assapora, senza che nessuno possa impedirglielo.
Gianna inveisce perché il bagno è orribile, e intorno c’è gentaglia. Dice al compagno che ha sete, gli ordina di andare a prenderle da bere. Lui, che già si era spalmato e aveva trovato una posizione comoda, si alza e se ne va. Ma quando ritorna con la bibita, Gianna protesta che così calda non la vuole, quindi se la faccia cambiare; anzi, niente più bibita, ma un gelato di cui detta gli ingredienti. Sono numerosi e capricciosi, perciò il gelato arriva, ma qualche ingrediente manca: altra marcia indietro, finché gli ingredienti ci sono tutti. Poi è l’ombrellone che non convince, e il poveruomo se lo porta in giro come un vessillo che va conficcando fra i corpi distesi, con lei che rettifica continuamente la posizione.
L’ombrellone collocato al punto giusto a Gianna fa venire appetito. Ci si sposta al ristorante. Al boss dei mobili falsi, lei proibisce l’aceto, accusandolo di colite cronica, che dev’essere uno degli amari frutti della convivenza al suo servizio, visto che, da quando vive col gatto Athos, Wolmer non ne soffre. Più. Che piacere mangiare tutte le buone cose che, un tempo, Gianna vietava: i sottaceti, per esempio, di cui l’amico è ghiottissimo. L’amico si riempie di sottaceti.
Il boss si rilassa sull’ultimo bicchiere di vino. Ma lei esclama che il bagno va fatto subito dopo mangiato, prima che lo stomaco si metta in moto. Per cui il mobiliere si trascina in piedi per l’ennesima volta, ed eccolo trafficare col pattino, perché Gianna lo pretende, anche se oggi questa fascia di mare è bersagliata dal vento, e nessuno s’azzarda, solo lei e lui che vengono trascinati dalle ondate, e si vede il remo agitato nell’aria dal poveruomo, poi le braccia frenetiche di Gianna, che accompagnano di certo altre invettive. Il mio amico si tiene pronto per la respirazione bocca a bocca, qualora si rendesse necessaria; anche in questo campo egli è esperto, ossia delicato: dà pochissimo fiato e lascia fare umilmente a Dio.
L’undicenne è rimasto con lui. Non sa nuotare. Wolmer lo scruta dai piedi in su: non è figlio suo, si dice ringraziando il cielo, e neanche del poveruomo; pur con tutto l’impegno, non avrebbero potuto farlo così brutto. Tra Wolmer e l’adolescente c’è sempre stata accanita guerra, e Gianna proibiva anche il più affettuoso degli schiaffi, benché il sadico seviziasse il gatto Athos, distruggesse i libri sulle meraviglie sonore e rubasse, con intenzioni tutte sue, i pugnali malesi.
Ma Wolmer conosce il bene della pietà e del perdono. E capisce che è il momento di aiutare il ragazzo a difendersi dal mondo che, invece, è molto cattivo. Chiude il libro, si toglie gli occhiali, lo stuzzica. E’ così facile: il ragazzo ci casca ogni volta. In poche parole, il mio amico lo spinge alla lotta nella quale, nonostante le sue erculee precocità, è chiaro che soccombe. Infatti, pur detestando qualunque forma di violenza, Wolmer ama frequentare corsi di arti marziali giapponesi, che lo vedono primeggiare, contro la sua volontà, col plauso dei maestri. Agevolmente, egli inchioda sotto il ginocchio il figlio di Gianna, stremato, coperto di sabbia.
Ma ecco risuonare la voce della madre, emersa indenne dal ribollente mare. Ha sempre avuto questo vizio: di arrivare in anticipo.
Quando riportano a casa Wolmer, su Roma scende la sera. Gianna si lascia baciare sulla guancia e lui le sussurra “Ciao, amore” ignorando, con il profondo senso di carità che lo distingue, le sue oscure minacce.
- Vieni pure a trovarmi quando vuoi - le dice. - Per te, la mia casa è sempre aperta.
Semplice dettaglio il fatto che non la informi sulla sua nuova collezione di armi bianche. E che taccia anche sul diletto che prova buttando i cimeli dalla finestra; Gianna potrebbe equivocare, essendo ormai il cimelio massimo di se stessa.
L’automobile si allontana e il suo fragore non soffoca le parole di Gianna, che lasciano per la via i loro gas nervini. Il boss dei mobili falsi lancia un’occhiata piena di lacrime a Wolmer, che vorrebbe fare qualcosa per lui, pur sapendo che sarebbe inutile: chi nutre insane passioni è destinato all’inferno. Il mio amico potrebbe consigliargli di falsificare un mobile che finora non risulta nel suo campionario: ha la forma della cassa da morto e i maestri di arti marziali assicurano che i samurai di Kyoto ci riposavano in pace, riuscendo a dimenticare le donne nevrasteniche.
Wolmer rientra nelle sue due stanze e gli pare che il silenzio che vi ritrova abbia un profumo che stordisce. Il gatto è già lì, che gli gira intorno alle gambe. L’amico lo prende in braccio e va in terrazza, a guardare Roma illuminata. “Sono vivo” dice a se stesso “Le parole di Gianna non potranno più uccidermi”. Che certezza sublime! Egli rientra quando la luna si fa alta. Si distende sul divano e il gatto Athos si distende su di lui. Dio, ti ringrazio, mormora Wolmer chiudendo gli occhi. Si sveglieranno domattina, lui e il gatto, quando sarà sarà.


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