di Linnio Accorroni

Un grido di dolore, più o meno, ma espresso con un tono piano e raziocinante, un j’accuse sostanzialmente disperato, ma lontano da quei toni enfatizzanti e da quella magniloquenza un po’ frusta che paiono una sorta di noblesse oblige quando si utilizzano dispositivi retorici di questo tipo.
L’intervento di Silvia Ballestra pubblicato sul primo numero di “Alfabeta2” e intitolato un po’ anodinamente “L’industria del libro di massa” merita, vista la sincerità con la quale la scrittrice di I giorni della rotonda affronta problematiche di centrale rilievo, una qualche riflessione supplementare. Non è infatti l’ennesima riproposizione di un evergreen del dejà-vu, ovverosia il lamento di un autore che, riflettendo sulla propria condizione, constata l’eclisse di un modello culturale, soppiantato dall’avvento di nuove strategie editoriali-commerciali, tese essenzialmente all’abolizione tout court della Qualità e della Ricerca, felicemente prone ai diktat di un Dio Mercato sensibile esclusivamente alle leggi dell’audience e del consumo. L’intervento della Ballestra va meditato, oltre che per il fatto che la vox clamans è quella di una che, bene o male, da un trentennio circa bazzica il milieu editoriale, anche per la gran mole di spunti e di considerazioni che indicano nitidamente a che punto sia lo stato dell’arte (o, per meglio dire) del mercato in Italia.
Silvia Ballestra inizia l’articolo evocando la condizione di scoraggiamento e di nausea («un misto d’inquietudine, frustrazione e angoscia da apnea») che si sta diffondendo fra gli autori italiani (di libri, film, teatro, etc…) consapevoli che ciò che un tempo, neppure troppo lontano, sembrava essenziale per la formazione e la crescita della propria autorialità (e cioè «le buone idee, la qualità delle intuizioni, l’elaborazione teorica e la cura artigianale del lavoro») oggi siano considerati quali attrezzi desueti e inadatti ai tempi. Peggio ancora: ostinarsi nel rivendicarne la loro indispensabile centralità può trasformarsi in un tragico boomerang perché «siamo al paradosso in cui la qualità sembra infastidire il commercio». La dittatura delle regole del mercato e del consumo si è imposta in maniera graduale e progressiva, sgombrando il campo da tutte le macerie del vecchio modello editoriale e culturale che pure aveva garantito, negli anni scorsi, la creazione comunque di un mercato dove Qualità e Ricerca avevano un qualche diritto di cittadinanza e di rappresentanza.
Una dittatura che è avanzata implacabile: dapprima sono stati tolti dalla circolazione quegli editori incapaci di comprendere le novità in atto e quindi incapaci di riciclarsi per tempo, impediti, paradossalmente, dal proprio background culturale (un pregio che, nell’epoca del marketing, può facilmente travestirsi da limite), a metamorfosarsi in produttori di bestseller a gogò. Poi è stata la volta della diffusione: così è arrivato il turno delle librerie indipendenti schiacciate dagli immani caterpillar della grande distribuzione, delle grosse catene e dei supermarket sintonizzati solo sulle basse frequenze del mercato di massa. Infine, si è giunti al cuore pulsante dell’attività libraria, ovverosia le case editrici che hanno subito enormi trasformazioni: basti pensare per esempio a figure quali quelle degli editor, che da sempre hanno goduto di un indubbio lustro intellettuale, trasformati oggi in personaggi sempre più contigui e affini all’ufficio marketing.
Ma non basta: le case editrici hanno fatto proprie le trasformazioni avvenute nel mercato del lavoro, dove, per motivi evidenti di business e di distruzione di ogni forma di antagonismo conflittuale, si è preferito puntare su una manodopera non sindacalizzata, precaria, marginale, facilmente sfruttabile e malleabile. Ecco allora, sponsorizzata dalle grandi case editrici, la caccia agli esordienti, più appetibili dei vecchi scrittori non solo per evidenti motivi di appeal anagrafico, ma perché insomma possono anche essere trattati alla stregua di quegli apprendisti-schiavi di cui sopra. Autori esordienti e «formattati», dice la Ballestra, incapaci di autonomia critica, creativa ed economica, creati appositamente quasi in vitro per il grande colpo — la fabbricazione del bestseller — in termini editoriali; e quando poi esso avviene «la rendita sarà appagante e duratura: con un bassissimo investimento si possono ricavare profitti esaltanti». Ecco così delinearsi uno squallido scenario, per riprendere un aggettivo caro a Napolitano: «le curve degli incassi salgono parallele a quelle del conformismo, inventata e accettata l’equazione prodotto di massa uguale banalizzazione del contenuto, tutto si tiene: anche una sciatteria editoriale impensabile qualche anno fa».
La coincidenza ha voluto che leggessi quest’articolo della Ballestra parallelamente, o quasi, al nuovo libro di Giulio Ferroni, intitolato, con smaccato cinismo, Scritture a perdere. Una letteratura possibile: curioso come l’analisi della scrittrice e quella del critico, anche se allocate in contesti e profili diversi, convergano verso l’emergenza di una serie di nodi comuni, di giudizi e umori che danno conto assai efficacemente delle tragiche e squallide sorti del mercato librario in Italia, caratterizzate dallo squilibrio inarrestabile che si rafforza, secondo Ferroni, tra eccesso quantitativo della produzione libraria e comunicazione del vuoto, fra l’invasione della spettacolarizzazione e la scomparsa di ogni coscienza critica e riflessiva.
Ovvio poi che tutto non può essere attribuito solo alla scandalosa anomalia italiana che vede la concentrazione di interessi editoriali politico-mediatici nelle mani di un conductator sempre più arrogante e prevaricatore, sempre più belpolitianamente «senza vergogna». Ma il vero nemico, secondo Ferroni, va individuato «nella letteratura che collabora allo scarto, che non fa altro che ruotare attorno alla comunicazione già data, che non fa che cercare occasioni di presenza, producendo materiale da consumare, offrendo scrittura a perdere». E così nella terza parte del libro di Ferroni intitolata programmaticamente “scrittori di successo” il critico romano si sofferma su autori (Margaret Mazzantini e Paolo Giordano) che sembrano l’incarnazione live di ciò che la Ballestra intende per ‘autori formattati’, cioè di scrittori «i cui libri si dispongono in un orizzonte di spettacolo, fanno leva su elementi di tipo esterno alla loro scrittura, offrono linee di attualità».
Una letteratura la loro, presenzialistica e paratelevisiva, che produce consenso e consolazione, ma che non scava e ricerca, che non interroga o denuncia i limiti, le negatività e le derive del mondo.
L’analisi di questi due scritti induce a riflessioni tutt’altro che ottimistiche o consolatorie. Ci si domanda, infatti: se questa è la situazione del mercato librario in Italia e se oggi ci fosse in qualche parte della nostra penisola una Morante o un Landolfi, un Calvino o un Manganelli che, in questa terra guasta, abbia composto qualcosa di degno e d’importante? Quante possibilità avrà, prima di tutto, di essere accolto in un milieu editoriale dove si richiedono solo autori formattati, replicanti di ‘scritture a perdere’? Ma facciamo finta che miracolosamente, per circostanze del tutto stravaganti, questi genio sconosciuto riesca, magicamente, a farsi pubblicare: quante possibilità ci saranno adesso che qualcuno si accorga della sua esistenza intellettuale, come potrà la sua opera distinguersi dal troppo e dal vano che viene pubblicato, dalla proliferazione impressionante delle nuove uscite? E poi quante probabilità ci sono affinché quell’opera meritoria, quella ‘scrittura non a perdere’ giunga sul tavolo del critico giusto, capace di leggere quel testo e trasformarlo magari in un caso letterario? E chi sarebbe poi questo critico-demiurgo, questo Pigmalione delle lettere? Ne esistono ancora? Chi sono? Dove sono? C’è mai stato un tempo dove le cose davvero funzionavano così, dove cioè il genio-outsider poteva sperare nelle sorti magnifiche e progressive dell’editoria?
A questo punto il ricordo giunge spontaneo ed anche fastidioso, come tutti quelli che vanno a toccare le ferite scoperte di un’infanzia tanto lontana, dai contorni tanto vaghi e incerti. Ma forse val qui la pena rispolverarlo, magari sapendo di essere accusato quale ennesimo laudator temporis acti. Ma vorrei si capisse che in questo caso il pathos nostalgico è del tutto escluso.
Nella parca biblioteca paterna di casa — davvero pochi volumi a far bella mostra di sé fra enciclopedie tipo ‘conoscere’, fascicoli del Reader Digest e di ‘storia illustrata’, fotoromanzi e pocket di Sven Hassel e qualche Oscar Mondadori, spiccavano — comprati e probabilmente mai letti da un padre autodidatta che aveva fatto la seconda guerra elementare — Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo e La Storia di Elsa Morante.
Mi ricordo anche che, a dispetto della loro complessità strutturale e linguistica, erano libri che ebbero clamorose tirature e vendite, in un paese che usciva con grandi difficoltà da un analfabetismo generalizzato e di massa. Eppure, a quei tempi, l’industria culturale era certo poca cosa rispetto a quel devastante macchina di guerra che è oggi.
E allora, come mai, nelle librerie di case come la mia, riuscivano a giungere capolavori d’inusitata bellezza e profondità che ancora oggi, a rileggerli, destano impressione e rapito riconoscimento?