settembre 3rd, 2010

Le mancanze di Mancuso

di Gianni Bon­ina



Sulla ques­tione se sia etico pub­bli­care per Mon­dadori, dal momento che la major di Seg­rate è pro­pri­età di Berlus­coni, Vito Man­cuso torna su Repub­blica volendo avere l’ultima parola dopo aver avuto la prima. Chi si aspet­tava un out­ing e l’annuncio che non avrebbe più scritto per Mon­dadori ha perso tempo a leg­gere il com­pli­cato arti­colo di oggi, per­ché Man­cuso reit­era il suo dub­bio e si dice pronto ad esprimere ammi­razione per quanti con i loro proventi di autori Mon­dadori vor­ranno non ali­mentare più il con­flitto di inter­essi che per lui è “la madre di tutti i prob­lemi”. Se dichiarasse che non sarà più un mon­dado­ri­ano, qual­cuno potrebbe provare la stessa ammi­razione per lui: non tanto per la scelta etica ma per la rin­un­cia alle messi che in Mon­dadori cor­rono grasse.

Ma poi: ammi­razione per cosa? Ritenere che chi pub­blica per Mon­dadori debba sen­tirsi rico­prire di onta per­ché arric­chisce il reprobo Berlus­coni è come non pren­dere in locazione o acquistare un suo appar­ta­mento, come non andare a San Siro a vedere il Milan o non acquistare Panorama. Ma per­ché Man­cuso addita alla loro auto­co­scienza soltanto gli scrit­tori? Che forse io vedendo Pre­mium for­ag­gio Berlus­coni meno di Saviano? O, essendo uno scrit­tore, lui incide di più nel coon­estare la madre di tutti i prob­lemi? Se tra le attiv­ità di un capo di gov­erno che è un impren­di­tore c’è con­flitto di inter­essi, tali attiv­ità non pos­sono essere solo quelle intel­let­tuali, per­ché sono anzichenò quelle eco­nomiche a pesare sem­mai di più. Ma, a ragionare alla Man­cuso, per­ché nes­sun dub­bio è mai sorto in capo a un autore Fel­trinelli al tempo in cui Gian­gia­como mil­i­tava in rosso sovver­sivo? Si dirà: per­ché non era capo del gov­erno. Già, ma ci sono stati fior di capi di stato e di gov­erno, in Amer­ica e in Fran­cia, e min­istri ital­iani della Prima repub­blica come della Sec­onda, sot­toseg­re­tari in car­ica, ad avere  con­ser­vato con prof­itto le pro­prie patenti di impren­di­tori molte volte in con­flitto con inter­essi dello Stato. Il padre di tutti gli esempi: ci sono forse al mondo edi­tori che fac­ciano i loro gior­nali con­tro i loro inter­essi pri­vati? O piut­tosto non gestis­cono le loro tes­tate pro­prio per perseguire van­taggi eco­nomici, politici e strate­gici per­son­ali? Sono o non sono, questi, casi di con­flitti di inter­esse a danno della società?

Man­cuso, fine e acuto teol­ogo, è stato ful­mi­nato sulla via di dam­asco e invece che, silen­ziosa­mente e senza pif­feri, dire addio a Seg­rate, ha mon­tato un putife­rio che al diret­tore di Repub­blica deve essere sem­brato un jack­pot. Quel che sor­prende e dispi­ace di Man­cuso è la sua per­fetta conoscenza di temi e argo­menti di carat­tere ordi­nario. Pro­prio così: per­ché quando cre­de­vamo che non potesse avere né testa né idee se non per l’immortalità dell’anima, con­dizione e pro­fes­sione che lo hanno reso mer­i­tata­mente noto e sti­mato, e lo pen­savamo intento uni­ca­mente sui suoi incun­aboli, con grande – sta­volta sì – nos­tra  ammi­razione, abbi­amo invece scop­erto che sa tutto del Lodo Mon­dadori e di ogni bega polit­ica di mag­gior momento. La madre di tutti i prob­lemi è allora l’industria della meta­mor­fosi. E così come un impren­di­tore non dovrebbe, per ragioni etiche, scen­dere in campo mutan­dosi in politico e restando impren­di­tore, alla stessa maniera un teol­ogo non può mis­urarsi con il sec­olo trasfor­man­dosi da pen­satore in agit prop. Unicuique suum, Man­cuso. Pri­mum philosophari, deinde vivere, direbbe un letterato.

settembre 3rd, 2010

Il romanzo elettronico, ovvero l’inutilità dell’editore

Ancora in relazione all’inchiesta sull’ebook che campeg­gia in cop­er­tina del numero di set­tem­bre di Sti­los, in edi­cola e libre­ria a par­tire da lunedi 6, pub­blichi­amo un testo polemico e spregiu­di­cato, invi­a­toci da Ettore Bian­cia­rdi,

 

di Ettore Bian­cia­rdi

 

 

 Il romanzo non nasce scritto su carta o perga­mena, nasce libero nelle voci e nelle menti dei can­tori, dove, per sot­tile selezione nat­u­rale, si affina e si con­sol­ida nel corso dei secoli.

Poi un giorno l’uomo teme il futuro e affida il romanzo alla scrit­tura: improvvisa­mente si com­pie una trasfor­mazione, dopo la quale il romanzo non è più quello di un tempo: ora esso deve sot­tostare ad una rigida cod­i­fica ed il codice sono le let­tere dell’alfabeto, i segni di pun­teggiatura, gli spazi bianchi. Niente che non possa essere cod­i­fi­cato in tal modo può diventare romanzo.

Dopo sec­oli l’uomo sco­pre l’elettricità e come cod­i­fi­care il romanzo con seg­nali elet­trici rudi­men­tali: cor­rente sì, cor­rente no. Il romanzo subisce una transcod­i­fica, cam­bia il codice, ma rimane immu­tata la sua natura codificata.

 

Oggi il romanzo nasce cod­i­fi­cato, anzi sic­come nes­suno scrive più ormai con la penna e l’inchiostro, il romanzo nasce già cod­i­fi­cato elet­tri­ca­mente, come una lunga serie di scosse e di non scosse, una lunga sequenza di 1 e 0, come l’uomo vorrà chiamarli.

 

Se vogliamo stam­pare il romanzo, dob­bi­amo affi­dare ad una macchina il com­pito di trasfor­mare gli uni e gli zeri in carat­teri di stampa sec­ondo una transcod­i­fica ben pre­cisa ed immutabile, ma il cuore del romanzo rimarrà sem­pre quella lunga serie di uni e zeri, sarà questa l’anima, la sostanza, l’idea pla­to­ni­ana del romanzo, dalla quale saranno fab­bri­catele varie  istanze materiali.

 

La forma elet­tron­ica del romanzo è supe­ri­ore a quella car­tacea per quat­tro evi­denti ragioni:

 

  • il romanzo nasce elet­tron­ico e solo suc­ces­si­va­mente viene stampato.
  • il romanzo elet­tron­ico può gener­are il romanzo di carta, il con­trario non è possibile.
  • il romanzo elet­tron­ico è puro spir­ito, impal­pa­bile, imma­te­ri­ale, il romanzo car­taceo è mate­ria pesante e deperi­bile; il romanzo elet­tron­ico vola alla veloc­ità della luce, quello car­taceo giace in un luogo e in un tempo.
  • il romanzo elet­tron­ico non ha val­ore eco­nom­ico, in senso marx­i­ano, il suo costo è pari a zero.

 

Il romanzo elet­tron­ico rende inutile l’editore, almeno l’editore che conos­ci­amo: non c’è più bisogno di fab­bri­care il libro, di spostarlo; soprat­tutto è impos­si­bile cari­care il libro elet­tron­ico di costi non a lui per­ti­nenti. Con il libro car­taceo invece il let­tore era costretto ad accettare i costi di fab­bri­cazione, i costi di trasporto e perfino costi impro­pri aggiunti per sanare inef­fi­cienze della catena, per­ché l’alternativa era rin­un­ciare a leg­gere il libro.

settembre 1st, 2010

Editoria tradizionale: i buoni libri la salveranno?

di Seia Mon­tanelli

Adri­enne Monnier


Sul prossimo numero di Sti­los in uscita lunedi 6 set­tem­bre, ci occu­pi­amo di ebook e futuro dell’editoria con Giuseppe Granieri, Gino Roncaglia, Ettore Bian­cia­rdi e Bruce Ster­ling. Intanto ci occu­pi­amo di edi­to­ria tradizionale e di un’nteressante iniziativa.

 

La crisi dell’editoria è una realtà dif­fi­cile da negare: solo un terzo degli ital­iani leg­gono almeno un libro l’anno, e ogni giorno ne ven­gono pub­bli­cati in media 170, che quindi quasi nes­suno leggerà.

Il pro­gresso deve fare il suo corso e l’editoria dig­i­tale offrirà forse nuova linfa a un set­tore che ristagna da anni. Il libro stam­pato però, può ancora essere una soluzione se prodotto e pen­sato all’interno di un prog­etto valido e sor­retto da scelto edi­to­ri­ali effi­caci in cui sia la ricerca della qual­ità a guidare ogni deci­sione, oltre alla con­sapev­olezza che quello dell’editore è un mestiere che deve con­frontarsi col mer­cato.
Questa è la linea guida di :duepunti edi­zioni, pic­cola e affer­mata casa editrice paler­mi­tana — ha in cat­a­l­ogo autori europei di eccezionale val­ore, da Le clezio a Ouredink – che, come dice Giuseppe Schi­fani, uno dei tre fonda­tori e uffi­cio stampa di :duepunti, ha ben chiara quella che è la pecu­liar­ità dell’editoria: «una forma d’arte e che nasce dalla ten­sione, tutta uman­is­tica, del ricer­care un bilan­ci­a­mento tra teo­ria e prassi, in un anelito alla conoscenza che passa attra­verso l’opera arti­gianale. E’ questo il ruolo che la casa editrice si è cucito addosso: cos­ti­tuire e val­oriz­zare un piano edi­to­ri­ale che sia insieme cat­a­logazione e spazio di dibat­tito per idee, stili e voci nar­ra­tive».
Rien­tra per­fet­ta­mente in questa visione un’operazione edi­to­ri­ale che li ha visti pro­tag­o­nisti alla fine dell’anno scorso: la pub­bli­cazione delle mem­o­rie della libraia Adri­enne Mon­nier (Rue de l’Odéon. La libre­ria che ha fatto il Nove­cento, a cura diEdda Melon).

Bril­lante, curiosa, colta, appas­sion­ata, Adri­enne Mon­nier ha ani­mato tra il 1915 e il 1951 la “Mai­son des amis des livres”, pro­muovendo scrit­tori e artisti in cerca di affer­mazione, occu­pan­dosi di avan­guardie e ten­denze che poi diven­ter­anno cen­trali nel ‘900, e in questo libro ha rac­colto aned­doti e ricordi che s’intrecciano con la vita cul­tur­ale euro­pea.
I tre gio­vani edi­tori della casa editrice paler­mi­tana, hanno iden­ti­fi­cato un bacino di 400 librerie a cui è stata invi­ata durante il peri­odo natal­izio una tiratura fuori com­mer­cio del vol­ume: hanno deciso di r
egalare ai librai «che sep­pur in un peri­odo di crisi, non ven­gono meno all’importante ruolo nella trasmis­sione di con­tenuti cul­tur­ali», la biografia di una libraia par­ti­co­lare, un’intellettuale e una scrit­trice, amica di Joyce, Beck­ett, Rilke, Prévert, Hem­ing­way, Proust, mece­nate di gio­vani artisti squat­tri­nati, musa delle avan­guardie: un omag­gio che vale come sti­molo a diventare pro­mo­tori della let­tura e della cul­tura, come la Mon­nier, ma che è anche un riconosci­mento al lavoro degli indipen­denti.
L’operazione è stata un suc­cesso, a feb­braio l’uscita del libro è stata ben accolta dalla stampa e ha ottenuto buoni risul­tati con gli ordini con­fer­mati dei librai che ave­vano rice­vuto la copia omag­gio a un totale di circa 2.800 copie ven­dute (e due ristampe) che – con­tinua Schi­fani — per un libro non spec­i­fi­cata­mente di nar­ra­tiva, è un pic­colo mira­colo: frutto di un per­fetto lavoro della fil­iera e in par­ti­co­lare dell’attenzione dei librai».

E se fos­sero i buoni libri e i bravi librai a sal­vare l’editoria?

agosto 9th, 2010

In esclusiva con Stilos di agosto “Il palato assoluto” di Andrea Camilleri

 

Andrea Camil­leri ha scritto apposi­ta­mente per il numero di Sti­los di agosto, già in edi­cola e libre­ria, Il palato asso­luto run rac­conto lungo sulla vita di uomo che pensa a tutti i costi come diventare comune men­tre la sua dote nat­u­rale lo rende sem­pre più stra­or­di­nario. Il pro­tag­o­nista, Caterino Zap­palà, vuole sposare Annarosa, diventare ingeg­nere, avere una vita ordi­naria, ma non può: il suo palato asso­luto è un mezzo per fare soldi e per arric­chire gli altri, mafia com­presa. Sic­come riesce a dis­tin­guire anche  la data a cui risal­gono gli ingre­di­enti di ogni pasto, è un assag­gia­tore che può rov­inare un ris­torante come fare la sua for­tuna. Dipende dal suo giudizio. Un responso nat­u­rale: per­ché se man­gia qual­cosa di guasto o non asso­lu­ta­mente gen­uino sta male. Come fa allora a dare un giudizio pos­i­tivo a un menu da vom­ito? Prende una pil­lola che gli attenua le con­seguenze e che può fare apparire buono ciò che è cat­tivo. Il busi­ness è pronto e diventa plan­e­tario. Ma Caterino fa soldi men­tre pensa ad Annarosa che lo pianta per­ché vuole un uomo e non un mostro.

Il Palato asso­luto è un rac­conto di un Camil­leri in vena di rid­ere sopra i para­dossi ma che schi­ude argo­menti al tema perenne se valga di più essere o avere, se conta per un uomo ciò che è o ciò che vor­rebbe essere…

 

Ecco l’incipit del primo capi­tolo del racconto:

 

Fino all’età di cinco anni, era nasci­uto nel misi di marzo del 1937, Caterino Zap­palà fu un pic­cilid­dro nor­mali che aviva accomen­zato a par­lari al tempo giusto, che non faciva crapicci chiossà di quanto ne faci­vano l’altri pic­cilid­dri, che man­giava, dormiva, chi­an­giva e arridiva pri­ciso ‘ntifico ai sò coetanei.

Sò matre, la signura Ernestina, che aviva sulo quel figlio, faciva mira­coli per dar­gli da man­giari sem­pri robba bona e sana, dato che, essenno scop­pi­ata la guerra nel 1940, i geniri lim­intari avi­vano accomen­zato a scar­siare e spisso nei negozi vin­nivano cose fituse come se erano ginuine.

Il padre di Caterino, il cav­a­leri Artidoro, era rag­giuneri capo del munici­pio e se la pas­sava bona. Oltre­tutto aviva ered­i­tato ‘na casuzza ‘n cam­pagna con tan­tic­chia di terra torno torno e si era fatto un orto che a quei tempi era ‘na ric­chizza. E oltre all’orto, tiniva macari gad­drine e conigli.

Quanno Caterino fici cinco anni, il cav­a­leri Artidoro d’accordo con la mogliere Ernestina, mannò il figlio alla prim­ina, la scola pri­para­to­ria all’elementari che le tri sorelle Cat­a­pano, Ersilia, Giustina e Fer­nanda, tini­vano nella loro casa.

Il primo jorno che Caterino arrivò con la meren­d­ina che gli aviva dato sò matre, la maes­tra Ersilia gli disse che nella loro scola era proib­bito por­tarisi la meren­d­ina da casa e che avreb­biro dovuto man­giare quello che pri­par­ava sò soro, la maes­tra Giustina. E che sinni stassero tutti tran­quilli, pirchì quello che avreb­biro man­giato, e nat­u­ral­menti pagato a parti, non era robba accat­tata nelle putìe, come per esem­pio la mor­tadella che non si sapiva se era fatta con carne di sorci, ma era tutta prodotta dagli armali di propi­età di un loro cugino.

Quel primo jorno, alle unnici, la maes­tra Giustina portò ai pic­cilid­dri un panino e un ovo sodo a testa. Appena Caterino ebbi dato un muzzi­cone all’ovo, lo risputò.

“Che c’è?”

“Non mi piaci”.

“Pirchì?”

“Non è frisco”.

“Ma se l’hanno por­tati stamatina!”

“’St’ovo havi tri jorni”.

agosto 3rd, 2010

Il mondo è bello perché è avariato. La modernità della lezione mastronardiana

di Gian­paolo Mazza

Lucio Mastronardi

Mi sono imbat­tuto quasi per caso nell’opera di Lucio Mas­tronardi scrit­tore vigevanese morto sui­cida nelle acque del Ticino nel 1979. La sua trilo­gia di Vigevano (Il cal­zo­laio di Vigevano, Il mae­stro di Vigevano entrambi pub­bli­cati nel 1962 e Il merid­ionale di Vigevano del 1964) giaceva da anni impolver­ata sul terzo scaf­fale della mia mod­esta libre­ria. Non ricordo quando l’avessi acquis­tato e per­ché, ma sta di fatto che ho preso il libro in mano inizial­mente con un po’ di dif­fi­denza per poi appas­sion­armene fino alla dipen­denza. L’universo di Mas­tronardi ha un nome, dichiarato chiara­mente sin dai titoli di cop­er­tina: Vigevano. Sin dalle prime pagine appare chiara la novità: una saga min­i­mal­ista di una provin­cia del Nord colta negli ancora tor­bidi anni dell’industrializzazione e in tutte le prob­lem­atiche e le con­trad­dizioni che il nuovo assetto com­por­tava. Prob­lem­atiche ancora oggi non risolte e che Mas­tronardi ci riv­ela pro­feti­ca­mente come irri­solvi­bili. Lo sper­i­men­tal­ismo dialet­tale, un ibrido italo-pavese, incor­ag­giato da esempi quali quelli di Gadda, Pasolini, Testori, Fenoglio, è uno stru­mento di notev­ole effi­ca­cia espres­siva (vedi oggi Camil­leri) che non è soltanto ‘col­ore locale’, ma tes­ti­mo­ni­anza riso­nante di un con­testo sociale.

L’attualità dei per­son­aggi della saga di Mas­tronardi è di essere non-eroi che lot­tano accani­ta­mente per rag­giun­gere, senza rius­cirvi, un avvenire con­creto di suc­cesso, denaro, affer­mazione. E tutto ciò è rac­con­tato quando ancora l’Italia viveva l’ebbrezza del mira­colo eco­nom­ico che soprat­tutto nel Nord coin­vol­geva i vari liv­elli sociali, com­presi gli emi­grati (gli extra­co­mu­ni­tari o gli stranieri di oggi), di cui lo scrit­tore denun­cia (ne Il merid­ionale di Vigevano), invece, le con­dizioni di pre­ca­ri­età e di sof­ferenza in un ambi­ente estra­neo, ostile, aggra­vato dalla lon­tananza degli affetti, dalla soli­tu­dine, da una vita fatta di lavoro non adeguata­mente ret­ribuito o dalla dif­fi­cile ricerca di esso. Con una defor­mazione car­i­cat­u­rale e un’esasperazione polem­ica delle ambizioni, dei pregiudizi, delle manie dei cal­zo­lai e maestri ele­men­tari vigevanesi ne sca­tur­isce un’Italia tra fasti e nefasti di un ‘mira­colo’ effimero di cui ne por­ti­amo le con­seguenze funeste ancora oggi. Il mira­colo eco­nom­ico fa da col­lante in tutta la saga dove la pros­per­ità degli ‘indus­tri­alotti’ è vista in con­trasto con la mis­e­ria degli esclusi, cioè gli imp­ie­gati statali (Il mae­stro di Vigevano) che il sis­tema cerca di rias­sor­bire anche attra­verso i ten­ta­coli della cor­ruzione pub­blica (Il merid­ionale di Vigevano). Quest’immagine resta ancora più che mai attuale in un con­testo con­tem­po­ra­neo di crisi, di econo­mia som­m­ersa e di lavoro nero.

In un sag­gio del 1964 Alberto Asor Rosa su i Quaderni pia­cen­tini dice che “il tes­suto sociale su cui opera Mas­tronardi è quello che il cap­i­tal­ismo, nel suo processo di sviluppo, con­tin­u­a­mente som­muove, scom­pone, deter­mina, provo­cando le facili ascese e le altret­tante rapide ricadute, la for­mazione di ingenti ma insta­bili for­tune, con un corredo  inqui­eto di aspi­razioni, desideri, sen­ti­menti nuovi”. Insomma, il micro­cosmo di Vigevano fine anni Cinquanta-inizio Ses­santa, rap­p­re­senta il già malato sviluppo cap­i­tal­is­tico dell’Italia degli albori indus­tri­ali, fatti di pic­cola e grande cor­ruzione, man­canza di sol­i­da­ri­età, individualismo.“Vigevano è per me il mondo in pic­colo: una realtà fatta di gret­tezza, di avarizia, di spor­cizia, ma anche una realtà sen­si­bile ad ogni muta­mento politico e sociale. Un micro­cosmo, insomma”: così definisce la sua città Mas­tronardi in un’intervista a Rinascita del 21 marzo 1964 e con­tinua: “fuori da Vigevano mi sen­tirei uno srad­i­cato, un senza patria”. Ricor­dando Mas­tronardi Italo Calvino dice che “l’eccezionalità dell’evento Mas­tronardi sta nel fatto che nella tradizione ital­iana non abbi­amo avuto né un Balzac né un Dick­ens né tanto meno un Dos­to­evskij che abbiano trasfig­u­rato la nos­tra soci­età in una mor­folo­gia e in un’etologia dis­tin­guibili da ogni altra, come una fauna o flora cresciute in una nic­chia bio­log­ica a sé stante”.

L’opera e lo sper­i­men­tal­ismo lin­guis­tico di Mas­tronardi rispon­de­vano quasi per­fet­ta­mente (anche nel padre abruzzese emi­grato al Nord) a quella sorta di opera in ‘dialetto nazionale’ che per Vit­torini cos­ti­tu­iva il futuro della lin­gua nar­ra­tiva ital­iana. Giulio Fer­roni definisce l’opera dello scrit­tore vigevanese piena di “una ten­sione verso la defor­mazione com­ica, che fa emerg­ere i carat­teri assurdi della realtà ed esplodere la fol­lia dal seno stesso della vita quo­tid­i­ana di una provin­cia ital­iana che cam­bia i suoi con­no­tati pas­sando dalla civiltà con­tad­ina a quella indus­tri­ale, tra vio­lenze, ipocrisie, prepotenze.”

Dire, infine, che Mas­tronardi non ha avuto la for­tuna che mer­i­tava, non è soltanto una con­statazione, ma sarebbe un prob­lema tutto da appro­fondire. La crit­ica non ha fatto seri­amente i conti con lui e forse mai li farà e i let­tori lo hanno dimen­ti­cato da tempo. Dopo l’esplosione del suo esor­dio, la curiosità e l’interesse dei crit­ici e dei lin­guisti, le trentamila copie del Cal­zo­laio, le ottan­ta­mila del Mae­stro (anche gra­zie al film con Alberto Sordi), i risul­tati ancora buoni del Merid­ionale, nel clima del boom let­ter­ario ital­iano Mas­tronardi conosce un lento declino, fino alla dis­at­ten­zione recen­so­ria e alle tira­ture ridotte delle ultime opere. Gian Carlo Fer­retti in un sag­gio del 1981 che oggi pos­si­amo leg­gere al fondo della Trilo­gia per l’edizione eco­nom­ica Ein­audi, sin­te­tizza otti­ma­mente l’eredità di Mas­tonardi: “lo scrit­tore vigevanese si trova a rap­p­re­sentare un raro esem­pio di coin­ci­denza tra evoluzione-involuzione per­son­ale e let­ter­aria da un lato e successo-insuccesso com­p­lessivo dall’altro. Ma non è del tutto così. Gio­cano infatti nella sua vicenda gli ele­menti estrin­seci del ‘caso’, del ‘per­son­ag­gio’, che ven­gono a cadere nel momento in cui Mas­tronardi mostra chiara­mente di non saperlo e vol­erlo diventare, così come mostra chiara­mente di non sapere e vol­ere diventare uno scrit­tore ‘sta­gionale’ di con­sumo. A dif­ferenza degli altri scrit­tori ital­iani, Mas­tronardi si avvia al silen­zio pro­prio quando i fasti effimeri del best seller ‘di qual­ità’ si disp­ie­gano pien­amente.” È quasi, più o meno con­sapevol­mente, l’ultima sua protesta. Alla luce di ciò mi piac­erebbe aver sus­ci­tato un po’ di curiosità sul ‘per­son­ag­gio’ Mas­tronardi e sulla sua ragione di vita e di let­ter­atura a torto dimen­ti­cata e, invece, a mio parere, attualis­sima. Chi­udo con una bat­tuta tratta da Il Cal­zo­laio: “Il mondo è bello per­ché è avari­ato”. Quale aforisma più effi­cace potremmo trovare oggi per affrontare il mondo senza tante distorsioni?

agosto 2nd, 2010

Stilos non va in vacanza

Dopo Lo sti­vale di Garibaldi, un sec­ondo romanzo ined­ito di Andrea Camil­leri, Il palato asso­luto, metafora del pri­mato della vita comune su quella di successo.

La sto­ria di Caterino Zap­palà, che diventa famoso e ricco gra­zie alla sua dote nat­u­rale di garan­tire la gen­uinità dei pasti, e dunque di dec­retare la for­tuna o la rov­ina di un ris­torante, e il sogno di avere una vita nor­male come vor­rebbe la sua Annarosa. Un apol­ogo in tono di fiaba e un para­dosso sui val­ori che con­tano di più.

Ancora sul numero 7 di agosto due servizi di forte attual­ità: le reazioni in Italia alla morte di Sara­m­ago dopo l’attacco dell’Osservatore Romano, e le polemiche di ritorno sull’ultimo Pre­mio Strega.

Sull’opera e la figura del Nobel por­togh­ese, Sti­los ha rac­colto le opin­ioni di decine di scrit­tori e crit­ici, ver­i­f­i­cando quanto anche in Italia i libri di Sara­m­ago divi­dano le coscienze.

Sul più impor­tante tro­feo let­ter­ario nazionale, oltre a una panoram­ica stor­ica sul Pre­mio e le sue par­ti­co­lar­ità, le inter­viste a due edi­tori “inter­es­sati”: Ste­fano Mauri del Gruppo Mauri-Spagnol e Raf­faello Avanzini di New­ton & Comp­ton. Accuse senza risparmio da entrambi: il primo parla di “squilib­rio” nella scelte della giuria e il sec­ondo di “giochi sporchi”.

Da seg­nalare ancora le inter­viste alla cop­pia che si cela sotto lo pseudon­imo di Lars Kepler, l’ultimo fenom­eno scan­di­navo, a Euge­nio Scal­fari, Pier­luigi Bat­tista, Anto­nio Cal­abrò, Ste­fano Bartez­za­ghi, Enrico Palan­dri, Marco Risi e Marco Baliani.

Sti­los offre, in esclu­siva, due rac­conti di altret­tanti autori di suc­cesso: Fed­erico Moc­cia e Lori­ano Mac­chi­avelli. L’autore caro alle teen agers rac­conta di un suo viag­gio a Tavolara per incon­trare il re dell’isoletta sarda, men­tre il pio­niere della scuola bolog­nese del giallo tes­ti­mo­nia la vicenda delle mon­dine del suo paese di cui narra l’epopea.

Inoltre, un appun­ta­mento per gli amanti della let­ter­atura clas­sica: una ric­og­nizione delle opere che negli ultimi tempi si sono occu­pate di Proust; e dunque un ritorno al genio europeo del primo novecento.

E ancora: recen­sioni, le rubriche dei mag­giori crit­ici e intel­let­tuali ital­iani e le incur­sioni nel mondo dell’arte, del cin­ema, del fumetto e della musica.

luglio 30th, 2010

Ancora sulla legge sul prezzo dei libri: una libraia spiega le sue ragioni

di Seia Mon­tanelli

Una gio­vane libraia e soprat­tutto una let­trice forte, inter­viene sulle ques­tioni poste dal prece­dente arti­colo sul ddl Levi (che fissa un tettto mas­simo di sconto per il prezzo dei libri ma las­cia libere le pro­mozioni per gli edi­tori undici mesi l’anno), e spiega senza mezzi ter­mini quali sono i prob­lemi dei librai indipen­denti e in che modo questa legge, se dovesse pas­sare anche al Sen­ato, ne decreterà la fine.


Caris­sima Seia,

ti scrivo par­tendo da un punto vista par­ti­co­lare, quello di chi è a metà strada fra libraio e “uti­liz­za­tore finale” e lo fac­cio per­ché la ques­tione del ddl Levi mi riguarda tre volte: come libraia, come let­trice, ma anche come cit­tad­ina di un paese in cui la cul­tura è con­sid­er­ata come l’ultima ruota del carro e in cui a gov­ernare non è più la ragione di Stato, ma le ragioni di un suolo uomo.

Sicu­ra­mente questa legge poteva essere peg­giore, poteva per esem­pio con­sen­tire lo sconto fino al 20%. Una cosa che però andrebbe mag­gior­mente sot­to­lin­eata è che questa legge abolisce l’articolo 11 della legge in mate­ria del 2001 che fis­sava il tetto dello sconto al 10%, quindi in realtà peg­giora le cose.
Sap­pi­amo già quali sce­nari si apri­ranno per il set­tore edi­to­ri­ale e librario se la legge divenisse cogente, in realtà par­liamo di una situ­azione in progress da diverso tempo e con questa pro­posta sem­plice­mente si dà il colpo di grazia ai pic­coli editori.

E mi pare, a questo propos­ito, del tutto logico che un edi­tore come New­ton Comp­ton sia favorev­ole, come ho letto sui gior­nali a una legge che imponga uno tasso mas­simo di sconto applic­a­bile ma  cam­pagne pro­mozion­ali perenni: è una delle due case più aggres­sive sul mer­cato, quando preno­ti­amo le novità, per i loro libri c’è l’obbligo di acquisirli a pac­chi da 5. Capisci? Come quando com­pri le casse di coca-cola al super­me­r­cato.
In più, esclusa qualche col­lana, ten­gono in com­mer­cio libri in pro­mozione costante per­ché un vol­ume con il prezzo in rilevo su fondo dorato sulla prima di cop­er­tina, dà al cliente l’idea che quel libro sia “in offerta”, e se poi il prezzo oscilla fra i 6,90 € ed i 3,90 € non si tratta pro­prio di un’idea: il cliente è quindi spinto a preferirlo pen­sando di godere appunto di un’offerta.

Questo tipo di polit­ica costringe all’asta al rib­asso. Giorni fa una rap­p­re­sen­tante ci faceva notare che quest’anno scade­vano i diritti d’autore su  Freud, infatti  i nos­tri scaf­fali si sono riem­piti di testi di psi­coanal­isi, inter­pre­tazioni e tabù. Inter­pre­tazione dei sogni della New­ton Comp­ton, nella col­lana “Grandi tas­ca­bili eco­nomici” è uscito in simul­tanea all’edizione di Bol­lati Bor­inghieri (in questa eterea col­lana “Gli astri”(?): il primo, in linea con lo stile dell’editore, è “meta-spartano” e costa euro 4.90 €; quello di Bol­lati Bor­inghieri, in un’ edi­zione spar­tana e basta, 9 €.

Prima che Bol­lati Bor­inghieri fosse annessa al mega-gruppo Mauri Spag­nol aveva una ragione di esistere (scelta accu­rata dei titoli, grafica, qual­ità della carta), si dis­tingueva per una serie di ele­menti che ne gius­ti­fi­ca­vano il prezzo. A questo punto ti domando però: se la dif­ferenza sta fra “meta-spartano” e spar­tano, per­ché io cliente dovrei com­prare quello di Bol­lati Bor­inghieri? Per­ché pagare il doppio per un libro che vale ( o non vale) lo stesso? Bol­lati Bor­inghieri è spac­ciata! Era uno dei miei 4 edi­tori prefer­iti.
Il nos­tro panorama edi­to­ri­ale si sta riem­pendo di fan­tasmi, case editrici con un cer­ti­fi­cato di morte già pronto sul quale bisogna solo riportare l’ora del decesso.

Il prob­lema ovvi­a­mente non è solo quello degli sconti, gli sconti illudono il let­tore di pot­ersi avvic­inare ai libri — e in parte è così – ma il dramma è che i let­tori in questo modo si avvic­i­nano in realtà solo ai libri che deci­dono gli edi­tori (4 o 5 grandi gruppi editoriali).

Non sono mai stata una sosten­i­trice dell’idea che “l’importante è che si legga”, leg­gere non è un eser­cizio, non è neanche un obbligo, penso a tutti gli stu­denti costretti a leg­gere Mem­o­rie di Adri­ano a 14 anni, o Il decameron a 13k, o i libri di Daniel Pennac a 12 e non posso fare a meno di chie­dermi: ma siamo sicuri che questi ragazzi domani decider­anno di entrare lib­era­mente in libre­ria? La mia risposta, purtroppo, è che alla fine saranno tutti cli­enti che non avremo mai, se mi con­senti una deriva mera­mente mer­can­tile e di parte!
Veni­amo ai luoghi dove i libri si vendono.

Con­sid­e­ri­amo i  vari punti ven­dita nelle varie Coop, Euron­ics, Unieuro, le Poste! Persino le Posta!  Appena uscito l’ultimo episo­dio di Harry Pot­ter, in tutti questi posti, il libro era ven­duto ad un prezzo daliq­uidazione totale.

Noi in libre­ria non pos­si­amo vendere pro­sciutto o elet­trodomes­tici, né tan­tomeno inviare rac­co­man­date, per­ché il leg­is­la­tore non si pre­oc­cupa di questo?

Le librerie si ritrovano a temere non solo la con­cor­renza delle altre librerie (una con­cor­renza sana che ti spinge a miglio­rare il servizio per­ché tanto i prezzi sono imposti sia a te che a all’altra), ma quella dei super­me­r­cati e dei grandi store.

Pro­prio a propos­ito delle poste ital­iane, è doveroso far pre­sente che dal 1°aprile di quest’anno è caduta la con­ven­zione che per­me­t­teva agli edi­tori di inviare i libri alle librerie con una spesa molto con­tenuta. Ovvi­a­mente Fel­trinelli non manda 30 copie di uno qual­si­asi dei libri di Sara­m­ago tramite il postino, questa con­ven­zione per­me­t­teva soprat­tutto agli edi­tori più pic­coli di farci arrivare i loro testi anche in pic­cole quan­tità. Da aprile ci è suc­cesso molte volte che qualche cliente ci ordi­nasse un libro pub­bli­cato da un edi­tore di nic­chia o molto spe­cial­iz­zato e quindi poco dis­tribuito, e se prima pote­vamo tele­fonare alla casa editrice e farcelo inviare senza costi per noi e per il cliente, adesso è impos­si­bile. Ci rispon­dono sem­pre che ci costerebbe troppo, si parla di circa 5 euro a pacco: chi deve pagare questi 5 euro? La libre­ria? Il cliente? Poni­amo il caso di un libro che costa 15 euro, il libraio ci guadagna circa 4 euro, come può assumersi questa spesa? Ed il cliente può arrivare a pagarlo 20 euro?

Non voglio gio­care all’agente del sismi ma qualche pen­siero mal­izioso è impos­si­bile ten­erlo a bada: non ti sem­bra strano che  pro­prio quando iniziano loro iniziano a vendere venga meno l’accordo sulle tar­iffe agevolate con gli editori?

In questo modo una libre­ria come la nos­tra, che ha sem­pre garan­tito ai suoi cli­enti di far arrivare qual­si­asi libro, ora rischia di perdere punti nella qual­ità del servizio. Molte volte sono stata io stessa a con­sigliare ai cli­enti di com­prare alcuni  libri su IBS.it  per­ché non gli sarebbe con­venuto com­prarli da noi.
La ques­tione della ven­dita di libri on line.

Ibs  Sta vendendo Canale Mus­solini a 16 €, cioè con uno sconto del 20% e pure som­mando le spese di spedi­zione, il let­tore finirà per pagare questo libro 18,40 euro, comunque meno che da noi: quindi per­ché dovrebbe preferire la libreria?

Mon­dadori dis­tribuzione, dalla fine del 2009 ha avvi­ato una polit­ica di revi­sione con­tabile per cui ha chiuso tan­tis­simi conti a librerie che  in pas­sato ave­vano avuto prob­lemi con i paga­menti, anche per ritardi min­imi. La strate­gia azien­dale del gruppo, non ci vuole molto a intuirla: per­ché dis­tribuire i libri agli edi­tori indipen­denti, quando il cliente può  andare ad acquis­tarli nelle loro librerie? Come si può par­lare di libero mer­cato quando esistono dei veri cartelli?

Mon­dadori pub­blica, dis­tribuisce e vende (per non tralas­ciare la ques­tione della pro­mozione: si pub­bli­cizza i libri su gior­nali e tele­vi­sioni del suo stesso gruppo).

Una legge giusta dovrebbe appunto rego­lare queste dinamiche, non può esistere la “fil­iera Mon­dadori”, anche per­ché non offre nes­sun van­tag­gio da fil­iera!  Le loro novità hanno i prezzi più alti sul mer­cato, da un anno circa, una novità Mon­dadori costa almeno 20 euro, men­tre il prezzo sti­mato si muove tra i 17 ed i 19 euro.

Sono molto pre­oc­cu­pata, purtroppo come ogni dibat­tito aperto da queste parti, si tratta sem­pre, sem­pre e sem­pre di una ques­tione cul­tur­ale. L’Italia è un paese che gioca a fare lo stato mod­erno, del primo mondo, quello del G8, nella realtà siamo uno staterello di arric­chiti in cui i libri ser­vono soprat­tutto pe arredare le nos­tre belle casette!

luglio 27th, 2010

Apocalittici e formattati

 di Lin­nio Accorroni



Un grido di dolore, più o meno, ma espresso con un tono piano e razioci­nante, un j’accuse sostanzial­mente dis­per­ato, ma lon­tano da quei toni enfa­tiz­zanti e da quella mag­nil­o­quenza un po’ frusta che paiono una sorta di noblesse oblige quando si uti­liz­zano dis­pos­i­tivi retorici di questo tipo.

L’intervento di Sil­via Ballestra pub­bli­cato sul primo numero di “Alfabeta2” e inti­to­lato un po’ anod­i­na­mente “L’industria del libro di massa” merita, vista la sin­cer­ità con la quale la scrit­trice di I giorni della rotonda affronta prob­lem­atiche di cen­trale rilievo, una qualche rif­les­sione sup­ple­mentare. Non è infatti l’ennesima ripropo­sizione di un ever­green del dejà-vu, ovverosia il lamento di un autore che, riflet­tendo sulla pro­pria con­dizione, con­stata l’eclisse di un mod­ello cul­tur­ale, sop­pi­antato dall’avvento di nuove strate­gie editoriali-commerciali, tese essen­zial­mente all’abolizione tout court della Qual­ità e della Ricerca, felice­mente prone ai dik­tat di un Dio Mer­cato sen­si­bile esclu­si­va­mente alle leggi dell’audi­ence e del con­sumo. L’intervento della Ballestra va med­i­tato, oltre che per il fatto che la vox cla­mans è quella di una che, bene o male, da un trenten­nio circa bazz­ica il milieu edi­to­ri­ale, anche per la gran mole di spunti e di con­sid­er­azioni che indi­cano niti­da­mente a che punto sia lo stato dell’arte (o, per meglio dire) del mer­cato in Italia.

Sil­via Ballestra inizia l’articolo evo­cando la con­dizione di scor­ag­gia­mento e di nau­sea («un misto d’inquietudine, frus­trazione e angos­cia da apnea») che si sta dif­fondendo fra gli autori ital­iani (di libri, film, teatro, etc…) con­sapevoli che ciò che un tempo, nep­pure troppo lon­tano, sem­brava essen­ziale per la for­mazione e la crescita della pro­pria auto­ri­al­ità (e cioè «le buone idee, la qual­ità delle intu­izioni, l’elaborazione teor­ica e la cura arti­gianale del lavoro») oggi siano con­siderati quali attrezzi desueti e ina­datti ai tempi. Peg­gio ancora: osti­narsi nel riven­di­carne la loro indis­pens­abile cen­tral­ità può trasfor­marsi in un tragico boomerang per­ché «siamo al para­dosso in cui la qual­ità sem­bra infas­tidire il com­mer­cio». La dit­tatura delle regole del mer­cato e del con­sumo si è imposta in maniera grad­uale e pro­gres­siva, sgom­brando il campo da tutte le mac­erie del vec­chio mod­ello edi­to­ri­ale e cul­tur­ale che pure aveva garan­tito, negli anni scorsi, la creazione comunque di un mer­cato dove Qual­ità e Ricerca ave­vano un qualche diritto di cit­tad­i­nanza e di rappresentanza.

Una dit­tatura che è avan­zata impla­ca­bile: dap­prima sono stati tolti dalla cir­co­lazione quegli edi­tori inca­paci di com­pren­dere le novità in atto e quindi inca­paci di rici­clarsi per tempo, impediti, para­dos­salmente, dal pro­prio back­ground cul­tur­ale (un pre­gio che, nell’epoca del mar­ket­ing, può facil­mente trav­e­s­tirsi da lim­ite), a meta­mor­fos­arsi in pro­dut­tori di best­seller a gogò. Poi è stata la volta della dif­fu­sione: così è arrivato il turno delle librerie indipen­denti schi­ac­ciate dagli immani cater­pil­lar della grande dis­tribuzione, delle grosse catene e dei super­mar­ket sin­toniz­zati solo sulle basse fre­quenze del mer­cato di massa. Infine, si è giunti al cuore pul­sante dell’attività libraria, ovverosia le case editrici che hanno subito enormi trasfor­mazioni: basti pen­sare per esem­pio a fig­ure quali quelle degli edi­tor, che da sem­pre hanno goduto di un indub­bio lus­tro intel­let­tuale, trasfor­mati oggi in per­son­aggi sem­pre più con­tigui e affini all’ufficio marketing.

Ma non basta: le case editrici hanno fatto pro­prie le trasfor­mazioni avvenute nel mer­cato del lavoro, dove, per motivi evi­denti di busi­ness e di dis­truzione di ogni forma di antag­o­nismo con­flit­tuale, si è prefer­ito puntare su una man­od­opera non sin­da­cal­iz­zata, pre­caria, mar­ginale, facil­mente sfrut­ta­bile e mal­leabile. Ecco allora, spon­soriz­zata dalle grandi case editrici, la cac­cia agli esor­di­enti, più appetibili dei vec­chi scrit­tori non solo per evi­denti motivi di appeal ana­grafico, ma per­ché insomma pos­sono anche essere trat­tati alla stregua di quegli apprendisti-schiavi di cui sopra. Autori esor­di­enti e «for­mat­tati», dice la Ballestra, inca­paci di autono­mia crit­ica, cre­ativa ed eco­nom­ica, creati apposi­ta­mente quasi in vitro per il grande colpo — la fab­bri­cazione del best­seller — in ter­mini edi­to­ri­ali; e quando poi esso avviene «la ren­dita sarà appa­gante e duratura: con un bassis­simo inves­ti­mento si pos­sono ricavare prof­itti esaltanti». Ecco così delin­earsi uno squallido sce­nario, per ripren­dere un agget­tivo caro a Napoli­tano: «le curve degli incassi sal­gono par­al­lele a quelle del con­formismo, inven­tata e accettata l’equazione prodotto di massa uguale banal­iz­zazione del con­tenuto, tutto si tiene: anche una sci­at­te­ria edi­to­ri­ale impens­abile qualche anno fa».

La coin­ci­denza ha voluto che leggessi quest’articolo della Ballestra par­al­le­la­mente, o quasi, al nuovo libro di Giulio Fer­roni, inti­to­lato, con smac­cato cin­ismo, Scrit­ture a perdere. Una let­ter­atura pos­si­bile: curioso come l’analisi della scrit­trice e quella del critico, anche se allo­cate in con­testi e pro­fili diversi, con­vergano verso l’emergenza di una serie di nodi comuni, di giudizi e umori che danno conto assai effi­cace­mente delle tragiche e squallide sorti del mer­cato librario in Italia, carat­ter­iz­zate dallo squilib­rio inar­resta­bile che si raf­forza, sec­ondo Fer­roni, tra eccesso quan­ti­ta­tivo della pro­duzione libraria e comu­ni­cazione del vuoto, fra l’invasione della spet­ta­co­lar­iz­zazione e la scom­parsa di ogni coscienza crit­ica e riflessiva.

Ovvio poi che tutto non può essere attribuito solo alla scan­dalosa anom­alia ital­iana che vede la con­cen­trazione di inter­essi edi­to­ri­ali politico-mediatici nelle mani di un con­duc­ta­tor sem­pre più arro­gante e pre­var­i­ca­tore, sem­pre più belpoli­tiana­mente «senza ver­gogna». Ma il vero nemico, sec­ondo Fer­roni, va indi­vid­u­ato «nella let­ter­atura che col­lab­ora allo scarto, che non fa altro che ruotare attorno alla comu­ni­cazione già data, che non fa che cer­care occa­sioni di pre­senza, pro­ducendo mate­ri­ale da con­sumare, offrendo scrit­tura a perdere». E così nella terza parte del libro di Fer­roni inti­to­lata pro­gram­mati­ca­mente “scrit­tori di suc­cesso” il critico romano si sof­ferma su autori (Mar­garet Maz­zan­tini e Paolo Gior­dano) che sem­brano l’incarnazione live di ciò che la Ballestra intende per ‘autori for­mat­tati’, cioè di scrit­tori «i cui libri si dispon­gono in un oriz­zonte di spet­ta­colo, fanno leva su ele­menti di tipo esterno alla loro scrit­tura, offrono linee di attualità».

Una let­ter­atura la loro, pre­sen­zial­is­tica e paratele­vi­siva, che pro­duce con­senso e con­so­lazione, ma che non scava e ricerca, che non inter­roga o denun­cia i lim­iti, le neg­a­tiv­ità e le derive del mondo.

L’analisi di questi due scritti induce a rif­les­sioni tutt’altro che ottimistiche o con­so­la­to­rie. Ci si domanda, infatti: se questa è la situ­azione del mer­cato librario in Italia e se oggi ci fosse in qualche parte della nos­tra penisola una Morante o un Lan­dolfi, un Calvino o un Man­ganelli che, in questa terra guasta, abbia com­posto qual­cosa di degno e d’importante? Quante pos­si­bil­ità avrà, prima di tutto, di essere accolto in un milieu edi­to­ri­ale dove si richiedono solo autori for­mat­tati, repli­canti di ‘scrit­ture a perdere’? Ma fac­ciamo finta che mira­colosa­mente, per cir­costanze del tutto strav­a­ganti, questi genio sconosci­uto riesca, magi­ca­mente, a farsi pub­bli­care: quante pos­si­bil­ità ci saranno adesso che qual­cuno si accorga della sua esistenza intel­let­tuale, come potrà la sua opera dis­tinguersi dal troppo e dal vano che viene pub­bli­cato, dalla pro­lif­er­azione impres­sio­n­ante delle nuove uscite? E poi quante prob­a­bil­ità ci sono affinché quell’opera mer­i­to­ria, quella ‘scrit­tura non a perdere’ giunga sul tavolo del critico giusto, capace di leg­gere quel testo e trasfor­marlo mag­ari in un caso let­ter­ario? E chi sarebbe poi questo critico-demiurgo, questo Pig­malione delle let­tere? Ne esistono ancora? Chi sono? Dove sono? C’è mai stato un tempo dove le cose davvero fun­zion­a­vano così, dove cioè il genio-outsider poteva sper­are nelle sorti mag­ni­fiche e pro­gres­sive dell’editoria?

A questo punto il ricordo giunge spon­ta­neo ed anche fas­tidioso, come tutti quelli che vanno a toc­care le ferite scop­erte di un’infanzia tanto lon­tana, dai con­torni tanto vaghi e incerti. Ma forse val qui la pena rispolver­arlo, mag­ari sapendo di essere accusato quale ennes­imo lauda­tor tem­po­ris acti. Ma vor­rei si capisse che in questo caso il pathos nos­tal­gico è del tutto escluso.

Nella parca bib­lioteca paterna di casa — davvero pochi volumi a far bella mostra di sé fra enci­clo­pe­die tipo ‘conoscere’, fas­ci­coli del Reader Digest e di ‘sto­ria illus­trata’, fotoro­manzi e pocket di Sven Has­sel e qualche Oscar Mon­dadori, spic­ca­vano — com­prati e prob­a­bil­mente mai letti da un padre auto­di­datta che aveva fatto la sec­onda guerra ele­mentare — Il Gat­topardo di Tomasi di Lampe­dusa, Hor­cynus Orca di Ste­fano D’Arrigo e La Sto­ria di Elsa Morante.

Mi ricordo anche che, a dis­petto della loro com­p­lessità strut­turale e lin­guis­tica, erano libri che ebbero clam­orose tira­ture e ven­dite, in un paese che usciva con grandi dif­fi­coltà da un anal­fa­betismo gen­er­al­iz­zato e di massa. Eppure, a quei tempi, l’industria cul­tur­ale era certo poca cosa rispetto a quel dev­as­tante macchina di guerra che è oggi.

E allora, come mai, nelle librerie di case come la mia, rius­ci­vano a giun­gere cap­ola­vori d’inusitata bellezza e pro­fon­dità che ancora oggi, a rileg­gerli, destano impres­sione e rapito riconoscimento?

luglio 26th, 2010

Un paese che non ha bisogno di eroi, ma di verità

di Francesco Musolino


«Ho la sen­sazione che basan­dosi solo su dichiarazioni di qualche pen­tito a scop­pio ritardato e per giunta prive di riscon­tri, dif­fi­cil­mente sco­priremo la ver­ità su Via D’Amelio e le stragi del ‘92». E ancora: «Noi ital­iani dob­bi­amo fare i conti con il nos­tro pas­sato, con la nos­tra storia».

Il gior­nal­ista Gio­vanni Fasanella - co-autore con il giu­dice Rosario Pri­ore di Intrigo Inter­nazionale. Per­ché la guerra in Italia. Le ver­ità che non si sono mai potute dire (Chiarelet­tere, pp. 208, €14) – è stato uno degli ospiti della ker­messe cul­tur­ale “Tab­ula Rasa” svoltasi a Reg­gio Cal­abria dal 19 al 22 luglio: «E’ stata un’iniziativa molto incor­ag­giante soprat­tutto per­ché por­tata avanti da gio­vani quali Giusva Branca e Raf­faele Mortel­liti che vogliono scuotere le coscienze, pur sapendo che sarà un cam­mino molto dif­fi­cile poiché il ceto politico attuale, nel suo com­p­lesso, si dis­tingue per liti­giosità e col­lu­sioni con la criminalità».

Tab­ula Rasa sta a sig­nifi­care un punto zero da cui ripar­tire, un nuovo approc­cio per far chiarezza?

«Tab­ula Rasa è un titolo che trovo molto azzec­cato che trovo in linea con l’obiettivo di questo libro che non è quello di far piazza pulita della memo­ria ma di tutti i luoghi comuni e le chi­avi di let­tura obso­lete che, per diversi decenni, hanno con­dizion­ato un peri­odo buio della nos­tra storia».

Un altro input inter­es­sante potrebbe essere il titolo di un libro del mag­is­trato Gher­ardo Colombo che indagò fra le tante cose anche sulla P2 e sul delitto Ambrosoli ovvero Il vizio della memo­ria.

«Ha senz’altro ragione, dob­bi­amo ricostru­ire la memo­ria e il nos­tro pas­sato per non ricadere negli stessi errori ma lo stesso deve valere per i mag­is­trati per­ché, sino ad oggi, le ricostruzioni com­p­lessive fatte sino ad oggi sugli Anni di Piombo sono frag­ili e car­enti. Per evitare di ricadere negli stessi errori bisognerebbe ricom­in­ciare con l’atteggiamento del giu­dice Rosario Pri­ore il quale ammette, con grande umiltà, che i mag­is­trati non hanno fatto sino in fondo il pro­prio lavoro, in parte per­ché non furono las­ciati liberi di lavo­rare ma altri stet­tero al gioco e preferirono chi­ud­ere un occhio se non entrambi».

Pri­ore ha dichiarato di essersi trovato innanzi, durante le sue indagini, “non muri di gomma ma muri di cemento”. E’ un libro che nasce da un bisogno personale?

«Nasce dal bisogno di sal­dare un deb­ito di ver­ità con­tratto nei con­fronti dell’opinione pub­blica per­ché Pri­ore ha con­dotto molte delle inchi­este più impor­tanti sul ter­ror­ismo e sulla vio­lenza polit­ica sia di matrice interna che inter­nazionale. Il suo lavoro e  quello svolto da molti altri suoi col­leghi hanno cer­ta­mente prodotto dei risul­tati ma ci sono dei buchi neri che quei mag­is­trati non hanno saputo o voluto col­mare per cui Pri­ore cerca di far luce demolendo alcuni luoghi comuni che hanno con­dizion­ato molte ricostruzioni giudiziarie e gior­nal­is­tiche dell’ultimo trentennio».

Con Pri­ore ricostru­ite la salita al potere di Gheddafi  e il fatto che il famoso DC-9 venne abbat­tuto “per sbaglio” per­ché lo stesso cor­ri­doio era uti­liz­zato dai libici.

«Nell’inchiesta sulla strage di Ustica, come in quasi tutte le alte, vi furono dei depistaggi: prove sot­tratte, doc­u­menti con­traf­fatti e tes­ti­moni morti nell’immediatezza delle depo­sizioni. Nel caso di Ustica cer­ta­mente non con­veniva agli ital­iani ammet­tere che Gheddafi era una nos­tra crea­tura, visto che non solo lo aiu­tammo a com­piere il colpo di stato che venne piani­fi­cato in un albergo di Abano Terme ma gli indicammo anche cor­ri­doi aerei non rin­trac­cia­bili dai radar della NATO per i voli da Tripoli verso il cen­tro e in nord Europa. In prat­ica ave­vano indi­cato a Gheddafi i punti deboli del sis­tema radar, ad un uomo che era anche amico del nemico per eccel­lenza ovvero il mondo sovi­etico. Queste sono ver­ità che non pote­vano non creare enormi conseguenze».

Il fil-rouge che lega il vostro libro sono le “guerre invis­i­bili”. Chi le combatteva?

«Questo libro cerca un approc­cio diverso non giudiziario, poiché tale metodo a suo tempo si riv­elò inef­fi­cace. Abbi­amo voluto rileg­gere alcuni fatti inquad­ran­doli nel con­testo storico-politico. Le guerre invis­i­bili com­bat­tute sul ter­ri­to­rio ital­iano e con mezzi non con­ven­zion­ali, dal 25 aprile 1945 in poi furono diverse e non pote­vano certo essere rac­con­tate. Vi furono almeno due guerre civili — quella fra fascisti e anti-fascisti e quella fra comu­nisti e anti-comunisti – e almeno tre guerre inter­nazion­ali che trasfor­marono l’Italia in un campo di battaglia, ponen­dola al cen­tro dello scon­tro fra Occi­dente e Ori­ente e dello scon­tro arabo-israeliano. Tutti questi con­flitti hanno cre­ato una mis­cela esplo­siva che sarebbe sfo­ci­ata nel terrorismo».

Ma c’è stata soprat­tutto una guerra invis­i­bile mediterranea.

«Il punto di partenza fon­da­men­tale è la con­sid­er­azione che l’Italia, pur avendo perso la sec­onda guerra mon­di­ale ed essendo sot­to­posta al con­trollo delle potenze vincitrici, gra­zie alla pro­pria classe diri­gente dell’immediato sec­ondo dopoguerra riuscì a divenire una potenza eco­nom­ica, mer­ito di una polit­ica mediter­ranea e terzo-mondista che aveva in Enrico Mat­tei e Aldo Moro, i suoi prin­ci­pali espo­nenti. Loro capirono che per riac­quistare pres­ti­gio nel Nord Africa e nel mondo ori­en­tale era nec­es­sario pagare molto di più ai pro­dut­tori di petro­lio rispetto a quanto facessero inglesi e francesi ma ciò, inevitabil­mente, incrinò le relazioni diplo­matiche con questi paesi. La chi­ava di volta fu pro­prio la salita al potere di Gheddafi che, come primo atto espulse le basi inglesi dalla Libia. Suc­ces­si­va­mente l’Inghilterra perse l’Egitto, l’isola di Cipro e Malta».

Le dichiarazioni sulla scop­erta immi­nente delle ver­ità su Via D’Amelio, rese e poi smen­tite non le sem­brano “strane”?

«Mi sem­brano strane e poco cred­i­bili. Ovvi­a­mente sper­erei che i mag­is­trati avessero scop­erto la ver­ità su cosa avvenne in Via d’Amelio ma mi sem­bra che lo schema uti­liz­zato per com­pren­dere quegli eventi punti sem­pre sui servizi deviati e su uno Stato in com­butta con la mafia, una chi­ave di let­tura esclu­si­va­mente ital­iana insomma. Per car­ità c’è anche della ver­ità in questo ma è dif­fi­cile capire gli anni delle stragi senza tener conto del con­testo geo-politico. In quegli anni crollava il muro di Berlino e finiva la Prima Repub­blica, quali equi­libri mutarono? Quali nuovi attori entra­vano in gioco? Ho la sen­sazione che basan­dosi solo su dichiarazioni a scop­pio ritardato di qualche pen­tito e per giunta prive di riscon­tri non si possa andare molto lontano».

In un paese in cui il sen­a­tore Mar­cello Dell’Utri afferma che “Vit­to­rio Mangano è un eroe”, abbi­amo buone pos­si­bil­ità di arrivare alle “verità”?

«Credo che com­p­lessi­va­mente il ceto politico attuale sia di infimo liv­ello, inca­pace di affrontare una fase del­i­cata come il pas­sag­gio dalla Prima alla Sec­onda Repub­blica si tratta di una classe polit­ica liti­giosa e col­lusa con la crim­i­nal­ità. Per for­tuna oggi abbi­amo un’opinione pub­blica attiva e respon­s­abile e l’iniziativa “Tab­ula Rasa” rap­p­re­senta, in tal senso, un seg­nale molto incor­ag­giante. E’ un cam­mino dif­fi­cile ma per rius­cire a scuotere la polit­ica è nec­es­sario che cias­cuno, dal gior­nal­ista allo storico, fac­cia la sua parte: dob­bi­amo fare i conti con il nos­tro pas­sato, con la nos­tra storia».

Per restare alla stretta attual­ità, cosa ne pensa della P3?

«Si parla di una mera cricca affaris­tica molto ram­i­fi­cata, dall’editoria alle isti­tuzioni statali. A mio avviso non è nem­meno lon­tana­mente parag­o­nabile alla P2, un’associazione seg­reta in cui si com­bi­na­vano affari e si cer­ca­vano pro­tezioni e pro­mozioni, un fenom­eno anom­alo che si inseriva alla per­fezione nel con­testo della Guerra Fredda: gli uomini della log­gia P2 erano uomini anti-comunisti sino al midollo. La cosid­detta P3 vor­rebbe ricreare quel sis­tema ma in un con­testo in cui non vi è più un nemico comune da com­bat­tere, solo soldi e appalti da ottenere».


Gio­vanni Fasanella, gior­nal­ista, sceneg­gia­tore e doc­u­men­tarista, è autore di molti libri sulla sto­ria invis­i­bile ital­iana, tra i quali ricor­diamo Seg­reto di Stato. La ver­ità da Gladio al caso Moro (con G. Pel­le­grino, C. Ses­tieri, Ein­audi 2000), Che cosa sono le BR. Le radici, la nascita, la sto­ria, il pre­sente (con A. Frances­chini, Bur 2004), La guerra civile (con G. Pel­le­grino, Bur 2005) e I Silenzi degli inno­centi (con A. Grippo, Bur 2006).  er Chiarelet­tere ha pub­bli­cato con Gian­franco Pan­none il DVD+libro Il sol dell’avvenire (2009).

Rosario Pri­ore, mag­is­trato, per oltre un trenten­nio, fin dai prim­is­simi anni Set­tanta, quando arrivò come giu­dice istrut­tore al Tri­bunale di Roma, ha seguito molti dei casi di vio­lenza e ter­ror­ismo (interno e inter­nazionale) più impor­tanti della sto­ria giudiziaria ital­iana: dall’eversione nera ad Autono­mia operaia, dal caso Moro a Ustica, dagli atten­tati palesti­nesi al ten­tato omi­cidio di Gio­vanni Paolo II.

luglio 23rd, 2010

Editoria: tutto cambia perché nulla cambi

di Seia Mon­tanelli



Tale dis­ci­plina mira a con­tribuire allo sviluppo del set­tore librario, al sostegno della cre­ativ­ità let­ter­aria, alla pro­mozione del libro e della let­tura, alla dif­fu­sione della cul­tura, alla tutela del plu­ral­ismo dell’informazione.


Così recita il dis­pos­i­tivo della cosid­detta legge sul libro, il ddl 1257, che ha come primo fir­matario il dep­u­tato del Pd Ric­cardo Levi (lo stesso che nel 2007 aveva pro­posto una legge che avrebbe por­tato inevitabil­mente al bavaglio per i blog, e una forte lim­i­tazione della lib­ertà di espres­sione sulla rete); ma esam­i­nando con atten­zione tutti gli arti­coli del dis­egno di legge — approvato con un voto unanime della com­mis­sione Cul­tura riu­nita in sede leg­isla­tiva il 14 luglio scorso, e diretto ora al Sen­ato per la delib­era finale, che prob­a­bil­mente la ren­derà vigente a par­tire dal 1 novem­bre — il det­tato nor­ma­tivo si muove in direzione del tutto opposta a quei prin­cipi cui dice d’ispirarsi: nes­sun sostegno al set­tore librario, né difesa della cul­tura, ma tutela degli inter­essi di parte dei grandi gruppi edi­to­ri­ali, quelli che meno hanno alcun bisogno di tutela, ovvi­a­mente, e che invece ven­gono ulte­ri­or­mente garan­titi dagli sconti sel­vaggi prat­i­cati dalla Gdo (la grande dis­tribuzione, i super­me­r­cati e gli iper­me­r­cati). La legge infatti, fin­gendo di recepire le richi­este di rego­la­men­tazione del set­tore edi­to­ri­ale — da sem­pre un far west per l’assenza di una legge che regoli il prezzo di cop­er­tina e i peri­odi per le cam­pagne pro­mozion­ali, in cui ogni log­ica di mer­cato e di lib­era con­cor­renza salta a favore dei grandi gruppi edi­to­ri­ali e in par­ti­co­lare di quello (Mon­dadori) gestito dalla famiglia del Pre­mier - inter­viene sulla ques­tione del prezzo del libro, ponendo un tetto mas­simo di sconto del 15% e nes­suna lim­i­tazione per gli edi­tori nelle cam­pagne pro­mozion­ali, che restano aperte undici mesi l’anno, per un lasso di tempo non supe­ri­ore a un mese, con l’esclusione di dicem­bre. Le uniche eccezioni riguarder­anno i libri ven­duti durante peri­odi par­ti­co­lari quali man­i­fes­tazioni locali o inter­nazion­ali o acquis­tati on line (in tal caso lo sconto prat­i­cato potrà rag­giun­gere il 20%) e i libri per bib­liofili pub­bli­cati a tiratura lim­i­tata, i libri d’arte, quelli antichi, i volumi di edi­zioni esaurite, quelli usati, i fuori cat­a­l­ogo, e le edi­zioni des­ti­nate a rap­porti asso­cia­tivi oltre a tutti i volumi usciti da oltre venti mesi.

E’ chiaro che in questo modo si ampli­fica il divario tra i grandi gruppi edi­to­ri­ali che pos­sono per­me­t­tersi cam­pagne di sconto quasi per­ma­nenti e le pic­cole e medie imp­rese edi­to­ri­ali che non potranno com­petere sul campo e saranno costrette, alla lunga, anche ad alzare il costo dei loro volumi – ma Mon­dadori, Fel­trinelli, Riz­zoli, e le con­trol­late del Gruppo Gems (da Garzanti a Lon­ganesi) in realtà si muovono comunque lungo la strada dell’aumento dei prezzi par­al­le­la­mente a quella degli sconti prat­i­cati più volte l’anno — e ovvi­a­mente i primi a farne le spese saranno i librai indipen­denti a van­tag­gio delle grandi librerie di catena, quasi tutte gestite, guarda caso, dai gruppi edi­to­ri­ali più forti.

Il ddl è frutto di un com­pro­messo fra più inter­essi “forti” – lo ammet­tono gli stessi sosten­i­tore del ddl, per esem­pio l’Ali, l’associazione di cat­e­go­ria dei librai, sec­ondo cui è meglio una legge anche brutta piut­tosto che nes­suna legge — e non tiene in nes­sun conto dell’esperienza degli altri paesi europei, in primis quello inglese, in cui la lib­er­al­iz­zazione totale del prezzo del libro ha finito per creare dis­as­tri dif­fi­cil­mente recu­per­abili, per cui anche le grandi catene di librerie sono in ginoc­chio a causa della con­cor­renza della GdO. L’anno scorso, durante il con­vegno L’Europa non fa più sconti tenu­tosi a Torino il 14 mag­gio, su inizia­tiva di sei edi­tori (Instar Libri, Iper­borea, Mar­cos y Mar­cos, Not­tetempo, Min­i­mum­fax e Voland), uniti nell’associazione “I mulini a vento”, che si è mossa per tempo per sen­si­bi­liz­zare l’opinione pub­blica nei con­fronti dei prob­lemi del set­tore libraio, campeg­giava sugli inter­venuti la scritta: “Qualunque cosa farete, una cosa pos­si­amo dirvi: non fate come abbi­amo fatto noi”, monito degli inglesi Chris Rushby e Nick Per­ren. In Ger­ma­nia non è pre­visto alcuno sconto sui libri, in Spagna c’è il prezzo fisso, e la pos­si­bil­ità di effet­tuare uno sconto non supe­ri­ore al 5%, men­tre in Fran­cia da oltre vent’anni con la legge Lang non si può andare oltre il 5% e in questi vent’anni sono nate 400 nuove librerie francesi e la legge è sostenuta anche dalla stessa Fnac, la più grande catena di librerie in Europa.

Abbi­amo par­lato del dis­egno di legge Levi e dello stato dell’editoria ital­iana con Ginevra Bom­piani, figlia del grande edi­tore Valentino Bom­piani ed editrice (oltre che scrit­trice) lei stessa insieme a Roberta Ein­audi, con le Edi­zioni Not­tetempo. All’indomani dell’approvazione della legge, Bom­piani aveva scritto dalle pagine del sito della sua casa editrice una let­tera aperto ai let­tori: “Cari let­tori, quando entrate in una libre­ria, cer­cate i libri e non gli sconti, girate intorno alle pile delle pro­mozioni e sco­prite dietro di esse quei libri che espon­gono il loro modesto prezzo pieno alla vos­tra intel­li­genza prima che alle vostre tasche.”

Alla fine il ddl ha super­ato il vaglio della com­mis­sione cul­tura alla cam­era e l’Ali ha com­men­tato il fatto soste­nendo che è meglio una brutta legge che nes­suna legge. E’ così? Ed è davvero una brutta legge?
Una ‘brutta legge’ è un modo defin­i­tivo di chi­ud­ere una par­tita. Men­tre ‘nes­suna legge’ per­me­tte di sper­are che il dibat­tito si allarghi, ascoltando le voci di centi­naia di edi­tori e librai indipen­denti, per arrivare a un vero com­pro­messo fra tutte le parti in campo e quindi a una buona legge.
In che modo cam­biereb­bero le cose se anche il sen­ato dovesse approvarla?
Le cose non cam­biereb­bero molto dallo stato attuale, ma lo ren­derebbe lecito e uffi­ciale. In altre parole, questa legge dà il ben­estare alla trasfor­mazione del libro da prodotto cul­tur­ale a merce d’occasione, e delle librerie da luoghi di cul­tura a out­let car­ta­cei. E tutto in nome della cul­tura
Cosa pensa avrebbe dovuto prevedere il ddl per essere una buona legge?
Una buona legge sarebbe quella che lim­i­tasse il diritto di sconto sul libro in due modi: dan­dogli un tetto (che non superasse il 5/10%) e togliendo dallo sconto le novità, almeno per i primi sei mesi. E lim­i­tasse le pro­mozioni a due mesi l’anno, come avviene nel com­mer­cio, dove ci sono due mesi di saldo uguali per tutti: gen­naio e luglio.
Come mai nel set­tore edi­to­ri­ale ci sono state reazioni di segno del tutto opposto e la creazione di due veri e pro­pri schiera­menti? Da una parte l’Associazione degli edi­tori e l’Associazione dei librai, insieme ai grandi gruppi (e alla casa editrice New­ton Comp­ton) che hanno accolto pos­i­ti­va­mente la pro­posta, dall’altra la mag­gior parte degli edi­tori e dei librai indipen­denti che riten­gono che tale pre­vi­sione tenda a favorire le grandi case editrici.
Questi due schiera­menti cor­rispon­dono alla realtà di oggi: da una parte il fat­turato di gruppi edi­to­ri­ali e catene librarie che si vogliono difend­ere dalla Grande Dis­tribuzione dei Super­me­r­cati; dall’altra centi­naia di edi­tori e librai indipen­denti, che da questa legge di sconti e pro­mozioni vedono minac­ciata la loro soprav­vivenza. Questa legge difende il fat­turato, non la cul­tura. Né gli edi­tori né i librai indipen­denti pos­sono per­me­t­tersi queste con­tinue pro­mozioni, così come gli edi­tori indipen­denti non pos­sono pagare le vetrine e i tavoli su cui esporre i loro libri come fanno i grossi edi­tori nelle librerie di catena. C’è una riv­o­luzione in atto, ma a farla sono i grossi con­tro i pic­coli. La posta in gioco è la fine della cul­tura, della molteplic­ità e della diver­sità. Il pre­sente corre su questa linea di resistenza.
Allora per­ché è stata approvata questa legge? Si tratta in realtà di un’altra legge ad per­sonam camuf­fata da inter­vento a favore della cul­tura?
Questa legge è stata con­cessa da Mon­dadori, è il frutto di un com­pro­messo: il com­pro­messo min­imo che poteva toller­are. E così hanno trasfor­mato le librerie in scat­ole da saldi, e il libro in un prodotto alla stessa stregua di ogni altra merce da banco. Il libro deve muoversi in un’ottica di mer­cato ovvi­a­mente, ma non può perdere la sua carat­ter­is­tica prin­ci­pale ed essen­ziale di essere un vei­colo cul­tur­ale e in quanto tale va preser­vato.
Non si è voluto guardare all’esperienza degli altri grandi paesi europei?
Questa legge finge di pren­dere esem­pio dalla legge francese, la legge Lang, che ha sal­vato tante librerie e case editrici indipen­denti da morte certa (fra queste alcune molto pres­ti­giose). In realtà, la nos­tra legge si avvic­ina più al mod­ello inglese che è stato dis­as­troso. Oggi in Inghilterra vor­reb­bero tornare indi­etro, e noi invece li inseguiamo.
Il vero prob­lema dell’editoria ital­iana è sul serio la polit­ica degli sconti, e non invece il fatto che ci siano pochi let­tori e mec­ca­n­ismi con­torti riguardanti la dis­tribuzione e alti costi di ges­tione dei mag­a­zz­ini?

Il prob­lema è cer­ta­mente il fatto che ci siano pochi let­tori. I let­tori vanno for­mati. Pochi umani hanno la let­tura nel DNA. Gli altri vanno edu­cati alla let­tura. Ma la dis­truzione grad­uale della scuola e la decere­brazione oper­ata dallo Stato, non vanno certo in questa direzione. Chi non legge non si astiene certo per­ché il libro è troppo caro. C’è la crisi, ma i ris­toranti sono pieni. Il libro è un nutri­mento, un pas­satempo, un com­pagno, un amico, ma diventa tutto questo solo se lo scegli.
Si potrebbe pen­sare in realtà che gli sconti vadano incon­tro alle esi­genze eco­nomiche del let­tore. Non pos­sono essere un modo per avvic­inare più let­tori ai libri?
Gli sconti e i saldi non sono fatti per accon­tentare il com­pra­tore, ma per con­sen­tire a ven­di­tore e pro­dut­tore di sbaragliare la con­cor­renza, di imporre un prodotto sul mer­cato, di ridurre il numero dei libri e quindi della diver­sità per alzare le tira­ture di pochi titoli. Se il let­tore capisce questo, capirà anche che la sua lib­ertà passa attra­verso il rifi­uto degli sconti, la scelta dei libri che gli sconti nascondono.

Nei prossimi giorni su queste pagine inter­ver­ranno altri edi­tori e rap­p­re­sen­tati di tutti i soggetti inter­es­sati dalla ques­tione affrontata ma non risolta con questo ddl.

luglio 20th, 2010

Saviano, la P3 e la macchina del fango

Dis­cu­ti­amo di lib­ertà di stampa e diritto alla pri­vacy e alla riservatezza?

 

di Gianni Bon­ina

 

Capi­tando a ridosso del ddl sulle inter­cettazioni, lo “scan­dalo P3” sem­bra accred­i­tarne il fon­da­mento. Iro­nia del gior­nal­ismo, è pro­prio “la Repub­blica” a offrire la chi­ave di legit­ti­mazione. Lo fa mercé la sua firma di punta, Roberto Saviano, che nell’articolo del 17 luglio riv­ela quali sono state le strate­gie per inchio­dare Cal­doro. E che, nella sua vocazione espansa di scrit­tore impeg­nato, porta argo­menti a favore dell’ideale di una let­ter­atura vit­torini­ana, capace cioè di traslo­care ragioni dal quad­rante della soci­età a quello della cul­tura. Vit­torini fu il Sartre ital­iano che immag­inò engagé non l’intellettuale ma la sua opera e che non esitò a met­tersi con­tro il suo par­tito pur di non pie­gare la let­ter­atura alle pretese della polit­ica. Una voce come quella di Saviano è nec­es­saria per­ché la let­ter­atura tes­ti­mo­ni­ale, sia pure nei modi pro­pri della docu-fiction, abbia una sua pre­senza nella realtà polit­ica.
Saviano spiega che la “cricca”, volendo cucire addosso al des­ig­nato pres­i­dente della Cam­pa­nia un’accusa di asso­ci­azione mafiosa, e sapendo bene che non conta nulla cer­care le prove per denun­cia­rlo, si pre­oc­cupa soprat­tutto di trovare gior­nali e siti web dis­posti a pub­bli­care notizie che pur non essendo vere pos­sano sem­brare tali in pre­senza di un dossier preparato a regola di calun­nia.
La ricetta di Saviano è questa: “Prendi un vec­chio pen­tito fuori dai giochi e gli fai sparare qualche accusa, il tempo di finire sui gior­nali: poi mag­ari i pm dimostrano che è falsa, ma intanto il fango ti è arrivato”. Non importa dunque che sia aperta un’inchiesta giudiziaria su Cal­doro ma che i gior­nali pub­blichino insin­u­azioni sul suo conto. Se ne ricava che “la macchina del fango”, come la chiama Saviano, si può met­tere in moto solo in quanto esiste una stampa, com­pia­cente o col­lusa, che può farle da sponda. Nes­sun dossier sarebbe infatti mai nato se fosse man­cata la pos­si­bil­ità di ren­derlo pub­blico.
La tec­nica imp­ie­gata è stata sopraf­fina ed è lo stesso Saviano a riv­e­larla: si prepara un dossier su pre­sunte fre­quen­tazioni omoses­su­ali della vit­tima, si com­pulsa un sito per­ché mostri sdegno nel momento in cui dà notizia del dossier e, aspet­tando che i gior­nali ripren­dano le indis­crezioni, si pro­fon­dono pub­bli­ca­mente attes­tati di sol­i­da­ri­età misti a dichiarazioni di con­danna.
Ebbene, tutto ciò non sarebbe pos­si­bile se una legge vietasse di ren­dere pub­bliche notizie di reato (oltre­tutto false in questo caso) prima del pro­nun­ci­a­mento del Gip e di usare i gior­nali come muri sui quali infamare chi­unque con lo spray.
“La Repub­blica”, dando enorme spazio al caso, sta dimostrando come sia sacrosanta una nor­ma­tiva che impedisca ai gior­nali di ren­dersi stru­mento, in buona fede o in com­butta, di sceller­ate manovre piduiste e di com­plotti politici. Il giorno dopo l’articolo di Saviano, Adri­ano Pros­peri ha ripreso la stessa tesi finendo per dire cosa del tutto con­traria: sec­ondo lui la legge anti-intercettazioni trasformerebbe l’informazione in un canale di falsi dossier. Ma come?
Piut­tosto: la legge sulle inter­cettazioni è nec­es­saria quanto alla vio­lazione che la stampa fa ogni giorno della pri­vacy e alla lib­ertà di cui gode di met­tere chi­unque alla gogna dis­truggen­done il bene mag­giore, la rep­utazione; non occorre invece quanto all’azione giudiziaria per­ché la mag­i­s­tratura ha ottenuto for­mi­da­bili risul­tati con lo stru­mento dell’intercettazione. Tra due beni di uguale impor­tanza sociale, la ris­er­vatezza e la facoltà inquisi­to­ria, questo gov­erno ha scelto di tute­lare il primo penal­iz­zando però il sec­ondo. Basterebbe sep­a­rare le due sfere e met­tere il bavaglio a quella stampa che, come oggi “la Repub­blica”, si erge a deten­trice di un potere che non dà notizie ma le fa. In una soci­età dove si teme più il gior­nal­ista che il giu­dice, la lib­ertà di espres­sione diventa licenza. Una licenza che può con­sen­tire tor­bide manovre del tipo di quelle allestite dalla “macchina del fango” di cui Saviano ci ha spie­gato benis­simo i meccanismi.

luglio 17th, 2010

Gli amici con i pennacchi

di Gianni Bon­ina

«Levateje er vino» avvertiva qualche set­ti­mana fa Costanzo, nelle sue sva­po­rate “Notti mon­di­ali”, di un ospite che le diceva di testa. Pur aven­dole fatte di pan­cia, nes­suno ha però pen­sato di con­sigliare agli amici della domenica di pri­varsi dello strega, cos­ic­ché quest’anno si sono fatti cogliere a bar­col­lare lungo i muri del Nin­feo con tanti «pen­nac­chi» in capo come cap­pelli di lucig­nolo. L’hanno fatta grossa davvero. O forse no: per­ché lo Strega è un liquore dis­til­lato sec­ondo for­mule con­fi­date dalle streghe di Ben­evento, cap­i­tale della magia, e le alchimie che liofil­iz­zano le sue set­tanta erbe altro non mascher­ano che le strate­gie che tan­ta­liz­zano gli oltre quat­tro­cento giu­rati di Villa Giu­lia. “Gli Amici della domenica” sono detti (come gli scrit­tori che si dilet­tano nelle feste coman­date), ma in ver­ità le domeniche non sono meno di venti: le set­ti­mane nelle quali gli uffici stampa delle case editrici – e chi altri ne abbia inter­esse – li blan­dis­cono con vere e pro­prie forme di stalk­ing.
Amici di chi poi? Delle case editrici senz’altro, se però queste sanno irre­tirli (né man­cano loro i mezzi per per­suadere fig­ure – quali scrit­tori, gior­nal­isti, artisti e crit­ici – che sono tra le più esposte al fas­cino della lusinga), ma anche e soprat­tutto di se stessi. Come in polit­ica, un voto può essere infatti deter­mi­nante – e lo si è visto quest’anno come anche l’anno scorso. Ma quanto deter­mi­nante? Basta osser­vare con molta atten­zione i libri, le curatele, le pre­fazioni, le col­lab­o­razioni gior­nal­is­tiche e le altre prebende che dopo l’estate legano nomi di amici della domenica e case editrici, quelle che gen­eral­mente sono legit­ti­mate dal Fato (leggi: dalle capac­ità di uffici stampa, edi­tor e diri­genti) alla con­quista della bot­tiglia gialla da far levare alle stelle al loro ben­cap­i­tato capro giac­u­la­to­rio di turno. Dac­ché bisogna risalire al 1967 per trovare impalmato un edi­tore minore, Val­lec­chi. Per il resto il cam­pi­onato è sem­pre a tre squadre: Mon­dadori, Riz­zoli e Fel­trinelli, con l’aggiunta di Ein­audi, Bom­piani e Garzanti che però sono ora­mai cosa loro. Un cam­pi­onato nel quale gli autori val­gono molto meno dei piloti e dei fan­tini, per­ché i pronos­tici riguardano non i loro libri ma i loro edi­tori, al pari delle auto e dei cav­alli da corsa. Per­ché, per dirla tutta, lo Strega è un con­corso non di nar­ra­tiva ma di edi­to­ria: vi parte­ci­pano i pro­dut­tori.
Chi ha un min­imo di fre­quen­tazione dell’ambiente sa bene infatti che non c’è amico della domenica che alla domanda sul ben­e­fi­cia­rio del suo voto non fac­cia il nome dell’editore anziché dello scrit­tore. «A chi dai il voto?». «Quest’anno a Ein­audi»: come dire che l’anno scorso l’ho dato a Riz­zoli e l’anno prossimo si vedrà. Il giu­rato è cosciente del fatto che non gli ser­vono a nulla i punti-qualità (l’affermazione cioè del pro­prio, autonomo, giudizio di val­ore) ma che se vuole cavare qualche frutto deve rac­cogliere punti-fedeltà: agli edi­tori, agli altri amici, a chi­unque lo chi­ami sul cel­lu­lare e gli com­inci a par­lare di let­ter­atura facen­dosi poi scap­pare un nome d’autore dopo aver solen­nemente sospi­rato sulla crisi della nar­ra­tiva.
Chi poi ha più di un min­imo di fre­quen­tazione sa anche bene che sono non più di una dozzina gli amici che leg­gono i libri in con­corso. La prova? Trat­tan­dosi di scrit­tori, gior­nal­isti e crit­ici let­ter­ari, dovreb­bero essere por­tati per mestiere o per vocazione a recen­sire un libro che è piaci­uto loro molto. Invece no. Chi ha tempo con­trolli su Inter­net – incro­ciando i nomi di autori e giu­rati¬ – quanti dei sec­ondi si siano occu­pati dei primi. Si asten­gono dal par­larne per­ché sono giu­rati, si dirà. Senonché un libro si recen­sisce quando esce e non quando viene can­didato al mas­simo alloro nazionale.
Questo sis­tema fomenta un effetto domino dis­trut­tivo: giac­ché si tratta di un pre­mio capace – ma oggi meno di ieri – di fare vendere libri vin­centi e piaz­zati, la scelta deter­mina anche un gusto che si muta in un codice di ori­en­ta­mento e da qui in canone let­ter­ario. Se insomma il libro che vince lo Strega dec­reta il miglior prodotto dell’anno, il pub­blico è indotto a credere che quello che ha com­prato è il libro sul cui con­tenuto deve con­for­mare le pro­prie let­ture: senza pen­sare che il vinci­tore dello Strega è come Miss Italia, in capo alla quale si posa la corona della più bella di un regno dove c’è sem­pre una più bella.
Ma il pub­blico, e quindi il mer­cato, segue poco alchimie e fumis­terie e assi­cura il suo favore (quello che le case editrici alla fine vogliono guidare) quasi sem­pre ad autori e libri che il mondo in lucido e bel­letto dei premi snobba nella pretesa, scim­miottando il Nobel, di ele­vare a mag­giore e vana glo­ria nomi che per­lopiù ringal­luzzis­cono l’espace d’un mesetto e che van­tano una spe­ciale quid­dità: di non essere di moda e di non essere né popo­lari né com­mer­ciali. Salvo poi, come Gior­dano, diventare l’uno e l’altro e altro ancora. Ma, diceva Pavese, chi non segue la moda, come fa lo Strega che tende a igno­rare gli autori sul mer­cato, da Camil­leri a De Crescenzo, è des­ti­nato a seguirla l’anno suc­ces­sivo, quando mag­ari è pas­sata. Epperò ci sono mode che non pas­sano da un anno all’altro e ci sono premi che si incaponis­cono a ricer­care l’elemento di novità in un mare dei sar­gassi dove tutti gri­dano al cap­ola­voro per smen­tirsi poi di fronte al mis­i­rizzi.
Pen­nac­chi non fa dif­ferenza, come nem­meno, a regredire, Scarpa, Gior­dano e Amman­iti. Lad­dove invece Caos calmo di Veronesi, anno 2006, è l’ultimo libro di qual­ità sul quale gli amici del Nin­feo si sono tenuti svegli e che ha avuto vita non solo più lunga ma anche più nobile.

luglio 15th, 2010

Liquori, premi e pennacchi

da Sti­los di luglio

Anto­nio Pen­nac­chi, vinci­tore del Pre­mio Strega 2010

Se una cosa dimostra il roman­zone di Anto­nio Pen­nac­chi (quello, per sua ammis­sione, che salverebbe tra tutti e per il quale ha lavo­rato anche quando scriveva gli altri) è che c’è stata anche un’emigrazione che nella prima metà del Nove­cento ridis­cen­deva il con­ti­nente spopolando la Pada­nia. Sic­ché ver­rebbe fatto di chiedersi per­ché i merid­ion­ali si siano fatti sfug­gire quello che da veneti, friu­lani ed emil­iani veniva visto come un Eldo­rado se già non sapes­simo che fu il gov­erno fascista a scegliere i cis­padani per popo­lare l’Agro pon­tino. Rac­con­tando la saga dei Peruzzi arti­co­lata su tre gen­er­azioni, Pen­nac­chi rifà la sto­ria del sec­olo fino ai primi anni Cinquanta rispolverando vicende sapute, pagine di sto­ria acquisite, altre rice­vute e schemi con­sol­i­dati. Chi si aspet­tava una con­tros­to­ria dell’Italia ha potuto leg­gerne solo la sinopia: sulla quale si spalma la trama di una famiglia che, per non perderne le fig­ure, avrebbe avuto bisogno di un albero genealogico, alla maniera dell’ultima Ori­anna Fal­laci, che da vicino questo Pen­nac­chi ricorda. Quel che pesa di più è però un trait­ment del tutto inutile: il romanzo è una lunghissima let­tera a chi sa chi, a scor­rere la quale ci si chiede più chi sia piut­tosto che cosa avverrà dopo.

(Questo post antic­ipa lo spe­ciale sul Pre­mio Strega che uscirà sul numero di agosto di Sti­los).

luglio 12th, 2010

Benvenuti in Piazza d’armi

di Gianni Bon­ina


Il blog che nasce oggi è stato preteso dalla riv­ista che, con­vinta di non dover mai dis­met­tere il suo abito d’occasione per ten­ersi (più per pru­dente ritegno che per altero dis­degno) lon­tano dalla rissa, e decisa però a non las­ciare la piazza ai suoi clam­ori, da tempo richiedeva un min­istro – errata cor­rige: un tri­buno – che facesse, come dire, i “lavori sporchi”: che scen­desse insomma tra la turba e pren­desse voce nel capi­tolo della polem­ica.
In dub­bio se la cul­tura sia anche quella dell’orto e non la sola del gia­rdino, se la piazza abbia le sue ragioni che il palazzo non conosce, se insomma met­tersi al petto la coc­carda al posto del fiocco sia pur con­sen­tito a una riv­ista che tenga a stare nello stu­dio anziché in salotto e che voglia deliziare lo spir­ito invece di tur­bare l’animo, rasser­enare i cuori e non aiz­zare le coscienze, Sti­los ha preso con­sapev­olezza del fatto che non basta più un sito e che alle­stire una piazza d’armi dove radunare schiere e arse­nali, fosse la soluzione al suo prob­lema (divenuto una sin­drome di incom­pletezza negli ultimi tempi) su come stare nel mondo, o meglio nel pre­sente, senza perdere con­sensi né dis­tanze.
Per­ciò ha investito il blog della car­ica di ambas­ci­a­tore e rap­p­re­sen­tante della riv­ista nel momento, con alcune deleghe pre­cise: dare notizia di quanto, ver­i­fi­cato e doc­u­men­tato, avvenga nel regno delle let­tere e delle arti; ani­mare anziché tem­per­are il dibat­tito, provo­cando più che moderando; non cen­surare alcuna protesta o crit­ica che sia, nem­meno quelle riv­olte a Sti­los; pub­bli­care indis­crezioni fon­date e gius­tifi­cate su quanto cir­coli nelle zone d’ombra dell’editoria; accogliere com­menti purché non salaci a ogni post che sia però sagace; non indul­gere in com­pia­cenze o forme cor­rive di rispetto nei con­fronti di autori o edi­tori amici della riv­ista, al costo di aprire un’ulteriore dis­cus­sione; non rispon­dere infine alle pos­si­bili rac­co­man­dazioni o ai prob­a­bili richi­ami della riv­ista e dare conto della pro­pria inizia­tiva solo al buon gior­nal­ismo, all’art. 21 e ai prin­cipi di lealtà, cor­ret­tezza eccetera eccetera.
Rius­cirà Sti­los ad avere un gior­nale di bordo che non sia un diario di guerra o un quaderno di doglianze, e meno ancora un libro mas­tro o un reg­istro di denunce? Un blog che sia un po’ come la sua tenuta da cac­cia ma che abbia più dell’usbergo che non dell’abito talare? O, una volta che la lib­ertà con­cessa si sarà mutata in licenza, Sti­los finirà per dover chiedere, con rossore e colpa a chi lo inter­rogherà, se del blog e delle sue intem­per­anze ne è forse il guardiano?
Ma se i propositi sono buoni, per­ché mai i risul­tati dovreb­bero essere cat­tivi? La pre­oc­cu­pazione comunque c’è eccome. Vorrà dire che, se questo blog è come un bar­dotto che ha bisogno dei botti per scal­ciare, basterà rego­lare i botti per vedere se ha più un cuore di asina o di cavallo.