di Vincenzo Ruggiero Perrino “Rock ‘n’ roll” di Tom Stoppard (Einaudi, 2011), trionfalmente accolto nei teatri londinesi, non è la storia di “una” passione individuale per la musica, che pure aleggia sovrana per tutta la pièce, bensì quella delle tante contraddittorie forme che “la” passione assume nelle persone. Si va dall’ostinazione di Max per l’utopia comunista che la storia sgretola man mano che ai suoi occhi di idealista appare come l’unica forma possibile di convivenza umana, alla infatuazione di sua moglie Eleanor per la della poesia di Saffo, di un erotismo irrefrenabile, «impossibile da ingabbiare», che in qualche modo è metafora dell’imprevedibilità stessa della vita; dalla fragile inadeguatezza della loro figlia Esme, romanticamente devota al ribellismo giovanile e già proiettata verso i tempi nuovi, alla dedizione per la musica rock di Jan, costretto a fare i conti prima con l’ottusità del regime e poi con una stampa occidentale famelica, che «non parla mai della musica… solo del fatto che questo o quello sia simbolo di resistenza», senza capire che «gli agenti adorano i dissidenti come l’Inquisizione adorava gli eretici». Le vicende – che ruotano intorno al ruolo che la musica rock ebbe nel risveglio delle coscienze nei paesi socialisti –…


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