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	<title>Il blog di Stilos</title>
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	<description>...dove ci sono i libri</description>
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		<title>Dalla bacchetta alla penna</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 07:28:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura è società è politica]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura per ragazzi]]></category>
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		<category><![CDATA[Piemme junior-Il battello a vapore]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Rotino]]></category>

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		<description><![CDATA[di Sergio Rotino Prendete un mago cui la televisione ha regalato una notorietà inusitata. Poi pensatelo come scrittore di una saga per ragazzi ricca di magia e colpi di scena. Ecco, fatto tutto questo, avrete davanti Antonio Casanova, mago di professione e personaggio televisivo per le reti Mediaset, nonché autore della tetralogia intitolata “L’illusionista”, luogo narrativo dove le arti della prestiditigitazione prendono vita in un groviglio di rimandi fantasy dal vago retrogusto shakespeariano. Al centro dei quattro libri, consigliati per lettori dai nove anni in su, troviamo un ragazzo di colore, il quattordicenne Nasha Blaze, residente a Doomville, Irlanda del Nord. Nasha prima scopre di avere il Dono – definiamoli genericamente “poteri magici” – e di dover convivere con questa facoltà inusitata; subito dopo di doverla usare non solo per se stesso, ma soprattutto per gli altri, per salvarli e difenderli. Questo perché scopre l’esistenza, a pochi passi da casa sua, di un’altra dimensione, un posto diviso fra realtà e magia chiamato Nessunluogo. Lui è il solo essere umano a poterci vivere. I perché della sua unicità si sviluppano nell’arco narrativo dei quattro romanzi ed è ovviamente quanto tiene viva la storia. Dal 2009 al 2011 Casanova ha pubblicato per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small; font-family: georgia,palatino;">di Sergio Rotino</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><span style="font-size: large;"><img style="float: left;" src="http://cdn.cinetivu.com/wp-content/uploads/2009/01/antonio-casanova.jpg" alt="" width="331" height="419" />P</span>rendete un mago cui la televisione ha regalato una notorietà inusitata. Poi pensatelo come scrittore di una saga per ragazzi ricca di magia e colpi di scena. Ecco, fatto tutto questo, avrete davanti Antonio Casanova, mago di professione e personaggio televisivo per le reti Mediaset, nonché autore della tetralogia intitolata “L’illusionista”, luogo narrativo dove le arti della prestiditigitazione prendono vita in un groviglio di rimandi fantasy dal vago retrogusto shakespeariano. Al centro dei quattro libri, consigliati per lettori dai nove anni in su, troviamo un ragazzo di colore, il quattordicenne Nasha Blaze, residente a Doomville, Irlanda del Nord. Nasha prima scopre di avere il Dono – definiamoli genericamente “poteri magici” – e di dover convivere con questa facoltà inusitata; subito dopo di doverla usare non solo per se stesso, ma soprattutto per gli altri, per salvarli e difenderli. Questo perché scopre l’esistenza, a pochi passi da casa sua, di un’altra dimensione, un posto diviso fra realtà e magia chiamato Nessunluogo. Lui è il solo essere umano a poterci vivere. I perché della sua unicità si sviluppano nell’arco narrativo dei quattro romanzi ed è ovviamente quanto tiene viva la storia. Dal 2009 al 2011 Casanova ha pubblicato per Piemme junior-Il battello a vapore le avventure di questo ragazzino creolo (<em>Nasha Blaze e il mondo segreto</em>, <em>Nasha Blaze nella Bottega dei prodigi</em>, <em>Nasha Blaze e il venditore di Lunari</em>, <em>Nasha Blaze e la Pietra dell’eloquenza</em>) inserendo nelle pagine, arricchite dalle copertine (a colori) e dalle tavole (in bianco e nero) di Samuele Maggi, un crescendo di intrighi, azione e disvelamenti a volte un po’ troppo cervellotici ma sempre originali. A questo si deve aggiungere la buona capacità dell’autore di costruire una progressione credibile nelle azioni del personaggio e di restituirne al lettore, con sempre maggiore attenzione, i sentimenti che lo animano.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong><img style="float: right;" src="http://www.fantasymagazine.it/imgbank/ARTICOLI/piemme_-_l_illusionista.jpg" alt="" width="249" height="345" />Viene da chiederle subito come ha conciliato in questi anni il suo lavoro di mago con quello di scrittore per ragazzi. Quale continuità esiste fra l’uno e l’altro?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Risponderei che non è un lavoro portare incanti e stupori, così come non lo è scrivere di mondi invisibili: è la mia vita. Mi sono lasciato da sempre trasportare da ciò che amavo. Vedere ora i miei libri pubblicati in Cina, in Brasile, in Olanda ed essere stato una attrazione a Las Vegas o compiere un tour illusionistico fuori dai confini europei, sono le grandi soddisfazioni di chi come me non fa questo per i soldi, ma perché ci crede. La continuità sta poi nel fatto che i libri rendono veri i miei sogni a occhi aperti, così come il palcoscenico si arricchisce delle immagini che creo prima di tutto per i libri.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>Da cosa e come nasce il suo incontro con la scrittura e il fantastico?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Grazie a un nonno che dipingeva caverne e tesori sui muri della camera da letto, che scriveva per Mondadori libri che non avrebbero pubblicato, che sognava a occhi aperti e giocava a scacchi con scacchiere di conchiglie assemblate sulla spiaggia. Sono figlio di quanto mi è stato regalato nell’infanzia, dai nonni e dai genitori. Il mio mondo è sempre stato magia pura. Come non avrei potuto portarlo avanti con la scrittura e il palcoscenico così da condividerlo con quante più persone possibile? La scrittura e il fantastico si sono incontrati allora. Hanno impiegato del tempo per diventare espressione di me, però è da qui che è cominciato il viaggio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>So che vive in una cittadina della provincia bolognese. Le è di stimolo per la scrittura un luogo così raccolto, lontano dallo stress delle grandi città?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Non so ancora esattamente dove vivo. Per anni ho vissuto in albergo, mentre ora un antico convento del Cinquecento, completamente ristrutturato, mi permette alla mattina di vedere le due cose più belle al mondo: al di là delle grandi finestre del soggiorno, il sole che si poggia per riposare sulle chiome degli alberi di una campagna sconfinata; sul letto che sporge dal soppalco, la persona che amo ancora addormentata. Quindi, che sia la campagna di Bologna o un’isola dell’Oceano, non c’è differenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>D’accordo, ma per quanto riguarda la magia e la scrittura? Con quale dei due elementi si trova più a suo agio?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Con il pianoforte! Mi manca. Ultimamente suono di meno, per i tanti impegni, ma il pianoforte è sempre stato presente nella mia vita e nella mia casa. Sulla tastiera sono davvero a mio agio, sul palco e sui libri soffro della paura del creativo: temo sempre di svegliarmi e scoprire che non ho nulla da scrivere, o nessuna illusione da inventare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong><img style="float: left;" src="http://www.deastore.com/covers/978/885/660/batch3/9788856604030.jpg?1305313254" alt="" width="250" height="352" />E per </strong><strong>Doomville, la cittadina in cui vive Nasha Blaze, si è ispirato ai luoghi in cui vive o ha preferito prendere in prestito da varie città?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Non so risponderle esattamente. Doomville ha preso vita solo quando ho cominciato a immaginarla, pezzo a pezzo. Questo è il mio approccio alla scrittura: comincio a scrivere e seguo l’immagine che riesco a rendere il più concretamente solida davanti ai miei occhi. È come se su una tabula rasa apparissero come dei ricordi fantastici, un “ricordo a priori”. La cosa sorprende anche me. Quindi Doomville esisteva di già nella mia fantasia, ma ho dovuto inventarla poco a poco, e non ho mai preso in prestito nulla dalla realtà.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>Nasha Blaze immagino che invece abbia in sé qualcosa del suo creatore. </strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Di me possiede i capelli ispidi e scompigliati, e senz’altro la capacità di non arrendersi mai, di sperimentare. Per il resto è, come per gli altri personaggi, il risultato di un flusso spontaneo di fantasia, che non pesca consciamente nella mia biografia. Anzi: lui è molto più bravo di me nel campo sconfinato della Magia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>Anche se è descritto come un avventizio, come un apprendista, che quindi «deve imparare molto dalla magia». Non è un po’ l’autore che si riferisce a se stesso…</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Tutti dobbiamo imparare dal nostro campo, anche quando cominciamo a eccellervi. Ed eccellere nel proprio campo non è una presunzione, ma un normale divenire: è nello stato delle cose. “Restate affamati, restate folli” diceva Steve Jobs. Io lo credo fermamente. Così Nasha può essere anche il ragazzo con il Dono, capace di fare meglio qualunque altra cosa e di chiunque altro, ma non deve mai fermarsi a contemplare quello che ha raggiunto, deve sognare di più.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>È questo che ha voluto trasmettere ai lettori con la saga dell’<em>Illusionista</em>? Non raccontare il passaggio di una linea d’ombra esperienziale, di una maturazione intellettuale e fisica?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Nasha è il simbolo di chi affronta le difficoltà con l’incoscienza del pensarle mai abbastanza grandi per lui. La beata incoscienza contrapposta al pensiero comune in molti appartenenti alle nuove generazioni che trovano tutto complesso e difficile. Per me inoltre Nasha è Houdini nella pagoda della morte: lui è il simbolo della sfida portata in modo che altri non debbano arrivare a tanto, ma invitandoli a confrontarsi ugualmente con le difficoltà, qualsiasi esse siano, che incontreranno nel loro campo. E a vincerle. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, potrei risponderle che non si cresce mai, semplicemente si affronta in tempi diversi il mondo. Ma se riusciamo a essere unici, quali in realtà siamo, e a non piangerci addosso ogni volta che finiamo per terra e ci sbucciamo le ginocchia, possiamo renderci conto di saper fare cose straordinarie.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>La tetralogia de <em>L’illusionista</em> è intrisa di fantasy e di mistery, due generi a lei congeniali oppure scelti perché rappresentano il punto di vista migliore da cui raccontare questo tipo di storia?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">È una storia magica, che tocca la realtà con quel senso del fantastico che ho sempre amato nei film di Frank Capra o di Steven Spielberg. Il mistero è intrinseco al magico. Raccontando ciò che mi è più congeniale il genere diventa qualcosa di istintivo, usato senza premeditazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>Nell’elaborare <em>Nasha Blaze e la Pietra dell’eloquenza</em>, l’episodio conclusivo della saga, ha avuto una qualche influenza la sua partecipazione al lavoro teatrale <em>Alice nel paese delle meraviglie</em>?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">No. Ma il personaggio del Cappellaio Matto, che ho portato in scena nella tournèe volando sulla testa del pubblico e facendo apparire e sparire tazze di tè, ha ricevuto dalla scrittura il senso dell’incredibile e del fantastico. Quindi è avvenuto l’esatto contrario di quanto mi chiede. Probabilmente è questo che ho trasmesso alle platee dei teatri: ho raccontato ciò che scrivo attraverso quanto portavo in scena.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong><img style="float: right;" src="http://img4.libreriauniversitaria.it/BIT/240/397/9788856603972.jpg" alt="" width="167" height="240" />C’è chi ha paragonato la sua creatura a Harry Potter. A suo modo di vedere, esiste qualcosa che accomuna i due personaggi, oltre l’ambientazione “magica”?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Ringrazio del nobile paragone, ma ogni romanzo che tratta di un ragazzo con capacità magiche sia paragonabile a una pietra miliare come la saga di Potter. Almeno, questo è quanto credo. A ben vedere però, un punto in comune esiste: tutti e due lottano contro qualcosa di più grande di loro, che razionalmente non potrebbe essere sconfitto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>Perché ha scelto per Nasha una provenienza creola e una residenza irlandese?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Per rendergli la vita difficile. Non bastava svegliarsi un mattino scoprendo di non essere mai nel luogo dove ci si era addormentati. Bisognava avere origini che creassero problemi di adattamento, anche in un luogo splendido come l’Irlanda. Splendido ma dove non sempre è facile conquistare i favori degli abitanti, cosa che a ben vedere accade un po’ in tutti i paesi del vecchio continente, Italia compresa. L’Irlanda, patria di James Joyce, è un luogo mirabile per territori e ingegni. Non per questo un ragazzo di colore vi si deve trovare a proprio agio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>Era impossibile rendere quelle atmosfere ambientando i suoi romanzi in Italia?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Assolutamente. Ma nella prossima serie di romanzi, di cui il primo giace al fianco del mio computer, l’Italia sarà protagonista. Anche se non sarà la patria del nuovo, piccolo protagonista, ma il territorio principale di uno scontro tra il passato e il futuro. Una sfida senza precedenti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>Quindi</strong> <strong>il compito di Nasha termina qui e toccherà ad altri personaggi prendere il suo posto?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Esatto, la storia di Nasha finisce qui, nasce una storia nuova, che apparirà in autunno. È la storia di un uomo che ha scoperto come vivere per sempre, un segreto di cui vorrebbero impossessarsi in molti. Ancora una volta tutto sarà nelle mani di un ragazzo. Anzi, di due. Nati entrambi sotto il segno di Harry Houdini.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>E cosa ne sarà del Goran proposto in coda all’episodio conclusivo de L’illusionista?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Goran è un&#8217;altra storia, che ha un pizzico di incredibile. Infatti dopo la sua pubblicazione ho scoperto essere stata “accorciata”, forse per ragioni di spazio. Mi è dispiaciuto, perché è un piccolo-grande racconto. Nel senso che spero lo leggano i giovani lettori di Nasha, trovandosi così di fronte a uno stile “più adulto”. Magari facendoselo leggere anche da mamma e papà. A mio avviso i libri devono essere un collante per la famiglia, uno strumento di discussione e di scambio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>Tornando a Nasha, il suo personaggio sembra guidato dallo stesso motto dei supereroi Marvel: “Da grandi poteri discendono grandi responsabilità”. Certo, con le dovute distanze e differenze…</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Cicerone ricordava a Cesare i grandi poteri che lo attendevano (“omnia te metiri dignitate potius quam ambitione, maioremque fructum ponere in perpetuitate laudis quam in celeri tate praeturae”), pertanto mutava il suo suggerimento in un silenzioso memento riguardo alle sue enormi responsabilità. Questo accadeva un po’ prima della Marvel, e ritengo sia un monito fondamentale anche per tutti i ragazzi che leggono <em>L’illusionista</em>: il potere è la capacità di saper fare qualcosa, e porta inevitabilmente a una presa di coscienza della stessa. Per esempio, poter guidare un’autovettura comporta la responsabilità verso gli altri, e così via. È un monito importante, sempre valido. Nel caso di Nasha ha addirittura a che fare con l’equilibrio dell’esistenza di due interi Universi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>Anche il fatto di aver perso il padre e di avere come riferimento genitoriale la madre e la zia, sembra riprendere qualcosa dall’universo supereroistico…</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Lo è, ma nel senso universale che si può dare alla parola “eroe”. Ho la grazia di Dio di essere cresciuto a fianco di mio padre e di mia madre, e tutt’ora li conservo vicini come un regalo del cielo, che mi ha dato e mi da ogni giorno il senso vero della vita. Ma ho provato a comprendere come poteva affrontare la vita chi non ha avuto questa fortuna, e conosco persone che indossano un sorriso lucente nonostante portino nel cuore il dolore della scomparsa prematura dei propri genitori.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Ecco, coloro che riescono ad essere tali sono eroi, eroi veri.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>A questo punto non posso che chiederglielo direttamente: ha mai letto fumetti come <em>Spiderman</em> e ne ha tratto influenze per la sua produzione letteraria?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Ovvio, tutti abbiamo letto Batman o Spiderman o Mandrake. Le confesso anche che se in questi fumetti qualcuno ha inavvertitamente, o appositamente, nascosto Cicerone o Kirkegaard, non lo ritengo un delitto, e non è necessario che ci si accorga di tali veli di Maya. Il fine giustifica i mezzi, per citare Macchiavelli. Voglio dire, se si può consegnare un insegnamento anche attraverso un modo o una forma  inaspettata, ritengo questo un atto di delicata furbizia che non danneggia, tutt’altro.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong><img style="float: left;" src="http://www.emozionidaleggere.it/img.aspx?img=/datidb/userfiles/image/Libri%20per%20ragazzi%20-%20anni%2011-13/casanovaillusion.jpg&amp;w=200&amp;q=100" alt="" />I quattro romanzi di Nasha sono disponibili come app per iPad e altri supporti?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Ci crede se le dico che non lo so? Sono certo che il primo sia una splendida applicazione: l’abbiamo sonorizzato come fosse un film e l’ho letto tutto, ma proprio tutto, inserendo come contenuti extra dei video miei a sorpresa dove racconto la storia della magia e insegno semplici giochi di prestigio. Non avendolo fatto per gli altri, ritengo sia disponibile questo sforzo (che contiene anche il frutto delle insonni notti di agosto di Stefano Bertozzi, che ha curato e realizzato tutta la parte audio).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>Crede molto nei nuovi strumenti elettronici per la diffusione della narrativa verso i ragazzi?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Uno strumento, qualunque esso sia, se permette la diffusione di un messaggio, è il benvenuto. Il problema sta nell’utilizzarlo bene. Nel quarto libro de L’illusionista abbiamo utilizzato i QR code per permettere ai ragazzi – oramai dotati di telefonino come i pistoleri di pistole nel West – di godersi i video di approfondimento che ho realizzato per ogni capitolo. Questo non è stato fatto per spingere all’acquisto del libro in modo da scoprire alcuni dei miei trucchi magici, piuttosto per dare una gratificazione in più alla fine di ogni capitolo. La speranza è quella di portare a scoprire come la lettura non sia qualcosa di pesante, ma di assolutamente inaspettato, molto più straordinario dei QR code.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small; font-family: georgia,palatino;">Antonio Casanova, L’illusionista 1, <em>Nasha Blaze e il mondo segreto</em>, Piemme junior-Il battello a vapore, ill. Samuele Maggi, pp. 245, € 17</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small; font-family: georgia,palatino;">Antonio Casanova, L’illusionista 2, <em>Nasha Blaze nella Bottega dei prodigi</em>, Piemme junior-Il battello a vapore, ill. Samuele Maggi, pp. 239, € 17</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small; font-family: georgia,palatino;">Antonio Casanova, L’illusionista 3, <em>Nasha Blaze e il venditore di Lunari</em>, Piemme junior-Il battello a vapore, ill. Samuele Maggi, pp. 239, € 17</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small; font-family: georgia,palatino;">Antonio Casanova, L’illusionista 4, <em>Nasha Blaze e la Pietra dell’eloquenza</em>, Piemme junior-Il battello a vapore, ill. Samuele Maggi, pp. 243, € 17</span></p>
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		<title>Dramma a due. Anzi generazionale</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 07:09:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Antonio Celano Ha forse ragione Concita De Gregorio: il lucore che promana da un uovo deposto nel buio notturno della copertina non lascia adito ad ambiguità sui temi affrontati nelle pagine di La generazione (Dalai 2012, 160 pp., 15 €), romanzo d’esordio del livornese Simone Lenzi. Ma è probabile ci si sia affrettati troppo, nelle recensioni d’anteprima – persino nelle prime interviste dell’autore – a dichiarare il libro assolutamente non virato su temi generazionali quanto, invece, su quelli del generare o, in termini più brutalmente etologici, del riprodursi. Nondimeno, fatti tutti i possibili distinguo per evitare che il libro fosse impiccato a un genere inteso ormai esangue, viene da chiedersi se già il titolo – dedicato alle vicissitudini e alle difficoltà di una coppia che da anni cerca di avere un figlio – non abbia, invece, proprio qualcosa di eminentemente generazionale. Almeno (oltre al caso contemplato dal libro) in un’Italia a crescita zero, quasi sterile per scelta o, per contro, ossessionata dai test di fertilità anche per brevi ritardi procreativi normali oltre i trent’anni. A partire dalla propria esperienza personale – sempre narrata con una leggerezza di scrittura e un’ironia sottile che pure non anestetizza i dolori del vivere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small; font-family: georgia,palatino;">di Antonio Celano</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;"><span style="font-size: large;"><img style="float: left;" src="http://www.fuorilemura.com/wp-content/images/la-generazione.png" alt="" />H</span>a forse ragione Concita De Gregorio: il lucore che promana da un uovo deposto nel buio notturno della copertina non lascia adito ad ambiguità sui temi affrontati nelle pagine di<em> La generazione</em> (Dalai 2012, 160 pp., 15 €), romanzo d’esordio del livornese Simone Lenzi. Ma è probabile ci si sia affrettati troppo, nelle recensioni d’anteprima – persino nelle prime interviste dell’autore – a dichiarare il libro assolutamente non virato su temi generazionali quanto, invece, su quelli del generare o, in termini più brutalmente etologici, del riprodursi. Nondimeno, fatti tutti i possibili distinguo per evitare che il libro fosse impiccato a un genere inteso ormai esangue, viene da chiedersi se già il titolo – dedicato alle vicissitudini e alle difficoltà di una coppia che da anni cerca di avere un figlio – non abbia, invece, proprio qualcosa di eminentemente generazionale. Almeno (oltre al caso contemplato dal libro) in un’Italia a crescita zero, quasi sterile per scelta o, per contro, ossessionata dai test di fertilità anche per brevi ritardi procreativi normali oltre i trent’anni. A partire dalla propria esperienza personale – sempre narrata con una leggerezza di scrittura e un’ironia sottile che pure non anestetizza i dolori del vivere – Simone Lenzi ci porta, dunque, tra le pieghe di questa coppia divisa di testa e unita di pancia come in «una vecchia commedia con Jack Lemmon e Walter Matthau». Con qualche dubbio tra un femminile che «vuole» e un maschile che «vorrebbe» un figlio, nei fatti però unita nel calvario dei tentativi di procreazione assistita, nel prezzo da pagare a un desiderio così geneticamente radicato: le tecniche Icsi e Fivet, la liturgia delle iniezioni nel ventre, l’Elledue, l’Elleacca, il Meropur, l’Ovitrelle, e poi le eiaculazioni in vasetto sterile per i test di vitalità, le masturbazioni in apposita stanza per l’impianto follicolare, il dolore del corpo e dell’anima per ogni mancato appuntamento con la maternità. Fatti che spingono a considerare a quanto poco si ponga mente, da un lato, a certo delirio di onnipotenza, invasività e accanimento terapeutico medico-scientifico; dall’altro a quanto si radichi nel forte desiderio di sopravviversi la richiesta fatta alla stessa scienza di risolvere, come munita di bacchetta magica, problemi che comunque, almeno allo stadio attuale, non paiono affatto una passeggiata di salute. Sennonché proprio tutta l’esperienza di vita del protagonista pare essere, intanto, quella di un uomo capovolto. Perché lavora come portiere di notte d’albergo vivendo in controfase ai ritmi del mondo, dando cioè a ogni rientro in casa la buonanotte alla luce del giorno. Un lavoro che richiede «qualità e difetti specifici»: saper vivere «tante ore nella propria mente» in una prevalente solitudine lontana anni luce dai centrali notturni d’albergo così corali di personaggi, vicende e promesse che furono quelli, ad esempio, di un Giuseppe Cassieri. Ambienti periferici, silenzi ovattati che all’alba stordiscono di grigio il colore delle cose, e che divorerebbero di noia e ossessioni, come microscopici <em>animalcules</em> notturni, la mente di chiunque se il protagonista non amasse (qualità o difetto specifico) la lettura (il che fa di quello ciò che una volta, con linguaggio marxiano, si sarebbe definito, erroneamente o meno, uno «spostato»). Se non amasse concentrarla, in maniera affatto personale, attorno ai fatti della generazione compulsando nottetempo – consultando con abilità biblioteche virtuali – i trattati che furono di Harvey e di Leeuwenhoek (che appunto scoprì gli <em>animalcules</em> della procreazione maschile), di Vallisneri e di Spallanzani. Di tutti quegli uomini di scienza che, attorno al Sei-Settecento, partendo dalle speculazioni lasciateci da Ippocrate (su una massima del quale l’autore fonda i cinque capitoli in cui il libro si divide) e più da Aristotele, cominciarono nuovamente a riflettere sul problema della generazione, spesso lasciando sul campo irrisolti più problemi (animalculismo, ovismo, preformismo) di quanti ne avessero affrontati all’inizio delle loro indagini. Infrangendo l’<em>auctoritas</em> di quei maestri pur senza giungere a una risoluzione scientificamente certa. Uomini di scienza, tra l’altro, dai grandi tic (le ossessioni e la mania di controllo di Leeuwenhoek, le meditazioni al buio delle grotte di Harvey, l’accanimento vivisezionista di Spallanzani) dei quali Lenzi ci narra con il gusto lieve e ilarotragico della sua scrittura, e che diventano a loro volta come la spia dei vizi fondativi della nostra modernità e delle nostre ossessioni e compulsioni verso l’inarrestabile macchina tecnologico-scientifica. Il protagonista de <em>La generazione</em> guarda, così, il suo cruccio con occhio colto e contemplativo. Però, ciò che avviene, è che questo atteggiamento invece di spingerlo tra le secche di un possibile egocentrismo sussiegoso di diversità, ne svela invece la crisi all’esaurirsi di una linea storica che da Aristotele ha fatto del maschio, sì etologicamente, ma di più antropologicamente, «colui che genera in altro» e disposto per questo, per godere del «mondo delle cose sensibili», «a pagare, a rinnegare, a tradire, a commettere violenza. Per entrare nell’altro e generare, anche a costo di morire». Come le rane che Spallanzani mutila durante l’atto riproduttivo e, nonostante ciò, misteriosamente spinte a non fermarsi prima di spegnersi in una muta sofferenza. E tuttavia come lo stesso Spallanzani, colto nell’atto di penetrare il segreto della riproduzione sacrificandola, invece, a una tortura non si sa quanto capace di comprensione profonda della vita biologica (e direi anche del genere femminile). La voce di Lenzi si approssima, così, a un altro nodo epocale che è il mutamento del ruolo del maschio. E lo fa prestando una voce all’estinzione dell’eccesso di ardore amoroso, che si fa in compenso empatia, «altro nell’altro»: come Tiresia, posto nella sua vita nei panni di una femmina, o come l’ermafrodita proterandrico pesce pagliaccio. Vale a dire rifiutando in qualche modo, nella vita di coppia, il principio identitario di non contraddizione e la soffocante (quanto rassicurante) divisione dei ruoli conosciuta dalle vecchie generazioni. Diniego che, però, se si esalta nella comprensione psicologica dell’altro, anche si esaurisce in una serie solitaria di obbligate masturbazioni ospedaliere e di ogni smarrimento clinico di una traccia qualsiasi di intimità e di piacere di coppia. In un suo intervento su «Vibrisse», teso a «liberarsi dell’inutile categoria dell’autofiction» Giulio Mozzi aveva scritto: «nell’era dell’inesperienza, ci sono dei narratori che decidono di dubitare di tutto ciò di cui hanno esperienza. Dopo aver dubitato e dubitato, scoprono che forse resta loro qualcosa, un <em>resto</em>, del quale non riescono nonostante tutti gli sforzi a dubitare» che è l’esperienza del dolore patito dal corpo. Dolore che è male; gesto di reazione a questo male che è bene. E in questa «narrazione del <em>resto</em>» sembra, tra gli altri, coinvolto Lenzi. Dopo l’odissea di esami e impianti e dolore dei corpi (e delle anime) della coppia (che finisce pure per avvelenare di sé pensieri e gesti quotidiani) l’autore-protagonista – ospite in barca per un viaggio in tre giorni verso l’isola labronica della Gorgona – pare finalmente scorato. Se non fosse che alla fine della sua cattività a bordo del legno, come Giona, in un guizzo, si rivomiti dal fondo delle acque con la testa liberata dalle alghe. Che sono, forse, l’inseguimento ossessivo di una felicità aprioristicamente perfetta o – di fronte al difetto – ingegneristicamente perfezionabile, a scapito di una vita da accettare per quel che è (priva di presunti salvifici schermi al dolore: edonismo, simbiosi da dominio, meccanicismo, ruoli, liturgie scaramantiche&#8230;) prima di provare a cambiarla. Per rimettersi dritto, «per muovere il culo», fare nella luce del giorno senza paura di contaminarsi. Qualcosa che sia più largo, oltre l’ossessione si possa scorgere vita solo attraverso gli occhi di un figlio.</span></p>
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		<title>The G-Night</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 07:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Sergio Rotino                                                                                                                                                                                                                                                                  Detto in maniera solo apparentemente iperbolica, Daniele Vicari ha licenziato con Diaz la migliore pellicola italiana dell’orrore di questi ultimi anni. La visione del film, uscito nelle sale lo scorso venerdì 13 aprile (e già la data scelta chissà quanto consciamente richiama un’altra pellicola, un altro orrore quasi gemello), può in effetti apparire come la ripresa di elementi tipici di una moderna pellicola horror, sia per come viene presentata la cronologia degli avvenimenti sia per la loro “sobria”, inclemente brutalità sia per la caratterizzazione dei personaggi. Quanto si deposita negli occhi dello spettatore smemorato come di quello cosciente ma oramai lontano dagli eventi narrati dallo schermo cinematografico è a tutti gli effetti orrore puro: un coacervo di sangue, di materia organica, di efferatezze compiute con la massima naturalezza possibile, che riproduce a distanza di undici anni la mattanza avvenuta a Genova nella notte fra il 21 e il 22 luglio 2001. “La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale”, la stigmatizza Amnesty International, aprendo con questa affermazione a uno scenario di tutt’altro orrore. Insomma Vicari in Diaz prende e interpreta attraverso la distanza di un decennio quella materia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small; font-family: georgia,palatino;">di Sergio Rotino</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;"><span style="font-size: large;">                                                                                                                                                                                                                                                                 <img style="float: left;" src="http://www.cinemaerrante.it/wp-content/uploads/diaz-vicari-film-g8.jpg" alt="" width="381" height="293" />D</span>etto in maniera solo apparentemente iperbolica, Daniele Vicari ha licenziato con <em>Diaz</em> la migliore pellicola italiana dell’orrore di questi ultimi anni. La visione del film, uscito nelle sale lo scorso venerdì 13 aprile (e già la data scelta chissà quanto consciamente richiama un’altra pellicola, un altro orrore quasi gemello), può in effetti apparire come la ripresa di elementi tipici di una moderna pellicola horror, sia per come viene presentata la cronologia degli avvenimenti sia per la loro “sobria”, inclemente brutalità sia per la caratterizzazione dei personaggi. Quanto si deposita negli occhi dello spettatore smemorato come di quello cosciente ma oramai lontano dagli eventi narrati dallo schermo cinematografico è a tutti gli effetti orrore puro: un coacervo di sangue, di materia organica, di efferatezze compiute con la massima naturalezza possibile, che riproduce a distanza di undici anni la mattanza avvenuta a Genova nella notte fra il 21 e il 22 luglio 2001. “La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale”, la stigmatizza Amnesty International, aprendo con questa affermazione a uno scenario di tutt’altro orrore. Insomma Vicari in <em>Diaz</em> prende e interpreta attraverso la distanza di un decennio quella materia incandescente che è stato l’assalto delle forze dell’ordine al complesso scolastico Diaz-Pascoli sede del Genoa Social Forum e dormitorio per i manifestanti del G8 con tutto il suo contorno, comprese le azioni perpetrate dai nostri militari nella caserma di Bolzaneto, in puro stile Argentina dei colonnelli. Ne esce fuori una pellicola fastidiosa, capace di ficcare spine nella schiena dello spettatore, impedendogli il piacere ludico della visione. Nella sua quadratura di racconto che prende spunto dalla realtà, il film offre scene che velocemente si riempiono di ombre, immagini che si fanno via via più scure, opprimenti, fino a trasformarsi nella marca identificativa di quanto accade: una violenza veloce, sistematica, asciutta, cruda, perpetrata con tale foga da trasformarsi in crudeltà pura, privata di ogni benché minima ragione. È la rappresentazione di uno Stato in cui il diritto è momentaneamente scomparso; la sua funzione di controllo ha abdicato lasciando posto a una manifestazione insieme di forza muscolare repressiva, di menzogna, di ipocrisia. Non <em>1984</em> di Orwell né <em>Garage Olimpo</em> di Bechis, ma qualcosa che li sfiora entrambi, che li prefigura come una minaccia sempre possibile. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;"><img class="alignright" src="http://images.gqitalia.it/imgs/gallery/gcult/cinema/005238/diaz-servizio-video-49741_0x410.jpg" alt="" width="480" height="368" />                                                         Presentato a Bologna lo scorso 12 aprile all’interno di <em>Road to Biografilm</em>, ciclo di eventi e anteprime ideato dal Biografilm Festival come accompagnamento alla prossima ottava edizione (8-18 giugno), il quarto lungometraggio di Vicari è soprattutto questo: una saldatura fra cronaca e fiction che si tende fino a diventare canto doloroso e, al contempo, inquietante manifesto della nostra società, della nostra democrazia e dei nostri governanti come erano e come sono. Perché ci siano voluti undici anni per arrivare a poter vedere una pellicola del genere, è invece cosa relativamente inspiegabile. «Prima di questo film – dice Domenico Procacci, che l’ha prodotta attraverso la sua Fandango – quanto avvenuto alla Diaz era una di quelle storie che forse ogni Paese ha e che nessuno ha tanta voglia che vengano raccontate». Quindi, anche se ci sono stati documenti e documentari che hanno cercato di raccontare cosa realmente è accaduto a Genova prima, durante e dopo i fatti della Diaz e di Bolzaneto, si rimane sempre davanti a una vicenda di cui per molti è meglio non parlare, anche per le tante complicanze che si porta dietro e dentro. Forse è colpa di una simile riottosità se è trascorso un decennio prima di vedere nei cinema una film che tratta di quanto accaduto a Genova appena dopo la morte di Carlo Giuliani. E forse è sempre per questa riottosità  che ci sono voluti tre anni a regia e produzione per tramutare l’idea del film in un prodotto distribuito nelle sale cinematografiche. «Non parlo di un atteggiamento censorio verso questo film o delle reali difficoltà in cui ci siamo trovati per le porzioni di riprese fatte in Italia – dice sempre Procacci – perché le difficoltà ci sono state in tutte le fasi di lavorazione, ma certo vedevo una netta volontà di starne lontani. Penso si fossero fatti l’idea di un film schierato, che avrebbe portato polemiche. Forse era visto come un attacco senza quartiere alla Polizia in quanto istituzione, quindi difficile da sposare. Alla fine, a questa età sono abbastanza grande per scegliere di correre dei rischi o meno. A me sembrava il caso di prendere dei rischi e di produrlo».  </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;">Girato quasi interamente in Romania, a Bucarest, dove è stata ricostruita per intero via Battisti, fulcro degli avvenimenti narrati, con una scenografia lunga 250 metri, <em>Diaz</em> è così il documento di come vi sia – da parte delle istituzioni italiane e, a cascata, di molti cittadini italiani – una difficoltà ad ammettere l’orrore (e l’errore) di quanto accaduto nella città ligure. Un chiaro esempio di malafede politica. «Nel film – secondo Procacci – non ci siamo spinti molto in là per quanto riguarda l’attribuzione di responsabilità politiche. In realtà se ce ne sono, e ce ne sono, non sono neanche tutte quante riconducibili a un unico colore politico. Sarebbe facile dire “quello che è accaduto a Genova lo è stato perché si era sotto un governo Berlusconi e questo ha condizionato tutti quanti”. Indubbiamente un condizionamento c’è stato. Ma qualche mese prima, al Global Forum di Napoli, sotto il governo Amato è accaduto qualcosa di simile. Insomma dentro la caserma Raniero le dinamiche sono state le stesse, sono accadute cose gravi quanto quelle di Bolzaneto». Il senso di un simile ragionamento è visibile in Vicari attraverso la rappresentazione di una violenza che non ha colorazioni politiche marcate. I manifestanti divengono “facinorosi”, “terroristi”, vandali cui si vuol dare una lezione e chi decide di far questo ai piani alti non ha quasi mai un nome, ma solo un ruolo. Prende un senso di sconforto quando da spettatori ce ne rendiamo conto, mentre le immagini dell’assalto alla Diaz lasciano spazio alla violenza perpetrata dentro Bolzaneto, dove si replica la protervia ingiustificata del potere. «La dimensione di quella che viene definita “sospensione dei diritti civili e dei diritti della persona” dentro questi luoghi è di una dimensione tale che se non si leggono gli atti è difficile immaginarla» afferma Vicari, che proprio dagli atti dei processi ha tratto la materia viva del film, e aggiunge: «leggendoli, dentro di me è immediatamente passato in secondo piano tutto l’aspetto “cronachistico” della faccenda. Chi è che ha detto questo, chi è che ha fatto quello, chi è il politico che forse ha fatto qualcosa che non doveva fare, chi è il dirigente della polizia che c’era o non c’era», diventa una ricerca ininfluente, così come la violenza mostrata è solo la guaina protettiva attraverso cui viaggia qualcosa di ancor più pericoloso. «Quanto accaduto dentro la Diaz e a Bolzaneto – aggiunge il regista – è molto più grande e riguarda i principi fondamentali del nostro vivere sociale. Se cioè in una democrazia la carta dei diritti umani viene stracciata con tanta facilità, vuol dire che questa democrazia non esiste. E questo va persino oltre le questioni dell’economia mondiale e di tutto quello che oggi ci ha portato sull’orlo della catastrofe. Non solo. Va oltre tutti i discorsi politici possibili e immaginabili. Perché quanto si è sviluppato a Genova dentro quei luoghi non è solo una forma di violenza verso le persone, i loro corpi e la loro psiche, ma qualcosa di più: mette in discussione il senso stesso della storia di una nazione o di un continente, che esce da un conflitto mondiale illudendosi di conquistare una forma di civiltà giuridica, una forma di organizzazione sociale migliore di quella che aveva prima. Dico “illudendosi” perché dentro le pieghe di questa cosa che tutti quanti chiamiamo democrazia, continuano a vivere delle tendenze molto più forti di quanto noi possiamo immaginare e che negano queste conquiste». Allora le forze dell’ordine che nel film sfondano i cancelli della Diaz, che si precipitano dentro brandendo i tonfa e colpendo persone inermi, la violenza anche verbale cui sottopongono gli arrestati nella caserma di Bolzaneto, sono queste tendenze oscure? Rispondere affermativamente è facile, ma per Vicari bisogna guardare oltre, perché in quegli avvenimenti «la responsabilità della politica è indubbia, e io ho tentato di raccontarla forzando l’assenza assoluta, totale delle istituzioni democratiche. È questa assenza che mi ha colpito come cittadino quando ho letto gli atti dei due processi. Io sento l’assenza, totale, senza appello di tutte le istituzioni democratiche che rappresentano il mio Paese». D’accordo, ma come spiegare l’atteggiamento delle forze dell’ordine, il loro aver calpestato in modo così orrendo la propria dignità e quella delle persone coinvolte? Di certo non basta lo sguardo poggiato quasi in macchina del vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma Max Flamini (Claudio Santamaria), comandante del VII nucleo, che fra l’attonito e il disperato sembra riflettere su quanto fatto anche dai suoi uomini dentro la Diaz. Non basta, ma per il regista «questi poliziotti non sono dei marziani, sono figli nostri, fratelli nostri, nostri parenti più stretti». Sono cioè il nostro riflesso. Non più il sottoproletariato pasoliniano, ma la sua evoluzione? «Rappresentano una parte importante di quella visione del mondo che regge la nostra società, molto più attenta a come sale o scende il conto in banca che a cosa succede in casa». Detto in altro modo, «se degli uomini in divisa, che rappresentano lo Stato e quindi tutti noi, si sentono liberi di comportarsi in questa maniera, vuol dire che alle loro spalle c’è un intero paese». Sono cioè l’emanazione di quanta paura abbiamo a guardare la realtà e cosa accade in essa, di come ci dia fastidio e di quanto preferiamo farci raccontare favole rassicuranti. Una falsa coscienza, quindi, che potrebbe iniziare a sbriciolarsi guardando in faccia, fino in fondo e senza fare sconti a noi stessi, quanto il film racconta. Quello sulle forze dell’ordine è comunque un punto di vista su cui Procacci dissente, almeno in parte. «Perché – si chiede il produttore – devo pensare che la polizia sia diversa da quella di <em>Diaz</em>, quando anche gli stessi sindacati che rappresentano i poliziotti attaccano il film dicendo che non racconta di come i manifestanti hanno distrutto la città? Innanzitutto fanno confusione tra manifestanti e i cosiddetti black block, ancora di più perché lo dicono come se questo bilanciasse le cose, come se questa non fosse una aggravante per le forze dell’ordine. Per quanto mi riguarda, la polizia avrebbe dovuto fermarli, i black block, subito».  </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;">Quello dei manifestanti di nero vestiti è un punto che ad alcuni potrebbe far leggere la pellicola di Vicari in termini di “manicheismo sinistroide”. Il regista, infatti, sembra descrivere questa turbolenta frangia di manifestanti al più come composta da ragazzi che se la prendono con gli oggetti e mai con le persone, arrivando a dare a loro i tratti – puliti prima, confusi e disperati dopo – di Etienne (Ralph Amoussou) e Cecile (Emilie De Preissac), due adolescenti. «Vero, un manipolo di cosiddetti black block ha devastato negozi e incendiato automobili provocando danni consistenti – spiega – ma in virtù di questo presupposto si è deciso che a pagare il prezzo di quelle devastazioni dovessero essere un centinaio di persone non identificate e quindi non automaticamente riconducibili ai devastatori, radunate in una scuola legalmente concessa al Genoa Social Forum, e si è deciso di procedere con metodi che fanno fare un passo indietro di ottant’anni alla nostra democrazia». Si torna quindi indietro, alle colpe delle istituzioni nascoste dietro un operare sporco e violento, all’abdicare ai compiti loro assegnati come alla democrazia e alla civiltà. In effetti «anche supponendo che i presenti fossero stati tutti incalliti black block – incalza Vicari – in base a quali norme si è potuto prendere una simile iniziativa? E in base a quali principi democratici? Per perseguire reati contro le cose, uno Stato ha il diritto di commettere così gravi reati contro le persone?». Sono domande che viaggiano sottotraccia per tutta la pellicola, coperte dal rumore dei tonfa sui corpi delle vittime, e che si incistano veloci nella mente dello spettatore. Strettamente collegate alle immagini («L’intento del film è quello di non fare il favore di nascondere alla vista») sono pronte a esplodere successivamente in tutta la loro potenza, quando lo shock delle prime è stato elaborato. «Credo che un film debba indurre nello spettatore dei dubbi, penso che lo spettatore debba uscire dalla visione di un film come questo con cinquantamila domande. Deve uscire facendosene una quantità infinita. E le più radicali possibili» dice Vicari. Eppure, ancora una volta, non sembra essere nemmeno il sentirsi offeso da tutto questo, a interessare il regista. «Tutto quello che può essere, diciamo, “consolatorio”, ho voluto tenerlo fuori dal mio lavoro. Ed è consolatorio anche dare oggi delle responsabilità che, domani mattina, potrebbero dimostrarsi già vecchie» afferma nell’incontro con l’attentissimo pubblico bolognese. Quello che gli sta a cuore realmente sembra essere la possibilità di far cadere la falsa coscienza «questo falso pudore di cui ci ammantiamo» così da guardare in faccia la realtà per quello che è, senza piegarla ai nostri desideri e alle nostre fantasie. Una realtà che ha fatto le prove generali a Genova nel 2001 e che oggi sembra ricomparire nelle forme di crisi economica, con lo Stato guidato dai Mercati e pronto a essere sostituito per dare voce unicamente ai loro bisogni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;"><strong><span style="text-decoration: underline;">Sinossi</span></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;">Luca (Elio Germano) è un giornalista della Gazzetta di Bologna. È il 20 luglio 2001, l’attenzione della stampa è catalizzata dagli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine durante il vertice G8 di Genova. In redazione arriva la notizia della morte di Carlo Giuliani. Luca decide di partire per Genova, vuole vedere di persona cosa sta succedendo. Alma (Jennifer Ulrich) è un’anarchica tedesca che ha partecipato agli scontri. Sconvolta dalle violenze cui ha assistito, decide di occuparsi delle persone disperse insieme a Marco (Davide Iacopini), un organizzatore del Genoa Social Forum, e Franci, una giovane avvocato del Genoa Legal forum. Nick (Fabrizio Rongione) è un manager che si interessa di economia solidale, arrivato a Genova per seguire il seminario dell’economista Susan George. Anselmo (Renato Scarpa) è un vecchio militante della CGIL e con i suoi compagni pensionati ha preso parte ai cortei contro il G8. Etienne (Ralph Amoussou) e Cecile sono due anarchici francesi protagonisti delle devastazioni di quei giorni. Bea e Ralf sono di passaggio e hanno deciso di riposarsi alla Diaz prima di partire. Max (Claudio Santamaria), vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma, comanda il VII nucleo e non vede l’ora di tornare a casa da sua moglie e sua figlia. Luca, Alma, Nick, Anselmo, Etienne, Marco e centinaia di altre persone incrociano i loro destini la notte del 21 luglio 2001. Poco prima della mezzanotte centinaia di poliziotti irrompono nel complesso scolastico Diaz-Pascoli, sede del Genoa Social Forum adibita per l’occasione a dormitorio. In testa c’è il VII nucleo comandato da Max, seguono gli agenti della Digos e della mobile, mentre i carabinieri cinturano l’isolato. È un massacro in piena regola. Quando Max dà ordine ai suoi di fermarsi, è tardi. 93 persone presenti nella scuola, oltre ad essere in arresto, hanno subìto una violenza inaudita senza aver opposto alcuna resistenza. Luca e Anselmo finiscono in ospedale, Alma dopo essere stata medicata viene condotta alla caserma di Bolzaneto. All’alba Etienne e i suoi amici escono dal bar dove si sono rifugiati durante la notte. Tutto è silenzio, deserto. Si fanno strada verso la Diaz, ma una volta dentro trovano solo sangue e distruzione. Anche Marco non si trovava alla Diaz durante l’incursione. Ha passato la notte con Maria, una ragazza spagnola conosciuta in quei giorni. Quando la mattina, in una Genova devastata e irreale, raggiunge la scuola, la luce del sole mette ancor più in evidenza le proporzioni del massacro. Sconvolto raggiunge il suo ufficio, squilla il telefono: è la madre di Alma. Marco non sa cosa sia successo alla ragazza ma promette che farà di tutto per trovarla. A Bolzaneto, per Alma e decine di altri ragazzi, l’incubo non è ancora finito.                                                   </span></p>
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		<title>La poesia sul palco</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 07:43:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Ruggiero Perrino Della sua pièce L’infinito, l’autore Tiziano Scarpa ne ha ricondotto la nascita a tre motivi. Innanzitutto, un’ispirazione: l’autore si ritrovava frequentemente a fantasticare di avere Leopardi al suo fianco, come un amico con cui passeggiare guardando il mondo di oggi, per sentire quali pensieri gli avrebbe suscitato. Poi, quando quella curiosa forma di nostalgia si è fatta troppo acuta, ha voluto ricreare una situazione simile attraverso l’immaginazione scenica. Il secondo motivo risiede nella volontà di creare un pezzo di teatro vivace, vitale, immerso nel presente, che possa coinvolgere anche spettatori più giovani, senza per questo essere ruffiano. Infine, il lavoro di Scarpa è figlio di una constatazione di natura pratica, con la quale fa i conti gran parte del nostro teatro contemporaneo: «Il teatro si trova in una situazione sempre più grama, viviamo in anni in cui i costi di produzione compromettono le ambizioni artistiche. Perciò ho scritto un testo con il minimo di attori possibile: per stare in piedi, uno sgabello ha bisogno di almeno tre gambe. Ho dato forma a una commedia drammatica che possa risultare un’esperienza intensa per degli spettatori adulti, ma che si confronti anche con il difficile ed esigentissimo pubblico degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small; font-family: georgia,palatino;">di Vincenzo Ruggiero Perrino</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;"><span style="font-size: large;"><img style="float: left;" src="http://www.deastore.com/covers/978/880/620/batch3/9788806209148.jpg?1330718910" alt="" width="250" height="435" />D</span>ella sua pièce <em>L’infinito</em>, l’autore Tiziano Scarpa ne ha ricondotto la nascita a tre motivi. Innanzitutto, un’ispirazione: l’autore si ritrovava frequentemente a fantasticare di avere Leopardi al suo fianco, come un amico con cui passeggiare guardando il mondo di oggi, per sentire quali pensieri gli avrebbe suscitato. Poi, quando quella curiosa forma di nostalgia si è fatta troppo acuta, ha voluto ricreare una situazione simile attraverso l’immaginazione scenica. Il secondo motivo risiede nella volontà di creare un pezzo di teatro vivace, vitale, immerso nel presente, che possa coinvolgere anche spettatori più giovani, senza per questo essere ruffiano. Infine, il lavoro di Scarpa è figlio di una constatazione di natura pratica, con la quale fa i conti gran parte del nostro teatro contemporaneo: «Il teatro si trova in una situazione sempre più grama, viviamo in anni in cui i costi di produzione compromettono le ambizioni artistiche. Perciò ho scritto un testo con il minimo di attori possibile: per stare in piedi, uno sgabello ha bisogno di almeno tre gambe. Ho dato forma a una commedia drammatica che possa risultare un’esperienza intensa per degli spettatori adulti, ma che si confronti anche con il difficile ed esigentissimo pubblico degli studenti».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;"><em>L’infinito</em> è stato scritto nel tra il 2008 e il 2009. In forma di <em>pro-manuscripto</em> è circolato per partecipare al premio Riccione Teatro 2009, e un non breve stralcio è stato letto in pubblico (con un riassunto della trama) nel maggio 2009 a “Officina Italia” a Milano. Poi, è stato portato in scena, con grande successo, nella stagione seguente, fino alla recentissima pubblicazione in volume per i tipi Einaudi. La storia si apre sulla notte degli orali di maturità. Il giovane Andrea sta ripassando le poesie di Leopardi, il quale gli si materializza di colpo in casa. Giacomo, o Jack come lo chiama amichevolmente Andrea, aveva appena fallito la fuga da Recanati: sentendosi prigioniero in casa, aveva cominciato a fantasticare il mondo al di là della siepe. La poesia “L’infinito” è stata la sua via di fuga, la macchina del tempo che gli ha consentito di scappare di casa. Così, il ventunenne Leopardi ha fatto un salto in avanti di due secoli, e adesso si ritrova nella stanza del diciannovenne Andrea, che sta studiando proprio “L’infinito”. Pur essendo quasi coetanei, i due ragazzi sono separati da una distanza abissale. La loro mentalità e il loro modo di esprimersi sono lontanissimi, eppure un po’ alla volta riescono a legare e a diventare amici. Andrea sbalordisce Jack aggiornandolo sulla storia contemporanea e sul progresso tecnologico. Addirittura Jack si mette a navigare in Internet!. Ad un certo punto irrompe in casa Cristina, la fidanzata di Andrea. Alcuni mesi più tardi ritroviamo il terzetto: le vite dei tre ragazzi hanno preso direzioni che mai ci aspetteremmo. Potremmo definire <em>L’infinito</em> come una commedia drammatica, che si propone di indagare il mondo di oggi attraverso l’intransigenza delle poesie e dei pensieri di Giacomo Leopardi, e in particolare della sua teoria dell’illusione, che tanta presa ha ancora sul modo in cui impostiamo la vita. La <em>pièce</em> è anche il tentativo di Scarpa di spiegare il “suo” Leopardi, frutto di intenso studio. Ma è un ritratto non serioso: piuttosto preferisce passare un <em>divertissement</em>. Scarpa ama non prendersi sul serio. Tuttavia allude a qualcosa di enormemente più complicato e drammatico. Basti pensare a quel tentativo di commento di una poesia che è il dialogo tra Andrea e Jack sul significato della sua poesia (“L’infinito” appunto), su come essa nasce, e su cosa realmente significhi, su qual è insomma l’esperienza che ha fatto sì che essa fosse scritta. Bisogna riconoscere che il meccanismo drammaturgico orchestrato da Scarpa è affascinante. Immaginare una visita di Leopardi con il suo bagaglio di esperienze adolescenziali (e quindi ancora lontano dalla saggezza degli anni seguenti), e su come avrebbe reagito di fronte alla nostra contemporaneità, è un’idea straordinaria. Che, infatti, è stata premiata dal successo di pubblico, soprattutto giovane. Resta l’interrogativo – ovviamente senza risposta – su come il poeta avrebbe giudicato il nostro amaro tempo senza poesia.</span></p>
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		<title>L&#8217;amore è una terra straniera</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 07:19:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Leslie P. Hartley]]></category>
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		<description><![CDATA[di Lidia Gualdoni Fra alcune “reliquie” che l’ormai sessantenne Leo Colston trova in una scatola forse riempita anni prima dalla madre, c’è anche un diario dalla copertina di cuoio rosso di cui sembra non ricordarsi.  Gli basta però sfiorare con le dita la serratura metallica a combinazione per aprire il lucchetto e per avere la folgorante rivelazione del segreto in esso contenuto, insieme ad un messaggio di delusione e sconfitta: «“…sentivo un misto amaro di autocommiserazione e rimprovero e che, se non fosse stato per il diario, o per ciò che il diario significava, tutto sarebbe stato diverso. Non sarei stato qui, seduto in questa stanza tetra e senza colori, dove le tende non erano state nemmeno tirate per nascondere la pioggia fredda che batteva contro le finestre, a contemplare l’accumulo del passato e lo sforzo necessario per farlo riemergere. Avrei dovuto trovarmi in un’altra stanza, illuminata dall’arcobaleno, a guardare non il passato ma il futuro: e non avrei dovuto essere solo».  Comincia così – o, meglio, comincia con un incipit assai più famoso da essere conosciuto anche da chi non ha letto l’intero libro: “Il passato è una terra straniera; fanno le cose in modo diverso laggiù” – il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: small; font-family: georgia,palatino;">di Lidia Gualdoni</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><span style="font-size: large;"><img style="float: left;" src="http://www.deastore.com/covers/978/886/594/batch3/9788865941164.jpg?1329868871" alt="" />F</span>ra alcune “reliquie” che l’ormai sessantenne Leo Colston trova in una scatola forse riempita anni prima dalla madre, c’è anche un diario dalla copertina di cuoio rosso di cui sembra non ricordarsi.  Gli basta però sfiorare con le dita la serratura metallica a combinazione per aprire il lucchetto e per avere la folgorante rivelazione del segreto in esso contenuto, insieme ad un messaggio di delusione e sconfitta: «“…sentivo un misto amaro di autocommiserazione e rimprovero e che, se non fosse stato per il diario, o per ciò che il diario significava, tutto sarebbe stato diverso. Non sarei stato qui, seduto in questa stanza tetra e senza colori, dove le tende non erano state nemmeno tirate per nascondere la pioggia fredda che batteva contro le finestre, a contemplare l’accumulo del passato e lo sforzo necessario per farlo riemergere. Avrei dovuto trovarmi in un’altra stanza, illuminata dall’arcobaleno, a guardare non il passato ma il futuro: e non avrei dovuto essere solo».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><em> </em>Comincia così – o, meglio, comincia con un incipit assai più famoso da essere conosciuto anche da chi non ha letto l’intero libro: <em>“Il passato è una terra straniera; fanno le cose in modo diverso laggiù”</em> – il romanzo di Leslie P. Hartley (1895-1972) pubblicato, in Inghilterra, nel 1953 e, due anni dopo, in Italia con il titolo <em>L’età incerta</em>. A lungo assente dalle nostre librerie, è stato ora riproposto da Nutrimenti con il titolo <em>Messaggero d’amore</em> in una nuova traduzione di Marilena Renda che mette in evidenza le caratteristiche della trama, un capolavoro di eleganza e di equilibrio stilistico.</span></p>
<p style="text-align: justify;"> <span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Il ritrovamento del diario, dunque, scatena in Leo innanzitutto il ricordo della speranza e della fiducia con cui il 1900, il primo anno del nuovo secolo, era atteso: un’Età dell’Oro che non avrebbe certo deluso. Poi, insieme ad alcune semplici annotazioni – un tè o una passeggiata – c’è la ricostruzione delle angherie e delle torture fisiche cui era stato sottoposto da alcuni compagni che avevano letto quelle pagine: alla Southdown Hill School Leo è quello che oggi verrebbe chiamato uno “sfigato” tormentato dai bulli, e non trova di meglio, per risolvere la situazione, che scrivere sul diario una maledizione col sangue. Quando però i due capibanda precipitano dal tetto della scuola e vengono ricoverati all’ospedale con una commozione cerebrale, la sua vittoria – limpida e, soprattutto conquistata da solo, anche se con metodi non ortodossi –, gli restituisce stima e autostima e lo fa diventare un’autorità su due argomenti molto cari ai ragazzi di quel tempo: la magia nera e la creazione di codici.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Ma il periodo più importante registrato sul diario è quello riportato sotto il titolo “Brandham Hall”, e che va da lunedì 9 a giovedì 26 luglio, il giorno prima del tredicesimo compleanno di Leo: diciannove giorni che sono stati sepolti, completamente dimenticati per tanti anni. Eppure il suo segreto, la spiegazione di ciò che Leo è diventato è tutta raccolta nelle pagine che descrivono il suo soggiorno nel Norfolk, nella fastosa residenza di campagna di uno dei suoi compagni di scuola, Marcus Maudsley. Scongiurato il pericolo rappresentato da un’epidemia di morbillo che, anzi, aveva provocato la chiusura anticipata della scuola, e vinta l’esitazione della madre ad accettare l’invito a causa dei timori sul genere di vita che avrebbe condotto, Leo giunge finalmente a Brendham Hall, l’imponente dimora georgiana che sorge su una collina e all’interno di un parco di circa cinquecento ettari. Si tratta di un ambiente per lui nuovo e sconosciuto, ma anche affascinante, che provoca sentimenti contrastanti: da una parte si rende conto di essere terribilmente fuori luogo – persino il suo abbigliamento, che a quei tempi era soggetto a regole rigide e precise, più adatto alla frescura autunnale che alla torrida estate che si stava preannunciando, lo fa sentire un “disadattato” – dall’altra, percepisce che i padroni di casa e gli ospiti – che arrivano e partono in continuazione – sono sinceramente interessati a lui.  Soprattutto Marian, la sorella di Maudsley, il cui fidanzamento con Lord Trimingham verrà ufficializzato durante il ballo organizzato, come ogni anno, a fine luglio: è lei, più di altri, ad intuire il disagio di Leo, tanto da accompagnarlo in città per l’acquisto di nuovi abiti; ed è sempre lei a coinvolgerlo quale inconsapevole “postino” utilizzato per scambiare messaggi d’amore clandestini con Ted Burgess, il fattore proprietario della vicina Black Farm.  Durante le settimane trascorse a Brandham Hall, fra passeggiate esplorative, situazioni più formali e le sue pericolose missioni,  Leo vive alcuni momenti particolarmente esaltanti: il primo, durante una partita di cricket, quando una sua presa consegna la vittoria alla squadra di casa contro quella del villaggio, il secondo, durante il concerto dopo la partita, quando la dolcezza della sua voce, accompagnata nel canto da Marian al pianoforte, provoca l’ammirazione e l’emozione del pubblico: «Ero così in alto nella considerazione di me stesso che non sentivo neanche il bisogno di ostentare le mie qualità di fronte agli altri. Io ero io. Era grazie a me che avevamo vinto l’incontro di cricket, grazie a me il concerto era stato il successo che era stato». </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Il ragazzo sente di aver raggiunto il massimo, di essere ormai una cosa sola con la vita dei suoi sogni e si convince che le sue missioni segrete, per quanto eccitanti, devono cessare. Ma, messa al corrente di questa decisione, Marian si infuria e rinfaccia a Leo tutto ciò che è stato fatto per lui: tormentato dalla vergogna per essere stato “usato” e tuttavia ancora infatuato della ragazza, per interrompere la storia fra lei e Ted non gli resta che preparare un nuovo, potente sortilegio. Come già sottolineato da molti critici, <em>Messaggero d’amore</em> ha evidenti origini autobiografiche, testimoniate sia dalla fitta corrispondenza di Hartley con la madre, sia da articoli in cui, meditando sulla relazione fra finzione e autobiografia, l’autore si dice convinto che il romanzo deve essere una sorta di estensione della vita stessa – che nel suo caso, diventa espressione delle differenze fra classi sociali, del difficile rapporto con la sessualità e dell’importanza della memoria. Al centro del romanzo c’è, naturalmente, Leo, nella duplice veste di narratore sia dei fatti accaduti cinquant’anni prima, attraverso il diario, sia delle conseguenze che quei fatti hanno avuto sul presente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Leo è soprattutto alle prese con l’amore – e il sesso. Data la sua ingenuità e inconsapevolezza, il ragazzo chiede a Ted di spiegargli tutto sull’amoreggiamento, ma l’uomo non riuscirà a mantenere la promessa, così che la scoperta di ciò che avviene fra due adulti in privato sarà per Leo un’esperienza shoccante, che lo segnerà per tutta la vita. Accanto all’amore, altri temi arricchiscono il tessuto narrativo di questo romanzo di formazione, come le differenze fra classi sociali, le difficoltà di comunicazione, le conseguenze che il passato trascina con sé nel presente. Leo, infatti, è anche l’<em>outsider</em> che cerca di capire e di fare sue le regole di un mondo che gli è stato fin qui estraneo; il novello Mercurio, il tramite fra Ted e Marian, che sono alle due estremità della scala sociale, e fra Marian e Lord Trimingham che, pur facendo parte dello stesso mondo, sono lontani l’uno dall’altra.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Dal punto di vista della comunicazione, curioso e divertente è il gioco di equivoci che si ripete, fra Marian e Leo, a causa della vicinanza fonetica tra <em>Hugh</em> (Lord Trimingham), <em>you</em> (tu) e <em>who </em>(chi), intraducibile in italiano, ma che esprime, fra l’altro, la difficoltà della ragazza nel riconoscere il nome del fidanzato; così come è da sottolineare il passaggio in cui Leo e Marcus esprimono la loro rivalità verbale alternando all’inglese la lingua francese – tutto ciò anche per superare l’imbarazzo dovuto all’argomento di cui stanno parlando. E’ sempre attraverso i sensi di Leo che l’autore descrive situazioni e oggetti: tutto è rapportato alla sua capacità, o incapacità, di comprensione e, proprio come nell’eccessiva calura estiva tutte le percezioni vengono accentuate, distorte, anche Leo cade spesso in errori di interpretazione. Inchiodato dalle circostanze al paradigma oppositivo attrazione-repulsione, egli tende ad ingigantire, deformare, dilatare i riti di passaggio dall’età infantile a quella adulta: la scoperta del sesso, dell’amicizia e del mondo che sta oltre la porta di casa. A distanza di cinquant’anni, per Leo è come se il suo “io dodicenne” fosse venuto a rimproverarlo per aver trascorso tutto il suo tempo in librerie polverose, catalogando libri di altri, invece che di scriverne di suoi, per non aver approfittato del mezzo secolo che aveva avuto a disposizione. Il bilancio – soprattutto dopo due guerre mondiali – è, ancora una volta negativo: neppure il Ventesimo secolo ha saputo fare meglio di Leo, non tutto è stato così luminoso come si immaginava, ed il “prezioso” secolo in cui tutti avevano sperato non ha mantenuto le sue promesse. Ora, però, l’uomo adulto che è diventato è in grado di portare alla luce fatti che all’epoca erano rimasti nascosti e di decifrarli in modo diverso, così da non considerarsi tanto colpevole come si era sentito nei mesi seguiti alla sua visita a Brandham Hall, ma nemmeno così innocente come era giunto a credere nei lunghi anni successivi. Tuttavia, per avere il quadro completo della situazione, per sapere che cosa era accaduto all’altra persona protagonista della storia, manca l’esame di fonti vive. Leo troverà tutte le risposte alla fine del viaggio che lo riporta là dove tutto è cominciato, consegnando a lui, ancora una volta, il ruolo di messaggero d’amore e al lettore la consapevolezza che «non esiste incantesimo o maledizione eccetto un cuore che non ama».</span></p>
<p><span style="font-size: small; font-family: georgia,palatino;"><em>Messaggero d&#8217;amore</em>, Leslie P. Hartley, Nutrimenti, trad. it. di Marilena Renda, p. 368 , 19,50 €,</span></p>
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		<title>Dillo coi fiori</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2012 07:45:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Non solo fiction]]></category>
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		<description><![CDATA[di Lidia Gualdoni Ci sono molti modi per esprimere i propri sentimenti: uno di questi è sicuramente attraverso un dono, a maggior ragione se si tratta di un fiore. Esiste infatti un linguaggio dalle dettagliate e molteplici possibilità espressive che risale al periodo vittoriano e che è stato riportato all’attenzione del lettore moderno da un romanzo di grande successo, Il linguaggio segreto dei fiori, di Vanessa Diffenbaugh.  Ispirato dunque a questo romanzo è stato pubblicato, sempre da Garzanti, I messaggi segreti dei fiori, di Mandy Kirby, una specie di manuale per trovare il fiore perfetto che esprima le nostre emozioni anche nel caso di un regalo.  Nell’introduzione, firmata della stessa Diffenbaugh, viene ribadito il ruolo centrale dei fiori nelle esperienze umane in ogni cultura e in ogni tempo: nonostante i loro significati siano diversi da paese a paese, essi sono presenti nelle tradizioni e nei rituali più significativi. Ma cos’è esattamente che ci attrae nei fiori? Forse è il modo semplice in cui incarnano il ciclo vitale; oppure le loro fragranze, i loro colori; o, ancora, il coraggio dimostrato da alcuni di essi nello sfidare le condizioni di vita più impervie. Sono queste le considerazioni che stanno alla base del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: small;">di Lidia Gualdoni</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;"><span style="font-size: large;"><img style="float: left;" src="http://static.blogo.it/booksblog/kirby.jpg" alt="" />C</span>i sono molti modi per esprimere i propri sentimenti: uno di questi è sicuramente attraverso un dono, a maggior ragione se si tratta di un fiore. Esiste infatti un linguaggio dalle dettagliate e molteplici possibilità espressive che risale al periodo vittoriano e che è stato riportato all’attenzione del lettore moderno da un romanzo di grande successo, <em>Il linguaggio segreto dei fiori</em>, di Vanessa Diffenbaugh.  Ispirato dunque a questo romanzo è stato pubblicato, sempre da Garzanti, <em>I messaggi segreti dei fiori</em>, di Mandy Kirby, una specie di manuale per trovare il fiore perfetto che esprima le nostre emozioni anche nel caso di un regalo.  Nell’introduzione, firmata della stessa Diffenbaugh, viene ribadito il ruolo centrale dei fiori nelle esperienze umane in ogni cultura e in ogni tempo: nonostante i loro significati siano diversi da paese a paese, essi sono presenti nelle tradizioni e nei rituali più significativi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;">Ma cos’è esattamente che ci attrae nei fiori? Forse è il modo semplice in cui incarnano il ciclo vitale; oppure le loro fragranze, i loro colori; o, ancora, il coraggio dimostrato da alcuni di essi nello sfidare le condizioni di vita più impervie. Sono queste le considerazioni che stanno alla base del linguaggio simbolico dei fiori che, elaborato fin dall’antichità, ha trovato in epoca vittoriana nuova linfa vitale. Ciò grazie non solo al diretto e forte legame che si era creato con la natura, ma anche grazie all’influenza della tradizione turca del <em>sélam</em>, una forma di comunicazione attraverso fiori e oggetti che venne portata in Europa dalle lettere scritte da Lady Mary Wortley Montagu. Il primo dizionario occidentale del linguaggio dei fiori divenne così popolare da far nascere una piccola industria rivolta a giovani donne raffinate che potevano così conoscere i significati dei fiori che indossavano o che ricevevano. Con la fine dell’epoca vittoriana, l’importanza attribuita al linguaggio dei fiori cominciò a scemare, ma i fiori non sono mai passati di moda. Oggi abbiamo a disposizione nuove e più sofisticate forme di comunicazione, siamo praticamente in contatto con chiunque, ovunque e senza interruzione, eppure, quando in gioco ci sono i sentimenti, un fiore sembra essere ancora il mezzo più adatto per esprimerci: “Seminiamo, nutriamo, coltiviamo e regaliamo fiori diversi in occasioni diverse, ma per un unico scopo: dire ciò che non può essere detto, e farlo con grazia e bellezza”<em>.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;">La prima parte de <em>I messaggi segreti dei fiori</em> presenta cinquanta fiori e piante in stretto ordine alfabetico – dall’agrifoglio al vischio. Alla descrizione di ciascuno di essi – corredata da un’essenziale illustrazione – si aggiungono alcuni versi o poesie e interessanti o curiose informazioni relative all’origine del nome, all’uso fatto dagli antichi, a riti e tradizioni di cui è stato protagonista. Conclude il libro una sezione dedicata a “Fiori per ogni occasione” con molti suggerimenti per i neofiti che si accostano al linguaggio dei fiori e che vogliono utilizzarlo nei momenti più significativi, dalle nascite ai funerali, passando attraverso il corteggiamento, il matrimonio, l’amicizia e la malattia.</span></p>
<p><span style="font-size: small; font-family: georgia,palatino;">Mandy Kirby, <em>I messaggi segreti dei fiori. Trova il fiore perfetto per le tue emozioni e per i tuoi regali</em>, pp<em>. </em>187, 12,90 €</span></p>
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		<title>Premio Letterario “ANGRI ‘80”</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 20:48:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Concorsi e Premi]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Angri]]></category>
		<category><![CDATA[Angri '80]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo &#160; (Prima Edizione) Il Centro Iniziative Culturali, che opera ad Angri sin dal 1979, svolge la sua attività realizzando iniziative finalizzate allo sviluppo culturale ed alla crescita civile della collettività. Costituitosi il primo ottobre del 1979 come associazione culturale, si trasformò in Cooperativa il 30 aprile del 1986. Da anni organizza dibattiti su problemi di attualità, convegni, corsi di recitazione, mostre di pittura, scultura e fotografia, concerti di musica classica, rassegne cinematografiche, corsi di aggiornamento per insegnanti. Dal 1983 pubblica ininterrottamente il mensile Angri ‘80, che si pone come strumento di dibattito e di analisi di temi sociali, politici, culturali e religiosi. È stata, altresì, svolta un’intensa e articolata attività editoriale che ha visto la pubblicazione di circa 50 libri, di narrativa, poesia, teatro, saggistica e di indagine storica, che hanno trovato ottima accoglienza presso il pubblico non solo locale. Il Centro Iniziative Culturali indice la prima edizione del Premio Letterario “Angri ‘80”. Quattro sono le sezioni a concorso: Sez. A – Poesia inedita in lingua italiana o in vernacolo Sez. B – Racconto inedito Sez. C – Atto unico inedito Sez. D – Saggio o articolo inedito 1) Ogni concorrente può partecipare ad una o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: small; font-family: georgia,palatino;">Riceviamo e volentieri pubblichiamo</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>(Prima Edizione)</strong></p>
<pre><strong></strong><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Il <strong>Centro Iniziative Culturali</strong>, che opera ad Angri sin dal 1979, svolge la sua attività realizzando iniziative finalizzate allo sviluppo culturale ed alla crescita civile della collettività. Costituitosi il primo ottobre del 1979 come associazione culturale, si trasformò in Cooperativa il 30 aprile del 1986.</span></pre>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Da anni organizza dibattiti su problemi di attualità, convegni, corsi di recitazione, mostre di pittura, scultura e fotografia, concerti di musica classica, rassegne cinematografiche, corsi di aggiornamento per insegnanti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Dal 1983 pubblica ininterrottamente il mensile <strong><em>Angri ‘80</em></strong>, che si pone come strumento di dibattito e di analisi di temi sociali, politici, culturali e religiosi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>È stata, altresì, svolta un’intensa e articolata attività editoriale che ha visto la pubblicazione di circa 50 libri, di narrativa, poesia, teatro, saggistica e di indagine storica, che hanno trovato ottima accoglienza presso il pubblico non solo locale.</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Il Centro Iniziative Culturali indice la prima edizione del <strong>Premio Letterario “Angri ‘80”. </strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Quattro sono le sezioni a concorso:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Sez. A – <strong>Poesia inedita in lingua italiana o in vernacolo</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Sez. B <strong>– Racconto inedito</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Sez. C<strong> – Atto unico inedito</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Sez. D<strong> – Saggio o articolo inedito</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>1) </strong>Ogni concorrente può partecipare ad una o più sezioni, secondo le norme sotto indicate. Coloro che intendono partecipare e che non abbiano compiuto il diciottesimo anno di età alla data di scadenza del presente bando dovranno utilizzare l’apposito modello di scheda anagrafica.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>2) </strong>Si partecipa alla<strong> Sez. A </strong>inviando quattro copie dattiloscritte di una poesia inedita a tema libero, che non sia stata già premiata in altri concorsi letterari. La lunghezza massima è di 50 versi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>3) </strong>Si partecipa alla<strong> Sez. B </strong>inviando quattro copie dattiloscritte di un racconto inedito, che non sia già stato premiato in altri concorsi letterari. La lunghezza massima è di 10 cartelle (interlinea 1,5, margini 2,5 cm, formato e corpo del carattere “times new roman” 12).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>4) </strong>Si partecipa alla<strong> Sez. C </strong>inviando quattro copie dattiloscritte di un atto unico, mai pubblicato e mai rappresentato prima, che non sia già stato premiato in altri concorsi letterari. La lunghezza massima è di 10 cartelle (interlinea 1,5, margini 2,5 cm, formato e corpo del carattere “times new roman” 12).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>5) </strong>Si partecipa alla<strong> Sez. D </strong>inviando quattro copie dattiloscritte di un saggio o articolo inedito, avente ad oggetto argomenti di carattere letterario, storico, politico, sia in riferimento alla realtà locale che a quella nazionale o internazionale, che non sia già stato premiato in altri concorsi letterari. La lunghezza massima è di 10 cartelle (interlinea 1,5, margini 2,5 cm, formato e corpo del carattere “times new roman” 12).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>6) </strong>L’invio degli elaborati deve avvenire nel modo che segue. Il concorrente deve firmare le copie dell’elaborato con uno pseudonimo. In una busta chiusa (sul frontespizio della quale va riportato esclusivamente lo stesso pseudonimo) inserirà la sua scheda anagrafica compilata e firmata. Qualora il concorrente voglia inviare più opere, anche in categorie diverse, dovrà ripetere la stessa operazione di invio, utilizzando pseudonimi diversi per ogni opera. Elaborati e busta con la scheda anagrafica vanno inserite in un’altra busta ed inviate o consegnate al seguente indirizzo: Centro Iniziative Culturali – Premio Angri ’80 – Fermo Posta Ufficio PT Centro – 84012 Angri (SA).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>7) </strong>È richiesto un contributo di partecipazione di  <strong>Euro 15,00 </strong>per ogni opera inviata, da versarsi sul conto corrente postale <strong>N. 10928844 </strong>intestato a Coop. Centro Iniziative Culturali, indicando nella causale: «partecipazione alla prima edizione premio letterario “Angri ‘80”». Fotocopia della ricevuta di versamento dovrà essere spedita unitamente agli elaborati.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong> <img src='http://stilos.it/blog/wp-includes/images/smilies/icon_cool.gif' alt='8)' class='wp-smiley' /> </strong>Gli elaborati e gli altri allegati dovranno pervenire all’indirizzo di cui al punto 6) entro e non oltre il 15 giugno 2012.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>9) </strong>La Giuria sarà composta da personalità distintesi in campo culturale. A suo insindacabile giudizio verranno indicati <strong>i primi tre classificati per ciascuna sezione, che verranno premiati con la pubblicazione del proprio elaborato in un volume a cura del Centro Iniziative Culturali</strong>. La Giuria può riservarsi di attribuire premi speciali ad opere particolarmente significative. Altresì, la Giuria può attribuire un premio a persone che nel corso del 2011 si siano distinte in campo culturale o letterario.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>10)</strong> I nomi dei vincitori verranno resi noti sul numero di settembre del mensile, nonché sulla pagina facebook di <em>Angri ’80</em>. La premiazione si svolgerà in Angri, nel mese di ottobre 2012. Della sede verrà data comunicazione ai vincitori attraverso l’invio di e-mail agli indirizzi che verranno comunicati in sede di iscrizione al premio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>11) </strong>La partecipazione al Premio implica la piena e incondizionata accettazione del presente regolamento .</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>12)</strong> Le opere inviate, indipendentemente dall’esito, non saranno restituite.</span></p>
<p><strong>13)</strong> Ogni ulteriore informazione relativa al premio può essere richiesta all’indirizzo e-mail <a href="mailto:husker76@libero.it">husker76@libero.it</a>.</p>
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		<title>La nostra storia attraverso l&#8217;immondizia</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Mar 2012 08:23:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Sergio Rotino A parte la scontata, banale, ovvia battuta sulla nostra civiltà che è con la cacca fino al collo, è proprio di questo che tratta Mirco Maselli in Storia dell’immondizia. Certo, per essere precisi, questo libro, di cui l’autore cura testo e disegni, parla dei rifiuti, degli scarti prodotti dall’umanità. Però l’excursus, che dalla Preistoria mena all’età moderna e contemporanea, è incollato letteralmente alle scorie umane e animali per eccellenza. Insomma, parlando di rifiuti, gli escrementi vi giocano un ruolo dannatamente centrale. Invece Maselli, ottimo sceneggiatore conosciuto soprattutto per il valore aggiunto inserito in personaggi seriali come Lupo Alberto e Cattivik, non gioca affatto. Inserisce un lato ironico, trova punti di vista curiosi, così da rendere piacevole ai ragazzi la lettura di una simile materia (anche se, a ben vedere, l’elemento scatologico, è sempre catalizzante fra i fanciulli), ma tiene la barra dritta su quanto racconta. L’evoluzione delle scorie umane sottostà quindi a una cronologia curiosa quanto esatta, a una evoluzione che mostra i motivi del libro solo verso la fine, quando appare luminosissima la parola “riciclo” e il concetto “raccolta differenziata”. Detto in altre parole, Maselli costruisce un libro leggero, blandamente ridanciano, ricco di curiosità pescate dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: small;">di Sergio Rotino</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;"><span style="font-size: large;"><img style="float: left;" src="http://3.bp.blogspot.com/-jy22Wx6Kf2Q/TzIgwPqxytI/AAAAAAAADYA/J4-TTusx4q4/s1600/IMMONDIZIA+cover.jpg" alt="" width="443" height="626" />A</span> parte la scontata, banale, ovvia battuta sulla nostra civiltà che è con la cacca fino al collo, è proprio di questo che tratta Mirco Maselli in <em>Storia dell’immondizia</em>. Certo, per essere precisi, questo libro, di cui l’autore cura testo e disegni, parla dei rifiuti, degli scarti prodotti dall’umanità. Però l’excursus, che dalla Preistoria mena all’età moderna e contemporanea, è incollato letteralmente alle scorie umane e animali per eccellenza. Insomma, parlando di rifiuti, gli escrementi vi giocano un ruolo dannatamente centrale. Invece Maselli, ottimo sceneggiatore conosciuto soprattutto per il valore aggiunto inserito in personaggi seriali come Lupo Alberto e Cattivik, non gioca affatto. Inserisce un lato ironico, trova punti di vista curiosi, così da rendere piacevole ai ragazzi la lettura di una simile materia (anche se, a ben vedere, l’elemento scatologico, è sempre catalizzante fra i fanciulli), ma tiene la barra dritta su quanto racconta. L’evoluzione delle scorie umane sottostà quindi a una cronologia curiosa quanto esatta, a una evoluzione che mostra i motivi del libro solo verso la fine, quando appare luminosissima la parola “riciclo” e il concetto “raccolta differenziata”. Detto in altre parole, Maselli costruisce un libro leggero, blandamente ridanciano, ricco di curiosità pescate dalla Storia dei costumi e di vignette, ma attentamente focalizzato sulla cacca e sui rifiuti tutti, in modo da catturare l’attenzione dei più giovani e suggerire loro quanto oggi sia importante l’arte del riciclo. Sulla carta la missione è riuscita. Speriamo riesca anche con i diretti interessati e con i loro genitori. In caso contrario, se persino una educazione indotta con la maestria del sorriso dovesse far cilecca, ebbene, ci ritroveremo presto con gli escrementi, pardon, rifiuti, fino al collo e oltre. Meditate.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: small; font-family: georgia,palatino;">Mirco Maselli, <em>Storia dell’immondizia</em>, pp. 75, € 7,90, Editoriale Scienza</span></p>
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		<title>Lettera all’amore primo</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2012 10:12:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Emanuele Tonon]]></category>
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		<description><![CDATA[di Giovanni Turi Con La luce prima Emanuele Tonon interrompe la “trilogia eretica” dedicata alla Trinità e intrapresa con Il nemico, sempre pubblicato da ISBN. Lo fa perché gli si impongono l’inappellabilità della morte, quella della propria madre, e l’urgenza di un ricordo che rievochi e riesumi. Tonon si rivolge in queste pagine a chi l’ha generato e anche dopo la morte continua a esserci, nel pigiama ripiegato e adagiato sul termosifone, nelle persistenti tracce olfattive, nelle carezze mancate e mancanti, nelle parole non dette a adesso urlate: «Io ho bisogno di fare memoria di te, di renderti la vita che mi hai dato, almeno così. Posso amarti solo nella ricomposizione di te, nel riempimento di te, lasciandomi andare allo scavo nella memoria […]». La luce prima è dunque una lettera d’amore e di dolore, dolcissima e disperata, intima e universale, in cui un figlio percuotendosi il petto, come un penitente durante un rito espiatorio, ripercorre la vita che ha condiviso con la sua mamma, spingendosi attraverso la presa di coscienza del suo sacrificio quotidiano sino alla giovinezza di ragazza madre. Non vi è rigo in cui non abbagli lo stile di Emanuele Tonon, vertiginoso e impastato di sangue, lacrime, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: small; font-family: georgia,palatino;">di Giovanni Turi</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><span style="font-size: large;"><img style="float: left;" src="http://subliminalpop.altervista.org/_altervista_ht/tonon11.jpg" alt="" />C</span>on <em>La luce prima</em> Emanuele Tonon interrompe la “trilogia eretica” dedicata alla Trinità e intrapresa con <em>Il nemico</em>, sempre pubblicato da ISBN. Lo fa perché gli si impongono l’inappellabilità della morte, quella della propria madre, e l’urgenza di un ricordo che rievochi e riesumi. Tonon si rivolge in queste pagine a chi l’ha generato e anche dopo la morte continua a esserci, nel pigiama ripiegato e adagiato sul termosifone, nelle persistenti tracce olfattive, nelle carezze mancate e mancanti, nelle parole non dette a adesso urlate: «Io ho bisogno di fare memoria di te, di renderti la vita che mi hai dato, almeno così. Posso amarti solo nella ricomposizione di te, nel riempimento di te, lasciandomi andare allo scavo nella memoria […]».<em> La luce prima</em> è dunque una lettera d’amore e di dolore, dolcissima e disperata, intima e universale, in cui un figlio percuotendosi il petto, come un penitente durante un rito espiatorio, ripercorre la vita che ha condiviso con la sua mamma, spingendosi attraverso la presa di coscienza del suo sacrificio quotidiano sino alla giovinezza di ragazza madre. Non vi è rigo in cui non abbagli lo stile di Emanuele Tonon, vertiginoso e impastato di sangue, lacrime, alcool, sudore; né paragrafo in cui non si percepiscano il silenzio e l’impellenza della parola. «Finisco di scriverti. Ho fatto quello che ho potuto, come tu hai fatto quello che hai potuto con me. Tutto l’amore che abbiamo potuto, solo questo ci resta».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>Tonon, cosa le ha dato la forza, a così breve distanza dal lutto, di penetrare con il linguaggio in un dolore tanto intenso e di rendere poi pubblico il suo attraversamento?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Il mio attraversamento non è avvenuto “a breve distanza dal lutto” ma nel lutto. Io sono uno scrittore, non ho altri mezzi per affrontare la vita. Dalla mia ho solo il linguaggio, la possibilità di abitarlo e di manipolarlo. Il linguaggio è la mia armatura, la mia spada, la mia forza, quella forza che si manifesta pienamente nella debolezza. O mi impiccavo o scrivevo. Avevo un debito da pagare e un’opera da completare: ho completato l’opera ma non so se ho pagato il debito fino in fondo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>Sulla fascetta della <em>Luce prima</em> si parla di un “romanzo struggente”, ma si ha l’impressione che sia un’opera cui nessuna etichetta si addica davvero. Cosa la distingue da una vera e propria lettera, o da una lunga invocazione?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Lo distingue il fatto che è una memoria, una lettera, un’invocazione consegnata alla letteratura. Lo scarto è tutto qui, nel fare letterario. È importante leggere <em>La luce prima</em> nella continuità con <em>Il nemico</em>, all’interno dell’economia trinitaria. Tornando alla domanda, quello che lo distingue è l’attraversamento di un dolore privato con l’uso del linguaggio, con la costruzione di una cattedrale allegorica (la madre Pellicano, la madre Costellazione, la madre Madonna povera invocata con i superlativi assoluti delle litanie mariane, la madre di un uomo che diviene la madre di tutti quelli che vogliono riconoscersi come figli). <em>La luce prima</em> si pone come un testo sì dolcissimo e straziante, ma anche feroce. Non offre facile consolazione, obbliga a contemplare l’abisso, a farne principio di conoscenza. Non è il classico bric-à-brac dell’editoria contemporanea. Ormai è prassi consolidata in editoria giocare la carta vincente del racconto di un dolore privato: si attua la furba regola del “cuore e amore” nel confezionamento di un “romanzo”. Operazione da editor, ovviamente; operazione da falsario, quindi. Operazione che funziona sempre, quando cucita addosso a un personaggio non-scrittore spacciato per scrittore, pompato a dismisura da un colosso editoriale. Testi senza furore e senza linguaggio, postletteratura. Qualche lacrimuccia garantita, un paio di soffiate di naso consolatorie e avanti come prima, e sempre a grande distanza dall’abisso cui costringe ad approssimarsi la letteratura.      </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>La sua lingua sorvegliata e stringente di quali letture ed esperienze si sostanzia?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Potrei dirle che si sostanzia della lettura dei testi degli inventori e dei manipolatori della lingua italiana. Potrei dirle che si sostanzia di Dostoevskij e di Leopardi. Potrei dirle che si sostanzia della lettura del fumetto mainstream come di quello underground. Potrei dirle che si sostanzia delle letture dei mistici cristiani come Angela da Foligno e Teresa di Lisieux. Potrei dirle che si sostanzia della musica che suonano gli angeli in paradiso. Potrei dirle che si sostanzia dei silenzi di un uomo davanti ad un bicchiere di vino. Tutto sarebbe vero. Ho tanti maestri immensi, tanti. A loro devo la voce. Loro mi danno il senso per continuare a portare il giogo della scrittura letteraria.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;"><strong>La “trilogia eretica” è stata sospesa o troverà trasfigurazione letteraria anche la terza persona della Trinità, lo Spirito Santo?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">Non si tratta di una trilogia (quella è cosa un po’ abusata) ma di una trinità. Come ho detto già molte volte, ho inteso trattare, facendo letteratura, in chiave allegorica le tre persone del dogma trinitario, senza nessuna implicazione confessionale ma unicamente con l’intento di rielaborare l’immaginario religioso di cui, giocoforza, anche nella negazione, siamo permeati, a livello immaginale. Quindi, ho scritto un romanzo dell’amore paterno, uno dell’amore coniugale e uno dell’amore materno. La mia trinità si conclude con <em>La luce prima</em>. Mia madre, morendo, ha fatto di sé quello Spirito Santo che stavo altrimenti trattando in un altro romanzo, che uscirà più avanti. Io, lo scrittore, ho fatto di lei lo Spirito Santo che altrimenti avevo immaginato, avevo annunciato. Mi piacerebbe vederla pubblicata in unico volume, prima di crepare. Ora verranno alcuni libri che voglio siano approssimazione a quel limite che vuole essere <em>Cosa vogliono i morti,</em> il romanzo che stavo scrivendo prima di esser costretto a scrivere <em>La luce prima.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium; font-family: georgia,palatino;">La trinità è conclusa, e si conclude con un bambino che canta nel buio. Quel bambino è lo scrittore Emanuele Tonon che canta per la sua mamma piccola. Quell’io cantante, attraverso il linguaggio, come in una mistica zen, resta a contemplare un vuoto riempito dal suo desiderio di bambino. Un desiderio onnivoro, quello del bambino che canta nel buio, un desiderio che ha un solo nome, quello che cominciò a balbettare quaranta anni prima, bisognoso di tutto, anche allora in un vuoto (la sua nudità sul palcoscenico del mondo) che tendeva alla pienezza: ma-mm-a, ma-mm-a, ma-mm-a, cantava quel bambino.</span></p>
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		<title>Dalla Fiera del libro per ragazzi di Bologna/II</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Mar 2012 10:02:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Sergio Rotino Se la 49esima edizione della Fiera del libro per ragazzi di Bologna, che tiene banco dal 19 al 22 marzo, continua a essere un luogo per soli addetti ai lavori o per chi si può permettere un biglietto dai costi non proprio light, inutile disperarsi. Anche perché alcune delle cose che accadono all’ombra dei padiglioni fieristici, hanno un loro quasi doppio in città.  BOLIBRÌ Per esempio in Bolibrì. L’iniziativa che, dal 17 al 25 marzo, con orario non stop 10-21 fa respirare, prima, durante e dopo, un po’ dell’aria fieristica, senza costi. Questo perché Bolibrì è il bookstore della Fiera, quindi la sua lunga mano, il suo volto meno affaristico e più comunicativo. Al contrario di tutte le iniziative a ingresso gratuito, Bolibrì sembra non aver sofferto per questa edizione 2012 di un impoverimento nell’offerta generale. Ma essendo essenzialmente una vetrina creata dalla Fiera del libro per ragazzi in collaborazione con Librerie Feltrinelli e con il patrocinio dell’AIE (Associazione Italiana Editori) è logico sia così. E quindi, nei suoi 400 metri quadri espositivi ecco circa 2500 titoli appartenenti a 200 editori italiani e stranieri più una scelta di dvd di animazione, giochi didattici e strumenti musicali, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: georgia,palatino;">di Sergio </span>Rotino</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;"><img style="float: left;" src="https://mail.google.com/mail/?ui=2&amp;ik=6bfe26ed9c&amp;view=att&amp;th=1361ddf488d35353&amp;attid=0.1&amp;disp=inline&amp;safe=1&amp;zw" alt="" width="206" height="274" />S</span>e la 49esima edizione</span><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;"> della Fiera del libro per ragazzi di Bologna, che tiene banco dal 19 al 22 marzo, continua a essere un luogo per soli addetti ai lavori o per chi si può permettere un biglietto dai costi non proprio light, inutile disperarsi. Anche perché alcune delle cose che accadono all’ombra dei padiglioni fieristici, hanno un loro quasi doppio in città.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: small;"> <strong>BOLIBRÌ</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;">Per esempio in <a href="http://www.flashgiovani.it/files/documenti/libri/Programma_per_i_piccoliBolibri.pdf" target="_blank"><strong>Bolibrì</strong></a>. L’iniziativa che, dal 17 al 25 marzo, con orario non stop 10-21 fa respirare, prima, durante e dopo, un po’ dell’aria fieristica, senza costi. Questo perché Bolibrì è il bookstore della Fiera, quindi la sua lunga mano, il suo volto meno affaristico e più comunicativo. Al contrario di tutte le iniziative a ingresso gratuito, Bolibrì sembra non aver sofferto per questa edizione 2012 di un impoverimento nell’offerta generale. Ma essendo essenzialmente una vetrina creata dalla Fiera del libro per ragazzi in collaborazione con Librerie Feltrinelli e con il patrocinio dell’AIE (Associazione Italiana Editori) è logico sia così. E quindi, nei suoi 400 metri quadri espositivi ecco circa 2500 titoli appartenenti a 200 editori italiani e stranieri più una scelta di dvd di animazione, giochi didattici e strumenti musicali, che tutti insieme fanno da cornice a laboratori e incontri con gli autori. Insomma una attività di promozione alla lettura che serve a congiungere la città di Bologna alla Fiera del libro, altrimenti vissuta come un organismo stupendo ma alieno. Il programma prevede una media di quattro eventi al giorno. Fra di essi spicca immediatamente l’incontro con Jeff Kinney, il papà del <em>Diario di una schiappa</em>, che il 20 alle 18 esce fuori dai padiglioni fieristici per incontrare il suo vero pubblico e parlare de <em>La dura verità</em>, quinto capitolo della saga appena uscito in Italia. Altri personaggi famosi? Beh, il 18 alle 16.30 Franco Cosimo Panini editore propone <em>Arriva la pimpa</em>, una animazione con la sempreverde cagnolina a pois rossi inventata da Altan, mentre il 19 alle 17 l’avatar di Geronimo Stilton racconta ai lettori il suo Marco Polo così come è ne <em>Le avventure di Marco Polo</em> (Piemme). Il libro, per chi non lo sapesse, fa parte di quei cartonati e sovracopertinati in cui Stilton è solo testimonial per storie classiche sintetizzate e “topizzate”. Roberto Denti, pezzo da novanta della narrativa per ragazzi italiana, è un altro dei nomi di punta presenti a Bolibrì. In realtà Denti sarà un po’ dappertutto a presentare il suo <em>Quattro storie quasi vere. </em><em>Fantasticherie scientifiche su animali, numeri e pianeti</em>, una delle tre novità che Editoriale Scienza porta in Fiera. Prima tappa, la Fiera, il 20 alle 15 in Sala Ronda; a seguire, il 21 alle 10.15, l’incontro con le scuole nella centralissima biblioteca di Salaborsa per Facce da libri – Bookfaces; infine, sempre il 21, ma alle 17.30, eccolo materializzarsi nella struttura di Bolibrì per un incontro aperto al pubblico. Il libro è notevole. Raccoglie quattro racconti indirizzati ai ragazzini delle elementari nelle cui trame, con ironia e fantasia, l’autore ha fuso miti e leggende con nozioni scientifiche. Per i più grandi, Paolo Rumiz presenta <em>A piedi</em> (Feltrinelli) il 22 alle 17.30. Tornando indietro è da non perdere – anche se riservato alle scuole – l’incontro del 21 alle 10 con Pierdomenico Baccalario. Questo bravissimo narratore presenta <em>Lo spacciatore di fumetti</em><strong> </strong>(Edizioni EL), romanzo uscito lo scorso anno dove racconta con bella mano la storia di Sandor Fonesi, quindicenne dalla famiglia disastrata e spacciatore di fumetti supereroistici nella Budapest del 1989, anno in cui l’Ungheria rompe il legame con l’Unione Sovietica. Fra gli illustratori che passeranno dall’angolo degli illustratori di Bolibrì c’è anche la valenciana Ana Juan pronta a firmare le copie della sua magnifica reintepretazione di Biancaneve in <em>Snowhite</em> (Logos), il 20 alle 16.30.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;">Ah, dimenticavo, ci sono anche due mostre ad arricchire questi spazi. Una è dedicata all’opera grafica di Manuele Fior e riprende parte di quella presente al Lucca Comics &amp; Games del 2011.<strong> </strong>Fior è un autore completo le cui splendide graphic novel, fra cui l’ultima <em>Cinquemila chilometri al secondo</em>, sono pubblicate in Italia dalla bolognese Coconino Press. L’altra mostra richiama il Portogallo, paese ospite per la Fiera 2012. Le tavole di grande formato che la compongono sono opera di Emiliano Ponzi, che le ha ideate per illustrare <em>Il più grande fiore del mondo</em>, libro per bambini dalla prestigiosa firma. L’autore è infatti il premio Nobel per la letteratura José Saramago. In realtà ce ne sarebbe una terza, di mostra. Aperta il 17 marzo, ma visitabile fino all’8 aprile in Palazzo D’Accursio, Sala d’Ercole, piazza Maggiore 6. Importante, sì, ma che lascia perplessi. Si tratta del duplicato della Mostra degli illustratori presente in Fiera, che per la prima volta è possibile ammirare gratuitamente e in centro città. Un duplicato in tutti i sensi, visto che presenta le tavole dei 72 artisti selezionati per questa edizione. Le stesse tavole esposte in Fiera. Dei duplicati, insomma. Meglio che niente, specie se non si vuole acquistare il biglietto non proprio economico. Forse però sarebbe stato più interessante doppiare la mostra e non duplicarla. Offrire cioè altre tavole (originali) degli stessi autori.</span></p>
<p style="text-align: justify;"> <span style="font-family: georgia,palatino; font-size: small;"><strong>FACCE DA LIBRI-BOOKFACES </strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;">Abbiamo già citato <strong><a href="http://www.bibliotecasalaborsa.it/ragazzi/documenti/23157" target="_blank">Facce da libri-Bookfaces</a></strong>. Questa è un’altra iniziativa voluta dagli Editori per ragazzi dell’AIE, ma punta a movimentare alcune biblioteche del sistema comunale bolognese sparse per la città. Non solo la centralissima Salaborsa, ma anche le biblioteche <a href="http://www.comune.bologna.it/quartieresavena/biblioteca-ginzburg/index.php" target="_blank">Natalia Ginzburg</a>, <a href="http://www.comune.bologna.it/quartierenavile/biblioteche/casa_di_khaoula/" target="_blank">Casa di Khaoula</a> e <a href="http://www.comune.bologna.it/quartieresandonato/content/blogcategory/138/255/" target="_blank">Luigi Spina</a> ospiteranno dal 20 al 22 incontri e laboratori con scrittori, editori e illustratori indirizzati a bambini e ragazzi dai 4 ai 12 anni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;">Lasciandovi a compulsare l’intero programma, ci limitiamo ad alcune segnalazioni. La prima riguarda ancora una volta Pierdomenico Baccalario, che il 22 dalle 10.15 alle 11 nell’Auditorium “Enzo Biagi” di Salaborsa presenta <em>La vera storia di Capitan Uncino</em>. Edito da Piemme alcuni mesi fa è la ricostruzione finzionale di come il cattivo di Peter Pan sia diventato tale. Baccalario ne ricostruisce il prequel, ovvero i motivi che lo hanno portato a diventare il terribile pirata che tutti conosciamo. Gli dà persino un nome (James Fry) e un blasone: figlio illegittimo del re d’Inghilterra. Ce n’è a sufficienza per un romanzo avvincente e intelligente. Si bissa dalle 11 alle 11.45 in Sala Ragazzi con un romanzo di stampo realistico, <em>Un sogno lungo un’estate</em>. Firmato dalla giallista Barbara Baraldi per Einaudi Ragazzi, è la storia ricca di mistero della tredicenne Matilde, di come una vacanza fatta controvoglia apra a nuove consapevolezze provenienti da un passato remoto. Il 20, stesso orario stessi luoghi, c’è Erica Bertelegni, la giovane autrice di <em>100 incanti</em> (DeAgostini), capace di scrivere a tredici anni un romanzo dalla trama forse non nuova, ma di una freschezza quasi abbacinante. Ahinoi giorno e orario coincidono con l’incontro in Sala Adolescenti dove Annamaria Piccione presenta <em>Lindo e Lando</em> (Edizioni EL), uno dei quattro titoli che questa editrice triestina fa uscire per battezzare una nuova collana, Crepapelle, programmatica fin dal titolo e indirizzata a stimolare la “ghiandola dell’umorismo” nei ragazzini delle elementari. Un’altra sigla di Edizion EL, EMME edizioni, il 22 presenta nello stesso spazio un’altra nuova collana. Questa volta l’intento pedagogico è spiccato, mentre è encomiabile la serie di argomenti scelti: temi grandi e/o importanti diretti ai più piccoli. Perché è da questa età che bisogna lavorare per creare un popolo migliore e cosciente nel nostro futuro. L’intento di coinvolgere il lettore è già nel titolo, che ogni volta lega la prima persona all’argomento trattato: <em>Io e… l’ambiente</em>, <em>le istituzioni</em>, <em>le buone maniere</em>, <em>la giustizia</em>. A spiegare i motivi della collana Mario Corte e Francesca Carabelli.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;">Anche Facce da libri ospita una mostra. Dal 14 marzo al 6 aprile gli spazi di Salborsa ragazzi propongono <em>Maga Martina venti anni di vita magica</em>, esposizione interamente dedicata al personaggio di questa streghetta di origine tedesca. Ideata da Knister e illustrata da Birgit Rieger (che il 20 alle 11 terrà in Sala Ragazzi un laboratorio di disegno<em> p</em>er bambini dai 7 anni), la serie di Maga Martina, pubblicata in Italia da Sonda, è giunta al quindicesimo titolo mantenendo una freschezza di racconto invidiabile. Cosa non altrettanto perfettamente riuscita nei due lungometraggi realizzati per il grande schermo. Chi l’ha detto che il racconto per immagini sia sempre vincente?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: small;"> <strong><img style="float: right;" src="https://mail.google.com/mail/?ui=2&amp;ik=6bfe26ed9c&amp;view=att&amp;th=1361ddf488d35353&amp;attid=0.3&amp;disp=inline&amp;safe=1&amp;zw" alt="" width="440" height="313" />FIERI DI LEGGERE</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;">In ultimo ci sarebbe da parlare di <a href="http://www.http://fieridileggere.com/" target="_blank">Fieri di leggere</a>, una rassegna di eventi dedicati a bambini e ragazzi spalmati sul territorio della provincia di Bologna e che parte in occasione della Fiera del libro per ragazzi, ma come afferma Dede Auregli del Settore cultura e pari opportunità della Provincia di Bologna «si protrae molto più a lungo di quanto avviene in città». Praticamente fino a giugno, coinvolgendo 40 comuni e circa 50 biblioteche. Qualcosa che ha pochi eguali in giro per l’Italia. Quindi difficilmente riassumibile: meglio rimandare al <a href="http://troppatrama.files.wordpress.com/2012/03/fieridileggere_2012_web.pdf" target="_blank">programma</a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: georgia,palatino; font-size: medium;">Alcune segnalazioni sono però d’obbligo per la loro rilevanza. Lo è <em>Bestiario accidentale</em>, mostra che raccoglie alcuni originali di Guido Scarabattolo, uno dei migliori grafici italiani conosciuto da molti perché autore delle copertine di Guanda. Le tavole qui raccolte appartengono però all’albo Bestiario accidentale, il primo pubblicato da una nuova casa editrice, la Vànvere edizioni. La mostra, presso Giannino Stoppani libreria, chiude il 7 aprile. Sono curate da Hamelin associazione culturale (il motore attivissimo di BilBOlBul, per intenderci), le altre due segnalazioni. La prima si intitola <em>Ad occhi aperti. Leggere l’albo illustrato</em> ed è una mostra (inaugurazione il 20 alle 19.30 in Biblioteca Sala Borsa), «che mira» come afferma Emilio Varrà di Hamelin, «a far comprendere la specificità del linguaggio dell’albo illustrato, sia attraverso l’esposizione dei progetti e degli esiti definitivi di cinque grandi illustratori, sia attraverso una serie di pannelli didattici con cui far comprendere i nodi principali dell’albo illustrato». I cinque autori ospitati dalla mostra sono la belga Kitty Crowther, Fabian Negrin e Antonio Marinoni, la tedesca Rotraut Susanne Berner e la coreana Suzy Lee. Accanto alla mostra uscirà un saggio per Donzelli curato da noi, che affronta più approfonditamente queste tematiche. Il secondo è un progetto, che si sta sviluppando negli anni. Si intitola <em>Bologna a testa in su</em> e nasce, dice sempre Varrà, «da una residenza di un illustratore internazionale, che invitiamo per una settimana a Bologna con l’obiettivo di progettare e realizzare un albetto in bianco e nero sulla città». Sedici pagine che possa trasformarsi in un oggetto bello per gli adulti come in un librino da colorare per i più piccoli. Quest’anno l’illustratore è il portoghese Bernardo Carvalho. Il suo lavoro verrà ospitato in una mostra che inaugura mercoledì 21 marzo 15 alle 20 nella sede di Hamelin, in via Zamboni. Ultima mostra quella che inaugura il 21 alle 18 nella Biblioteca dell’Istituto Gian Franco Minguzzi di via S. Isaia 90 e che propone ne <em>Il grande cavallo blu</em> le tavole di un altro bravissimo illustratore italiano, Maurizio Quarello, nate per l’albo <a href="http://www.orecchioacerbo.com/editore/index.php?option=com_oa&amp;vista=np&amp;tipo=p&amp;Itemid=64" target="_blank">omonimo</a>, scritto da <a href="http://www.orecchioacerbo.com/editore/index.php?option=com_oa&amp;vista=autori&amp;id=172" target="_blank">Iréne Cohen-Janca</a> e edito dalla sempre attenta Orecchio Acerbo. Perché è importante questa mostra e di riflesso il libro? Perché – cosa strana, ma logica – è una storia nata in Francia che racconta di Franco Basaglia e della sua lotta per abbattere le mura dei manicomi. Attraverso un cavallo di Troia al contrario e blu. Quarello dà una seconda anima al racconto, ne raddoppia la forza con immagini di grande impatto emozionale. Il resto, a voi scoprirlo.</span></p>
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