Obsession

22 novembre 2011

Lidia Gualdoni

Nell’angolo più buio è lo sconvolgente esordio dell’inglese Elizabeth Haynes che, oltre a lavorare come analista di intelligence per la polizia, si dedica con profitto alla scrittura: in Italia è da poco nelle librerie, ma non è certo un caso se in Inghilterra è stato  nominato “Amazon.co.uk BEST BOOK” del 2011.

Il romanzo si apre con il verbale di un interrogatorio – e del controinterrogatorio – che ha avuto luogo mercoledì 11 maggio 2005 presso Corte Penale di Lancaster, “Lo Stato contro Brightman”, nel quale si cerca di precisare la natura del rapporto, piuttosto burrascoso, fra Lee Anthony Brightman e la signorina Catherine Bailey. Con un salto temporale, il secondo capitolo descrive invece la morte o, meglio, l’assassinio di Naomi Bennet, avvenuta martedì 21 giugno 2001:  “Il giorno più lungo dell’anno. Un giorno come un altro per morire. Naomi Bennet era distesa con gli occhi aperti in fondo a una fossa. Il sangue che l’aveva tenuta in vita per ventiquattro anni sgorgava dalla ferita mescolandosi alla sabbia e al pietrisco su cui giaceva”. Con queste premesse, è quasi impossibile interrompere la lettura – anche se alla fine spiacerà essere arrivati così in fretta all’ultima pagina. Il resto della trama si sviluppa con l’alternanza di due piani temporali, uno tra la fine del 2007 e la prima metà del 2008, l’altro tra la fine del 2003 e la prima metà del 2004. Pur trattandosi della descrizione della vita della stessa donna, Catherine Bailey, è evidente che solo un’esperienza estremamente traumatica può aver cambiato il suo stato d’animo e le sue abitudini così radicalmente da rendere la sua esistenza un vero inferno a causa dei disturbi ossessivo-compulsivi di cui soffre ora: «No, il problema non è alzami, ma uscire di casa. Dopo essermi fatta la doccia e vestita, dopo aver mangiato qualcosa per colazione, comincio a fare il giro dell’appartamento per controllare che sia sicuro, e che io possa andare al lavoro. E’ un po’ l’inverso del processo che devo affrontare ogni sera, quando rientro, ma per certi versi è peggio, perché so che il tempo gioca a mio sfavore. Posso passare la notte intera a controllare, se mi va, mentre la mattina devo andare a lavorare, quindi mi è concesso solo un certo numero di verifiche. Le tende del salotto e della sala da pranzo, accanto al terrazzino, devono essere tirate indietro lasciando sempre la medesima apertura, altrimenti la sera non riesco a rientrare nell’appartamento. Ogni portafinestra è formata da sedici pannelli di vetro; le tende devono  essere scostate in modo che io ne veda soltanto otto per ciascuna, guardando dal viottolo dietro l’edificio. Se riesco a intravedere un pezzetto di sala da pranzo, attraverso i pannelli adiacenti, o se le tende no sono perfettamente perpendicolari, devo tornare su e ricominciare da capo».

Anche il portone d’ingresso è particolarmente complicato da controllare: va chiuso scuotendolo diverse volte, per assicurarsi che non si apra, poi occorre seguire con i polpastrelli il contorno del telaio e girare sei volte il pomello, da una parte e dall’altra. Tutto questo per avere quella sensazione di sollievo che deriva dalla consapevolezza di aver fatto tutto per bene. Ma anche con questi accorgimenti, non riesce ad eliminare gli incubi, i sospetti di essere seguita e osservata, gli attacchi di panico e il bisogno di evitare gli eventi mondani, i luoghi affollati, la polizia e i vestiti rossi.

Eppure, solo qualche anno prima, Catherine era una ragazza spensierata, sicura di sé, disinvolta, al limite della spregiudicatezza: tutte le sere, il giro dei locali con le amiche, fino ad ubriacarsi o fino a farsi sbattere contro un muro, per poi svegliarsi la mattina in case sconosciute, chiedendosi dove fosse e che cosa avesse combinato la notte prima. E’ proprio la sera di Halloween del 2003 che Catherine, vestita da sposa di Satana, con un abito di satin rosso aderente e scarpe di seta color ciliegia – una calamita per gli uomini – incontra pe la prima volta Lee, uno degli addetti alla sicurezza del locale dove sta cercando di entrare per seguire un’amica conosciuta da poco. Due incredibili occhi azzurri, sormontati da capelli corti e biondi, sguardo tanto intenso da mettere a disagio, labbra sensuali, sorriso attraente, sempre elegante, impeccabile, a suo agio in ogni situazione: un tipo decisamente sexy, di cui innamorarsi fin dal primo incontro, con l’approvazione delle amiche invidiose. Qualche notte dopo, però, Lee si presenta a casa di Catherine vestito con jeans luridi, una camicia sporca di sangue e di unto, giacca e scarpe vecchie e malridotte; la spalla destra è un’escoriazione unica, la mano destra è gonfia, con le nocche graffiate, mentre brutti segni rossi vanno dal braccio sinistro fino alla vita: è stato coinvolto in una rissa, oppure il suo vero lavoro, di cui non vuole assolutamente parlare, è così pericoloso da metterlo in serio pericolo? Le stranezze, però, non finiscono qui: ci sono anche cambi improvvisi di umore, rapporti sessuali violenti, il tentativo di controllare la vita della donna che dice di amare. E poi litigi, riappacificazioni e pentimenti, menzogne su menzogne, il progressivo forzato isolamento dalle amiche, sempre pronte, però, a schierarsi dalla parte dell’uomo che, ai loro occhi, appare perfetto. Fino alle torture psicologiche e i tragici episodi di pura violenza fisica.

Pagina dopo pagina, veniamo a così a scoprire le vicende che hanno portato Catherine al precario equilibrio che si è costruita: «La mia nuova vita mi aveva rimessa in piedi, facendomi notare in modo piuttosto brusco che, dopotutto, non ero morta, e che avrei fatto meglio a recuperare la serenità e ad andare avanti. Non per la prima volta, in quel periodo mi ritrovai a pensare che la morte sarebbe stata una soluzione più dolce, rispetto al processo di recupero. Ma il trasloco mi costrinse a prendere coscienza di un fatto fondamentale: se qualcuno doveva controllare la mia vita, quel qualcuno non potevo che essere io. Non c’erano alternative. Ripresi in mano la situazione: cominciai a  controllare ogni momento del giorno, a fissare orari di ogni cosa, a contare i passi, a pianificare le tazze di tè. In questo modo riuscii a darmi uno scopo, un motivo per mettere un piede un piede davanti all’altro, per quanto potessi sentirmi da schifo, triste e sola».

Due fatti, però, giungono a sconvolgere, uno positivamente, l’altro negativamente, la sua complicata routine: la presenza rassicurante di Stuart, il nuovo vicino di casa, uno psicologo specializzato nella cura della depressione, ma che ha conosciuto anche pazienti affetti da disturbi ossessivo-compulsivi, l’unico che, oltre farla sentire più sicura e protetta, riesce a convincerla a rivolgersi ad un collega per avere un aiuto concreto.

E poi la telefonata, proprio la vigilia di Natale, di un’agente dell’Ufficio Violenza domestica della centrale di polizia di Camden per informarla del fatto che Lee Brightman verrà rilasciato dopo tre giorni, il 28 dicembre.

La scelta di un struttura temporale non lineare, ma che si sviluppa, come già accennato, su due piani paralleli, non solo porta ad una comprensione graduale del grado di devastazione psicologica provocata dal rapporto con un uomo malato e violento, ma mantiene altissima la suspense e, quindi, l’attenzione del lettore. Diventa allora necessario capire di più del passato e scoprire che cosa sta per succedere nel presente: forse, mai prima d’ora, piccoli dettagli molto realisticamente evocati, insignificanti per i più, ma fonte di grande frustrazione per chi soffre di questi disturbi – una tenda fuori posto, un coltello nello scomparto sbagliato o una luce accesa – hanno creato tanta angoscia e inquietudine! Dietro un’apparente normalità, frutto di un equilibrio precario, la solitudine di Catherine cela una tragedia segreta, di cui la Haynes ci permette di comprendere le cause più profonde. A volte, infatti, si ha difficoltà a capire come sia possibile, per una donna, arrivare ad uno stato di sottomissione tale da compromettere la propria salute e da mettere in pericolo la vita stessa. E’ possibile, invece, quando persino gli amici, anch’essi manipolati, non riescono ad andare al di là delle apparenze e ci abbandonano, quando le forze – psicologiche e fisiche – sono ormai allo stremo, e quando, dopo ogni tentativo di fuga andato male, si smette di lottare, convinti quasi che solo la morte può mettere fine alle sofferenze.

Sono temi difficili e delicati, quelli affrontati dall’autrice – i disturbi ossessivo-compulsivi, la violenza domestica, le ossessioni e la paranoia che da essa sono generate –, ma con competenza e senza mai cedere ad eccessi gratuiti, riuscendo, molto abilmente, ad amministrare la brutalità e il torbido di questo thriller psicologico, con uno stile misurato e, soprattutto, con la prospettiva di una possibile via d’uscita.

Elizabeth Haynes, Nell’angolo più buio, Giano Editore – Collana nerogiano, pp.  384,  17 €

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