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Bonina Gianni, E' gradito l'abito grigio

SAGGI

E' gradito l'abito grigio
di Gianni Bonina



«Il mondo è grigio, il mondo è blu» cantava quarant’anni fa Nicola Di Bari. Oggi non avrebbe più dubbi, perché questo nostro mondo si va colorando sempre più di grigio. E con il mondo anche la nostra vita. Fateci caso: grigi sono tutti i manti stradali della Terra, grigia è la maggior parte degli esterni delle case, grigio è il 90 per cento delle autovetture in circolazione, grigia è la stragrande maggioranza dell’abbigliamento maschile e femminile. Il colore che tutti ritengono sgradito, il colore tale da essere interpretato come simbolo della vecchiaia, dell’incanutimento, come anche metafora della gramezza, dell’infelicità e del tedio, è diventato invece il più richiesto. I giornali hanno adottato il grigio nella titolazione e negli interventi grafici, la pubblicità televisiva lo ha eletto a tinta pervasiva, la moda ne va pazza. Il grigio non è solo il colore della materia cerebrale, sinonimo quindi di intellettualità, ma anche del cielo peggiore, del mare più corrusco, dell’umore più tetro, delle ceneri, della sporcizia. E’ il colore che assume la lontananza dei paesaggi, il colore che sta tra il bianco e il nero, in una scala di incrementi del primo e decrementi del secondo. E’ un colore sospeso, tenuto in un equilibrio instabile. E’ il colore che prende l’ombra quando una figura sfuma e si proietta nella distanza. E l’ombra è la compagna di noi uomini moderni. Uomini del chiaroscuro, della precarietà, del bagnasciuga. Quindi dell’equivoco, dell’ambivalenza, del doppio. Il vuoto delle certezze moltiplica le ombre: le stesse che i prigionieri della caverna di Platone vedono sul muro; le stesse che Dante incontra nell’Aldilà e che Borges indica come anime, segno di eternità.

Ma l’ombra nasce come sogno: la pittura occidentale, ci dice Plinio il Vecchio, esordisce su un muro con l’immagine stilizzata di una ragazza che disegna a ridosso l’ombra del suo amato. Quell’ombra, nella pittura, si allungherà fino a diventare spettro in De Chirico e Hopper: dopo essere stata parte del corpo umano in Caravaggio, Vermeer, Giorgione e prima di diventare in Guccione presenza nelle cose visibili, penombra compenetrata nella luce, integrazione del chiaroscuro.

Già Leonardo scopre che l’ombra ha il colore dell’«obbietto tanto più è vicino e luminoso» e la giudica - con i «lineamenti», cioè il disegno - una delle due parti principali della pittura. Secondo Leonardo, la natura aiuta lo scultore «con ombre lume e prospettiva» mentre il pittore «bisogna che se le acquisti per forza d’ingegno», talché Galilei propone di eliminare le ombre da una scultura per dimostrare, a parità di condizioni prospettiche, la superiorità della pittura.

Nel Faust Goethe aggiunge un significato sinistro e dice che se il sole ha un’immagine immacolata del mondo è perché non ha mai visto l’ombra. Che è dunque una macchia, non un elemento costitutivo del chiaroscuro che è in natura - e diciamo anche della natura umana perché dal punto di vista del cervello l’ombra fa parte del corpo, tant’è che un bambino protesta se le si mette un piede addosso.

In questa chiave l’ombra diventa sinonimo di vanità, estensione della propria personalità. Nella Divina Commedia Dante ne fa esplicito richiamo quando dice: «Noi passavam su per l’ombre che adona / la greve pioggia, e ponevam le piante / sovra lor vanità che par persona». Nel dialogo Il viandante e la sua ombra Nietzsche fa dire al primo: «Pensavo che l’ombra dell’uomo fosse la sua vanità». L’ombra dell’uomo è invece per Conrad la linea che lo separa dalla giovinezza: la rivelazione di una luce grigia. Amiamo dunque il grigio che è il segno del crepuscolo, il colore che, quando si fa sera, assume l’ora subito dopo il tramonto. Perché? Perché indulgiamo verso le tenebre e ci discostiamo dalla luce. Un tempo l’uomo conformava i ritmi della propria vita alla luce naturale e i colori dominanti, fino a tutto il Settecento e ben dentro l’Ottocento, sono stati quelli più sgargianti: l’aristocrazia vestiva nel tripudio delle tinte più vistose mentre i miserabili indossavano come un marchio quella unica del nero.

Con la crisi d’identità che coglie l’uomo (preda della frantumazione dell’io, che è frutto delle scoperte scientifiche che nella fisica demoliscono il principio di realtà, ma anche risultato del processo di smarrimento del dato naturalistico e positivistico e della prevalenza del sensismo sullo scientismo, ciò che in letteratura diventa il decadentismo che chiude i conti con il romanticismo e il realismo ottocentesco) si instaura nella coscienza collettiva un sentimento di chiusura in sé, una sindrome del corrucciamento e dell’isolamento che spinge ad amare il buio, sicché i colori della gamma dal grigio al nero diventano quelli delle classi elevate. La luce artificiale sostituisce quella naturale e lo scuro della notte tinteggia il teatro della nostra vita. Ma artificiale non è solo la luce. Anche la vita diventa artificiale, cioè virtuale. Viviamo nell’epoca telematica che ci riunisce senza farci vedere, che crea mondi paralleli e second life, inesistenti nella realtà ma presenti nella nostra vita. La voglia di incupirci ci ingrigisce. E vediamo tutto grigio perché così vediamo la nostra vita. Il grigio è il colore principale con il quale immaginiamo il computer e i suoi elementi. E’ il colore che ci ha divisi: un tempo eravamo insieme, oggi siamo infatti soltanto collegati.

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