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Bonina Gianni, Fughe per la vittoria

SAGGI

Fughe per la vittoria
di Gianni Bonina



La vena giovanilistica di questi anni, che il cinema dell’easy life ha rilanciato con determinazione, da Che ne sarà di noi a Notte prima degli esami oggi, si precisa in narrativa nell’opera di una terna che sembra agire per segnare un risveglio e chiudere un cerchio. Già due anni fa Silvio Muccino con Parlami d’amore e ora Fabio Volo con Il giorno in più e Paolo Giordano con La solitudine dei numeri primi hanno recuperato un penchant che sembrava essersi arenato nelle secche del riflusso degli anni Novanta, segnato dal precetto «il privato è privato».

L’amore tra i giovani, celebrato non più in tinello ma sul muretto, torna al centro dell’interesse di piazza grande e lo fa con un carico di mire e riguardi che non mostra alcun rossore a proporre stilemi sentimentali e sdolcinati di un estenuato languore che rimanda direttamente nei dintorni di Liala e della narrativa rosa. Con una sostanziale differenza: la love story del modello invalente non prefigura una vita di coppia all’insegna di cuori e capanne, non intreccia tormenti interiori e penosi tradimenti che si sciolgono poi in happy end nella cascaggine dei fotoromanzi e nel paddock della chick lit, ma è il brand di una visione non più solipsistica del rapporto a due, rivolto piuttosto a misurarsi con i rivolgimenti della società, l’angoscia della prospettiva futura, i mali e le nequizie della condizione umana, dall’handicap fisico alle minorità psicologiche, l’incertezza e la propria autodisistima.

Storie d’amore sì, con tanto di svenevolezze e luccicori di serie, ma concepite entro uno spirito virile di lotta contro il mal di vivere più che di battaglia contro i fantasmi del proprio io affranto e franto. E’ cambiata la prospettiva: se prima la propensione era quella di guardare dalla strada dentro le case per spiare le coppie in crisi, il gusto di oggi è di vedere dalla finestra dell’alcova cosa succede per strada.

Giacomo di Il giorno in più è dalla gabbia delle sue convenzioni in una Milano alienante e raggelata che cerca di evadere inseguendo un sogno di libertà. E non caso è a New York che trova quello che gli sembra il suo angelo wendersiano, l’ideale di una vita spiritualmente corretta, la via d’uscita dal suo mondo di tensioni irrisolte. Michela è il cab che lo porta da una dimensione all’altra - dimensione non solo spaziale ma anche temporale -, è la sconosciuta che assume via via un’identità e un’importanza sempre maggiori, è l’esistenza che si trasforma in vita, come dire la Forma che si traduce in Vita: entro un quadro di aspettazioni e gestazioni. L’attesa svolge infatti non solo un compito di cronotopo del tempo che passa (sicché non misura soltanto il numero di giorni dentro i quali la storia d’amore deve svolgersi, concepita com’è da Giacomo e Michela «a tempo determinato» - qual è oggi la condizione corrente di qualsiasi trentenne inserito precariamente nel mondo del lavoro), ma anche di esercizio di maturazione e di confronto con sé e il contesto, sociale e familiare che sia.

Il viaggio di Giacomo a New York, che sembra improvviso e insensato, forse anche allucinato, dettato da un richiamo inconscio dietro il vago sentimento nutrito verso una sconosciuta, è il frutto di un processo di riflessione che mette uno di fronte all’altro Giacomo e Milano. La partenza è allora una fuga dalla propria circostanza, alla ricerca non tanto e non solo di un nuovo amore ma soprattutto del nuovo mondo, ragione per cui New York appare nel romanzo ben più concreta e presente della stessa Michela, che sembra invece una figura catafratta, un elemento esornativo ed elusivo della prorompente realtà. E allora la storia d’amore di Giacomo e Michela è una emancipazione alla vita scandita dal modello di educazione ai valori dello spazio e del tempo per il tramite del rogito dell’attesa.

Altra forma di emancipazione alla vita è quella che troviamo nel romanzo di Giordano, dove due giovani con problemi di disadattamento e di disagio sociale si incontrano e intessono un legame d’amore tenuto solo nei secondi piani di una vicenda che si svolge interamente su un percorso di formazione coscienziale girato all’esterno. Alice ha perso una gamba in un incidente di sci e Mattia ha perso la sorella handicappata della cui scomparsa di sente responsabile. Entrambi hanno gravi difficoltà a trovare nella famiglia e nel contesto comitale nonché sociale condizioni di vita normale. Non possono dunque che cercare uno nell’altra la formula del proprio benessere per scambiarsela. Ma Mattia va via, lascia Torino per un Paese lontano, inseguendo non un amore ma un’affermazione sociale.

Anche la sua è una fuga dalle convenzioni, un esercizio di iniziazione alla vita regolato anch’esso sul segnatempo dell’attesa. La storia d’amore con Alice si riempie di assenza, come quella tra Michela e Giacomo, cresce per via di propositi, di speranze, di giorni in più passati nell’attesa anche solo di una decisione, di un mutamento dello stato di fatto. Che rimane inattingibile. Il tempo cancella, non riscrive. Sia in Volo che in Giordano il ritorno temporaneo a Milano e Torino di Giacomo e Mattia marca il tempo che passa e segnala metamorfosi intervenute a eclissare le cose: la nonna che muore nel primo, il padre solo e invecchiato nel secondo. Invale un senso non di transeunte ma di durata bergsoniana, di tempo misurato nella sua fissità, di una immobilità che diventa hortus conclusus dal quale uscire, sforzandosi di «tentar de vivre».

Azzardato dunque parlare di storie d’amore tout court. Quel che vediamo sono variazioni sul tema della contemporaneità, declinato dal lato del realismo psicologico, una cui bella prova ci è venuta anche da Parlami d’amore di Muccino, che nella coautrice Carla Vangelista non trova solo il contraltare sul quale misurare la propria precarietà ma anche un’interlocutrice con la quale mettere a confronto le oltranze e le debolezze della propria generazione. L’amore che nasce tra un giovane e una donna adulta è un aspetto inedito dei tanti e multiformi epifenomeni del nostro tempo visto dalla parte della società. Nella quale i ruoli giocati in fatto di educazione sentimentale e sessuale sono tornati a essere plurimi e come tale la narrativa li interroga: la coppia e la molteplicità delle persone che fanno da struttura ecologica hanno regolato i conti con i deliqui e i tormenti della solitaria e psicomachica Melissa P. Il privato non è tornato pubblico ma certamente è in pubblico che si sta trovando oggi.


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