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Brizzi Enrico Cosa ho messo nel mio zaino

RACCONTI

Enrico Brizzi
Cosa ho messo nel mio zaino



Ti piace camminare? Non ci hai mai pensato sul serio. Ti piace scegliere un posto e andarci a piedi, questo sì. Ma se dovessi dire, in tutta sincerità, camminare è solo un accidente necessario: se vuoi muoverti in autonomia, è semplicemente l’unica cosa che puoi fare. Preparare lo zaino, impermeabilizzare la tenda e spegnere il cellulare. Ti piace andare libero, e il fatto di camminare lo accetti come una conseguenza naturale della tua decisione. Poi c’è il fatto che camminare è un’attività antichissima. A trent’anni – un’età in cui nessuno dovrebbe più nutrire fiducia nelle scienze esatte - devi ammettere con te stesso che ami sempre di più rifugiarti in attività antichissime. Camminare, scrivere, ma anche coltivare le amicizie, innamorarsi e diventare padre. In un certo senso, i doni migliori della tua vita erano già a disposizione per gli uomini di molti secoli fa.La camminata in alta montagna ha i suoi indubbi pregi, ma il tuo spirito estroverso mal si adatta all’idea di incontrare solo teneri scoiattoli e timidi cerbiatti. Ti delizi come tutti della loro apparizione, ma ti emoziona ancor di più scambiare due parole con altri viandanti e con i miti abitatori delle zone di confine fra l’organizzazione urbana e la terra selvaggia. Per questo motivo preferisci da sempre passeggiate di più giorni che ti conducano via via da un luogo abitato a un altro, possibilmente lungo vecchie direttrici cadute in disuso.Pensi per esempio alla strada romana che corre nei boschi dell’Appennino fra Bologna e Firenze; a quel che resta della via Francigena percorsa nei secoli da milioni di pellegrini; alla via Vandelli e alla via Giardini, grandi opere dell’Età Moderna destinate a unire gli Stati emiliani alla Toscana settentrionale.Un’altra passione che coltivi è quella degli arrivi al mare. Solo il mare scuro che riempie la curva dell’orizzonte è in grado di fare da argine al metronomo della camminata intrapresa settimane addietro. Qui la strada finisce, e finisce sul serio. Va a morire in un viottolo che conduce a una spiaggia di sassi, fra l’odore di salmastro, e la macchia ai lati del viottolo la conosci da sempre. Sono foglie lucide di corbezzolo e gli aghi del pino strisciante, lo stesso profumo di resina che riempiva le prime ore del mattino, in estate, quando prendevate in affitto una casa in mezzo ai campi biondi di grano, lungo una strada che si chiamava via Fienilone, e per arrivare in spiaggia dovevate traversare l’ombra della pineta. Il treno è il mezzo con cui, di preferenza, ti rechi sul luogo delle operazioni. Una volta sceso sulla banchina scoperta di una minuscola stazione priva persino della biglietteria, il camminatore guarda allontanarsi lungo il binario l’espresso a tre vagoni che l’ha condotto fin lì. Come in sogno, sulla banchina non c’è nessuno a parte lui e il proprio zaino, e quando la coda del treno scompare lungo l’arco di curva del binario, il camminatore può anche lasciarsi sfuggire un sospiro. Non si lascia indietro niente, nel vero senso della parola. Allora può aggirare l’edificio in disuso della stazione priva persino di biglietteria e, spiegata la carta, provare a capire da dove cominciare.Così puoi spendere un paio di settimane a mettere insieme la squadra d’amici che s’alterneranno al tuo fianco, procurarti le mappe e disegnare un itinerario che, dalla costa maremmana, unisca tutti i sentieri a disposizione che portano verso l’Amiata. Poco importa se ci sono da fare dei raccordi su asfalto, o altri non segnati attraverso i campi. Non esiste uno steccato che non si possa aggirare, e la piramide del vecchio vulcano coperto d’alberi a un certo punto apparirà a guidarti.All’alba d’un giorno di maggio parti insieme a tuo fratello, due zaini da sherpa aggrappati alle spalle come enormi scimmie, e con la ferrovia raggiungi la stazione di Orbetello Scalo, sospesa fra il doppio specchio della laguna e le colline dell’entroterra. Affidate le vostre anime e cominciate a camminare. Un passo dopo l’altro, come sapete fare da sempre. Puntate la cima più alta dell’Argentario, questo promontorio che un tempo era un’isola, e da lassù, circondati dall’immensità del Tirreno, vi riempite il cuore di buoni propositi. È abbastanza facile e consueto, dalla cima dei monti. Poi scendete di nuovo schiacciati al livello del mare, percorrete la lingua di terra del tombolo, sospesa fra la laguna e il mare aperto, e cominciate a guadagnare strada sotto il sole, verso un rosario di paesi e frazioni disseminati fra campi e frutteti. Cominciano gli incontri, e in tutto quell’aperto ogni uomo e ogni donna finiscono per raccontarvi un brandello della propria storia. Al terzo giorno di marcia raggiungete Saturnia sotto un cielo che pare di bronzo; potete fare il bagno alle cascate, e in quell’odore penetrante di zolfo mascherare i vostri volti con la creta bianca che si raccoglie a piene mani sul fondo del fiume. Ormai la fatica fa parte del vostro marciare insieme, e siete come consacrati all’impresa. Risalite per due giorni l’alta valle dell’Albegna. Primi boschi. Caprioli, cinghiali, voci di lupi liberi. Nelle radure fioriscono spontanee le orchidee. Le case si fanno più rade, vi fermate a ogni frazione per domandare da bere e ormai siete rassegnati ad apparire gente sospetta. A Triana c’è un castello che non si può visitare e una fontana. Comincia a piovere, vi rifugiate in una rimessa. Una vecchia vi offre delle frittelle e spiega la strada per Santa Fiora. Seguite il sentiero del versante meridionale dell’Amiata sotto una specie di uragano. Abeti cadono sotto i fulmini. Scendete su Abbadia San Salvatore, piantate la tenda vicino all’abbazia sollevati come i pellegrini medioevali. Il sesto giorno di marcia seguite i diverticoli della via Francigena fino a Radicofani. Terre spopolate, i maiali neri pascolano liberi. Ormai non sentite più la fatica, ma i piedi cominciano a riempirsi di vesciche. Traversate la Val d’Orcia, vi portate a Sarteano, Cetona, Chiusi. È l’ottavo giorno di marcia e tuo fratello deve rientrare in città. Come da solenne giuramento, l’amico noto come “il Vietnamita” ti raggiunge l’indomani alla stazione di Chiusi e ripartite insieme verso l’Umbria. Tappe semplici si trasformano in tormenti, se i piedi sono coperti di piaghe e vesciche, e fermarsi un giorno non servirebbe a niente. Serve curarsi ogni sera e ogni mattina, mentre sotto la veranda della tenda arde il fuoco azzurrino del campingaz e l’odore di caffè solubile arriva ad annunciarti che anche oggi sei ancora vivo. “Non verbis sed herbis redeunt in corpora vires” dicevano gli antichi, e anche noi camminatori d’oggi abbiamo a disposizione un buon campionario di medicamenti naturali per non appesantire l’organismo con prodotti chimici. Camminerai finché le piaghe non si cureranno, e forse le vesciche si trasformeranno in calli più in fretta di quanto tu possa credere. Assieme all’amico noto come “il Vietnamita” traversate l’anfiteatro di colline a sud del Trasimeno, vi perdete una dozzina di volte per via dei pali della segnaletica mancanti o abbattuti dai bracconieri, e in qualche modo, neri come il carbone, all’undicesimo pomeriggio di viaggio raggiungete l’antica e nobile città di Perugia. È l’unico grande centro che toccherete, è la metà del viaggio e potete rifugiarvi a casa del vostro amico free lance Galerio V. Anche lui lascia una ragazza a casa per unirsi al drappello, e in tre riprendete la strada verso Assisi. È strano passare così tanti giorni lontani dalle donne, e quando appaiono, specie se portano uno zaino in spalla e sembrano comprendere quel che vi ha spinti lontano da casa, irrompono nel tempo quieto della marcia come apparizioni fiammeggianti, capaci di rimettere in discussione quasi tutto quello che sapevi prima di partire. Ora sai di preciso dove stai andando, ed è il posto ai piedi del Conero dove, meno di un anno fa, hai passato con tua moglie la prima notte di nozze. Sarà là ad aspettarti, e ora la seconda parte del tuo viaggio sembra un ritorno fitto di sorprese. Percorrete a ritroso il tragitto dell’ultimo viaggio di San Francesco fra le balze del Subasio, dormite presso una rocca devastata dalle artiglierie quasi cinque secoli fa e mai più ricostruita, e da Nocera Umbra attaccate la dorsale appenninica fino a un valico percorribile solo a piedi, vicino all’epicentro del terremoto che quasi dieci anni fa ha raso al suolo molte frazioni disperse. Allora vi si spalancano sotto le prime valli marchigiane, e ormai l’acqua dei torrenti va a gettarsi nei fiumi che sfociano in Adriatico. Quando cominciate di nuovo a incontrare paesi, vi scambiano per scout sbandati, per ladri di polli, per gente che cerca lavoro nei campi. Dormite presso paesi chiamati Casaluna, Cuccagna, Osterianuova. Nei boschi cinghiali a non finire e spari dei bracconieri. Sul monte di Crispiero, tentando di raggiungere la chiesa rupestre di Sant’Eustachio, trovate il sentiero interrotto da una frana e il buio vi sorprende ancora lungo la strada del ritorno. Giacigli di fortuna: rifugi, angoli nascosti di proprietà, radure mimetizzate fra le ginestre. Di tre restate due, e diventa impegnativo arrivare in tempo all’appuntamento con il Quinto Uomo. Però in qualche modo ci arrivate, e anche dopo trecento chilometri di marcia e diciotto notti fuori di casa la strada non ha finito di riservarvi i suoi colpi di scena. A piedi è difficile scappare, e una volta piantata la tenda diventa quasi impossibile. È come fondare ogni sera una città minuscola, e una volta fondata serve difenderla. Il Quinto Uomo non è un vero camminatore, per questo gli hai riservato il tratto più facile, ma si batte come una tigre, e a forza di medicazioni, racconti introspettivi e micidiali frecce scoccate al cuore del Futuro, arrivate a vedere i campi di grano che affacciano sul mare, e il cerchio del tuo viaggio pare richiudersi in qualcosa di fiammeggiante e adatto a contenere tutte le storie dei tuoi amici e delle persone che vi hanno offerto da mangiare. All’editore avevi promesso una guida di trekking, ma al tuo ritorno, il primo giorno in cui ti sei seduto al computer, hai scritto senza accorgertene di te e tuo fratello, di quello che avevi lasciato a casa e dell’incertezza che sentivi. A sera ti sei accorto che quel che avevi scritto non somigliava a una guida di trekking, ma al primo capitolo di un nuovo romanzo. E così, come non facevi da molti anni, anziché domandarti come sarebbe andata a finire la storia, hai semplicemente seguito l’onda del ricordo e la spuma d’emozioni dolci e dolorose che portava con sé verso riva.

Enrico Brizzi, 2005



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