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Camilla Corsellini - Elegia per una scatola

NARRAZIONI

Elegia per una scatola
di Camilla Corsellini


Nell’ottobre di due anni fa, a mio cugino Emmaus venne diagnosticato un male allo stomaco impossibile da curare. Dopo appena venti giorni di ospedale lo trasferirono alle cure palliative. Gli facevano sedute di psicoterapia. Gli facevano morfina per il dolore. Andavo a trovarlo spesso perché sua moglie con un figlio di quattro mesi non ce la faceva più e poi mi sembrava giusto. Anche se lo avevo frequentato poco e praticamente non lo conoscevo, Emmaus, di anni trentasette, figlio della sorella di mio padre, era il mio unico cugino.
L’ospedale, ricavato da una centrale elettrica in cemento bianco spiccava come una cattedrale nella profonda provincia lombarda. All’interno corridoi di colore diverso indicavano i reparti. Blu ortopedia, verde chirurgia. Mio cugino stava al giallo. La sua stanza era l’ultima di un lungo corridoio che si apriva ogni tanto su piccoli scenari naturali. Nel primo abeti di varie dimensioni e sassi carichi di muschio simulavano un bosco di conifere, nel secondo un grande ulivo e ciuffi di piante aromatiche la macchia mediterranea, nell’ultimo un triangolo di sabbia bianca ospitava grossi ovali di vetro verde sfaccettati come uova preistoriche. A mio cugino piaceva soprattutto questa, diceva di trovare in quella immobilità qualcosa di sereno, una vita segreta pronta a esplodere. Quando le infermiere entravano, io mi spostavo davanti a quel giardino di vetro.
Per lo più ce ne stavamo lì, quasi senza parlare. Assomigliava incredibilmente a mio padre o all’immagine che avevo di mio padre, visto che da più di sedici anni viveva in Brasile con la sua nuova moglie e i suoi nuovi figli. Mandava qualche lettera ogni tanto, nessuna fotografia. Ne tenevo una nel portafoglio in cui lui, seduto di profilo, leggeva con gli occhiali leggermente calati sul naso in quella che era stata una sua abitudine domenicale.
Non avevamo molto da dirci io e Emmaus: passavamo le ore con gli occhi al televisore o commentando le notizie sportive. Per lo più me ne stavo lì senza far niente a guardare quel volto conosciuto: stessa fossetta che gli divideva il mento e identica fronte quadrata con una ruga orizzontale al centro, stessi occhiali incollati a metà naso.
Ma c’era di più, qualcosa che faceva di lui il figlio mancato di mio padre: la capacità sorprendente di accettare le cose per come venivano, di stare sempre un passo indietro, di sorridere come se in fondo capisse il senso segreto delle cose.
A parte il nome, io non avevo niente di mio padre. Capelli rossi e radi, occhi azzurri e un uncino sproporzionato che mi spaccava il viso in due metà asimmetriche, ero in tutto un prodotto materno. Nessuna traccia in me della sua solidità: avevo la struttura fisica di un uccello pronto a spiccare il volo. Spesso mi domandavo se mio padre mi avrebbe amato di più se solo gli fossi assomigliato in qualcosa, mi chiedevo se amasse i suoi nuovi figli. Poi guardavo Emmaus, il corpo immenso in quel camice leggero verde chiaro: provavo per lui qualcosa di molto vicino all’invidia.
Una mattina mentre io ero in visita, gli dissero che al massimo avrebbe resistito ancora una settimana. Lui mi guardò e sorrise «Vedrai che arrivo fino a natale -disse- per giocare a tombola». Qualche giorno dopo passai a trovarlo di sera. Era messo male, respirava a fatica. Alla tv facevano la partita di calcio, ma l’infermiera di turno continuava a dirgli di spegnere, che dava fastidio agli altri pazienti. Così era costretto a seguirla praticamente senza volume. Quando mancavano dieci minuti alla fine, l’infermiera spazientita spense il televisore e uscì dalla stanza senza lasciargli il tempo di replicare. Non era mai stato uno di grandi parole ma quella volta: «Peccato, -disse- è l’ultima partita della mia vita». E sorrise. Non avrebbe dovuto farlo.
Tre giorni dopo era morto. La cosa mi colse di sorpresa: appena tre giorni prima era lì a lamentarsi per una stupida partita e adesso era morto. Chiamai l’ospedale. Lo avrebbero cremato: c’erano da ritirare le ceneri. Sua moglie Hannah mi disse che lei non se la sentiva e mia zia neppure. Decisi di occuparmi io di lui. «Si porti qualcosa» mi dissero.
La mattina dell’appuntamento, mentre incerto mi aggiravo per casa in cerca di qualcosa che fosse adatto a trasportare i resti mortali di mio cugino, fui testimone della seguente conversazione: «Rivoglio mio marito» il grido veniva dal televisore che avevo dimenticato acceso e più precisamente, da una donna di mezz’età piuttosto in carne, il volto stravolto incorniciato da minuscoli occhiali triangolari all’indirizzo di una moretta quarantenne ancora piacente che si passava di continuo la mano tra i lunghi capelli.
«Dino è mio -rispondeva la moretta aggrappandosi alla balaustra del banco dei testimoni come a quello di una nave- mio e basta».
«Sono ancora sua moglie» insisteva la bionda sollevando con un dito ingioiellato la stanghetta degli occhiali.
«La sua ex moglie» replicava affilata la moretta, aggrappandosi ancora di più alla sbarra.
«Siamo ancora sposati -sentenziava la bionda le vene sulle tempie gonfie e pulsanti -davanti agli occhi di Dio.
Si porti qualcosa mi avevano detto. Qualcosa. Uno dopo l’altro passai in rassegna tutta una serie di possibili contenitori da una Samsonite in plastica grigia mai usata a uno zaino di tela blu da campeggio fino alla borsa termica e alla mia sacca per il tennis. Cominciai dalla Samsonite che, comprata due anni prima per un viaggio mai realizzato, aspettava ancora confezionata in fondo all’armadio. Rimossi la pellicola protettiva e feci scattare la chiusura. Poi esaminai l’interno: mandava un odore buono di plastica nuova. Sarebbe stata una buona idea se a Emmaus fosse mai piaciuto viaggiare. Invece fin da bambino era proverbiale per le sue crisi di pianto di fronte alla Mercedes blu di suo padre. Quando finalmente riuscivano a sistemarlo in macchina piangeva tutto il tempo e finiva per addormentarsi sfinito, le guance gonfie striate di lacrime. Anche da adulto, i suoi viaggi arrivavano a pochi chilometri da casa sua.
«Signor giudice -sussurrava l’amante attorcigliando una ciocca neroblu tra le belle dita- lei lo schiavizzava Dino. “Dino fammi il letto”. “Dino porta via la spazzatura.” e guai se rovesciava l’acqua o il vino sulla tovaglia: erano scenate. Lui è scappato da lei, non ce la faceva più».
«Non è vero! – le vene guizzavano selvaggiamente, la mascella si tendeva fino a sbiancare la bocca- Dino mi voleva bene. Tu l’hai raggirato. Certo sei più giovane, sei bella. Mi sono dovuta arrendere».
Lo zaino blu era una scelta interessante. Lo rivoltai e all’interno trovai qualche sasso, la mia bussola e una scatola mezza vuota di fiammiferi. E ancora, sul fondo, il corpo rinsecchito di quello che era stato un grosso ragno. Delle poche cose che sapevo di lui, mi ricordavo un’avversione profonda per qualsiasi tipo di insetto. Nell’unica vacanza che avevamo condiviso, si addormentava incurante del caldo, completamente vestito, non prima di aver esplorato con la torcia in cerca di animali invisibili ogni centimetro di soffitto. Di certo non era mai stato in campeggio. Probabilmente non aveva mai nemmeno desiderato andarci.
«Per colpa sua non ci siamo sposati, -soffiava la moretta, un sorriso di disprezzo che le fioriva sul volto- non abbiamo avuto figli per lei. Anche al funerale -Le mani aggrappate forzavano il legno sbiancando le nocche- si è presentata a casa senza avvisare. Ha cominciato a piangere, a fare la protagonista. Anche lì mi ha rubato la scena».
Annuiva la bionda e la fronte le si distendeva al ricordo del funerale. La macchina presa a noleggio per arrivare come una gran signora nel loro appartamento, il pianto selvaggio e lo svenimento finale. Tutte le attenzioni erano state per lei.
«Era mio diritto, -sorrise mansueta, giocando piacevolmente con il ricordo- per sedici anni sono stata sua moglie».
Fu come se non avesse parlato. La mora sospirò leggera, si lisciò i capelli sulla nuca liberandoli sulla schiena poi sempre rivolta al giudice «Dino è sul mio comodino –disse- come da sue volontà. Se il figlio vuole, perché Dino ha un figlio…»
La borsa termica, in plastica blu aveva un che di medico, di professionale, e allo stesso tempo di familiare. Sembrava la scelta perfetta fino a quando la memoria mi restituì l’immagine di un pranzo di compleanno in cui Emmaus rigirava piangendo i resti di una bistecca ormai fredda, mentre una splendida torta si riempiva della cera delle candele, lasciate accese per convincerlo a mangiare.
«Io sono la vera moglie: l’ho sposato in chiesa. -cercava di sovrastarla la bionda- Ho avuto un figlio da lui. Voglio potergli portare un fiore, venerare le sue ceneri.»
«Se il figlio vuole –riprese placida l’amante come se nessuno avesse parlato- può venire a trovarlo, a parlare con lui, ma -e per la prima volta guardò la rivale, chiudendola in un’occhiata rapida di odio denso- la signora deve restare fuori».
«Rivoglio mio marito! -gridò la bionda il viso sul punto di esplodere- pretendo che questa donna lo porti al cimitero dove posso vederlo se ne ho voglia». La brunetta si staccò dalla balaustra, tirò un sospiro come a raccogliere le ultime forze e «Dino non va da nessuna parte.-disse- Lui è mio».
L’ultima candidata, la sacca da tennis, perse ogni attrattiva a causa di un ricordo che mi arrivò da chissà dove: Emmaus seduto in disparte durante una partita di tennis, attendeva il suo turno di entrare in campo e intanto tormentava le corde della sua Dunlop come uno in procinto di affrontare il patibolo.
Alla fine di quella mattina tra le due donne e la mia insolita ricerca un’idea si fece chiara in me. Quella che per quanto noi facciamo, a un certo punto diventiamo degli altri. Non possiamo impedirlo: solo ritardarlo. Gli altri si prendono su di noi la loro vendetta. Tengono in ostaggio le nostre ceneri su un comodino. Reinventano a loro piacere la nostra esistenza. Così dopo aver passato in rassegna tutta una serie di possibilità, decisi che onestamente non me la sentivo di decidere e a quell’appuntamento andai senza niente.
I due uomini mi aspettavano fuori da un edificio squadrato, in piedi sotto lo stesso ombrello. Erano eleganti in abito nero, cravatta e guanti di pelle. Mi fecero strada all’interno, una stanza spoglia con una scrivania e un telefono. Mi chiesero se volevo sedermi e io dissi di no. Poi uno dei due sparì dietro una tenda e ritornò con un sacchetto bianco semplice, elegante chiuso da una passamaneria dorata. Ecco dissero e mi guardarono attendendo che io porgessi qualcosa e io li guardai aspettando che capissero che non avevo portato niente e loro mi guardarono facendomi capire che era un bel problema, mica si poteva andare in giro così e io li guardai o così o niente quindi c’è poco da fare e loro mi guardarono con commiserazione, la compassione che si prova per qualcuno che non conosce le regole più elementari della vita, e ancora io li guardai, mio cugino me lo portavo via così mica potevo perderci tutta la mattina. E loro non mi guardarono più, rassegnati, mi passarono dei documenti da firmare, immersero il sacchetto bianco e oro in una scatoletta di acciaio poco più grande di una piccola scatola da regalo e me la consegnarono.
Ero senza parole, immobile sotto una pioggia sottile che scendeva ad aghi fitti e obliqui. Reggevo la scatola con un misto di paura e stupore. Trovavo il tutto terribilmente assurdo.
Per cominciare ero colpito dalla dinamica della cosa dove arriva uno che ha passato la mattina a cercare un contenitore per suo cugino attualmente defunto, e si ritrova davanti a due che lo trattano dall’alto in basso come se fosse una cosa di tutti i giorni ritirare i resti di un parente, come ci fossero frotte di persone in giro per la città con i parenti sottoscatola magari al cinema o a cena al ristorante. E poi tutta la parte dei guanti e del sacchetto, un sacchetto assurdo di raso bianco con passamaneria dorata più adatto a contenere preziosi che un parente, tutta una solennità, tutta una cerimonia per poi mandarti via così senza una parola di conforto, senza nemmeno il tempo di abituarsi all’idea che una persona da te conosciuta da trentasette anni, -tuo cugino che pure frequentavi poco ma che comunque era un tuo congiunto, stesso sangue per linea diretta, stesso naso storto e schiacciato in punta del nonno paterno- improvvisamente si trovasse riassunta lì in pochi centimetri di acciaio.
Pochi minuti, uno scambio breve di battute e ti ritrovavi con tuo cugino tra le mani senza che nessuno al mondo ti avesse preparato a questo. Nessuno al mondo. E come se questo non fosse stato abbastanza per chiunque, c’era anche la questione della scatola. Per cominciare era estremamente piccola mentre mio cugino era stato un uomo alto e massiccio, con lineamenti marcati da asiatico e una gran massa di capelli neri, quasi un turbante intorno alla sua testa. Era leggera: poco restava dei suoi cento chilogrammi, del suo quarantatre di piede, di quell’andatura elefantiaca e lenta che sembrava fermare il tempo. Era fredda quella scatola. Al contatto con la mia mano diede una specie di scossa. Quella scatola era mio cugino.
Per tornare a casa presi la metropolitana. L’idea che stavo portando mio cugino con me in quel modo non mi dava pace. Solo una settimana prima parlavamo, potevo vederlo davanti a me. Non avere visto il suo corpo mi lasciava perplesso. Da lui a quella scatola: non capivo, mi mancava un passaggio.
Con mia nonna era stato diverso: l’avevo vista morire. Ero arrivato nella piccola stanza d’ospedale, piena all’inverosimile di amici e parenti e lei aveva chiuso gli occhi. «Ti ha aspettato» aveva detto mia madre e io sì avevo capito. Ma mio cugino in quella scatola lì no, non capivo.
Per tutto il viaggio lo tenni sulle gambe con i palmi aperti stretti ai lati. Pensavo che stavo con mio cugino sulla metropolitana. Lo portavo al cimitero dove altri sarebbero andati a trovarlo. Nessuno sapeva che fosse lì con noi. Era l’ultima volta che stavo con lui o piuttosto con la scatola che era lui.
Non sapevo molto di Emmaus. Anche da bambini non ci eravamo visti granché: qualche compleanno, la cena di natale, e una breve vacanza in montagna. Mi ricordavo un bambino piagnucoloso sempre attaccato a sua madre. Aveva la mania di mangiare la neve. Gli veniva spesso il sangue al naso. Non mi piaceva e io non piacevo a lui. Si era sempre accontentato di quello che aveva. Era sposato e padre di un figlio appena nato. Viveva con loro nella stessa casa in cui era cresciuto. Ripensai alla partita che non gli avevano fatto vedere.
A un certo punto il vagone si riempì di gente: gruppi di ragazzi, padri e figli piccoli, anziani con il giornale. Ad ogni fermata ne salivano altri, che si salutavano rumorosamente. Portavano al collo sciarpe colorate e qualcuno una bandiera. C’era in quel riconoscersi a sguardi come parte di qualcosa una felicità semplice. Era una giornata di luce bianca che sembrava annunciare la neve. In città mancavano due giorni a natale. Così prima del funerale, degli abiti scuri stirati per l’occasione, accompagnai mio cugino alla partita.

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