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Carey Peter Rapporto sulle industrie delle ombre

RACCONTI

Peter Carey
Rapporto sull’industria delle ombre

1.
Dieci anni fa il mio amico S. andò a vivere in America e io conservo ancora la lettera che mi scrisse quando arrivò, nella quale raccontava delle fabbriche di ombre che spuntavano lungo la costa occidentale e degli effetti che avevano sulla società del posto. «Si vedono persone con gli occhiali neri gironzolare nei supermercati alle due di notte. In tutte le corsie ci sono grosse scatole, alcune a cinquanta dollari, ma la maggior parte a soli cinque dollari. C’è sempre della musichetta in sottofondo. Mi fa incazzare più delle ombre. Le persone non si guardano tra loro. Vengono a frugare tra gli scatoloni di ombre anche se le confezioni non danno alcuna indicazione su cosa c’è dentro. Mi deprime molto pensare a quelli che escono di casa alle due di notte perché hanno bisogno di tentare la fortuna con un’ombra. La settimana scorsa ero in un supermercato vicino a Topanga e ho visto un nero di una certa età strappare l’estremità di una scatola di ombre. Lo hanno arrestato quasi subito».
Una lettera strana, dieci anni fa, ma che descrive esattamente scene da allora divenute comuni in questo paese. Ieri, uscito dall’aeroporto, sono passato in macchina davanti a una fabbrica di ombre dopo l’altra, grandi edifici anonimi scintillanti sotto il sole, con i segreti protetti da ex poliziotti con cani da pastore.
Le fabbriche di ombre hanno ciminiere enormi che arrivano su fino in cielo, ciminiere che emettono spirali di fumo di colori diversi, vivaci. Secondo alcuni dei miei amici più scettici, il fumo non ha niente a che fare con il processo produttivo ed è solo un trucco, una prova fasulla del fatto che all’interno delle fabbriche si compiono miracoli tecnologici. Secondo una credenza popolare, a volte il fumo contiene le ombre più potenti, quelle troppo grandi e troppo potenti per essere impacchettate.
È molto comune vedere donne anziane che se ne stanno per ore fuori dalle fabbriche a fissare nel fumo.
Alcuni dicono che il fumo sia pericoloso a causa delle sostanze chimiche cancerogene utilizzate nella produzione delle ombre. Altri sostengono che l’ombra sia un prodotto naturale e proprio per sua natura chimicamente puro. Essi sottolineano i vantaggi del fumo: i disegni nelle nuvole, con i loro stupendi colori, rievocano la felicità che si può ottenere attraverso un’ombra pienamente capita. Ci potrebbe essere del vero in quest’ultima tesi, poiché quando è nuvoloso, il cielo sopra la nostra città è una vista straordinaria, piena di azzurri e di vermigli e di verdi brillanti che mettono in risalto nelle nuvole strani disegni e forme.
Altri ancora dicono che ora le ombre contengono la spaventosa bellezza dell’apocalisse.

2.
Le ombre vengono impacchettate in grandi e sontuose scatole su cui sono stampati motivi astratti e variopinti. L’Ufficio Statistiche rivela che una famiglia media spende il 25 per cento del proprio reddito in questi costosi beni e più il reddito diminuisce, più la percentuale aumenta.
Alcuni dicono che le ombre siano un male per le persone, in quanto promettono una felicità impossibile che non si potrà mai realizzare, distogliendo così proprio dalle bellezze reali della natura e della vita. Altri, invece, sostengono che le ombre, in una forma o nell’altra, sono sempre state con noi e che in una società evoluta da un punto di vista tecnologico l’ombra impacchettata è necessaria alla salute mentale. Tuttavia alcune ricerche mostrano che l’elevato tasso di suicidi nei paesi evoluti è legato alla popolarità delle ombre e che esiste una correlazione statistica diretta tra la vendita di ombre e il tasso di suicidi. Lo ha spiegato chi considera le ombre un mero specchio dell’anima e chi fissa una scatola di ombre vede solo se stesso, e la bellezza che vi trova è la sua stessa bellezza e la disperazione che sperimenta deriva dalla sua povertà di spirito.

3.
A Natale sono andato a trovare mia madre. Vive sola con i suoi cani in una zona povera della città. Conoscendo bene il suo debole per le ombre, gliene ho portate alcune delle varietà più costose, che lei si è ritirata a esaminare indisturbata nella stanza delle ombre.
È rimasta nella stanza così a lungo che ho cominciato a preoccuparmi e ho bussato alla porta. È uscita quasi subito. Quando ho visto il suo volto ho capito che non erano ombre buone.
«Mi dispiace» ho detto, ma lei mi dato un bacio frettoloso e ha cominciato a raccontarmi del vicino che aveva vinto la lotteria.
Io stesso conosco, fin troppo bene, le delusioni che possono riservare le scatole di ombre poiché anch’io ho un debole in quel senso. Per me si tratta di una sorta di segreto colpevole, qualcosa che i miei amici più intelligenti non approverebbero.
Per strada ho visto J. Insegna all’università.
«Ah-hah» mi ha detto con l’aria di chi la sa lunga, dando dei colpetti all’ingombrante pacco che tenevo nascosto sotto il cappotto. So già che sfrutterà questa scoperta, un piccolo pettegolezzo da usare alle cene per le quali va matta. Eppure ho il sospetto che anche lei abbia un debole per le ombre. Me l’ha confessato alcuni anni fa, durante quello strano malinteso che ama ancora chiamare «la nostra storia». È stata lei ad accennare al senso di vuoto, a quella terribile disperazione che si prova quando non si riesce ad afferrare il senso dell’ombra.

4.
Mio padre se n’è andato di casa per via di qualcosa che ha visto in una scatola di ombre. Non era nemmeno una scatola costosa, al contrario: un pensierino che mia madre gli aveva comprato con i soldi avanzati dalle spese di casa. L’ha aperta dopo cena un venerdì sera e il sabato, prima ancora che scendessi a fare colazione, se n’era già andato. Ha lasciato un biglietto che mia madre mi ha mostrato solo di recente. Mio padre non era bravo con le parole e aveva dei problemi a comunicare ciò che aveva visto: «Le parole non ci riescono a esprimere quel che sento per via delle cose che ho visto nella scatola di ombre che m’hai comprato».

5.
I sentimenti che provo io stesso nei confronti delle ombre sono ambivalenti, a dir poco. Poiché qui ne ho a mia volta prodotta una: elusiva, insoddisfacente, che accenna a bellezze più grandi e a misteri più profondi che esistono da qualche parte prima dell’inizio e da qualche parte dopo la fine.

(Traduzione di Susanna Raineri)



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