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Carey Peter Un milione di dollari in anfetamine

RACCONTI

Peter Carey
Un milione di dollari in anfetamine

1.
Quando Carlos fu arrestato la rock band fuggì immediatamente. Nella confusione del momento furono lasciate molte cose di valore che in seguito sarebbero state confiscate dagli avvocati di Carlos durante un regolare processo: macchine, quadri, case – gran parte, in realtà, dell’immensa ricchezza accumulata.
Il legame tra Carlos e la band non era del tutto chiaro, sebbene in seguito, naturalmente, si sia saputo che l’uomo non solo aveva gestito gli affari a proprio vantaggio, ma aveva anche pensato bene di rifornire i componenti del gruppo di eroina e cocaina, in modo da garantirsi, se mai ne avesse avuto bisogno, un reddito potenziale enorme in estorsioni.
Julie, l’amante ventiduenne di Carlos, scappò anche lei, oltrepassò il confine e poi volò a sud finché glielo permisero i suoi risparmi. Quando arrivò era ormai priva di mezzi.
A differenza della band, non aveva doni particolari con cui guadagnarsi da vivere. L’unico talento che aveva era la sua vita, l’assuefazione alla paura e al pericolo.
La città in cui arrivò non suggeriva alcuna possibilità di sfruttare l’unico affare da cui avrebbe potuto dipendere la sua sicurezza economica.
Sapeva dov’era mezzo milione di dollari in anfetamine.
A parte Carlos, che era in prigione, lei era l’unica persona al mondo a saperlo.
La città non conteneva nulla che lei capisse. Le vie erano ampie e dritte e per niente sorprendenti. Vantava trentatré edifici a più di cinque piani, uno strip club, tre costosi ristoranti di pessima cucina, una discoteca piena di tredicenni e un orribile monumento ai caduti che si trovava su una collinetta all’incrocio tra i due viali principali.
L’unica opportunità che la città offriva era un impiego retribuito. La sua unica qualifica era un corso di dattilografia che aveva cominciato quando aveva progettato di lasciare Carlos un anno prima.
Prese una camera in una pensione e s’incamminò per le vie ampie e bagnate in cerca di lavoro.
Era il periodo peggiore dell’inverno.
Nello studio di un architetto trovò Claude che, chino su un termosifone, le fece il colloquio con curiosa timidezza. Aveva quarantun’anni e non era particolarmente affermato. Non le diede un lavoro, però la invitò fuori a cena.
2.
Ecco ciò che Claude scoprì di lei.
Aveva i capelli del colore di un campo di grano. Camminava impettita e con fare lezioso. Era nata con il cancro e aveva ancora la cicatrice. Aveva vissuto con un gangster. Era piena di paure e di incubi e aveva lasciato i vestiti in un’altra città, correndo giù dalla scala di servizio per saltare a bordo di un’auto rubata con la cocaina nella borsetta e senza una scarpa.
Quando sorrideva aveva la bocca storta. Aveva la s blesa. La sua voce era morbida come il velluto. Aveva un accenno di doppio mento. Aveva la faccia di chi è uscito dal cinema alle tre del pomeriggio dopo un film triste. Riusciva a passare da un Bacco rinascimentale a una gargouille in meno di un secondo. Aveva un sorriso straordinariamente bello.
Credeva che l’eroina fosse la cura migliore per il raffreddore. Quando aggrottava la fronte era come un laghetto increspato. Aveva un incubo di cui non riusciva a parlare. Piangeva in un modo che lo bagnava nel sonno. Aveva il mento che dondolava quando stava per avere un orgasmo. Conosceva Mick Jagger. Sapeva definire la musica di una band dalle droghe che usava. Era innamorata del Sud America e non c’era mai stata. Forse era ricercata dalla polizia in relazione all’omicidio colposo di cui era accusato Carlos, un reato che aveva a che fare con la vendita finita male di uno speedball.
Nella borsa aveva un enorme flacone di Mandrax e uno più piccolo di Valium.
Sapeva dov’era mezzo milione di dollari in anfetamine.
Beveva con entusiasmo e teneva una bottiglia di vino accanto al letto.
Era la loro seconda notte insieme.
3.
Arrivò da lui come un marziano, uno stupefacente tappeto di informazioni arcane che lui leggeva dubbioso e stupito nelle eterne domeniche sera della sua vita.
Si trasferì nella sua casa sul fiume lento e fangoso e lasciò i vestiti sparpagliati sul pavimento vicino a quelli di lui.
Perse due posti di lavoro in tre giorni e disse: «Potrei sempre fare la puttana». Come al solito faceva domande difficili per mezzo di affermazioni certe.
Nelle sere fredde accendevano il fuoco e si interrogavano a vicenda sulla loro vita, fumavano erba, scopavano e si lamentavano, ciascuno a suo modo, della vita in città.
Erano due particelle che vibravano incerte in una confusa attrazione.
Lei non riusciva a capire le eccentricità della vita borghese di lui, i due matrimoni che aveva alle spalle, i pettegolezzi di una città che lo ostracizzava, l’insoddisfazione per la sua vita e, tuttavia, la depressa accettazione con cui vi si abbandonava.
All’inizio aveva creduto di scopare per la cena ed era rimasta sorpresa nel trovarlo tenero, dolce, pieno di capricci belli come una favola. In lui riconosceva un romanticismo simile al suo. Mentre dormiva, guardava le rughette intorno agli occhi, la morbidezza della bocca, la scompigliata criniera leonina di capelli scuri e tutti i segni di speranza e delusione che quarant’anni avevano inciso sul viso dalla carnagione olivastra. Lo guardava amorevolmente, senza capire.
Dopo il terzo lavoro si rassegnarono al fatto che sarebbe rimasta a casa mentre lui era in ufficio e lavorava ai disegni dettagliati del trentacinquesimo complesso di uffici della città, il lavoro affidatogli da uno studio più grande e più affermato del suo.
Le giornate erano difficili per lei. La calma era deprimente, il futuro incerto. Leggeva il giornale estero per avere informazioni su Carlos nel timore che il ricorso presentato dai suoi avvocati andasse a buon fine. Non faceva che tornare con la mente alla sera in cui Carlos aveva dato lo speedball a Jean chiedendosi se aveva voluto ucciderlo o se si era trattato di un errore. Il panico negli occhi di Jean la tormentava e le faceva battere il cuore e le faceva prudere la testa. Si sfiniva a forza di Valium e vino. Si alzava con la lingua giallastra e la bocca secca e vagava per l’enorme adobe che Claude si era costruito dopo il primo matrimonio. Non assomigliava a niente che avesse mai visto, né alla villa Tudor dei genitori, né alle camere dei motel sempre diversi delle sue avventure da gangster. I muri avevano bisogno di una mano di vernice e l’aria sentiva di umidità. Una sottile polvere di argilla si posava su tavoli e sedie e si spandeva come talco sul pavimento di ardesia cosicché ogni sera le sue orme vi restavano impresse come un diario della sua giornata inquieta.
Aveva un esaurimento nervoso, ma non riusciva a rilassarsi. I giorni con Carlos erano stati pieni di mosse improvvise, di pericoli che capiva solo a metà. Era stata trascinata in un vortice di trattative condotte in spagnolo e in italiano, di concerti elettrici alla cocaina con la rock band, di confini attraversati con uno dei cinque passaporti di Carlos nelle mani umide, una pistola di grosso calibro nel cassetto di un motel e il continuo stupore di vivere in un film di serie B quando tuo padre era il direttore di una multinazionale famosa per i suoi detergenti e insetticidi.
Passare da quello, a questo.
Giornate di vino e Valium e rigagnoli gialli che scorrevano sotto i salici fino all’ampio fiume fangoso in fondo al giardino incolto di Claude che le ricordava una qualche storia malinconica letta da bambina.
Aveva ottenuto la protezione tanto desiderata e adesso era in preda alla noia che la protezione portava con sé.
«Andiamo a ballare da qualche parte» diceva, ma non c’erano posti per ballare tranne la discoteca per tredicenni e i costosi ristoranti per vecchi porci.
Un mercoledì pomeriggio scrisse undici lettere a Evelyn, la corista della rock band. Spedì le undici lettere a cinque amici e a sei fermoposta nella speranza che almeno una le arrivasse. Nelle lettere assicurava protezione, un rifugio in questa città di provincia. Riconobbe la stupidità delle lettere, la possibilità che qualcuna arrivasse agli amici di Carlos. Nelle lettere non parlò di Claude. Non c’era modo di spiegare Claude a Evelyn, né a nessun altro.
E pensò al mezzo milione di dollari in anfetamine al sicuro in un passaggio sotterraneo di una cittadina del nord. E ci pensò timidamente, poiché, ora che aveva il tempo di riflettere, doveva ammettere di non avere nessuna delle doti imprenditoriali necessarie per gestire la faccenda.
Più seriamente, dubitava di avere il coraggio per fare il doppio gioco con Carlos su una cosa tanto importante.
Non sono altro, pensò, che una groupie del cazzo.
Prese dieci milligrammi di Valium e rimase in piedi sotto la pioggia fingendo di essere una mucca.
4.
Ogni sera lo aspettava con un’ansia che negava persino a se stessa. Resisteva alla tentazione di preparargli da mangiare, eppure pensava che doveva fare qualcosa. Si chiedeva chi si stesse approfittando di chi. Non capiva le regole del rapporto. Non capiva perché la lasciasse rimanere, ma ci pensava solo quando lui non c’era. E poi le pareva di non avere niente da offrirgli, se una cosa semplice come preparare da mangiare poteva sembrare un tentativo di avanzare pretese su di lui. Così aprivano insieme scatolette di tonno e fagioli. Raramente andavano a mangiare fuori. Sembrava che lui non conducesse vita mondana, sebbene parlasse di amici e di cene cui era stato di recente. Si chiedeva se in pubblico si vergognasse di lei.
Non capiva che per lui era un libro di fiabe, un’enciclopedia di avventure, un tappeto persiano creato dalla sua immaginazione, che osservava con stupore senza nemmeno cercare di capirne tutti i misteri.
La interrogava con dolcezza, senza mai essere sicuro se esagerava o se mentiva. Le tendeva dolci trappole, sorrideva per coglierla in fallo su qualche incoerenza gustando il lento svolgersi della sua storia.
Era affascinato dalla rock band (samurai, maghi, custodi di segreti rosacrociani), da Carlos e da tutte le droghe che conosceva di nome ma non per esperienza diretta.
Disteso a letto, magari le chiedeva di Carlos con lo stupore di un bambino che chiede a un genitore di mondi che non capisce.
«Era davvero pazzesco» diceva lei. «Carlos era il più pazzesco di tutti. Aveva un caratteraccio. Non era un tipo molto sveglio. Sai, Claude, ha ucciso un uomo mentre io aspettavo in macchina».
«Lo amavi?».
«Era davvero pazzesco».
E poi era arrivato il mattino in cui Carlos era stato portato via da due gangster come lui.
«Erano mafiosi?».
«Credo che abbia fatto il doppio gioco».
«Ma erano mafiosi?».
«Era in vestaglia. È l’unica volta che l’ho visto cagarsi sotto. Era proprio spaventato. Lo hanno portato via».
«Cosa gli hanno fatto?».
Alzò le spalle. «Per due settimane non è tornato».
«Tu cos’hai fatto?».
«Mi sono nascosta. Sapevo un sacco di cose che sapeva lui. Vuoi un milione di dollari in anfetamine?».
«Prima hai detto mezzo milione».
«Che cazzo c’entra. Sono un sacco di soldi, amore». E il suo viso, rannuvolato fino a quel momento, si aprì in un sorriso di eccitazione pura e sensuale, mentre agitava le mani con le dita tese e schioccava la lingua.
«Dove?».
«Vieni con me che te lo dico».
«Dove?».
«Carlos non può avvicinarsi, neanche se esce di galera».
Le sorrise stupito. «Perché no?».
«Tu non conosci Carlos. Non lo direbbe a nessuno. Aspetterà».
Allora lui la baciò, molto dolcemente. «Secondo me stai raccontando balle».
«Secondo te racconto balle perché non hai mai conosciuto nessuno come Carlos».
«Continui a cambiare versione».
«Tesoro, non essere noioso. Sei un vecchio noioso». E poi lo baciava, dolcemente come l’aveva baciata lui, guardandolo negli occhi per fargli domande confuse che non riusciva a formulare. «Vuoi che me ne vada?».
«No, a meno che non voglia andartene tu».
La sua pelle era più giovane dei suoi occhi. Se ne stava disteso languidamente e non pareva aver bisogno di nulla.
«Ho trovato una fotografia di tua moglie. È molto bella» disse facendo un’altra domanda.
«Cos’altro hai trovato?».
«Un sandwich ammuffito sotto il letto».
«Nient’altro?».
«Andiamo in un club».
«Non ci sono club».
«Be’, allora andiamo in un bar».
«Odio i bar».
«Claude, sei un vecchio noioso».
«Sì» disse. «Lo so».
E lei, allora, cominciò a baciarlo, prima il collo, poi il petto e poi l’uccello floscio finché in bocca divenne duro. Muoveva la bocca e la lingua adagio, delicatamente, e con piacere lo ascoltava gemere piano.
Fuori le rane gracidavano in riva al fiume.
Si stringevano le mani e scopavano adagio, provando una curiosa felicità nella confusione reciproca.
5.
E poi, l’ultima settimana d’inverno, cominciarono le lettere e pareva che ogni sera lei avesse qualche notizia sull’odissea di quelli della rock band, ora ricercati per un interrogatorio a causa di informazioni fornite da Carlos alla polizia.
«Sta cercando di patteggiare» disse.
«Come?» chiese lui.
«È furbo quel bastardo» disse.
Claude leggeva le lettere con stupore e paura, stupore per le avventure di cui era spettatore e (con sua sorpresa) paura che la band gli piombasse in casa e gli strappasse Julie per portarla dal suo mondo squallido a quell’altro mondo eccitante.
Mentre definiva l’impianto idraulico del complesso di uffici a sei piani e guardava le vie malinconiche della città con il loro prevedibile andirivieni, pensava solo alla rock band e al milione di dollari (o era mezzo milione?) in anfetamine.
Ho-Chin, il leggendario batterista, stava arrivando da nord e attraversava di soppiatto i confini per un tacito rendez-vous con Eric, il primo chitarrista. Evelyn, che se l’era svignata a Hong Kong, era saltata su una nave di bestiame e ora viaggiava carica di cocaina con l’obiettivo di sgusciare in Nuova Guinea e a Thursday Island via Daru.
E a Claude, che disegnava il suo orrendo impianto idraulico e studiava la collocazione degli specchi davanti ai quali dattilografe affermate si sarebbero messe il rossetto, ognuno di loro sembrava un re tra i re e il loro ritrovarsi sarebbe stato più elettrizzante e minaccioso della confluenza dei fiumi di montagna.
E poi ci furono imprevisti, ritardi. Paul era stato arrestato a Bangkok perché aveva suonato per strada. (Claude spedì dei soldi). Evelyn aveva una storia con un musulmano a Surabaya e camminava tra folle di pellegrini verso la Mecca con i segreti di un infedele, uccelli musulmani blu in mattini pallidi, lenzuola bianche e pigri ventilatori sopra la vaghezza delle zanzariere. Lei, che una volta si era esibita nella metropolitana di Londra con la sua chitarra a dodici corde (clic-clic-cocaina-clic) con il suo bel viso eurasiatico e i lisci capelli neri dai riflessi blu, magra e nervosa come un milione di dollari in anfetamine.
Eric scriveva lettere a proposito di musica, droga e polizia che Claude non capiva.
Arrivò a odiare le lettere. Diventarono un’ossessione. Mentre si concentrava su come fissare i corrimano antincendio ai muri, la sua mente vagava attraverso impossibili concerti nell’auditorium municipale. Eric, in stivali foderati di pelo, gli occhi chiusi, che cantava magia elettronica con la chitarra finché gli spettatori venivano trasformati in fiumi e l’acqua schiumosa si disperdeva per le vie allagando le case e lasciandole piene di pesci.
Mentre studiava la distanza fra le porte degli ascensori e la collocazione dei pulsanti di chiamata, vide il secondo concerto, in cui la gente arrivava e veniva trasformata in grandi volatili bianchi che descrivevano lenti cerchi e poi andavano a vivere vicino a mari irti di scogli, dove catturavano pesci e facevano uova che proteggevano dai predatori.
Impasticcato di speranza e di ansia, vide un concerto in cui gli applausi diventavano locuste e gli spettatori diventavano prati e venivano divorati dalle locuste e rimanevano sterili e desolati. Il vento si alzava nell’auditorium municipale e soffiava sabbia granulosa in faccia a quelli della rock band, diretti nel deserto, banditi crudeli in cerca di nuovi spettatori, che alla fine arrivavano in una città del nord circondata da aranceti e palme da datteri e lì venivano accolti e adottati dalla gente del luogo, che insegnava loro a fare armadietti e intrecciare reti e alcuni di loro imparavano come si fa a raccogliere le arance, in quale periodo, con quale metodo, poiché nella vita di quella gente non c’era musica e non capivano lo scopo della band, li consideravano semplici vagabondi con cui fare amicizia e a cui insegnare un mestiere.
Questi erano i sogni di Claude sulla rock band contro cui già ergeva difese.
6.
Si truccava gli occhi con il kohl alla maniera degli indiani in modo che evocassero misteri e stregonerie.
Spulciava i giornali leggendo tra le righe delle notizie locali.
Il sindaco, suggerì, era un Cocairo.
Come faceva a esserne così sicura?
«Guarda gli zigomi. I Cocairo sono così. È da quello che li riconosci. Hanno la pelle tirata sugli zigomi. Hanno uno sguardo da pazzi».
Un delitto locale era chiaramente incentrato sull’eroina.
«Come? Perché?».
«È molto strano, sai, il tipo non era di queste parti, la ragazza invece sì. Secondo me lei lo ha attirato nel bush e l’altro tipo ha ucciso il primo tipo. Probabilmente ha fatto il doppio gioco. Era traffico di eroina, ci scommetto».
«Come?».
«È davvero molto strano, ecco tutto». E non riuscì a dire altro, si limitò a ritirarsi nella sua certezza, non sapendo o non volendo spiegare come mai si trattasse di un omicidio per eroina, o forse non ci credeva nemmeno lei, e voleva semplicemente trasmettergli la vita incredibile che aveva fatto con Carlos.
«Cazzo, che noia questa città».
«Non sei costretta a rimanere qui».
«Non posso permettermi di andare da nessun’altra parte… a meno che… » spalancò gli occhi da indiana enormi, scintillanti e schioccò le dita, clic, clic, clic «a meno che tu non voglia venire con me a prendere delle anfetamine, tesoro».
Lui pensò a Bonnie e Clyde Barrow che si fanno le foto in camere d’albergo fingendo di essere i gangster di un film, la sigaretta che pende dalle labbra, le pistole puntate verso la macchina fotografica.
«Sei un film noir francese» le disse.
«Tu non capisci» disse. «Si tratta di mezzo milione di dollari in anfetamine. Possiamo prenderli».
Era paffuta. Piangeva nel sonno. I palmi delle mani le sudavano in continuazione. La vide rannicchiarsi in un angolo mentre Carlos la picchiava.
«Dove sono?».
«Te lo dico quando siamo in viaggio».
«Comunque non posso andarmene» disse lui. «Devo finire un edificio».
«Sei un vecchio noioso, Claude, andiamo a ubriacarci».
«Ci siamo ubriacati ieri sera».
«Potremmo provare a rimediare della coca».
«Avevi detto che non la volevi più la coca».
Ed eccola di nuovo lì, in mutande, il cappello grigio calcato sulla testa di riccioli biondi, la rivoltella che le penzolava nella mano piccola e umida. «Tesoro, solo una sniffata. La cocaina è una droga davvero pazzesca. È una droga davvero fantastica».
«Potremmo sempre andare a trovare il sindaco» disse lui.
«Oh, il sindaco. Claude, tu non hai idea di cosa succede in questa città».
7.
«Dici sul serio quando parli delle anfetamine?» le chiese.
«È un brutto affare».
«Sai davvero dove sono?».
«Pensi che qualsiasi cosa dica sia una bugia?».
«No, però esageri».
Sorrise.
«È davvero un milione di dollari?».
«Al dettaglio» e fece un largo sorriso.
«Come farai a venderle?».
«Non verresti mai con me, vero? Potremmo andare in Sud America insieme. È proprio un posto pazzesco».
«No» disse. «Sono un architetto e ho delle responsabilità verso i miei clienti. E non vengo con te perché sono un vigliacco». Erano rannicchiati sul divano davanti al caminetto e ascoltavano Mozart. «Perché non ci vai tu a prenderle? Io ti aspetto qui».
«La gente di là mi conosce. Ci sono stata con Carlos. Sanno che la roba è nascosta da qualche parte, ma non sanno dove. È un brutto affare. Uccidono la gente per tutti quei soldi».
«Ma non rispettabili architetti borghesi» disse pensieroso.
Per un brevissimo, terribile istante pensò che il suo interesse avrebbe anche potuto essere serio. Al pensiero si sentì raggelare. «Oh, amore, non devi avere mai a che fare con questa gente. A loro non importa di nessuno». Gli cullò la testa in grembo. «Impasticchiamoci e guardiamo la tv».
8.
Un giorno tornò dal lavoro e si accorse che aveva spazzato la casa. Lo stufato cuoceva sul fuoco. Sul tavolo c’era una bottiglia di vino aperta.
«Perché l’hai fatto?» le chiese. Era sbalordito. Non era da lei.
«Ho anche tagliato l’erba, un po’».
«Con che cosa?».
«La falce,» disse con semplicità «solo che è arrivato il postino e mi ha visto le tette perché avevo un gran caldo e mi ero tolta la maglietta. Ti dispiace?».
«No. A lui è dispiaciuto?».
«È davvero simpatico» disse. «È entrato a bere qualcosa».
«È entrato a scopare» disse Claude e fu più brusco di quanto si sarebbe aspettato.
«Tu le ventiduenni non le capisci proprio, vero?» disse aggrottando la fronte. «Le uniche cose che capisci sono fare le corna alla moglie e divorziare».
Come al solito, nelle questioni di moralità sessuale sentiva che aveva ragione lei. «C’era posta?».
«Evelyn è partita da Surabaya» disse. «Come va il tuo edificio di merda?».
«Di merda. Hai scopato col postino?».
«No, amore. Non ho scopato col postino».
La casa sapeva di pulito e di buono e lo stufato faceva un rumore sommesso e gradevole. Si riempì un bicchiere di vino e guardò la lettera di Evelyn senza leggerla.
Julie stava ai fornelli e mescolava attentamente lo stufato con un cucchiaio di legno.
Stava per chiedere, cosa succede quando arriva la band?
Ma non lo fece. Invece disse: «Vuoi una canna?».
9.
Julie senza maglietta che taglia l’erba con la falce.
Julie che pianta cinque alberelli e li bagna con un secchio di plastica.
Claude che compra dischi della rock band e osserva le fotografie.
«È così Evelyn?».
«Eric è venuto bene in quella fotografia?».
«Evelyn si sbatte Paul, dalla foto sembrerebbe di sì».
Julie che legge Banditismo sociale in riva al fiume.
Julie sul tetto della casa sotto il sole accecante che ripulisce le grondaie dalle foglie.
Julie che prova a fare disegni di pappagalli e di Claude e dopo li nasconde.
Claude che compra cartine dettagliate di una città del nord dov’è nascosto un milione di dollari in anfetamine.
Julie con una scottatura.
Claude con le cartine.
A primavera inoltrata molte cose stavano cambiando e Julie andò in centro a comprare un lungo vestito di cotonina indiana bianca a fiorellini azzurri.
«Senti le mie mani» disse.
«Sì» si chiese.
«Asciutte».
Adesso stavano distesi su lenzuola fresche di bucato, ma Claude non dormiva bene, i suoi sogni si contorcevano nel groviglio di strade della sua minaccia e della sua salvezza: la rock band e un milione di dollari in anfetamine.
10.
Lo vide morbido e pigro e insonnolito come una lucertola. Lo avrebbe vestito con maglioni di mohair chiaro e mocassini di pelle morbida. Lo vide con la sua figura slanciata mentre giocava a snooker
[1] alle tre di notte, gli occhi scuri che sorridevano per la concentrazione. Lo vide alla luce del caminetto. Nella luce scura dell’imbrunire in certe serate calde. Era avvolta nelle coperte con lui e da lui. Lei non avrebbe fatto niente per svolgere il bozzolo che avevano costruito. Lui non le aveva chiesto niente, mai, e lei gli avrebbe dato tutto.
Eppure lui sembrava come inquieto e inavvicinabile. I suoi movimenti, di solito così fluidi, erano diventati meno decisi.
Ora facevano il gioco delle anfetamine solo perché lo voleva lui.
Lei gli parlava delle anfetamine perché aveva finito per amarlo. Pensava anche, in riva a fiumi bruni in certe giornate torride, di dirgli ti amo, la sera, ma non lo faceva mai. Finì per temere che lui non la volesse più, che la sua inquietudine fosse un segnale.
«Vuoi che me ne vada, tesoro?» gli chiese.
«Tu vuoi andartene?».
«No».
«Non ti annoi?».
«No,» sorrise «non mi annoio».
«Continui a dire che sono un vecchio noioso».
«Ah,» disse «lo dico solo per lusingarti».
«Spesso» disse, non senza gentilezza «penso che forse lo dici per lusingare te stessa».
«Cosa vuoi dire?».
«Che ti fa sentire pericolosa».
Reagì puntandogli contro le dita a mo’ di pistola, arricciò il naso, ruotò i fianchi e gli sparò con delle magnum immaginarie.
«Zap. Zap».
«Vuoi rapinare banche?» disse.
«Solo se posso farlo con te» disse. «Vieni a vedere gli alberi. Secondo me hanno bisogno di acqua».
11.
Aveva cominciato a intuire qualcosa della rock band e dell’effetto che aveva su di lui. Aveva cercato di dirgli che non cambiava le cose, che non avrebbe cambiato le cose. Ma dal momento che lui non aveva veramente confessato le sue paure non c’era modo di dissiparle.
Lui la credeva una principessa beduina che sarebbe tornata dalla sua gente.
Lei era un’orfana con le mani umide e brutti sogni che aveva rinviato con vino e Valium e paure elettriche.
A volte sentiva di essere stata inventata da Leonard Cohen, che odiava.
Si pentì di aver scritto le lettere a Evelyn.
Si pentì delle risposte. Quando le lettere arrivavano le prendeva così com’erano e le nascondeva dove lui non le avrebbe trovate.
Ma lui le trovava e fraintendeva le ragioni per cui lei le nascondeva.
Cominciò a temere di perderlo.
Gli aveva fatto odiare il suo lavoro. Lo aveva fatto vergognare della sua vita. Non gli aveva mai detto che lo amava, che gli occhi le si riempivano di lacrime a guardarlo mentre dormiva, senza sapere perché.
E sapeva che stava architettando qualcosa. Il suo viso olivastro custodiva segreti come le persiane chiuse nelle mattine d’inverno. Quando lo baciava, lui ricambiava i suoi baci distrattamente. Quando s’impasticcava sembrava infelice. E quando le chiese delle anfetamine, lei sapeva che era perché la credeva una bugiarda, così gli raccontò esattamente, nei minimi dettagli, per filo e per segno dov’erano e disegnò una cartina che non poteva essersi inventata e spiegò che nella città in questione c’era un vecchio quartiere in cui tutte le case avevano dei passaggi che nessuno usava più, collegati tra loro, un modo per difendersi dagli inverni rigidi del Seicento.
«Adesso mi credi» disse quando ebbe finito.
«Sì, ti credo» disse lui, senza troppa convinzione.
E anche se avrebbe dovuto intuire che cosa aveva in mente, non intuì nulla, perché a lui non interessavano i soldi, perché le droghe non esercitavano alcun fascino su di lui, perché era diverso da Carlos e non aveva bisogno di dimostrare il suo valore con azioni da macho e perché era impensabile che un dilettante dal viso dolce tentasse una cosa così palesemente assurda.
Lui disse che andava a un convegno di architettura in un’altra città.
Lei sapeva che mentiva e non chiese di andare con lui.
Lei sapeva che si sarebbe scopato qualche signora più bella e più interessante.
Gli comprò un maglione di mohair di un azzurro molto chiaro.
12.
Aveva qualcosa di più di una vena di follia. Le sue azioni erano dettate da una logica così severa da non ammettere variazioni. Era un sonnambulo che passeggiava sui davanzali di edifici di sessanta piani. Era un vagabondo che estraeva conchiglie da campi minati. Volò in una città del nord, prese un taxi che lo portò a un indirizzo che aveva copiato, chiese al taxi di aspettare ed emerse dopo cinque minuti con un’ingombrante cassa.
Tornato in albergo, riempì sessanta scatole di cartone con il contenuto della cassa e le spedì a se stesso, a casa sua, in ufficio, e a sette diversi uffici postali di periferia della città in cui viveva.
Nemmeno una fu intercettata dalla dogana. Il pensiero che avrebbe potuto succedere non lo aveva nemmeno sfiorato.
13.
Aveva sempre voluto scattare delle polaroid del suo viso per mostrarle quanto era incredibilmente vario, bellissimo quando rideva, infantile quand’era solenne, brutto quando piangeva, dispettoso come una gargouille, decadente come Bacco.
Ma quando finalmente, due settimane dopo essere tornato, le consegnò un milione di dollari in anfetamine, non era affatto preparato al vero e proprio terrore che le fece spalancare gli occhi e la lasciò a bocca aperta e letteralmente senza fiato.
Perché, guardando le capsule stranamente belle con le loro strisce rosa e gialle, lei sapeva che il suo nido era stato lacerato e annientato.
Lo fissava scuotendo la testa, senza nemmeno provare a chiedersi come fosse riuscito a fare quello che aveva fatto.
Tremava per la rabbia e la disperazione.
Non aveva capito niente.
Aveva pensato che fosse un gioco.
Alla fine aveva creduto alla sua storia, ma non aveva mai creduto quanto fosse seria.
Ora le stava di fronte e sorrideva orgoglioso, come un cane che scodinzola con una bomba a mano in bocca.
Carlos aveva una bocca brutta. Carlos l’aveva trattata da schifo. Carlos era stupido e vendicativo e in galera. Ma era anche un uomo d’affari che era stato appena derubato del più grande traffico che avesse mai concepito. Carlos avrebbe ucciso cento uomini per avere quelle pilloline. Lo avrebbe fatto domani, o dopodomani, o l’anno prossimo, ma l’avrebbe fatto.
Non c’era niente da dire. Non c’era consiglio che potesse dargli per la sua incolumità. Riusciva a pensare solo alla propria sopravvivenza. Si sentiva male. Non riuscì nemmeno a dargli un bacio di addio.
14.
La polvere di argilla cade dai muri dell’adobe e si posa su pavimenti di ardesia, sedie, tavoli, e filtra attraverso le fessure di una cassa con dentro un milione di dollari in anfetamine che non sono mai state scoperte.
Una volta ne ha provata una, ma gli ha dato una sensazione sgradevole.
Nelle notti di Valium e vino lui ricorda le volte in cui la teneva tra le braccia e premeva contro di lei il suo corpo pieno di sogni.
(Traduzione di Susanna Raineri)

[1] Variante del biliardo con quindici bilie rosse e sei di diversi colori [N.d.T.].





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