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Castaldi Marosia, L'utopia e l'eresia

SAGGI

L’utopia e l’eresia
di Marosia Castaldi



E’ impossibile oggi parlare di eresia e di utopia mettendo in contrapposizione ordine e disordine, cosmos e caos. Entrambe sottendono una visione del mondo secondo la quale c’è una legge da cui ci si discosta, generando l’eresia; l’altra, l’utopia, una visone del mondo per cui si parte da un mondo e un luogo che ci sono per arrivare a quello che ancora non c’è o non esiste e a cui si tende ad arrivare. Sono strettamente legate perché ci si distacca da qualcosa per colpa o per arrivare a qualche altra cosa, ci si allontana da un luogo per arrivare in un altro. Eresia e utopia non hanno senso proprio per questo significato profondo di distacco da quello che c’è per andare verso quello che non c’è. Per me questo distacco non esiste. Siamo già nell’unico luogo possibile.

Tommaso Moro aveva coniato la parola “utopia” nel 1518 con la lingua greca: Da u = non; e topos = luogo, per cui utopia significa propriamente non luogo o luogo che non esiste: Per me niente è nessun luogo: tutto è luogo. Sono eretica se rifiuto una convenzione filosofica o letteraria o uno stile di vita secondo cui noi umani siamo condannati a cercare quello che veramente siamo al di fuori di ciò che già esiste? I cristiani, rispetto agli antichi, come diceva Leopardi nello Zibaldone, l’hanno posto nella “vita futura”. Dagli antichi, però, noi abbiamo ereditato la nostalgia, il dolore del ritorno, il viaggio verso il luogo da cui si è partiti. Tutta la civiltà greco giudaica cristiana di occidente si è basata sull’utopia intendendo per tale lo spostamento da qualcosa che c’è verso qualcosa che non c’è (in quanto persa: la patria, l’infanzia, il grembo della madre, la casa avita, l’amore perduto, il tempo perduto; o in quanto mai esistita: il comunismo, la salvezza, la soluzione della storia). La terra in cui viviamo non è la nostra patria.Eppure questa vita, questa terra questo io sono l’unica cosa che abbiamo.

Il nostro libro fondante I libri - Ta Biblìa - nasce dal distacco tra Dio e il mondo che viene creato come se non fosse “dentro” Dio. Poi Adamo ed Eva vengono staccati dall’Eden e “gettati” sulla terra .Poi è caduta Babele. Poi è cominciato l’esilio. Da questa terra di passaggio bisogna tornare alla vera terra, al vero luogo: all’Eden. Queste speranze il lucidissimo Leopardi le iscriveva nell’ambito delle illusioni, fondamentali per non spararsi un colpo di pistola e non rinunciare alla speranza ma iscritte tutte nel cerchio che va dalla siepe all’infinito: tutto fa già parte del suono “della presente e viva”. La vita ci fa cogliere noi stessi e il mondo come un arruffìo selvaggio caotico sbandato di frammenti. Per questo tendiamo a uscirne fuori, a presupporre che ci debba essere un “altro Luogo” in cui la vita diventa un’armonia. Questo luogo non esiste. Già Hippolyte diceva che presupporre un fine della storia è presupporre la sua fine, la sua morte.

Se riuscissimo ad affidarci alla vita dovremmo abolire il concetto della scelta. La parola “eresia” viene dal greco “aeresis” che significa scelta. Non dobbiamo scegliere e non dobbiamo ritornare e nemmeno immaginare un luogo che non c’è migliore di quello in cui già siamo: la realtà caotica e irrazionale contiene già il suo sogno come il grembo di una madre contiene il figlio. Non c’è realtà fuori della realtà nemmeno in quanto utopica: tutto ciò che è è reale, comprese le illusioni. Ma noi occidentali ci basiamo sul dualismo per cui contrapponiamo cosmos e caos, disordine e armonia, apollineo e dionisiaco, nascita e morte, vita e morte, unità e frammento, eden e mondo, vivi e morti, dentro il grembo e fuori il grembo, luogo e non luogo, dentro e fuori del confine, fine e senza fine, finito ed infinito, al di là al di qua, sopra e sottoterra. L’elenco potrebbe non avere fine

Questo dualismo lo basiamo sull’idea iniziale di “caduta” da cui discende il viaggio dell’esilio. Esiliato è Adamo. Esiliato è Ulisse. Esiliato è Proust. Esiliato è Kafka. Esiliato è Beckett Chi si è sentito meno esiliato è Joice, che conclude il divoramento di sesso e cioccolata dell’Ulisse con un “Sì, lo voglio”, similissimo per altro a quell’“Allontana da me questo calice” pronunciato da Cristo nella solitudine dell’orto. Poi quel calice lo beve e in quel calice c’era il nostro sangue puzzolente la lacerata ingloriata carne umana. Lui l’ha bevuto ed è diventato puzzolente lacerato insanguinato, ha trovato nel ladrone il compagno suo di strada. Del resto non era lui a dire “Perché vi preoccupate del futuro? Fate come gli uccelli. Non si preoccupano di cosa avranno domani da mangiare.” Cristo è un immorale. Quando nasciamo usciamo da un mondo per entrare in altro? Certamente, ma quel ventre è a sua volta contenuto da un altro ventre. Tutto è dentro. Tutto si contiene. Qui si gioca ogni battaglia ogni dolore ogni felicità ogni infinito. L’infinito è dentro il finito. Il finito è dentro l’infinito. Abbiamo mangiato la carne di Dio che ci ha a sua volta divorati. Siamo attaccati a una placenta smisurata. Siamo sempre dentro. Il mondo fermo di Parmenide e quello che scorre nel fiume eracliteo sono la stessa cosa. Il nostro luogo, la nostra patria è inferno e paradiso. Quando nella storia si è posto fuori il ritorno o l’ideale, si è andati incontro al fallimento. Tutte le rivoluzioni sono fallite. Forse solo nella carne viva dell’Altro. “Io trova le morte stagioni e la presente e viva”. Ne costa di vomiti di anoressie di bulimie, perché la carne umana è profumata ma puzza anche come cibo rancido buttato nella spazzatura. Lì dentro dobbiamo ravanare. Come cani.




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