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Cecchetti Marisa, L'attualità di Re lear

SAGGI

L'attualità di Re Lear
di Marisa Cecchetti


Deve passare ancora molto tempo prima che i Romani arrivino in Britannia, quando Re Lear, che sente avvicinarsi la vecchiaia, decide di dividere il suo regno tra le tre figlie, mantenendo comunque il titolo di re. Tragedia shakespeariana risalente al 1605, a quattro secoli di distanza Re Lear è ancora di disarmante attualità.

Se Shakespeare ha saputo cogliere le passioni più forti e i drammi dell’animo umano che restano immutati pur nel mutare dei luoghi e dei tempi, Re Lear sembra nato addirittura da una penna moderna, a dimostrazione, purtroppo, della fragilità e miseria del genere umano.

Il bisogno di amore è tale che diventa manifestazione di debolezza quando il re ne chiede pubblicamente e teatralmente la conferma, senza differenziare, con l’intelligenza del cuore, il tono altisonante e artificioso della captatio benevolentiae delle figlie Goneril e Regan, dalla professione d’affetto della figlia Cordelia, umana e realistica: “Mio buon signore,/da voi fui generata, allevata ed amata. Io ripago quei debiti al loro giusto valore: vi obbedisco, vi amo, vi onoro sopra tutto…Se mai mi sposerò, il signore la cui mano accetterà il mio pegno, porterà via/ con sé la metà del mio amore,/metà delle mie cure e del mio debito”. La colpa di Cordelia è la sincerità e l’onestà, per questo è ripudiata e diseredata. La colpa di Re Lear è la cecità davanti alla bugia, l’eccessiva consapevolezza di sé, l’autocompiacimento, la vanità, che offuscano la mente e portano a parole non meditate e impulsive.

Il buon duca di Kent vede oltre, per fortuna: anche quando la forma e l’immagine vincono subdolamente, egli vigila con saggezza e spirito critico, ma soprattutto con sincerità, sicuro del suo forte legame con il re: “la tua figlia minore non è quella che t’ama meno, anzi/non è vuoto il cuore di coloro la cui voce sommessa/non manda un vuoto rimbombo”.

L’adulazione di Gonerill e Regan vince, ma si scoprono presto l’ipocrisia, l’avidità, la violenza. Per loro volontà il padre è ridotto a un vuoto fantoccio,costretto a trascorrere la notte all’agghiaccio, buttato fuori dal castello in una notte di tempesta.

La voce di Shakespeare potrebbe a buon diritto alzarsi contro chi oggi sa vendere parole, falsi sorrisi, immagine, luoghi comuni, bugie accomodate all’occasione, aggressività psicologica, per accaparrarsi favori e avere un momento di gloria personale. Anche se si rimbomba a vuoto e il nome scomparirà, spento l’ultimo vibrare del rimbombo, il bisogno di esistere attraverso la costruzione di una vuota immagine corrisponde alla tragica esigenza di annullare la paura della solitudine, dell’anonimato e della morte.

Diverso l’atteggiamento di chi costruisce la sua vita su obiettivi lunghi, come un palazzo con sane fondamenta, destinato a crescere su piani successivi eticamente saldi.

Se in Re Lear l’avidità travolge i legami di sangue, l’assenza di rispetto filiale fa ancora paura, perché il genitore diventa un oggetto, strumento da usare a proprio vantaggio, finché non si decida che è tempo di buttarlo, perché è di troppo, intralcia. La saggezza accumulata nella vita, quella stessa che riconosceva ai senatores romani la dignità di magistrati, qui non è riconosciuta.

Attraverso le figure di Gonerill e Regan e del duca di Cornovaglia marito di quest’ultima, Shakespeare ha stigmatizzato l’usa e getta caratteristico dei nostri tempi, che si è esteso dagli oggetti alle persone, secondo quell’aspetto di fluidità che li connota, come scrive Zygmunt Bauman,[1] in quanto è sempre più breve il tempo che intercorre tra l’acquisto di un bene e il suo gettarlo alla discarica. Relazioni e affetti compresi: “Siete vecchio, signore –dice Regan al padre-. La Natura è in voi al limite del suo dominio. Dovreste lasciare che vi guidi e vi consigli/chi è in grado di discernere la vostra condizione/meglio che non possiate farlo voi”.

Per fortuna quando la disumanità supera la soglia della sopportazione, la pazzia viene in aiuto. Non è pazzo il Matto, giullare di corte, che segue dovunque il suo re, mente analitica che simulando pazzia dice il vero rimanendo impunito: “Quando i preti sono preti a parole, non a fatti, quando i birrai aggiungono tant’acqua nelle botti, quando i nobili insegnano ai sarti a far le gonne, e brucia come eretico soltanto chi va a donne, allora è segno che l’Impero d’Albione, finisce in una grande confusione”. Nel seicento queste parole risuonavano come un richiamo di Shakespeare alla concretezza, alla onestà, alla coerenza, alla giustizia sociale ed alla equa valutazione dei vizi umani. La stessa confusione nasce ancora oggi da scambi di ruoli, da competenze improvvisate, da professioni pubbliche di virtù inesistenti, dal bisogno di nascondere i grandi mali, facendo chiasso su quelli secondari. Oggi come allora.

La perdita di senno momentanea è la salvezza per Re Lear, è il rifugio anche per il mite Edgar alle cui spalle trama il perfido fratellastro Edmund, che lo vuole distruggere agli occhi del padre, conte di Gloucester. L’apice del dramma umano sta nell’incontro di queste pazzie nella notte di tempesta. Del resto, quando la disonestà è così evidente ed allo stesso tempo tronfia e sicura di sé tanto da essere scambiata per bontà da chi non possiede gli strumenti per discernere, che cosa può essere di aiuto ad un cuore onesto? La parola, in qualsiasi modo tu la usi, non è sufficiente, anzi, può diventare un’arma contro di te. Meglio la felicità dell’insania, meglio staccare la spina.

“E’ matto chi si fida / della docilità di un lupo / della salute di un cavallo / dell’amore di un ragazzo / del giuramento di una puttana”, sentenzia il Matto giullare. Se il tempo e le diverse situazioni sociali e relazionali non ci permettono di esprimerci sulle persone, è pur vero che il lupo l’ha ammansito solo un Santo, e che per i cavalli sono sempre servite stazioni di sosta per non farli schiantare. Qui le figlie sono diventate lupi verso il padre, il fratello verso il fratello

La pazzia è invocata anche da Gloucester, accecato, inconsapevole di essere guidato dal figlio Edgar , che cerca la morte giù dalle scogliere, tante sono le nefandezze a cui ha assistito: “Meglio sarebbe s’io fossi dissennato: allora i miei pensieri sarebbero separati dai miei guai, e quando l’immaginazione è diretta altrove, i dolori perdono la coscienza di se stessi”.

Che cosa rimane dopo che la morte è passata come un flagello falciando colpevoli e stroncando ingiustamente anche gli innocenti come Cordelia? Rimane il senso dell’onestà e della verità che sono incarnate da Edgar, il figlio calunniato, e la lealtà e la dedizione di Kent, che ha seguito sotto false spoglie il suo re da cui era stato cacciato, capace di perdonarlo per il suo peccato di vanità, perché legato a lui da vincoli più forti dell’offesa.

E’ vecchio e stanco: “ Io fra poco, signor, dovrò mettermi in viaggio: il padrone mi chiama, non posso dirgli di no”.

Ma se non può sottrarsi alla chiamata finale, che sente avvicinarsi, non si sottrae al suo dovere. Bisogna ricominciare a costruire su un terreno pulito, anche se purtroppo dopo un lavacro di sangue, ma con onestà e coerenza.

“A noi – dice Edgar - spetta gravarci del peso di questo triste tempo, dire quel che si prova, e non quel che si deve”.

E’ un ritorno alla verità delle emozioni, allora come oggi. Che nessuno sia servo, vendendo anima e intelletto, per il suo utile o per l’utile di un padrone.


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[1] Zygmunt Bauman, Vita liquida, Laterza 2006

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