EMIDIO CLEMENTI
Matilde e i suoi tre padri
pp. 189 euro 16 Rizzoli Editore, 2009
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Stefano Spagnolo
Emidio Clementi, per il quale la definizione di autore di culto risulta tutt’altro che un cliché, è il fondatore dei Massimo Volume, band seminale dell’underground italiano e convinto rappresentante di una narrativa che usa come materia prima il vissuto dell’esperienza reale. Sono della metà anni '90 le prime prove narrative (Gara di resistenza, La notte del Pratello), ancora prossime al lavoro di scrittura per i brani del gruppo, dalle quali un percorso di affinamento stilistico portava in seguito a forme più coese e compiute narrativamente come Il tempo di prima e, soprattutto, L'ultimo dio. Oltre quest'ultimo, romanzo bi-biografico che pone in parallelo la propria e quella di Emanuel Carnevali esistenza, Emidio Clementi si addentra infine in una storia non direttamente personale, benché obliquamente tale, la storia di Matilde e i suoi tre padri.
Un romanzo sia di formazione che storico. È d’accordo?
Lo definirei un romanzo di formazione sentimentale e anche romanzo borghese, se vuole, anche se è una definizione desueta. Ma in effetti i protagonisti fanno parte dell’illuminata borghesia bolognese. La vicenda abbraccia vent’anni di storia, dagli anni ‘60 agli anni ‘80. Il libro racconta la vicenda sentimentale di Laura e dei suoi amori e allo stesso tempo di come la figlia vede e reagisce alla vita sentimentale della madre. Ogni personaggio declina il desiderio in maniera diversa. Matilde lo esprime nella normalità; all’ambiente strampalato circostante dei genitori, caratteristico di quegli anni, lei reagisce con un desiderio forte di normalità, banalmente tradizionale.
Matilde è un’anticonformista quindi, rispetto a quel conformismo-anti che voleva rompere con le convinzioni e convenzioni dell’epoca in seguito sclerotizzatosi, come nella seconda parte del libro si evince maggiormente. Matilde cresce in questo milieu borghese fricchettone. La parte di descrizione degli ambienti è molto meticolosa. Questa materia viva l’ha potuta attingere direttamente?
Io sono arrivato a Bologna a metà ‘80, comunque quegli anni mi sono stati raccontati. Una critica che mi hanno rivolto è che non ho raccontato quel momento cruciale. Ma non avevo voglia di tornare sul polpettone dei ‘70. Pensando a film come La meglio gioventù, che pure mi è piaciuto, quello che ho trovato più trito è il dover puntualizzare il periodo storico. Il libro è al passato remoto, ma è una sorta di presente continuo e quindi mi piaceva di più che i personaggi reagissero senza dar conto del momento storico. Ci sono dei flash, ma in generale è una storia privata che si svolge negli anni ‘70.
Invero è molto precisato il contesto storico, l’ambiente culturale nel quale nascono e crescono questi giovani precocemente maturati. Come nel caso di Davide, il secondo degli uomini di Laura, che si trova a fare il padre vicario di Matilde.
Alla fine gli anni ‘70 sono stati scritti con molto pathos, mi piaceva dare una descrizione più distaccata, che creasse un po’ uno scarto rispetto a tutta la letteratura su quegli anni.
Visibile difatti la differenza dalla retorica di quel genere.
Sono fatti che restano sullo sfondo di una vita privata, come succederebbe per storie ambientate nel 11/9 o a Genova nel 2001. In questo caso ho privilegiato la vita privata alla cronaca dell’epoca.
Mi permetta una piccola polemica. Ha trascurato il personaggio di Philippe, che comunque per un momento compare nella vita della bambina. Non sarebbe il caso di rinominarlo “Matilde e i suoi tre padri e mezzo”?
È vero. Trovare un titolo è difficile, a un certo momento volevamo chiamarlo “Matilde e i suoi padri”, ma era un titolo da patristica…
Volevo chiederle, a proposito della struttura. Il romanzo è suddiviso in una trentina di brevi serrati capitoletti, la narrazione procede fluida. Nasce così o nel tempo l’ha asciugato?
Il materiale originario era più ampio, poi ho fatto una selezione di scrittura. Ho tenuto le parti dove a mio avviso la scrittura era omogenea e alta. Avrei potuto aggiungere altro. Forse è un limite del libro. Fosse stato più lungo sarebbe stato più facile entrare nel clima e forse affezionarsi alla storia, ai personaggi. Però alla fine ho fatto questa scelta lasciando parecchie zone d’ombra in ciascuno di loro, ma credo ancora sia stata la mossa più efficace. Anche lasciando questo non-detto, è vero che perdiamo Matilde per un lungo lasso di tempo, non è ancora adolescente e la troviamo che si sta laureando, però credo che con i pochi tratti disseminati lungo il libro noi ci immaginiamo quella che sarà l’esistenza di Matilde così come quella di Arturo o Davide e Laura. Mi piaceva che il romanzo si completasse anche con queste zone d’ombra.
Con queste fratture che il lettore colmi da sé.
Sì, e visto che siamo in confidenza le dirò che in un primo momento avevo pensato di aggiungere qualcosa all’ultimo capitolo. Anche perché non ero certo che la storia dovesse essere più circolare. Ma mi sono reso conto che dopo non riuscivo a scrivere altro. Alla fine ho cominciato a apprezzare questa frattura, che il libro tenda a una circolarità non raggiunta.
Funziona benissimo questo anello che non si chiude.
Sì, poi è vero che un lettore si sente più gratificato quando è circolare, ma ho fatto di testa mia…
Ne aveva l’autorità...
Eh eh eh.
Qui in quarta c'è questa strana citazione della Mainsfield, «Considero la gravidanza la più vergognosa delle professioni.»
Adoro la Mainsfield, ma quella citazione non c’entra niente. Uno dei capitoli si chiama «Il parto», che non è affatto un mestiere vergognoso. Laura ha voluto quella gravidanza anche se molto giovane, non è casuale. Matilde è una figlia voluta.
Davvero bella la copertina.
Il giusto paracula. Però una paraculaggine piacevole, un paraculo fine. |