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Contiliano Antonino - Vira Fabra

SAGGI

ANTONINO CONTILIANO
La voce femminile di Vira Fabra

Quello che colpisce, per un lavoro che aspira a parlare della SINGLOSSIA (quasi una disciplina estetica nuova di zecca, rispetto alla semiologia o alla semiotica (J. Lotman, J. Kristeva, U. Eco, P. Fabbri), in questa raccolta di saggi "Cartesio un filosofo da amare" di Vira Fabra, non è tanto la forma della lettera, quando la tecnica retorica della scrittura che fa leva sull'INTERROGATIVO/INTERROGAZIONE, l'erotema!

È finito il tempo forte di una massima; forza comune è l 'equivalenza della solitudine.
Le masse parlano lingue morte di conflitti spenti in civiltà di tempo-spazio inesistente.
Fuori habitat, Seidel Menchi scopre il pensiero forte del maestro di dubbi Erasmo che sollecita a difendere le libertà civili contro gli inquisitori, esperti nella tecnica dialogica dell'interrogatorio. Altri forti.
Insuperabili risultarono tuttavia comportamenti neutrali e tattiche di chi, in condizioni di debolezza, rifiutò l'abiura. C'era una volta la "terribile " fiaba che impauriva i bambini e infastidiva Eco.
La dicotomia livellante bene-male (santo-mago, stato economico e stato sociale) pare che si contestualizzi a seconda dei diversi ambiti storici e sociali.
[…]
Il vivere soft del "banale" presente è dovuto all'assenza di un pensiero non sostenuto o dominato dal tremore?
Il rischio eccedente è anche quello che oltre-passa il pensiero "chiuso", che non risparmia il calcolante. E il pensiero che pensa tace.
I linguaggi settoriali vengono pianificati e quello umano, strutturato in lingue diverse, resta ereditariamente impreciso mentre la comunicazione a distanza richiede elementi chiari, corrispondenti al senso esatto fra i possibili e il funzionamento della "langue" richiede un codice simile ad altri.
Ma qual è l'aspetto economico del codice linguistico?
Turismo permanente, senza avventura. E senza linguaggio vivente potremo scoprire il nostro tempo?
La freddezza della morte, che pesa su decisioni e scritture, determina gesti caldi, bioalogici.
I vuoti storici creano spazi algebrici di imprevedibile segno. Religione o magia, amore o sesso, romanticherie o nichilismo, spleen o violenza, esaltazione o indifferenza, accumulo o spreco. La diade dell'eccesso.
Abbondanza di significati non ambigui, situazione del contesto, effetto libertà interpretativa?
Diapason o soffio, esagerati o riduttivi.
Pare che i secoli dell'ambiguità dei segni o della visione dimezzata (non plurima), adiabatica,
Usiano quelli delle equivalenze fredde, della solitudine boschiva (pausa di riflessione soltanto per pochi).
Dei toni freddi rilevati nelle opere dei 42 contemporanei partecipanti alla crociata "mostra internazionale d'arte per la fine della fame nel mondo" scrive Ennio Pouchard (Giornale di Sicilia, 24/9/88) rilevando come il coinvolgimento degli artisti appaia formale, "vincolato da esercitazione programmata e controllata", priva di passione vissuta e vivibile.
Benveniste e l'accessibile al grande pubblico? Cartesio e la complessità strutturata e tradotta in idee chiare?
Non vedo, direbbe un giocatore in attesa dell'azione "disturbo" per affermare il primato dell'antitesi. Incremento demografico nullo.
Arimane, precursore dell'era tecnologica avanzata? o il binario si espone come denuncia-rifiuto della cultura manichea?
Saussure e la dicotomia: aspetto sistematico della lingua e percorso evolutivo dei suoi elementi. Del movimento in Apicella?
[…]

È procedimento, fra l'altro, che Vira, focalizzando domande di pertinenza, usa divertita con picchi di voli scritturali molto densi di fra-intendimenti. Gioioso procedere in cerca di significanza, usa espressioni discorsive che, alludendo, richiedono una logica associativa non lineare. Il quadro di riferimento, però, è dato sempre, di volta volta, all'interno di una pratica significante contestualizzata. E il contesto rimanda ora alle logiche contemporanee, ora alla matematica, ora alla realtà virtuale, ai frattali, etc., o a un universo di discorso letterario-scientifico che investe le ricerche avanguardistiche, le teorie critiche filosofiche e scientifiche…non scisse dalla ricerca di senso intorno alle verità e alle verifiche che agitano il panorama contemporaneo.
Direi, anche, forse, che, in questa pratica scritturale e testuale dell'opera - Cartesio un filosofo da amare - di Vira Fabra, c'è anche un raccordo con la II tesi su Feuerbach di Marx: "La questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una situazione teorica, ma pratica. È nell'attività pratica che l'uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica".
In questa raccolta di saggi di "arte, critica, estetica, filosofia", infatti, la Fabra, adocchiando "la battaglia del Mezzogiorno" scrive che deve essere condotta contro il Mezzogiorno, cioè con un simbolo che si riproduce anziché distruggersi" (p. 319), mentre per la scrittura sottolinea che "[…] è atto, documento, modo, registrazione, testo, CONTRATTO. Dunque, c'è qualcosa da togliere e qualcosa da aggiungere perché ogni scrittura sia veramente politica" (ibidem).
Questo, a parere di chi scrive, significa che per l'autrice l'azione e la scrittura sono sia una relazione pubblica, quanto una produzione di senso sociale e un intreccio che coniuga, miscelando, razionalità e pathos. Un taglio che timbra i termini delle cose unitamente al loro carico di teoria, ideologia e connesse percezioni non neutrali. E ciò risulta tanto più appropriato quanto più l'autrice, dunque, sceglie la "categoria" del textum come strumento simbolico di comunicazione, e si muove, come nel caso della nostra Vira, con il punto di vista della semiologia/semiotica. Una semiologia che, in versione "provocatoria", è chiamata SINGLOSSIA (invenzione terminologia della semiologa bresciana Rossana Apicella e abbracciata dall'intellettuale e artista Vira Fabra, come dallo scrittore, e marito, Ignazio Apolloni), e che tenta il varco oltre il modello della linguistica strutturale.
Ma vedremo che il taglio "patemico", con cui l'artista guarda alla razionalità cartesiana come scelta "fondante" la sua vena singlossica, è anche presente (sicuro indizio) nella scelta della tecnica retorica che caratterizza il suo stile di scrittura. Uno stile divertito, gioioso e febbrilmente "barocco".
È la tecnica dell'erotico sofista erotema/erotan (dire-interrogare) che pone il suo dire - erein - sotto forma martellante dell'? (stracolma di "interrogativi" è l'intera compagine del libro "Cartesio un filosofo da amare"). Il segno di interpunzione che, veicolo di pathos e affezione non solo intellettuale ed epistemologica, ci dice alcune cose intorno all'area problematico-dialogica che respira l'autrice. Dichiara che Vira non è in cerca di affermare un sistema chiuso (la razionalità classica ormai ha fatto il suo tempo; e sono subentrate le varie scelte paradigmatiche come una pluralità di punti di vista; sono maturate altre possibilità di scegliere, decidere, giudicare e dare giudizi di valore), ma del suo porsi in dialogo cognitivo-affettivo e in una comunicazione inter-soggettiva che nulla ha da imporre come verità oggettiva e chiusa dell'univocità. Ha invece un senso da cercare che qualifica la verità come pratica signifcante. Allude a una chiara e preferita percezione estetica - che è anche est-etica e politica - e che si qualifica e si propone verso la razionalità cartesiana (Cartesio) come "amore" etico-democratico. Perché sul piano dell'equazione, l'eguaglianza algebrico-matematica cartesiana attribuisce la "stessa grandezza" (valore e senso) ai due lati dell'equazione - (a+b)2 = a2+ 2ab+b2-, e perché la SINGLOSSIA è una "democrazia"; in quanto - scrive Fabra - la singlossia stessa è una "filosofia" che traduce "un pensiero in un altro" (p. 218) democraticamente. Così Cartesio come un "personaggio concettuale" o una metafora che serve a mediare l'ipotesi di Vira Fabra intorno alla SINGLOSSIA come una griglia simbolica che azzera le disuguaglianze e le gerarchie dei linguaggi.
La SINGLOSSIA, ripercorrendo un'indicazione di Lotman come di Gargani, infatti, è vista come una lingua che ne traduce un'altra senza stabilire una priorità gerarchica tra i linguaggi, compreso il lineare rispetto all'immagine e all'iconico. È noto a tutti il fatto che Einstein (e non solo lui) ebbe a dire che il suo pensiero maturava "sperimenti mentali" senza l'ausilio del "logos", lì dove, invece, l'"intuizione" eidetica avveniva per azione di un pensiero per immagini, e solo successivamente tradotto in formule e scrittura.
Del resto non è affatto cosa impropria e insolita che un filosofo o uno scienziato diventi un "personaggio concettuale" e/o "metafora narrativa" (Paolo Fabbri) senza che per questo vengano alienate le scelte estetico-ideologiche e patemiche di fondo, o che le conoscenze, oggetto dell'esperimento mentale e poi reale, siano diminuite di valore cognitivo. Per alcuni è Galileo Galilei, per Vira è Cartesio. Galilei, fiducioso e fedele al modello sferico, - simbolo della perfezione per la razionalità greco-cristiano-cattolica, - aveva convinzione e credenza (non dimostrazione inequivocabile o solo logico-intellettuale) che solo le orbite perfettamente circolari potessero rispecchiare l'ordine astronomico che Dio aveva dato all'universo. Solo quel modello, perché geometra di orbite circolari perfette (Dio aveva scritto con caratteri matematici, e il cerchio era il simbolo che rendeva visibile quella perfezione; e Dio si sa non può ingannare), e non le ellissi di Keplero (le ellissi che Galilei chiamò cerchi imperfetti) potevano dare una conoscenza vera che rispecchiasse anche la bontà del creato e traducibile in linguaggio univoco. Un linguaggio divino, e pertanto presunto a fortiori perfettamente razionale, e dunque necessariamente volto al bene, al bello ed eguale per ciascuno e tutti.
Qualcun altro, invece, ha chiamato "fascista" il linguaggio, come Vira Fabra ha chiamato "democratica" la SINGLOSSIA. Il linguaggio e i modelli cioè vengono "politicizzati" e storicamente analizzati con le qualità ideologiche circolanti. Un modo per non misconoscere che qualunque linguaggio non è neutrale, ma imbevuto di teoria come di pathos amoroso per principi e adesioni ideali che non sono schemi d'orientamento solo conoscitivi, ma anche pratici. Un condizionamento che è presente, si diceva, persino nella tecnica testuale dell'autrice, la quale sceglie l'eirein di un martellante punto (?) interrogativo, e tipico dei retores antichi. I retori "sofisti" che erano considerati anche degli eroes in quanto eroteticoi (atti a interrogare). E l'interrogare ha a che fare, come Platone ha/aveva detto/diceva a Cratilo, con l'eros, l'arte che lo stesso Socrate aveva appreso da donna Diotima.
I retori erano infatti i retores o eroteticoi (atti a interrogare) perché capaci di erotema/erotan (=interrogare) attraverso l'erein o il dire-interrogare articolato in un'azione temporale agonistica e dialettica. E Vira Fabra, nell'usare questa tecnica retorica, non ha fatto altro che rimanere legata a questo tipo razionalità saggistica. Un approccio metodologico che non scinde, dunque, come vuole la semiologia/semiotica contemporanea ( e crediamo, in fondo, anche la stessa SINGLOSSIA da lei caldeggiata), la razionalità amorosa di Cartesio (amorosa dell'amore per la conoscenza razionale dell'evidenza e della chiarezza) dalla vita pratica democratica, complessa vita di relazione che coinvolge l'intera vita soggettiva e sociale delle persone. Un taglio che contamina il linguaggio o il sistema dei segni come sema o pratica significante. Una relazione che nasce e si consolida nella prassi come pratica significante, la quale miscela l'estetico con la relazione sociale e politica comunicativa, non necessariamente univoca, e, come quella artistica e poetica, plurale e cooperativa di più semi.

Inoltre, la scelta e la decisione di utilizzare l'INTERROGATIVO come tecnica argomentativa e dialogica non è segno vuoto. Al posto della spiegazione, che presupporrebbe il possesso di una verità o di un sistema già confezionato, è segno anche di un'espressione che presenta una "passione espistemica". Segnale sicuro di un "discorso amoroso" (per ricordare Roland Barthes). Memoria della parola e della voce che non hanno perso i contatti con la loro radice erotica.
Interrogare, infatti, seguendo l'etimologia che Platone ne fa nel Cratilo, coniuga la radice della parola dire (=interrogare) - eirein - con la parola eros. La parola, la scrittura, il segno così diventano un "sema", e la sua organizzazione in discorso è opera di regole interne allo stesso linguaggio. E le regole, né trascendenti, né trascendentali, ma soggette a limiti, legate all'uso e alla contingenza storico-temporale, non vanno a realizzare il "possesso" di essenze (a priori o a posteriori) immutabili, cui il linguaggio corrisponderebbe per referenza, o perché ne sarebbe un'oggettiva rappresentazione, ma perché gli attori ne riconoscono la contrattualità costruttiva. La filosofia e la scienza ormai, d'altronde, hanno perso il soggetto neutrale e spettatore di preesistenti verità oggettive (Freud, Marx, etc.). I paradigmi e i linguaggi, le critiche ideologiche e i "teoremi di limitazione" della riflessione critica contemporanea hanno svolto un ineludibile funzione demistificante e al tempo stesso costruttiva e costituente. Hanno detto che gli "oggetti" del sapere, delle arti, della letteratura e della poesia sono tali non perché presistenti, ma perché strutturazione simbolica in progress. E qui la figuralità o le immagini non sono meno importanti della razionalità dei processi, e della speri mentalità simulativa.
René Thom, con mente alla crisi della razionalità scientifica e speculativa classica, ha ricordato non solo che ogni "metafora è vera" (le metafore sono utili cognitivamente alla poesia quanto alla scienza: basta pensare al ruolo giocato dalla metafora dell'eliocentrismo o del biliardo nella teoria quanto-relativista della microfisica atomica), ma che ciò che si oppone al vero non è il falso, bensì il "significato". E il significato è un valore carico di "sema" - come concetto, immagine, valore, idee -, così come una metafora è un concetto per immagini o una sinfonia/concerto che media anche ilsentire.
Il "sema" non carica solo le passioni della volontà e della psiche, perché passioni sono anche (Paolo Fabbri, La svolta semiotica) il vedere come anche il potere e il sapere, come, altresì, le stesse passioni sono qualificate da modalità (certe, incerte, possibili, impossibili), aspettualità (tempo: durata, incoatività e terminatività), estesia (capacità di modificare il corpo e influire sui comportamenti dei singoli come dei gruppi).
Aldo Gargani ("Anterem", n. 74/2007), ricordando ancora la rottura dell'ordine della razionalità classica e delle sue implicanze, e sul versante del linguaggio artistico e poetico, dice che il linguaggio è qualcosa di più complesso rispetto alla prospettiva della filosofia analitica, poiché anche nel campo scientifico e filosofico ormai risulta inefficace la teoria della rappresentazione e del rispecchiamento.
Vira Fabra dice che gli elementi costitutivi "del nostro spaventevole linguaggio sono catastrofe, apocalisse; ARMI biologiche, nucleari, chimiche, missilistiche; sterminio, genocidio…racket…suicidio…stupro…" (Cartesio un filosofo da amare, p. 228). Sono la sintesi di un: "composito di idee, vuoti, quotidiano, rapporti, segni, colori, luce, spazio, tempo, materia, sogni, vita. L'opera in ogni disciplina caratterizza (corsivo nostro), inoltre, l'identità delle attitudini mentali degli uomini a quattro dimensioni […] Si pensi a Picasso […] In natura ogni cosa ha durata sia pure brevissima come quella del fiore più delicato. […] Ogni vivente ha il suo spazio attraversato dal tempo irreversibile. ' Innovazione e coinvolgimento rappresentano il tramite fra le immagini della scienza e quelle dell'arte'. Se l'artista vuole sfuggire anche per pochi istanti al normativo, a categorie fondamentali per 'offrire felicità', è chiaro che potrà ignorare l'oggetto dal quale intende liberarsi e liberare soltanto accettando di bruciare se stesso" Cartesio un filosofo da amare, pp. 228, 229).
L'essere e la conoscenza come l'azione e i linguaggi che vi si rapportano sono così, infatti, un textum, una relazione complessa miscelata di valori etici quanto estetici e ideologici, di retrospezioni quanto di proiezioni. La scienza, l'arte e la poesia non sono mai neutre, neanche nei momenti più eterei della loro astrazione "matematica". "La matematica pura è, a modo suo, la poesia delle idee logiche"(Albert Einstein)
La fine del secolo XIX ci ha consegnato una comunicazione linguistica deprivata del pieno della univocità. E nel passaggio del linguaggio dall'artista, poeta, scrittore al destinatario pubblico, l'universo comunicativo non è più rappresentativo-descrittivo, ma polisemico. E i suoi oggetti semantici, date alcune regole, sono dell'ordine costruttivo e costituente. L'ordine simbolico (Freud, Mallarmé) non può più essere decodificato in quanto non ha a sua disposizione un sistema di codifica universale prestabilito. Così la poesia, per esempio, ha uno statuto di indecidibilità e di sospensione semantica.
Albert Einstein ricordava che, sebbene la libera curiosità e la contemplazione diano inizio all'arte e alla scienza, tuttavia l'esperienza diventa scientifica se la descriviamo con gli schemi della logica; se, invece, le relazioni che intercorrono tra le forme della nostra rappresentazione "sfuggono alla comprensione razionale, e tuttavia manifestano intuitivamente il loro significato, entriamo nel mondo della creazione artistica". E sebbene aspirino entrambe all'universale, questo gli sfugge. Verità e falsità dipendono dal sistema d'osservazione. René Thom dirà che ciò che si oppone alla verità non è il falso, bensì il significato, e che le metafore non sono meno vere dei canoni logici soggetti a sperimentalità.
Non ci sono più essenze oggettive (a priori o a posteriori) da trovare. Sono le regole costruttive riconosciute e le circostanze della contingenza che FANNO gli oggetti della conoscenza, della pratica, e che legalizzano l'uso del linguaggio (non c'è nessun fondamento trascendente o trascendentale che detta leggi). Un uso e un linguaggio in cui il "simbolico" (scrittura, voce, diagrammi, grafi, suoni, pigmenta, colori, linee, punti, etc.) non è più solo un SEGNO (che rimanda a una semiosi infinita), ma un SEMA carico di teoria, ideologia, valori plurali e credenze di varia natura che bisogna considerare come parte, ineliminabile e immanente del discorso.
Il piano di composizione di un'opera non è più né oggettivo, né trascendente e/o trascendentale, ma è immanente ai materiali della lingua e alla sua costruzione segnica (Aldo Gargani). E la traducibilità da un linguaggio a un altro cade perché le parole sono cariche di teoria, valori e significati non riducibili ad univocità.
Ciò naturalmente non significa relativismo e impossibilità di comunicazione intersoggettiva, bensì solo tener conto delle regole linguistiche e logiche in uso e dei loro limiti oltre la convinzione della durata lineare come continuità dello sviluppo e del progresso ininterrotto. La durata non può avere la concatenazione dello sviluppo lineare previsto dalla razionalità classica, né tanto meno i caratteri della simmetria, della reversibilità e della semplicità degli elementi semplici e fissi.
Se è così, la SINGLOSSIA, che prevede "la traducibilità di un pensiero in un altro", e per di più l'individuazione semantica all'incrocio degli assi cartesiani - "idosemantico, fonosemantico e diacronico" -, e si pone come un "metalinguaggio", allora pecca di incoerenza (domina l'astrazione a svantaggio dell'iconicità) e rimane all'interno della vecchia logica dialettica lineare del superamento e dello sviluppo superiore.



L'arte allora, come sistema di una costruzione immanente, e deliberatamente autoreferenziale, lascia cadere pertanto il riferimento denotativo e informazionale astratto della realtà per curarsi come segno, SEMA e significato. Cerca più il SENSO DELLA VERITÀ che una verità, o la verità. La verità non è più in quell'operazione logico-cognitiva "uguale per tutti" di cui parlava Aristotele nel suo De interpetrazione, ed egregiamente diagrammato sfericamente da Franco Lo Piparo:



Vira Fabra, seguendo la semiologa Rossana Apicella, analogamente, per la SINGLOSSIA, impiegherà il sistema delle coordinate cartesiane: incrocia l'asse "idosemantico", quello "fonosemantico" e quello "diacronico".



Ma, a differenza dell'Apicella, con la forza della sua interrogazione erotico-cartesiana è molto più vicina a una concettualizzazione identitaria non rigida della verità della scienza, dell'arte e della poesia. L'analisi e l'interpretazione simbolica è allora, come per Aldo Gargani, "quel divenire che è la lingua, i linguaggi (come segni) all'interno della loro stessa organizzazione. Il contenuto dell'opera letteraria e artistica non è più l'esperienza esterna, bensì lo stesso piano di composizione dell'opera: e ciò perché si costruiscono OGGETTI (semantici) e non concetti che rispecchiano cose. Così il linguaggio della poesia non tradurrà mai il linguaggio ordinario, né avrà o coinciderà con un codice" (Anterem, n. 74/2007).
Nasce un nuovo punto di vista. Questo nuovo punto di vista apre così, continua Gargani, all'espressività del linguaggio, ossia all'esperienza vissuta, al pathos e ai "valori" della parola o dei segni tramite i quali si comunica polifonicamente, senza che l'intellegibilità venga meno. Sebbene non oggettivabile "non manca […] non è […] oggettivabile in quanto costituisce la rigenerazione della vita interiore, la quale va oltre le parole e i segni (non consiste in parole chiarite e analizzate), in una relazione di trascendenza entro un orizzonte di immanenza" (Ivi).

Per inciso, e perché spesso insieme ad Apolloni ed Apicella, Vira Fabra chiama in causa anche Aldo Gargani come compagno di viaggio, ci piace mettere in contatto Fabra, per esempio, con lo stesso filosofo Gargani di Lo stupore e il caso. Perché entrambi, spinti dal dubbio dello stupore, usano l'interrogazione come strumento euristico di analisi, riflessione e dialogo; perché nei "saggi" dell'autrice palermitana non mancano i riferimenti alle dibattute questioni che toccano le differenze tra la filosofia analitica del linguaggio, la filosofia continentale e i riflessi che interessano il linguaggio della poesia e dell'arte; perché come Gargani, anche Vira Fabra condivide la verità della ricerca del senso della verità.

E qui, come ha puntualizzato solo Aldo Gargani, c'è anche la voce femminile di Vira Fabra.
"Perché ciò per cui le donne riconoscono o, in ogni caso, detengono la loro specificità consiste nella loro inesorabile tensione non verso i fatti come tali, ma verso l'intenzione e la volontà che dà ad essi il loro significato. Se si potesse (chiamarla così), la voce femminile (della lingua femminile scritta o parlata) si caratterizza per un tono che è fondamentalmente quello dell'interrogazione" (A. Gargani, Lo stupore e il caso, p. 40).
La lingua delle donne in linea di massima, continua Gargani, non costruisce sistemi, non avanza tesi o possesso dei fatti, ma "si estrinseca più nella forma dell'interrogazione, della domanda, che non in quello dell'affermazione. Essa si dispensa dall'affermazione […], essa ripropone continuamente un rinvio al significato del fatto e della constatazione. Non brama e non accetta il possesso […] sui fatti […] perché avverte nel possesso lo sbarramento dell'intenzione, della volontà, del significato […] essa scopre al di là dei fatti, delle tesi e dei sistemi eretti dagli uomini lo spazio della contingenza, dell'intenzione, del senso. La voce femminile scopre la forma modesta e incerta che si cela dietro l'armatura verbale del linguaggio maschile, che ha paura e al tempo stesso vuol far paura" (Ivi).
E in questo spazio della contingenza, dell'intenzione, del senso, l'INTERROGATIVO di Vira (il martellante punto interrogativo che insinua il dubbio continuamente e ripetutamente - come una costante stilistica - non è solo un dubbio logico, ma è anche il dubbio come "sentimento" del dubbio, ovvero come "passione sistemica" (Cartesio=RAZIONALITÀ COME PASSIONE). Le passioni non sono solo quelle del sentire e della psiche, e separate dalla ragione. C'è pure una passione della ragione, come del volere, del potere e del dovere; una razionalità-passionalità che si fa estesia e modifica i comportamenti individuali e collettivi nella prassi sociale.
Perché le passioni hanno anche una temporalità (durata, incoatività, terminatività) e una modalità (come la certezza e l'incertezza, la possibilità e l'impossibilità) che agiscono anche quando non si vigila.
E la semiologia "singlossica", cui aspirava la Fabra, era, come la semiotica di Kristeva e Lotman e/o della "svolta semiotica" (Paolo Fabbri), nel segno che non scinde più l'aspetto formale-cognitivo da quello dell'affettività, dai valori e dal senso, dal tempo e dall'interrogazione come passione o amore che, pur nel suo quotidiano diabolico, trasforma e vuole la vita come l'immaginario dell'immaginazione.
L'asse idosemantico, quello fonosemantico e diacronico, raffigurato secondo lo schema delle coordinate del diagramma cartesiano, di cui un vettore è quello rappresentato dal tempo, è più che indicativo in questa direzione, sebbene il tempo sia ancora quello "diacronico" (di Cronos, rettilineo e causale), e non quello K-flow (delle turbolenze di Kolmogorov) o del tempo immaginario dei numeri complessi e immaginari del piano di Argand



o dei numeri frattali di Fiuseppe Peano, Felix Hausdorff, Heghe von Koch e Benoit Mandelbrot. Ma Vira Fabra conosceva anche questa letteratura. E forse, pensando alla fervida immaginazione di Vira Fabra che frullava insieme l'astrazione matematica come se fosse un'astrazione artistica e poetica, avrebbe pure sviluppato l'asse "immaginario" dei numeri complessi che mancavano a Rossana Apicella.
Vira Fabra, sulla scia della semiologa Apicella e delle sperimentazioni artistiche di Apolloni, opta infatti per la SINGLOSSIA (termine/categoria o punto di vista molto discusso, e non sempre pacificamente) come una categoria "estetica" piuttosto modellata sulla razionalità scientifico-matematica e metaforizzata con i digrammi delle coordinate degli assi cartesiani sul piano euclideo. Ma lei aveva in mente anche gli spazi non euclidei e il mondo dei frattali come la dimensione di una razionalità erotica.
Ora, secondo noi, è qui (in questo punto di transizione di crisi del linguaggio oggettivo o della parola/segni concettualizzata/i) il punto di aggancio della SINGLOSSIA di Vira Fabra sia con Gargani, che con Cartesio come filosofo da AMARE, e non nella traduzione di un linguaggio (della traducibilità biunivoca: arte-scienza-matematica o matematica-scienza-arte-poesia, ovvero della democrazia della singlossia) a un altro (Vira, p. 218: la singlossia come pensiero filosofico che traduce "un pensiero in un altro", una lingua in un'altra).
In questo punto di transizione e di crisi costruttiva, infatti, Vira coglie il connubio della razionalità cartesiana con il Cartesio delle PASSIONI (analogamente a Cartesio, si sa pure di un J. Peirce che si è occupato delle passioni) - pensare Cartesio non solo come razionalità astratta e disincarnata, ma Cartesio che AMA (con amore) e ATTRIBUISCE la "stessa grandezza" (valore e senso) ai due lati dell' EQUAZIONE (a+b)2 = a2+ 2ab+b2.
Il linguaggio non perché segno è deprivato di significati, di valori o di passioni (amare Cartesio). Non è possibile chiuderlo entro i limiti della vecchia linguistica strutturale o tirarlo fuori dal suo ambito di "pratica significante". Una pratica, dunque; una pratica significante in quanto COMUNICAZIONE (artistico-poetica) che non opera più solo con il linguaggio lineare dell'astrazione logico-verbale, ma con-come immagini ed iconicità semantizzante e "sema" erotico metaforizzante.
Si tratta di una "poietica" che a tutto tondo non è solo dell'arte; interessa anche il linguaggio scientifico e la sua procedura (eliocentrismo o palle da biliardo o bretelle nella teoria quanto-relativistica…relatività speciale e generale…).
Non sfugge neanche il linguaggio filosofico e neanche la SINGLOSSIA, se si pensa al "dia-cronico", al vedere (idea/ido-semantico) o all'ascolto (fono-semantico) della stessa SINGLOSSIA come metafore (non solo come puri schemi logico-matematici) per costruire il linguaggio cognitivo della filosofia e rapportarsi a quello dell'arte/poesia. Per cui tra questi linguaggi si crea un transito che giova a tutti. Una metafora è buona per una spiegazione scientifica, quanto per una configurazione che interessa la testualità della scrittura e della comunicazione poetica ed artistica.
René Thom diceva che ogni metafora è vera e che "tutto ciò che è rigoroso è insignificante. Tutto ciò che limita il vero non è il falso, bensì l'insignificante".
La SINGLOSSIA apicelliana e panormita, secondo noi, è mancata di una vera e propria messa a punto della tecnologia concettuale filosofica e scientifica (l'Apicella non sembra se ne sia curata come ha fatto, invece, negli stessi anni, Paolo Fabbri di "La svolta semiotica"). Non basta dire che la singlossia è SCIENZA o MATEMATICA… puntando sulla pars destruens, giocata fra l'altro sul registro delle negazioni tout court come diminutio del portato delle altre avanguardie, e mancando quella costruens che contraddistinguerebbe la SINGLOSSIA quale migliore poiesis.
La voce di Vira, che sposava la sperimentazione, voleva, in ogni modo, sciogliere l'avanguardia dal 'trans', dall'esilio 'oltre confini', e riconsiderarla come arricchimento immateriale (delle idee , della lingua)" (p. 134) o una "utopia alluvionale" che non trascurava l'impegno e l'attenzione per il suo "contro Mezzogiorno", e neanche il suo martellante dubbio veicolato dall'? o interrogazione erotica: "Come vivere la libertà irresponsabilmente? fra dubbi e sospetti? usando cioè il pesante mezzo che depotenzia ogni motore mobile? Si poteva soltanto rispondere con una ipotesi di ricerca. Forza e debolezza del tempo di Cartesio contro Cartesio" (p. 136).
Vira Fabra possedeva conoscenza e potenza rielaborativa tale che le consentiva di implementare, fantasiosamente e con intelligenza provocante, la sua scrittura artistica con il mondo frattale e dei numeri "immaginari", e fino a coniare "l'uomo frattale".
Quei numeri, che sulla spinta della "curva" (una linea che è anche un piano: dimensione unidemensionale e bidimensionale sembrano coincidere) di Giuseppe Peano, Felix Hausdorff, prima e Heghe von Koch, poi, seguito da Benoit Mandelbrot, negli anni Sessanta del XX°, ha chiamato e riconosciuto come 'frattali", o numeri a dimensione non unitaria (fratta). E frattale è il nome che Vira Fabra ha predicato del suo uomo - "L'uomo frattale" (p. 245). Il frattale e il diagramma dei numeri complessi immaginari come una "vertigine". Una vertigine che Vira, nonostante tutto il male delirante del mondo, faceva vedere come caos o "bocca spalancata" di nuove possibilità: "un inno alla vita" e nel colore "blu", il "pathos" per "trasferire in cielo la sua ricerca di leggerezza […] come una fiaba […] continuare a ritenere boudoir il settecento e computerizzare 'DATI AUSILIARI' di giochi vincenti, mentre il telescopio spaziale Hubble trasmette dati sui buchi neri cannibali […] Il blu, pathos, mito, traccia del sogno dell'arte, in pittura e letteratura più che un colore è ' UNA DISTANZA, UN SOGNO, UNO SGUARDO'." (PP. 245, 246).

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