Stilos

Cerca
OFFERTA SPECIALE RISERVATA AI VECCHI ABBONATI: RINNOVA ENTRO IL 31 GENNAIO IL TUO ABBONAMENTO ANNUO ALLA RIVISTA E PAGHERAI 30 EURO (+ SPESE POSTALI) PER 12 COPIE ANZICHE’ 39 EURO"

Vai ai contenuti

Cretella Chiara, Il corpo come opera d'arte

SAGGI

Il corpo come un'opera d'arte
di Chiara Cretella

Da alcuni anni assistiamo ad un rinnovato interesse per i temi legati al corpo. Una marea di pubblicazioni lo scandagliano in tutte le discipli- relative ad esso abbiano origine tanto antica quanto singolare. È infatti con lo sviluppo dell’anatomia e con la necessità scientifica di conoscere e prevenire malattie che si amplia una branca di studi capace di esplorare, oltre alle viscere, una dirompente oscurità nascosta tra le pieghe della carne. È quanto emerge dai ponderosi studi di alcuni studiosi accademici come Claudia Pancino e Jean d’Yvoire, autori del testo Formato nel segreto. Nascituri e feti fra immagini e immaginario dal XVI al XXI secolo (Carocci, 2006, pp. 189, euro 16,50).

Dal Cinquecento in poi infatti, migliaia di immagini di feti illustrano i trattati di medicina, ma la loro rappresentazione va di pari passo con quella dell’involucro che li contiene: la donna. Così, nelle Veneri scomponibili dei musei del Settecento ci troviamo di fronte a immagini femminili il cui unico scopo fisiologico sembra essere quello riproduttivo. Nel corso della storia la possibilità di trasformare la maternità in una scelta consapevole ed anche la libertà di interromperla attraverso l’aborto, costituiscono la base di una vera rivoluzione sociale. Nella contemporaneità le tecniche scientifiche che permettono la visualizzazione del feto poi, hanno inciso sulla dimensione dell’identità e sulla manipolazione del corpo femminile, da un lato sempre più libero di scegliere pratiche e metodi, dall’altro sempre più invischiato in una rete di sguardi meccanici e pervasivi. La conoscenza e la rappresentazione del corpo hanno funzionato per millenni come antidoto alla malattia ed alla morte, ma è intorno al Cinquecento che i trattati di anatomia e di medicina raggiunsero l’apice dello splendore figurativo, come emerge dallo splendido volume Il corpo in scena. I trattati di anatomia della biblioteca comunale Passerini-Landi, a cura di Marinella Pigozzi (Le.Co, Piacenza, 2005, pp. 216), che va ad aggiungersi a Rappresentare il corpo. Arte e anatomia da Leonardo all’Illuminismo (Bononia University Press, Bologna, 2004, pp. 323, euro 40), catalogo di una splendida mostra - tenuta a Bologna nel 2004 - in cui spiccavano, tra i molti capolavori, alcuni straordinari manoscritti leonardeschi sul corpo umano. Nella città felsinea infatti vi era un fulcro di scienziati legati allo studio che già dal Rinascimento istituirono una cattedra di anatomia.

Non sono poi da dimenticare le rituali e spettacolari dissezioni nel Teatro Anatomico dell’Archiginnasio, aperte alla cittadinanza durante il Carnevale. Nel corso dei secoli molti scienziati si fecero coadiuvare da straordinari artisti, da cui si sviluppò tra Settecento ed Ottocento anche una famosa scuola di ceroplastica, capeggiata da Ercole Lelli. Tale arte, molto sviluppata anche a Firenze (ricordiamo il Museo della Specola di cui è stato recentemente edito uno spettacolare catalogo, Enciclopaedia Anatomica. Museo La Specola Florence, Taschen, Köln, 2006, pp. 576, euro 9,99), ha trovato una sorta di riproposizione del doppio nella perturbante apparizione di sculture iperrealiste e cyborg.

Infatti oggi, dopo la lunga parabola delle avanguardie storiche - in particolare il surrealismo - gli incroci tra arte e scienza sembrano godere di ottima salute, poiché «il corpo, dopo una lunga eclissi, ha fatto la sua ricomparsa nelle mutilazioni intenzionali, nei tatuaggi dolorosi, nei piercing», tanto da poter parlare di una «sociologia della sofferenza»: «Nell’era della tecnologia il corpo ritorna nella sofferenza e nel la condivisione di una iniziazione al sociale attraverso il dolore» (Giorgio Celli, Il sogno del corpo. Mistero drammatico in un atto, in appendice il saggio “Arte e scienza. La metafora dell’anatomia”, Giraldi, 2005, pp. 38, euro 6).

Il corpo come opera d’arte, nelle declinazioni della body art - si pensi solo all’artista Orlan che sta assemblando sul suo volto la summa del bello contemporaneo mediante decine di plastiche ed interventi chirurgici - imperversa sconfinando ad inglobare tutta l’estetica contemporanea: «Il corpo in qualche modo si costituisce come racconto, diventa cioè testo» (Erika D’Amico, Corpografie. Urti di senso tra Witkin, Mapplethorpe e Serrano, Costa &

Nolan, 2006, pp. 143, euro 16,40). In particolare la fotografia coglie il nesso tra questa sovraesposizione del corpo e la potente paura della morte.

Di tale necrocultura è imbevuta molta parte della nostra estetica globale, tanto da ricercare ad arte una scomposizione manipolatoria del corpo - in particolare quello femminile -, quasi a sondare in esso, attraverso rituali sempre più viscerali, una nuova sacralità nel profondo della dissezione. Che tali pratiche siano orientate sul registro comico del pulp (Kill Bill) o declinate in raffinati simbolismi che innestano ibridi e mutazioni genetiche nel profondo dell’interiorità (Matthew Barney), non vi è dubbio che «i nuovi processi di ridefinizione dell’identità passano per l’innovazione tecnologica in tutte le sue smisurate ellissi (…). Il corpo in costruzione è una ibridazione fantastica tra organico e inorganico, tra materia particellare e chip al silicio» (Teresa Macrì, Il corpo postorganico, Costa & Nolan, 2006, pp. 270, euro 18,40). Così, oggi zcon un semplice intervento in day hospital è possibile recuperare la verginità perduta», le operazioni di revirgination sono ormai diffusissime poiché assistiamo ad una «riarticolazione del corpo che non agisce esclusivamente a livello simbolico, piuttosto scompaginando la carne, nella sua materialità, al fine di generare incessantemente nuove narrazioni del desiderio» (Emanuela Ciuffoli, Texture. Manipolazioni corporee tra chirurgia e digitale, Meltemi, 2007, pp. 187, euro 17).

Di fronte a questa metamorfosi appare massiccia la presenza mediatica legata all’immaginario medico ed a quello della chirurgia estetica. In queste soggettività mutanti l’identità può presentarsi come fluttuante, perciò anche il concetto di genere non sembra sufficientemente appropriato, nella sua tensione normalizzante: meglio parlare di una «decostruzione e ricostruzione di esso» (Judith Butler, La disfatta del genere, Meltemi, 2006, pp. 287, euro 21,50).


Valid XHTML 1.0 Strict


Torna ai contenuti | Torna al menu