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Critanziano Serricchio - L'orologio di Dalì

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Il destino circolare delle cose

CRISTANZIANO SERRICCHIO
L'orologio di Dalì
pref. di D. Rondoni
Passigli, 2010

Sergio D'Amaro

C'è un Serricchio diverso in questo suo più recente lavoro poetico, L'orologio di Dalì, prefato da Davide Rondoni. L'antico fabbro che è in lui batte con più forza sull'incudine della lingua il martello della sua umana esperienza, facendone sprizzare scintille più roventi, voci più urlate ed esigenti. Di fronte al tempo che si liquefà Cristanziano Serricchio convoca il tribunale della memoria: che è giustizia, che è onore, che è la vera gloria dell'uomo. Lo immaginiamo così nella sua officina di Manfredonia, chino e solo su un foglio di carta: da quella minuscola specola riguarda il mondo-universo e le singole forme dell'umanità, quel che ha imparato e quello a cui ancora aspira, il ricordo dell'antico paese e l'archeologica sovrapposizione di altre civiltà. La sua ricerca sembra inesauribile, il suo testimoniare la ricchezza della vita non smette mai di alimentarsi di immagini e di proiezioni morali, di constatazioni sconsolate e di rinnovati colpi d'ala. Nato sul montuoso Gargano, Serricchio si rivela sempre più uomo di mare, aperto a traguardi infiniti, a mete che si indovinano sull'altra sponda.
Che sarà mai questo viaggiare? Che significato avrà mai la fine di questo viaggio? E altri prenderanno in consegna gli strumenti e le mappe tracciate? Tra gli oggetti più amati certamente una polena, che l'autore trova in soffitta: " In soffitta un luminio nel buio / per vederti stanca di tempeste,/ donna a prua di lignee avventure, /sbarrati gli occhi a rotte infinite / a improvvisi arrembaggi, tu ed io, / cruenti corpi a corpi di verità e idee". È un segno di avventura, di conquista, di sfida, che prelude ad altri orizzonti, che si adegua ad altre trasformazioni, che si identifica in un moto immane di eventi e alla fine ritrova l'eterno orologio di Dio, la logica misteriosa di un ciclo cosmico. Viaggiare significa anche tornare all'inizio: certo ripassare gli anni, fermarsi ad un fiore, guardare un gatto ritto sul ferro del balcone, sentire i rumori del porto, ma anche cercare "un canto ultimo /al vento forte del vivere e dell'amare, / alla tenera luce del morire".
La verità di Serricchio sta in questa scoperta di un destino circolare delle cose, di un destino che comunque non risparmia dal sentire l'assurdità e la follia di vicende e fenomeni di questi ultimi anni. Affacciati a questo millennio, niente risparmia lo spettacolo del mondo: guerre, cataclismi, imbarbarimento sociale, violenza diffusa, cadono sotto la penna del poeta. Difficile, allora, conciliare la parola con gli atti, la realtà con l'idea.
La "Chiarità di ciò che resta" (come recita il titolo dell'ultima sezione del libro) fornisce una chiave di interpretazione. La speranza sta nelle piccole grandi cose, negli affetti che invocano la nostra mano, nel dono di un figlio che ci restituisce bambini, nel sorriso superiore di un gesto o di un atto d'amore che riaffermano la bontà di quel che siamo, la realtà di quel che siamo diventati. Una ancora cristiana attestazione di sovrana speranza da parte di Serricchio di fronte alle domande ultime e all'assurdità del mondo e del tempo che hanno forgiato comunque un'anima.

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