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Danzè Patrizia, Orhan Panuk alla Fiera del Libro

SAGGI

Orhan Pamuk alla Fiera del Libro
di Patrizia Danzè


Un giorno lessi un libro e tutta la mia vita cambiò”: è il bellissimo incipit di La nuova vita, il romanzo di Orhan Pamuk nel quale ricorre qualche allusione a Dante Alighieri. A cominciare dal titolo, per continuare con la storia dell’amore-illuminazione per una donna-angelo, Canan, che cambia la vita del protagonista, Osman. La prima volta che Osman vede la bella Canan, una studentessa d’architettura, lei ha un libro in mano, lo stesso che lui leggerà voracemente e che gli cambierà definitivamente la vita dopo un viaggio straniato alle radici del dolore del mondo, nell’abisso della vita e della morte. Da quando ne legge le prime pagine, da quando vede la ragazza per la prima volta, una luce talmente forte fa brillare e addirittura acceca la mente di Osman, che da quel momento cerca la sua nuova vita, dopo aver smarrito quella di prima. Paura, solitudine, smarrimento, panico, entusiasmo, speranza, amore: ciò che il libro mostra con violenta emozione ad Osman è lì, nella profondità della sua anima ed egli lo capisce solo leggendo. Perché soltanto la lettura recupera un tesoro che giace sul fondo del mare da secoli e lo riporta in superficie. Dopo, dopo la lettura profonda di un libro non si può essere più uguali a prima.

Orhan Pamuk, lo scrittore turco vincitore del Nobel per la letteratura 2006, lo ripete a Torino, dove è stato uno degli ospiti più attesi della Fiera del libro 2009. Anche lì, tira fuori dalla “valigia di suo padre” (colui che lo iniziato ai libri con la sua grande biblioteca e la sua passione per la scrittura) il suo mondo interiore e racconta, intervistato da Marco Ansaldo, della sua scoperta di una “nuova vita” grazie alla lettura. Una lettura “radicale” -dice- è quella che ha una carica esplosiva e che consente di trovare un mondo nel libro. Lui lo ha trovato in Tolstoj, Dostoevskij, Mann, Proust e nei nostri Manzoni, Gadda, Calvino. E, ovviamente, in Dante, e anche in Borges. Autori letti e riletti, sedimentati nel suo io narrativo: di Calvino apprezza le Lezioni americane, il suo vero punto di forza perché danno la misura della sua leggerezza, dello humour e della serietà insieme. “Grazie a Calvino e a Borges” dice “ho imparato a scrivere romanzi storici in maniera soft, perché è difficilissimo scrivere un vero romanzo storico, e invece da Borges ho appreso la lezione di Gadda, che ho letto, infatti, solo dopo aver letto Borges. Così, dal romanzo poliziesco-filosofico di Gadda, ho capito che aveva ragione Borges quando diceva che gli indizi di un poliziesco portano tutti a un centro della storia e che nel romanzo avviene la stessa cosa. Si scopre sempre qualcosa che riporta al centro, come avviene anche nei bildungsroman tedeschi”.

Gli italiani amano molto Pamuk, i suoi romanzi pieni di colori e di dettagli, la sua scrittura piana e profonda, ricca di cose, di oggetti, di particolari, di vita. Molto apprezzato Neve, dietro al quale ci sta una storia di impegno civile e una partecipazione da reporter. “Tutto cominciò” racconta Pamuk “quando mi venne in mente di scrivere un romanzo politico. All’epoca, negli anni Settanta, avevo sia amici maoisti sia ragazzi-bene con idee radicali. Frequentavo questa gente e dunque il romanzo politico ci stava bene. Ma poi, negli anni Ottanta, ci fu un colpo di stato militare e riposi quel romanzo in un cassetto dove è ancora, lasciando quel filone. Molti anni dopo decisi di scrivere nuovamente un romanzo politico, dell’India in ascesa, dell’influenza dell’Iran sulla Turchia, delle ansie dei ricchi turchi secolarizzati. Cercavo un luogo dove ambientare questa storia e lo trovai a Karesa, nel nord-est della Turchia. L’unico modo per capire che quello era l’ambiente giusto per la mia storia era andarci e così ci andai. Ricordo che nevicava molto, per cui decisi di intitolare il mio romanzo Neve. In realtà a Karesa c’ero già stato da ragazzo e quando ci tornai la trovai molto attraente, così malinconica e con i resti della cultura russa. Tuttavia non conoscevo nessuno e tra l’altro c’era la guerriglia con i movimenti separatisti. Così ebbi un contatto con la polizia che anticipò la notizia dell’arrivo dello scrittore nazionale, diffuso persino dalla Tv. Dunque, quando arrivai fui accolto da tanta gente che non aspettava altro che raccontare le sue storie. Scrivevo interviste (le raccolsi in venti nastri circa), facevo riprese con la telecamera e le mandavo ai miei amici; insomma da quel contatto quotidiano con la gente, da molte di quelle storie vere è venuto fuori il mio romanzo. La gente di là si lamentava sempre della povertà, tutti facevano a gara a darmi informazioni, ma poi era quella stessa gente che mi chiedeva di non scrivere cose negative su di loro. Insomma, Neve è nato da questo contatto speciale con la gente, perché credo che la letteratura si rivolge al lettore sia per dire la verità sia per trovare un varco”.

Se Neve è lo splendido prodotto di un’esperienza civile, Istanbul, di cui è inevitabile parlare, anche perché ha premiato lo scrittore con il Nobel, è nato perché questa città-mondo occupa il posto centrale del mondo poetico di Pamuk. Per lui non esiste nessuna altra città, nessuna altra vita che possa essere paragonata a Istanbul. Dove vive, a parte un triennio americano, da cinquantasei anni. Stesso palazzo di famiglia, stesso panorama, solita finestra - dice- solito viale, solito platano, solita bottega di Alaadin con le sue cianfrusaglie. Eppure Istanbul è cambiata, anche se questo, in fondo, è tipico di Istanbul, cambiare sempre, trasformarsi. Una trasformazione radicale e profonda soprattutto negli ultimi trent’anni.

“Cosicché “ dice lo scrittore “ si può dire che ci sono due Istanbul: una è quella internazionale, che affascina i turisti, ma questa è solo il 10% di Istanbul. E poi c‘è una Istanbul povera, non dico di slums, ma povera, tutt’altro che scintillante, dove la stessa popolazione di Istanbul va poco ed è quella che ho descritto in Istanbul, il cui tratto dominante è il bianco e nero. In questo libro ho parlato di una sorta di melanconia della città, di una Istanbul che rende percettivi e sensibili, dove c’è un senso del vivere che accomuna i suoi abitanti. E’ una sorta di filosofia del fallimento, che potrebbe corrispondere alla concezione giapponese della nobiltà del fallimento, e che è anche un’eredità del misticismo islamico, e cioè quella visione del mondo legata alla malinconia scaturita dal sentirsi piccoli, modesti di fronte agli eventi, alle cose. Tale visione del mondo io l’ho collegata alla mia città, anche se le generazioni successive agli anni Sessanta non sono d’accordo con un’Istanbul in chiaroscuro e la rappresentano invece colorata e variegata. Se Istanbul è in bianco e nero, a colori è invece il mondo letterario di Pamuk: a colori i titoli dei suoi romanzi, colori accesi e miniati come in Il mio nome è rosso. Un’eredità del suo sogno di ragazzo di voler essere un pittore, poi messo da parte per la letteratura: ma in fondo Pamuk, che ha tra i progetti immediati un romanzo sull’amore, Il museo dell’innocenza, da pubblicare in Turchia, scrive da pittore, con una cura minuziosa per i dettagli, per i giochi di luce e di colore, tanto che lui stesso si definisce uno scrittore visuale. La pratica della scrittura la esercita ogni giorno, dal momento del risveglio (il più bello – dice – perché si ha ancora la verginità del nuovo giorno davanti e si ha la freschezza di rielaborare quel che la notte ti ha portato) fino alle prime ore del pomeriggio, quando si dedica alla conoscenza della cronaca e della quotidianità che non deve guastare il sacro esercizio della scrittura mattutina.

Quando finisce di scrivere è una persona diversa, perché ci si mette nei panni degli altri e si cambia. La cosa più terribile per un autore, dice Pamuk quando gli si chiede se è riuscito a crearsi il suo mondo o se questo fa parte di un libro a venire, è diventare la copia di se stessi. “Schopenhauer scrisse la sua maggiore opera filosofica e poi trascorse il resto della sua vita a scrivere libriccini di divulgazione. Io non voglio diventare così. Il mio primo romanzo è di un altro me. I primi miei due romanzi avevano un approccio naif, ora io voglio che Orhan sia diverso e diverso voglio farlo apparire ai lettori. Per me” ripete, “scrivere un libro non è solo abbracciare un nuovo universo ma cambiare. Nel cuore di ogni romanzo c’è una forza distintiva propria degli uomini. Solo noi umani abbiamo questa forza che potremmo chiamare compassione, che è il tratto propriamente umano. E il cuore di un romanzo si basa su questo”.


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