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Francesca Mazzucato - Al Charleston

NARRAZIONI

Al Charleston
di Francesca Mazzucato

Al Charleston. Ascoltare un'eco remota e farla somigliare a un canto che spezza il cuore. Avviene controvoglia, indugio, sulla soglia, vergognosamente attaccata a quella sensazione. Passata, sepolta digressione di un tempo di vita e di elisione. Al Charleston. Morsicata. Avvinta dalla morbosità dell'impuro sentire. Volere ancora, vedere, cercare, tu non più compagno, sbattuta via la tela del ragno, morire o uscire, indenne come una statua senza braccia e con la testa pronta a cascare. Tornare, in quel posto, proprio quello. Al Charleston bussare al precipizio, ascoltare quella musica di godimento che scorre, quella appena percettibile ma presente, nella capiente sala del locale, tremare e godere. Questo vuol sempre dire, ritornare.Adesso è il tempo del diazepam, allora era il tempo del vino e dell’amaro. Ma il posto è quello, l'indirizzo scritto sulla pelle del braccio coperto e la porta sempre visibile dall'occhio sulla nuca, quello che deglutisce ogni giorno lacrime di nascosto. Tornare, e invece dell'obesa folle e innamorata dalla pancia gonfia e tirata assomiglio a una donna non più condannata. Come ero allora.
Da braccio della morte senza giustificazioni. Da aggrovigliamo le dita, morsichiamo le labbra fino a lasciar colare il solito vino, da rotoliamo per terra e violentiamo le piastrelle coi nostri corpi, piastrelle di un freddo che non percepisco, complici di un piacere da far vedere(era così bello, così bruciante, così devastante e da rinascita urgente), da far vedere senza che nessuno ci voglia dire basta. Senza che ci vengano fatte smorfie dure di disprezzo per un amore di carne e corpi e lingua e bava e umori, così esibito, così stordito e rimbecillito, senza accenni di fastidio per un desiderio di corpi possidenti( questo eravamo, possidenti delle carni, tu della mia abbondanza io del tuo corpo con i segni del tempo ancora clementi).
Tornare in quel posto, proprio quello, al Charleston, con l’ingresso serrato e un corpulento controllore dalle vesti come un rito funebre ad aprire, il celebrante della fine di quello che è stato, non gli dico ben venuto, o ben ritrovato. Per convenzione si entra e basta, ci si mischia. Tornare al Charleston e respirare a fatica, qualcosa pulsa e rimbalza, qualcosa arroventa e incalza, tornare al Charleston senza. Senza quella donna che ero, il profilo grasso è rimasto nei chili sciolti, nei chili dissolti che hanno modificato la fisionomia. Senza quella donna che beveva fino a uno stordimento che la rendeva utero accogliente per il bambino gaudente che la seguiva. Mi sentivo la regina di un mondo i cui contorni erano confusi dalla luce fucsia dell’insegna del Charleston – 24 ore. Mi sentivo la regina di un mondo che lasciavo invisibile attorno, anello di congiunzione, occhiali appoggiati sul tavolo rettangolare e poi la bocca. La bocca sulla tua e poi le mani, in pubblico, addosso, fra trans e checche deliziate appena uscite dai loro buchi- pancia piena, dalle loro tane – protezione e nutrimento. Fra trans e checche in fermento, delicate e attente a ogni gesto, alla sua mano fra i miei seni, alla mia sul suo resto perfetto il contesto nel Charleston com’era. Come ci sentivamo, dentro a un rave senza fine, morsicati e inseguiti dall’urgenza e dalla perfetta coscienza di avere un tempo destinato a frantumare prima del bicchiere o forse insieme. Io al Charleston allora. Clamorosamente facile lasciare emergere la nostalgia come un gorgo che brucia. Clamorosamente facile sentire che nulla era stonato. E poi rivivere stropicciando gli occhi e fregandomene dei compagni casuali che condividono il tavolo per caso o per accidente, rivivere la caduta a precipizio di ogni volta che lo guardavo negli occhi, di ogni istante in cui infilavo nei polmoni un grumo d’aria per continuare a baciarlo senza respirare.
Ora, essiccata, diversa, dimagrita e persa, quasi tremante ci sono tornata. Coraggio da gigante della mitologia, il poterlo fare, l’averlo fatto senza fuggire via e nemmeno bussare. Ora, essiccata, diversa e spersa ci sono ritornata con avventori? conoscenti? Casuali compagni di viaggi liquidi non più come l’insegna ma come una boccetta di smalto, una delle tante. Vergognosamente difficile sperare che potessero intuire, avevano le loro intimità da esibire, un esagono quasi perfetto all’inizio, poi mozzato ma condito di dettagli che ricostruivano interni, mai diversi, sempre carichi di profumi di casa e famiglia e pronografia che sia monosessuale matriarcale o patriarcale non ha nessun valore non ha nessuna differenza sostanziale.
Per questo noi eravamo due individui soli, agganciati e tatuati nelle pelli e negli umori, ma soli, crociffissi e peccatori, con cicatrici e segni, con congegni perfetti, eravamo distratti e perversi, diversi. Vivevamo solo la ricerca dell’esterna buona, conturbante e precisa, del di fuori accogliente e della tana provvisoria ma adatta. Della tana sfatta perfetta per scopare in fretta, per scambiare parole d’amore da barattare in un solco di sole alle otto del mattino ma mai davanti a un cucinino, a un tacchino, a una casa accanto a un cimitero, a un posto intero, con mura e letto possibilmente matrimoniale o divisibile o discutibile nella posizione, ma sempre letto sempre situazione di tipo non individuale, senza vera passione, con istinto di esplorazione e di stampella che puntella la deviazione, lo squilibrio e lo sbandamento nell’assenza di un vero tormento affettivo vissuto da dentro, destinato a essere portato da un vento di calore e di dolore, in ogni caso un alibi migliore per quel senso- non senso che proviamo a dare a tutto quello che ci riesce di praticare.
Al Charleston tornare. Diverso. Niente fumo, niente alcol dopo una certa ora, decisione mista di una verde e del sindaco comunista che se ne fotte della tana già malvista che ha filmato il mio corpo e la sua profanata unione, tutta individuale, che se ne fotte della tana dove tornare fa male a trovarla sempre bella e calda ma di un calore disperdibile, inservibile, diseguale, da buttare, di che cosa me ne posso fare? Al Charleston, tornare fra sconosciuti conosciuti variabilmente cari ed estranei, estranei gli astanti, cari i distanti prestanti transessuali sorridenti, con rifatte tette e denti nelle pieghe delle vesti le tracce delle pesti e delle turbolenze attese, delle occasioni arrese e di tutte le prese. Al Charleston controllato, militarizzato nel possibile, ma ancora luogo udibile, dove risuona un rintocco ormai lontano, di una passione individuale, della nostra bomba pronta a scoppiare, sul crinale d'assalto, in prima linea, zoppicante, obesa e alcolizzata ma magnifica e santificata, da condividere per il tempo di bere, nessun interno da possedere, hotel trestelle e una chiave per scopare e scopare fino al sorgere completo di quel sole che dalle vetrate si era cominciato a intravedere e per sentirci diversi nel sentire, randagi nel comprendere le ragioni dell’essere(quali?) e le ragioni dell’amare(allora parevano nitide e precise, adesso sono recise ma così doveva essere e andare). Al Charleston. Tornare. Che acrobazia, che turbamento, prigioniera di un portento fra alcol e senza vergogna, attorno nessuna gogna, ora ne hanno montate di piccole e mascherate che non lasciano spazio. Neanche due passi per aiutare il frocio bulgaro a togliersi il belletto, neanche due passi verso il tetto, la parte superiore che rendeva quasi superfluo l’albergo a ore.
Al Charleston tornare, le tue labbra mi colpivano a bersaglio, adesso ascolto qualche dettaglio di storie di altri che sono tutte somiglianti e distanti che mi sembrano abbagli , giochi di specchi , riflessi un po’ cari e un po’ maledetti di amori soli e di cuori con scintille soffocate e rese tranquille e incanalate, coccolate, cucinate, ripulite, risarcite, pettinate per far splendere i lunghi capelli piatti e i peli dei gatti( non possono mancare si poteva fare un sondaggio nel locale, quale animale? Quale vantaggio traete dal trasporto di un simulacro sull’animale? Dall’amore filiale trasfigurato?) Gatti e cani, forse pesci rossi e dover sorridere e dire che belli, i gattini carini bellini, ciccini,(tu non li avevi, non li accarezzavi) che belli che emozione che promessa riempire la casa con la loro andatura, con la loro furbissima e lenta postura, che belli si mi piacciono figurati, vuoi che non ami gli animali?Vuoi che non mi senta un paio d'ali ogni volta che pare miagolare qualcuno nella zona? Vuoi dire, io così buona? Potrei bestemmiare fino a un punto. Fino a un certo livello ma mai dire che un micio non è bello ad astanti compagni accanto per caso e per qualche clamoroso incanto che sorge e cessa a comando di discorso, che si interseca col disagio, che cammina troppo adagio rispetto al mio ricordo, a tutta quella nostalgia.Al Charleston, ritornare. Non più 24 ore? Devo vedere al mattino, ripassare per un cappuccino sperando non ci sia un militare con accanto un cecchino bambino col fucile spianato. Col sindaco e le ordinanze, le modifiche e le spettanze, non si può sapere, bisogna andare a vedere.
Ma non ci saranno più sere. Non lo posso fare. Al Charleston, ancora, ritornare.


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