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Francesco Consiglio - Qualunque titolo va bene. Romanzo a pezzi

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L'elogio della follia

FRANCESCO CONSIGLIO
Qualunque titolo va bene.
Romanzo a pezzi

Iacobelli editore,
pp. 208, euro 12

Seia Montanelli

Il romanzo d'esordio di Francesco Consiglio, classe 1965 - siciliano d'origine e lancianese d'adozione, autore di racconti, giornalista, artistoide, agente immobiliare - non solo non ha un titolo vero e proprio (è stato pubblicato come Qualunque titolo va bene. Romanzo a pezzi), ma non si sviluppa in una trama degna di questo nome, non rientra in alcuna categorizzazione critica, non vede una netta separazione tra protagonista, voce narrante e autore, e neppure finisce: dopo il capitolo in cui si svela il colpevole (pretesto del romanzo è una morte misteriosa), iniziano una serie di capitoletti in cui si riprende il filo della storia e si racconta quanto succederà dopo ai personaggi della vicenda; e anche dopo, c'è un altro capitolo che si chiama ovviamente "Dopo la parola fine" e un altro ancora intitolato "Eccetera". E poi questo di Consiglio e del suo alter ego, Lamaiola, è uno dei pochissimi libri che ancora prima di venire pubblicati partono con una dotazione di tre recensioni a dir poco sospette: una apocrifa di Chuck Palaniuk, una stroncatura del padre dell'autore/protagonista, e un'autocritica dell'autore. E per non farsi mancare niente, la dedica del libro si trova nelle ultime pagine: "A mia nonna Lella".
Che Qualunque titolo va bene sia un libro curioso lo dice già la quarta di copertina che lo definisce "un libro fuori dal canone", ma poiché è bene non fidarsi mai delle quarte, per rendersene conto da soli basta sfogliarlo: frammentario, diviso in capitoletti brevissimi dai titoli spesso lunghi (a volte mancano del tutto o si chiamano "Senza titolo"), ci si trovano riproduzioni di lettere, elenchi, trascrizioni di dialoghi e di intere puntate di programmi televisivi. Del resto il sottotitolo del libro è "Romanzo a pezzi".
Il lettore tradizionalista che invece cominciasse a leggere il romanzo dall''inizio alla fine senza sfogliarlo preventivamente si troverebbe davanti uno strano ibrido che prende le mosse da un omicidio (quello della quarantenne Anna Grazia Diamanti) per poi abbandonare del tutto le regole del genere, ma anche di ogni tipo di narrazione standard, e spaziare dalla meta-letteratura (l'autore che riflette su quanto va scrivendo, approvandolo o criticandolo) all'autobiografia, con la storia di un gruppo di ragazzini cresciuti facendo marachelle e la vita di un piccolo paese dell'agrigentino: un meta-romanzo, direbbero quelli che parlano bene e vivono di definizioni. Un romanzo originale, dico invece io, che - sbrigate le operazioni critiche necessarie - mi sono divertita a seguire il flusso delirante della (non)narrazione, tra un'ambientazione paesana surreale (l'inesistente Pian della Repubblica: "novecentotredici case a schiera"), la descrizione di esilaranti dinamiche familiari, con il protagonista che vorrebbe essere figlio dei coniugi Cunningham della serie tv "Happy days", personaggi sopra le righe, finti carabinieri, veri inquirenti, violenti assassini (provvisti tuttavia di attenuanti), e decine di considerazioni amare sulla fatica dello scrivere e la difficoltà di sfondare come scrittori, costantemente in bilico tra la volontà di fare letteratura e la necessità di seguire il mercato: "Che sorpresa, - mi dice nella testa quella parte della testa che mi schifa, - devo dire che funziona, il tuo progetto di romanzo, il problema è l'intenzione di ficcarci dentro il giallo, a tutti i costi. C'è la moda del poliziotto che scrive, dell'avvocato che scrive […] - Pensaci, - mi dice quella parte della testa che mi schifa, - pensaci, aspirante. Lascia stare il giallo e osa: scrivi un romanzo per la Letteratura".
Frammentario, apparentemente sconclusionato, costruito su un continuo gioco di rimandi tra fiction e auto-fiction, scritto per confondere il lettore e divertirlo con una narrazione sconnessa e del tutto extra-referenziale che non manca però di una struttura solida ancorché arzigogolata, Qualunque titolo va bene ha la sua forza soprattutto in una scrittura felice che ricorre all'ironia come vero strumento retorico e utilizza il gioco ormai scoperto e abusato delle ripetizioni di parole e frasi - Paolo Nori docet - non tanto per ricalcare il linguaggio parlato o per dare ritmo al periodare che già da solo scorre piacevolmente, quanto per reiterare persino nello stile, quell'elogio della follia che è manifesto programmatico di tutto il libro: niente è come sembra, la letteratura scompone e scombina, lo scrittore è sostanzialmente un uomo che cerca di mettere d'accordo le voci nella sua testa per crearne una ex-novo che racconti delle storie. Le parole, insomma, vengono viste e usate come ossessioni gentili.
Mi pare quindi che alla fine Francesco Consiglio abbia ascoltato "la parte della sua testa che lo schifa" e abbia scelto di "scrivere un romanzo per la Letteratura", senza prendersi (o prenderla) troppo sul serio.

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