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Francesco Gianino- Modena

NARRAZIONI

Modena
di Francesco Gianino


Mimmo è sulla cinquantina, ha un trascorso di chitarrista. Sembra fatto di distensivi chimici. La moglie è andata via di casa ed è entrato in depressione. Si lascia andare senza fare niente, neanche dorme tanto è il nervoso. Cammina per casa tutto il giorno. Pensa ad Ada come un matto. Qualche volta per strada piazza sotto il naso dei passanti la foto tessera della moglie. «La conosci?» dice. «Guarda quant’è bella mia moglie! Non è bella? La conosci? L’hai vista?». Da quando lei non c’è più, sono trascorsi un bel po’ d’anni, e c’è stata una primavera in cui si è bizzarramente invaghito di una femmina già maritata. Le ha dato ospitalità in casa, addirittura. A lei e al marito pure, che lavorava tutto il giorno nei cantieri di Librino. «Anna, sei la luce che ho smarrito» le diceva. Glielo ripeteva quando rimanevano soli. Non era geloso sebbene ci fosse quell’altro in casa, anzi. Qualche volta le chiedeva un bacio. Quando le chiedeva un bacio mostrava la funcia, strizzava gli occhi, e rimaneva col naso per aria.
Qualche volta Anna lo baciava.
Sardella invece ogni sera timbra il cartellino al Plaza. Il locale si trova nel cuore della città, i tavoli sono all’aperto, e quando c’è vento sono investiti dall’odore di braciola equina che agguanta le viottole della pescheria. Lui abita in questa zona. Si è trasferito da poco, perché non ci sta più con la testa, anche lui. Aveva abitato un monolocale al secondo piano, in una zona della città frequentata da senegalesi e cinesi. Era comodo, a due passi dalla sala prove. Ma una mattina è svegliato da un fracasso assordante. Spalanca gli occhi. La parete divisoria s’è sfaldata come un uovo di Pasqua. Aveva dimenticato che era scaduto il contratto d’affitto ed erano cominciati i lavori di ristrutturazione. C’ha ficcata in testa Liliana. È un chiodo arrugginito, ormai. Come un lavoro continuo. Quando gli operai buttarono giù la parete, Sardella la stava sognando. Sognava di viaggiare in auto, percorreva tornanti in montagna, ad ogni curva cadeva uno strapiombo. Egli saliva, e più saliva più la carreggiata stringeva e lo strapiombo scivolava sotto le ruote dell’auto. S’alzava di quota, e la salita era un imbuto fino a strangolare il fiato. L’ultimo tornante girava nel vuoto, l’asfalto scompariva sotto le ruote e l’auto faceva un volo. Sardella planava, ma poi precipitava come un aquilone senza vento. E mentre cadeva giù, il volto di Liliana si piantava davanti al parabrezza e rideva. Poi improvvisamente Sardella era di nuovo in carreggiata, aveva un’altra possibilità. Correva di nuovo e puntava alla cima. Riprendeva la corsa via via più stretta, il precipizio s’allargava, la carregiata si restringeva, e di nuovo la curva che girava nel vuoto e poi precipitava a mare. Stavolta Liliana non c’era. Quando aprì gli occhi, le polveri dentro la stanza impedivano una normale respirazione e irritavano la mucosa nasale.
Mimmo durante il giorno non fa niente di particolare, guarda la tv, passeggia in giro, dorme, incontra un’amica che abita in via Reggio. È una di colore, si chiama Holla, una tipa con le treccine nere fitte e nodose. È robusta, coi denti macchiati e la pelle molto scura. Si conoscono da un paio d’anni. Mimmo le regala le calze nuove; lei lo fa entrare in casa e lo sistema dietro la porta, sopra una sedia di legno pieghevole. Lui poggia la testa sul battente della porta, socchiude gli occhi e guarda in alto le macchie di umidità che mangiano il soffitto imbiancato a calce. Può anche sbirciare dal buco della serratura e guardare qualcos’altro, ma se non lo fa in tempo vede solo un lavandino rosa e l’asciugamano appesa. Qualche volta Holla lo ha fatto stare dentro la stanza, sopra un pouf rosso. Mimmo è ormai parte del mobilio, e alcuni clienti non ci fanno caso, anche perché lui sta zitto, non si muove, e dopo un po’ è come se là dentro non ci sia nessuno: è volato via, trasparente come l’aria quando non c’è vento.
La casa è l’unica cosa che è rimasta di proprietà a Mimmo: un trivani al primo piano con terrazzino, dove Anna coltivava i gerani e le petunie, le annaffiava pazientemente sperando che la fioritura di primavera avrebbe colorato l’appartamento. Mimmo voleva bene ad Anna, le preparava la pasta coi gamberi. Quando era particolarmente ispirato, in assenza del marito, le serviva la colazione a letto. Ma Anna si lamentava un giorno sì e l’altro no, perché lui era così, troppo dolce e troppo tenero; e sembrava che non avesse altro da fare. Era dolce e tenero, una specie di bambino; e quando lei lo sentiva sulla pelle quel sentimento, le dava troppo fastidio e s’irritava per delle sciocchezze. Suo marito torna a casa la sera, mangia e si corica già stanco. È una condizione provvisoria, lo dice sempre, perché potrebbero andarsene da un giorno all’altro, aspettano solo delle risposte di lavoro e non possono decidersi diversamente. Ma a Mimmo stava bene che lui dormisse là dentro, perché così c’era anche Anna e li poteva vedere insieme. Era un modo, il suo, di ricordarsi di Ada. Riciclava, in qualche modo. Quello tornava la sera tardi, qualche volta si guardava la televisione; Mimmo allora poteva andarsene via per qualche ora, senza innervosirsi troppo. Andava fuori e incontrava Sardella. Ordinava un bicchiere di gin con succo d’ananas. Si incontravano al Plaza e stavano seduti al tavolo guardandosi in giro. Gli altri amici lavorano fuori, hanno preso famiglia, non escono la sera. Loro invece rimangono seduti al tavolo, ricordando qualche momento della giovinezza, qualche episodio stravagante. Poi Mimmo ritorna a casa, dorme sul divano letto della cucina. Qualche volta si corica anche nella stanza matrimoniale, su di una piccola branda in ferro a ridosso della parete. Anche se dentro ci sono gli altri due, questo non importa perché sono d’accordo e lo sanno. Una volta Holla aveva detto a Mimmo di salire sopra il letto perché glielo aveva chiesto un cliente un po’ capriccioso. Ma Mimmo non se l’era sentita. Se al posto di Holla ci fosse stata Ada, avrebbe fatto di tutto per averla con sé, non l’avrebbe divisa con nessuno. Se avesse rivisto Ada, le avrebbe raccontato che avrebbe lavorato subito e non avrebbe ricevuto più il solito mantenimento dello Stato; le avrebbe chiesto scusa mille volte perché non era stato un marito come si deve, non sapeva mica che l’amore, privo di tutte le altre cose della vita, è una babbiàta. Quando Holla gli aveva chiesto di salire sul letto, lui aveva fatto finta di non capire. Lei allora si era alzata. Le pendeva tutto davanti, aveva il solito triangolo nero in mezzo. S’era chinata sulle sue ginocchia e aveva cominciato a sbottonargli i calzoni. Il cliente invece si era morbosamente rannicchiato sulla punta del letto e non aspettava altro che vedere come andasse a finire. Ma Mimmo si alzò dal pouf rosso, aveva tirato su i pantaloni e andò via. Ma l’indomani tornò da Holla. Le aveva comprato una culotte pizzettata in cotone elasticizzato bianca e le chiese scusa. Holla aveva indossato subito la mutandina, anche se era un po’ sprecata intorno ai suoi fianchi robusti.
Spiros è il proprietario del Plaza, e si è ingelosito. L’ha presa di canto e le ha fatto una sfuriata. Non era mica scemo e non se l’era bevuta tutta quella confidenza che aveva col tipo. Liliana parlava troppo con Sardella, e c’erano state serate in cui sembrava fossero due piccioncini. Ma era solo gelosia. Quando Sardella le ha fatto una dichiarazione d’amore, tutto è andato a puttane.
«Ti voglio bene.» le ha detto Sardella. «Vedrai che non scherzo. Ti offro tutto quello che sono e che posso fare, e potrò fare molte altre cose per te.»
«Questo lo dicono tutti. Non c’è mai nulla di nuovo. Cosa vuoi fare dunque per incantarmi? Digiunare per otto giorni, incatenarti sotto casa mia, presentarmi tua madre...» Lilana rideva. Stavano in piedi, davanti alla cassa. Spiros girava per i tavoli, era più che mezzanotte. Lei era di fretta. «Allora mi dedicherai solo belle canzoni?» ha continuato a dire e gli ha lasciato un bacio un po’ attaccaticcio sulla guancia. Sardella non prometteva nulla di buono e aveva sempre le ragnatele nelle tasche. Lei aveva i capelli crespi, occhi tondi, la schiena dritta. Manteneva un portamento da gran signora. Certe cose non le prendeva facilmente sul serio. Sardella le aveva raccontato la propria vita, un po’ precaria un po’ fricchettona. Era andato a vivere in Inghilterra. Contattò una band della city su internet e partì con le bacchette della batteria dentro la valigia. Dopo i concerti tornava a casa in mezzo alla nebbia. Mangiava baccalà e patatine fritte. Divideva la casa con altri ragazzi. C’era anche un tedesco che faceva l’erasmus. Il tedesco si chiamava Arnold. La casa era piccola, ma tutti avevano una stanza, tutti tranne Sardella che dormiva nel divano vicino al bagno e posava la sua roba dentro un armadio riposto per disuso dentro lo sgabuzzino, insieme a scope detersivi secchiello e stracci. Era pur sempre una buona sistemazione per chi a fine mese c’arrivava con le fette biscottate. Qulche volta, di notte, era svegliato da Arnold che tornava dalle gozzoviglie comunitarie e vomitava tutto dentro la tazza del bagno, senza tirare lo sciacquone. La Cover band di Londra si chiamava Without ending ed era composta da Gerard di Helsinky alla voce, Brian di Edimburgo alla chitarra, Fiona di Liverpool al basso. Sardella, ovviamente, suonava la batteria. Fecero una decina di concerti ottenendo un discreto successo, ma pochi soldi. Gerard si sparava di acido prima che iniziasse a suonare. Si procurava della roba di ottima qualità, gliela portava un tipo vestito con un abito gessato grigio, sembrava un gangster degli anni venti. Tirava la roba fuori da una ventiquattr’ore: le pasticche e l’erba erano custodite dentro sacchetti di plastica trasparenti. Gerard i soldi li teneva in tasca, appollottolati. Poi si appartava insieme a Fiona, dentro una Ford station vagon blu metallizzato. Lei era biondissima e anoressica. Chiavavano in macchina con un’attenzione metodica agli esiti finali, concentrati come se stessero giocando a freccette. Brian, invece, aveva studiato per fare il pastore protestante. Oltre alla chitarra suonava il violoncello. Lo amplificava e suonava un insolito Bach elettrico. Quando Gerard disse - era un pomeriggio grigio e bagnato - che doveva ritornare in Finlandia per lavorare nello studio legale del padre, Brian, deluso, se ne tornò anche lui nella sua Edimburgo, per continuare gli studi in teologia. Fiona scomparve, forse aveva litigato con Gerard. Sardella rimase da solo a Londra e cominciò a bere. La mattina dormiva e la sera, smunto e allampanato, andava in giro in cerca di una nuova band che non trovò mai. Rimasto senza soldi, ritornò in autobus a Catania.
Mimmo in effetti possiede tutto un mondo di pensieri. Crede in dio, un dio che è dappertutto. Dice che i pensieri sono dio, e i pensieri cattivi sono dio che si arrabbia con l’uomo che non dà amore. Ogni cosa è dio, quindi bisogna sopportare pazientemente. La parola amore è un sorriso d’emergenza, che copre dirupi e rovine personali, e accetta i paradossi esistenziali. «Non fai niente, dovresti lavorare, fare qualcosa, e non mi toccare…» ripeteva Anna quando Mimmo le carezzava le spalle e strizzava gli occhi dolci. «Non guardarmi, mi spaventi!» continuava la donna. Egli le chiedeva scusa e diceva che non l’avrebbe accarezzata più, gli bastava guardarla. Lei faceva l’imbronciata, innaffiava i fiori, cucinava, finché non sarebbe tornato il marito. Lui diceva:
«Mimmo, questa è casa tua, ma non puoi approfittartene!»
L’indifferenza ha ferito anche Sardella. Liliana non gli ha rivolto più né sguardi né parole, dall’oggi al domani, dopo l’ultimo volta che si sono incontrati. Ma lui continua a piantarsi al Plaza come un Dobermann e guarda Liliana sfilare tra i tavoli.
Mimmo invece ordina un gin con succo d’ananas.
«Liliana, ce l’hai con me?», le chiede un giorno Sardella.
«Perché?»
«Non mi parli più, non mi saluti, non vieni al tavolo …»
Sardella vuole una spiegazione, è avvilito.
«Sto lavorando!»
«Quando finisci di lavorare?»
«Sono fidanzata, Sardella.»
«Lui è venuto dopo di me!»
«Dopo che cosa?»
«Non puoi giocare coi sentimenti!»
«Non vuoi capire.»
«Sei un’ipocrita!»
«Ma vattene! Non ti ho mai dato motivo per farti illusioni!»
«Cosa c’è in me che non va, Liliana?»
Liiana se ne va, Spiros invece gli ha fatto cenno di smammare.
Mimmo ha una teoria, in generale. Le cose degli uomini vanno sempre in una direzione, che è quella di dio; il vento è la rabbia di dio. La verità è il mistero di dio. L’amore avvicina a questo mistero e spiega perché le cose vanno storte. Le cose vanno storte perché non se ne comprende la verità. Se avessimo gli occhi di dio ogni cosa starebbe al proprio posto. Le cose vanno storte, diceva Mimmo, perché abbiamo pensieri strampalati.
Qualche volta Anna non dormiva quando Mimmo rincasava. Lui dava una sbirciatina dentro la stanza e si stiracchiava in un angolo, sopra la brandina, e stava lì a guardare finché gli occhi non si fossero chiusi. Ada se n’era andata via. Aveva conosciuto un rappresentante di caterpillar di Modena. S’era portata con sé la figlia di undici anni e tutte le proprie cose: vestiti, libri, soprammobili, un quadro, la riproduzione degli angioletti di Raffaello appesa sopra la spalliera del letto, per dodici anni. Mimmo non suona più la chitarra, pensa che serva a poco, ormai; il gruppo s’è sciolto. Il batterista fa il cameriere a tempo pieno, la cantante è diventata mamma, il bassista è andato a Londra a vendere vestiti. Mimmo non ha mai lavorato. Con la moglie è sempre stato premuroso, le sfiorava il volto come se avesse avuto tra le dita petali di rose. Lei invece acquistò un personal computer e cominciò a guardarsi intorno. Entrò in contatto col modenese e decise di incontrarlo. Mimmo, ovviamente, ha sofferto molto, e non c’ha dormito sopra. Ha inghiottito ansiolitici, c’ha bevuto sopra bichieri di gin, è diventato un fantasma che va su e giù per Corso Sicilia e ferma le persone, in maglietta e jeans anche d’inverno, con un sorriso d’emergenza e la barba lunga. Anche Anna se n’è andata, così come vanno via le stagioni. Gliel’hanno detto la sera prima. A parlare è stato il marito, prima d’accendersi la televisione. «Vado a Palermo, domani partiamo» gli ha detto. Mimmo guardava Anna. Anna in piedi osservava il marito. Lo hanno fatto dormire nella stessa stanza, per l’ultima volta. Lei le ha regalato una fotografia in cui era ritratta mentre annaffiava le petunie del terrazzo. Lui ha cominciato a deambulare di notte, con gli occhi spalancati. Dopo qualche giorno Mimmo è stato ricoverato in clinica per disintossicazione da alcol. Sardella era entrato in casa e lo ha trovato supino sul pavimento. La tv era accesa e le pupille dilatate contro il soffitto. Intorno c’erano tante bottiglie di gin, tutte vuote, da una parte all’altra della stanza, tante bottiglie di gin che gli avevano fatto compagnia fino al black out.
Sardella ha tre fissazioni: Liliana, i capelli e il rock. Per guadagnare suona la batteria in una cover band. Da quando la madre ha conosciuto un nuovo amore al lido Polifemo, una notte d’agosto, quando c’era buio in spiaggia e il dj suonava un tango argentino, da allora è rimasto solo, anche lui. Se gli propongono un lavoro, lo prende, ma l’indomani si presenta in ritardo per licenziarsi. Non soffre gli impegni, entra in agitazione, prova mal di stomaco, balbuzie, sudorazione. Fa collezione di lozioni contro la calvizie. Per questo cammina sempre con un cappello di pelle in testa, come un cowboy sbilenco. Un giorno gli si ruppero gli stivali acquistati a Londra in un mercatino di tendenza di Soho. Cercò di ripararli legando la suola e la pelle col nastro adesivo trasparente. Quando in estate torna il suo amico Tonino che fa il professore di lettere a Bologna, girano in città con la Fiat Panda e discutono se sia mai possibile fare avanti e indietro con 4€ di benzina. Non fanno altro che ricordarsi quando a diciotto anni caricavano gli strumenti dentro la cinquecento scappottata e viaggiavano tra i paesini di provincia per fare concerti alle feste dell’Unità.
La teoria del mondo di Mimmo si chiama la teoria dell’ “Infinito minimo”. Dio è tutto. C’è il dio padella e il dio lampadina, dio luna dio libro dio telefono dio occhi dio bicchiere dio luce dio penna dio pantaloni dio occhiali dio cocacola dio tavolo dio sedia dio mal di testa, dio odio dio non ti voglio bene, dio è questa mano, sono questi pensieri, dio è questa fottutissima vita! Alza il braccio, indica qualcosa che cade dal cielo, ma non è niente. Mostra la dentatura a intervalli, la barba di una settimana come spine di rosa bianca. La voce trema, è fragile. Non parla gran che. Guarda avanti. Un bicchiere di gin posato sul tavolo accanto a un altro bicchiere vuoto e un succo di frutta all’ananas. S’alza premuroso, sorride anche strizzando gli occhi. Quando cammina sembra che faccia l’equilibrista sul filo del circo, perché sotto c’è sempre un abisso che lo attende.
Ada abita a Modena e la bambina va a scuola. Ha i capelli biondi e quando a scuola le hanno rinfacciato di non avere papà, s’è arrabbiata di brutto e ha fatto a botte con i compagni. La preside ha chiamato i suoi genitori e Giulia ha detto davanti a tutti che il suo vero papà è rimasto in Sicilia. La preside si è commossa e l’ha perdonata subito. Prima però ha minacciato una memorabile espulsione se avesse alzato nuovamente le mani contro i compagni. Ada per fare contenta la bambina ha deciso che Giulia avrebbe scritto delle lettere al padre. Poi il nuovo papà avrebbe messo dei soldi dentro la busta. Gli occhi di Giulia si sono allargati come stelle e l’idea della mamma le ha strappato un involontario sorriso di felicità.
Giulia scriveva nelle lettere quello che le succedeva a scuola: i compiti, le interrogazioni; riferiva delle amicizie, ma non parlava della mamma né del nuovo papà, scriveva solo che stava bene e che un giorno si sarebbero rivisti. Dentro la busta metteva anche dei disegni, per lo più paesaggi con alberi, case, e un sole giallo coi raggi enormi. Qualche volta Giulia disegnava una pianura verde e una bambina che correva: vi erano raffigurati in schiera tanti alberi dall’alto fusto e le automobili che correvano lungo la statale. Spesso lungo i bordi del foglio c’era una cornicetta coi cuoricini, le stelle e i quadratini variamente colorati. Nella busta c’erano anche dei soldi, e Giulia s’inventava che quel denaro lo stava guadagnando la mamma. Sul retro della busta non c’era scritto l’indirizzo del mittente, solo il nome e cognome. Mimmo rimaneva a leggere tutta la giornata, se la portava didiètro la lettera, e quando riposava all’ombra, seduto in una panchina in ferro della villa Bellini, la riapriva e la rileggeva e cercava di immaginare Giulia che andava a scuola, immaginava i capelli di Giulia, le mani di Giulia, il sorriso di Giulia; e immaginava Ada insieme a Giulia che cenavano, e la faccia severa di Ada che la rimproverava quando non voleva mangiare la verdura o prendeva un brutto voto a scuola. Mimmo le avrebbe risposto tutto d’un fiato. Ma non sapeva a quale indirizzo spedire tante parole. Così, Mimmo passava da Holla, leggeva la lettera e le domandava un consiglio. E lei rispondeva che lui aveva un cuore di figlia. Doveva avere pazienza perché sarebbero tornati e si vedeva che Giulia gli voleva molto bene e lo pensava sempre. Anche a Holla sarebbe piaciuto avere una figlia, crescerla e amarla. Se le succedesse una cosa del genere avrebe dovuto pensare davvero a fare un altro mestiere. Si sarebbe cercata il lavoro in qualche famiglia, anche se sarrebe stato difficile cambiare dall’oggi al domani, ormai le persone la conoscevano per quello che faceva e non era facile. Holla aveva amato un uomo di Secondigliano. Lo incontrava quando scendeva a Catania. Veniva per parlare d’affatri con quelli del magazzino dei vestiti. La pagava bene. A lei piaceva perché aveva un riguardo, una gentilezza che la facevano sentire diversa. Andavano a mangiare al ristorante e le regalava dei vestiti griffati. Avrebbe voluto un figlio da lui. Lo conoscevano tutti, aveva la pistola come un poliziotto. Ma aveva fatto qualcosa e dopo un po’ di tempo era scomparso. Holla non ne aveva saputo più niente. Holla suggeriva a Mimmo di andare a Modena. Non era poi tanto grande Modena e le scuole medie sarebbero state due tre! Mimmo ci pensava a questa cosa, avrebbe dovuto raccogliere qualche soldo, e fare il viaggio in treno per Natale e, perché no, chiedere a Sardella di fargli compagnia. Per Natale con Sardella a Modena. Mimmo sognava ad occhi aperti seduto sopra il pouf di quel piccolo bordello di sopravvivenza, mentre un cliente bussava alla porta.
Poi, Mimmo è stato ricoverato.
L’incubo più frequente era quello di gridare aiuto e non avere nessuno accanto che lo aiutasse. A squarciagola voleva gridare. Si svegliava come se fosse stato colto da un dolore acutissimo, e percepiva ancora l’eco della sua voce, che era un rantolo, un suono inarticolato come quando i cani s’accucciano e non fanno altro. Gettava via la coperta che lo ricopriva sino ai capelli, spalancava gli occhi. La stanza era bianca. Solo una sedia e la tivvù alta, inarrivabile. La lucetta di notte era una stella rossa. La sedia fissa sul pavimento, il letto era una branda di legno montata da un materasso duro da dormirci sopra. Cercava dentro il buio, c’era una sedia bianca da infermeria, il chiarore della corsia dietro la vetrata smerigliata della porta, la serranda abbassata a metà, l’illuminzione della strada, la lucetta rossa della tivvù che si spandeva, s’ingrandiva, che a poco a poco diventava un disegno, una forma un volto, il volto di Ada. «Ada, vieni qui…» biascicava nel dormiveglia. Allungava il braccio, s’allungava con tutto il corpo per toccarla abbracciarla, rotolava giù dal letto.
La baciava, forse.
Il tempo di prendere coscienza e afferrare l’aria malata di Torazina.
Aveva paura che non volevano fargli vedere Ada.
«Fatela entrare!» gridava come poteva, ma non riusciva ad alzare la voce, le parole volavano deboli, rimanevano confuse in gola, e cascavano come piombo ai piedi.
«Come stai?»
Sardella va a trovarlo la sera e gli fa compagnia portandogli qualche ristampa di Dylan Dog.
«Va meglio …»
«Come fai a leggere questa roba!»
«Almeno sorrido», rispondeva.
Dopo un po’ di silenzio prende dal comodino una foto e chiede:
«Sardella, hai visto Ada?»
«Ada è a Modena, lo sai …»
Sardella gli legge le lettere che trova sotto la porta di casa.
Mimmo ascolta e si carica di tanta energia viva in corpo, ma non sa che farsene perche loro non ci sono più, e non c’é neanche la voce di una donna in quel luogo malato. Vorrebbe andare a Modena e abbracciare Giulia, incontrare Ada, capire qual è la realtà e cosa c’è di sbagliato. Vorrebbe riscoprirsi felice come quando sognava di invecchiare con la sua donna. Sardella gli ha promesso che quando guarirà, faranno un viaggio a Modena, insieme.
Poi lo abbraccia, prima di andare via.
A casa Sardella vive da solo.
È triste perché pensa a Mimmo, ma anche per se stesso, che non ha concluso niente di buono, a trentacinque anni. Almeno Mimmo, qualcosa, qualcuno che gli scriveva, ce l’aveva. E con quel qualcosa poteva costruirsi sempre dei castelli di sabbia. Da bambino in colonia Sardella faceva le gare a chi li costruiva più belli, grandi, con i canali interni, le torri coi merli. Da bambini alla colonia con la madre e il padre, erano bei ricordi, e la vita correva ed era tanto facile correre con lei che non si faceva caso a quanto fosse difficile. Si stava beati, negli occhi. I castelli Sardella li costruiva, ed era bravissimo. Sei torrioni laterali, due interni su una base rialzata. Costruiva anche il portone d’ingresso e il ponte levatoio, con la paletta. Sul fossato intorno correva l’acqua attraveso i canali. Nella torre più alta infilzava uno stecchino con una bandiera, quella che portava via la sera dalle coppe gelato del ristorante. Poi, dopo aver fatto vedere il castello a tutti i compagni e ai genitori, li distruggeva a secchiate, e diventava un alleato del mare. Con la forza del mare tutto doveva essere spazzato, annientato.
Sardella si è trasferito in via Garibaldi diciassette. Il balcone s’affaccia sulla pescheria e da lì entra un effluvio di tutti gli odori del mondo. S’è comprato una casacca africana bianca, con le maniche leggermente alate e i lacci sopra il petto. Quando suona con la cover band prende 50€ a serata. Pensa che un giorno Liliana gli chiederà scusa. Sogna ad occhi aperti che un giorno la incontrerà sotto la porta di casa perché avrà bisogno di parlare con qualcuno, parlare delle paure, dei desideri, della madre che non vede da tanto tempo. Lei ritornerà, perché la vita qualche volta è come smarrirsi e non si corre più avanti. Lui invece le racconterà di aver inciso un nuovo disco e che presto sarà tanto ricco da poterla amare davvero. Poi esce di casa, va alla stazione e acquista due biglietti per Modena.

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