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Francesco Gianino - Bedda Civita

NARRAZIONI

Bedda Civita
di Francesco Gianino

Solo il cielo era illuminato, fatto trasparente dalla chiarìa di stelle fitta fitta, come la brillantina sulla pelle liscia di una femmina.
- Fulippo, che ore sono? – sbraitò Tano che stava in mezzo alla carreggiata e faceva il palo. Filippo non rispose, preso com’era a rovistare dentro il portabagagli dell’auto rubata. Stringeva tra i denti una pila elettrica e rimestava tutto quello che trovava dentro. Apriva i borsoni, rigirava magliette, cappelli, sandali, occhiali da sole, costumi da bagno, indumenti griffati, cd taroccati.
Fulippo, che ore sono? - ripeté Tano.
Filippo sbucò la testa fuori dal portabagagli.
Era pelato, barba a cespugli, ovale tondo, un macellaio.
Statti muto – gridò. – È tardi.
Che truvasti?
Statti muto e talìa bonu se ci su cristiani!
Ma non c’era nessun altro intorno. Un cane uggiolava per la campagna. Odore di rugiada. Non giungeva altro che silenzio perso. Filippo tornò a rovistare, svuotava i borsoni e buttava tutto per l’asfalto. Tano era appostato trenta metri più in là, passeggiava nervosamente, a destra e a sinistra.
- Talìa – urlò d’improvviso Filippo – talìa u bastaddu do zu Cammelo!
Tano corse verso l’auto e si tuffò dentro il portabagagli. Sgranò gli occhi. Il fascio di luce illuminava una sostanziosa quantità di neve bianca, roba decisamente preziosa.
- Ragione aveva o zu Cammelo. La roba non si tiene in casa, mai! Buttana miseria!
Buttana miseria!
Bastardo!
Bastardo lui!
Filippo prese un borsone vuoto e lo riempì della sostanza. Tano diventò allegro, si tolse la camicia che indossava, lurda e sudata, la gettò via. A torso nudo entrò dentro l’abitacolo, scelse una maglietta nuova immacolata avvolta nel cellofan. Ne scelse una a caso e ci indovinò pure la taglia.
Che ti sei messo addosso? – disse Filippo puntando la luce su Tano in piedi in mezzo alla carreggiata che s’aggiustava la maglietta dentro i calzoni.
Mi sta bene?
Sulla maglietta c’era disegnata una femmina di primo pelo, coi capelli lunghi e dorati, era una femmina strana, con le zampe di gallina.
E chi è ‘sta strega?
Tano siccome a scuola c’era andato e un po’ di cultura se l’era pure fatta Chista è una Sirena!, rispose.
La femmina era appollaiata sopra uno scoglio e dalla boccuccia usciva un fumetto in cui c’era scritto “Casta Diva …”, e questa femmina pareva prendersi la tintarella sopra un faraglione di Acitrezza; e poi c’era disegnata anche una barca con la vela e un cristianazzo barbuto legato all’albero di maestra, incantato dalla bellezza ammaliatrice della femmina femminota.
In basso stava scritto Bedda Civita.
Chista è una Sirena – ripeté Tano gesticolando con le mani.
Filippo non capiva.
Certo, certo, e che è sennò! - continuò a dire Tano.
Che cosa?
Non la studiasti l’epica a scuola?
E che è?
Chista è sirena nostrana, bedda in faccia, uccello nel corpo! ‘Na fimmina, insomma.
Cammina, sciamunito. Amunìnni.- disse Filippo infastidito dallo sfoggio intellettuale, e fece segno di andar via a piedi.
E la macchina? – sbottò Tano stralunato..
La lasciamo qui!
Perché?
Sciamunisti?
Tano girò intorno all’automobile, tuppuliando sugli sportelli, contro i fari, strizzando i sedili in pelle, toccando le maniglie, il cruscotto diamantato, i cerchioni in ghisa intarsiati, tutti pezzi da ricambio di prima scelta.
Amunìnni, zu Cammelo a quest’ora ha condotto il cavallo nel garage e sapi tutto ormai! - disse Filippo, e tirò il compagno per la maglietta trascinandolo via come un forsennato verso Nicolosi.
Camminavano sorpa il basalto fituso che spurtusava le scarpe di cuoio. Filippo col borsone a tracolla e Tano che faceva luce davanti. Erano divenuti equilibristi, spertazzi etnei.
Non senti freddo? – disse Tano lamentandosi.
La notte s’era fatta fresca e umida.
Cammina – rispose il compare.
E che gli diciamo a zu Cammelo?
Noi, niente.
Il fascio di luce attirava lepidotteri e scarafaggi volanti.
Se ci chiede perché non siamo andati alla corsa?
Siamo stati al tondicello della palya, a futtiri, c’arrispunnèmu.
E Tano fece silenzio e pensò alla sua zita. Poi alzò il capo in su. Si fermò. Scorse l’Etna, il cocuzzolo. Una bava di sangue colava dalla bocca sotto l’azzurro sereno delle stelle. A valle la città era un muto formicolare di luci. Manco ci pensavano a cosa avevano combinato tutt’e due, laggiù. Era stata una cosa di lusso, con la ricchezza che si custodiva dentro, la roba bianca e fosforescente, nascosta dentro uno zaino da extracomunitario. Avevano approfittato della corsa ippica in città, una stravaganza creativa dello zio Carmelo, una vanteria da mostrare agli occhi di tutti i cittadini devoti tutti. Lo zio Carmelo si passava il vezzo camorristico dell’equino. Quella notte avevano bloccato la via Etnea, dal Borgo fino al Tondo Gioieni; e i carusazzi con gli scuter di traverso se ne stavano, all’imbocco delle stradine, ad ogni incrocio che sbucava nella via maggiore, e parevano tutti sbirri al posto di blocco. In città c’era odore d’arrustemangia che si spandeva come la foschia: il barbecue bisunto, ciàuro di cavallo ammazzato. Uno sfizio. Alle due di notte. Centro città. Minchia! Lo zio Carmelo aveva lasciato la macchina di lusso incustodita dentro il garage, con l’odore di sterco equino e paglia dentro la marmitta. Incustodito c’era anche il premio in sostanza chimica fosforescente per il cavallino primo arrivato. Un’opera dell’Opera dei pupi, tutti allicchettati, impomatati, arrisvigghiàti, mentre quei due, Tano e Filippo, gli rubavano il fuoristrada. Filippo ci stava pensando a tutto questo, e Tano invece sentiva freddo, cominciava a scantarsi, che zio Carmelo li avrebbe fatti a fettuzze, tutt’e due, appesi al chiodo del chianchiere di fiducia. Lo zio Carmelo correva dietro al suo cavallino, montava un Kawasaky giallo limone e lanciava vuciazzi per incitare al trotto. E tutta la gente allibita che aveva la faccia verde come marziani, e manco parlare sapevano più. Tano e Filippo, cumpare e traditore, avevano sminchiato la saracinesca del garage e tra il feto di stalla gli avevano fottuto la beddamàchina con tutto il valore.
Così era andata.
C’era stato Scibilia ad attenderli, alle porte di Nicolosi. Gli altri aspettavano in un casolare sperduto nella desolazione dei dintorni. Si stava facendo l’alba. Il mare lontano come l’orizzonte, argento cupo, simile a scaglie di pesce bestino. Tano ormai sudava freddo, faceva domande inutili e aveva la vescica gonfia.
Muto statti, cazzone! - gli gridava Filippo.
Scibilia non parlava invece, guidava, era pagato per fare questo, e nient’altro.
L’orizzonte si fece di madreperla, la campagna ancora buia come il nero di seppia.
Tano supplicò Filippo di farlo scendere. Questi fece segno a Scibilia. L’auto accostò al margine della carreggiata. Tano scese solo. Cercò un luogo protetto dove orinare. Dieci metri più in là, dove s’alzava un Castano. Stette lì con un braccio poggiato contro l’albero e l’altro tra le gambe.
Aspettò, ed ebbe un presentimento.
Guardò più in là alzandosi sulla punta dei piedi, oltre la curvazza.
Fulippo, - gridò Tano.- Talìa dòcu!
La campagna s’accendeva come d’improvvisi bagliori, cerulea a tratti, come un sogno, qualcosa nell’aria girava, volteggiava, dietro la sciara.
Filippo scese dall’auto. Tano s’abbissò subito i calzoni, indicò tremante un punto nella notte.
Ho visto …
Dove?
Laggiù, forse …
Laggiù l’aria si colorava di ghiaccio, s’accendeva intermittente, paziente e silenziosa, sembrava una sirena. Chi avrebbe mai immaginato che con tutta la delinquenza che c’era in giro a quell’ora della notte, la Police se ne andasse sciara sciara a cercare una Porsche Cayenne nero basalto metalizzato TipTronic s 4.5?

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