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Gennaro Cesaro - Un Leopardi molto discutibile quello di Piero Citati

SAGGI

GENNARO CESARO
UN LEOPARDI PIUTTOSTO DISCUTIBILE
QUELLO DI PIETRO CITATI


Dopo averci in precedenza propinato il suo Goethe,la sua Katherine Mansfield e altri reperti biografici Pietro Citati ci ha recentemente servito il suo Leopardi (Mondadori,Milano,2010,pp.438,euro 22).
Va subito precisato che trattasi,non di una rievocazione biografica vera e propria,ma di una narrazione ad ampio raggio e, in quanto tale, aperta a svolazzi romanzeschi, com'è, del resto, nello stile dell'autore. come dire il suo marchio di fabbrica.
Il ritmo espositivo veleggia col vento in poppa di un filo conduttore permeato di narcisismo,col carburante,cioè,di un ipse dixit sornione, ma insistentemente serpeggiante.
Non si spiegherebbe altrimenti,per esempio, il parallelismo azzardato da Citati tra Leopardi e Tolstoi,all'insegna di un'originalità argomentativa tutta da dimostrare e pertanto piuttosto opinabile,se solo si pensa che Leopardi dal punto di vista letterario era nato da una costola del De rerum natura di Tito Lucrezio Caro e del filosofo greco Pirrone,mentre l'autore di Guerra e pace era un'ambigua e torbida creatura dell'edonismo salottiero di Jean-Jacques Rousseau e di Stendhal.
Per Citati,però, ogni raffronto qualitativo val bene una messa sull'altare della commercializzazione di un suo prodotto.
Non è un mistero per nessuno,del resto, il fatto che è di questi eccentrici giochetti di prestigio che solitamente si nutre la sua funzione di scaltro divulgatore e che fa di questa ponderosa monografia un'opera di alta e raffinata erudizione,nelle cui pagine balugina qua e là lo spettro dell'autore delle Operette morali.
Uno degli elementi espositivi , dal quale è facile arguire come al centro dell'interessante trattazione vi sia un tenace,scalpitante individualismo è rappresentato dalla sua diagnosi eziopatologica relativa alle due gobbe ,che deformavano il fisico di Leopardi e la cui genesi Citati non esita ad attribuire a una grave forma di tubercolosi ossea.
Ciò risponde a verità soltanto in parte,nel senso che è pur vero che questa orribile patologia può provocare l'insorgenza di una gobba nella conformazione scheletrica di chi ne è colpito, ma non di due, e non sempre ciò avviene.
Basti pensare che un altro affermato poeta, Vincenzo Cardarelli, guarda caso appassionato leopardi sta, soffrì di tubercolosi ossea tutta la vita,senza che essa,però, determinasse la formazione di gobbe nel suo corpo.
L'unico,incessante fastidio da lui avvertito era la forte sensazione di freddo,che lo costringeva a indossare uno o più cappotti anche nei mesi estivi.
A mio parere le due gobbe di Leopardi - e l'ho scritto più volte - erano semmai da attribuire a una questione di carattere genetico, in quanto lo sventurato cantore della luna,del sabato del villaggio,della ginestra e di quant'altro era germinato da un matrimonio incestuoso, in quanto il padre e la madre erano parenti.
Anche il fratello Carlo,sebbene in diverso modo, era rimasto vittima di questi implacabili condizionamenti genetici: nel caso suo, non nel corpo,bensì nella sfera psichica.
Nell'epistolario della moglie,Teresa Teja, sono piuttosto frequenti gli accenni al "comportamento folle" dell'uomo,che sepolto non a caso in terra sconsacrata,ossia all'interno del giardino di casa Leopardi.
L'unica a esserne rimasta indenne,ancorchè vistosamente afflitta dai tratti del viso piuttosto asimmetrici, era stata la timorata e intemerata sorella Paolina, in virtù del fatto scientificamente provato che le malformazioni genetiche colpiscono in genere gli eredi di sesso maschile,com'è storicamente attestato dal caso dello zarevic Alessio,sventurato rampollo dell'ultimo imperatore della Russia, affetto da emofilia,la grave malattia del sangue di cui la madre era portatrice sana.
Va aggiunto che sempre alla natura incestuosa del matrimonio tra i coniugi Leopardi va ascritta la perdita di ben altri sette figli,tra aborti e morti precoci.
Non poche le inesattezze filologiche in cui Citati è incorso.
A pagina 298,per esempio, egli afferma,con straordinaria leggerezza, che Leopardi "non leggeva i romanzi francesi".
Niente di più inesatto,il quanto il poeta,con una sua lettera del 1819 a papa Pio VII, aveva espressamente chiesto licenza di leggere i libri proibiti di noti scrittori francesi come Eugene
Sue che il padre reazionario gli vietava di aprire.
Alle pagine 302-303 troviamo un altro grosso abbaglio,in quanto Citati sostiene che Leopardi rifiutò categoricamente la collaborazione propostagli da Giampiero Viesseux alla "Nuova Antologia",la storica rivista da lui fondata.
Pur avendo rigettato tale proposta, il poeta di Recanati vi pubblicò tre "dialoghi" regolarmente inseriti nelle "Operette morali", tra cui quello di Timandro ed Eleandro pubblicato nel numero 61 del gennaio 1826 della rivista.
Tirando le somme,in questa monografia citatiana. mi sembra che la sezione esegetica sia meglio riuscita rispetto a quella più prettamente biografica, dove il recanatese pare a tratti aggirarsi come una spaurita presenza ectoplastica.
Tra le lacune ascrivibili a una certa disinformazione quella concernente la precocità sessuale di Leopardi,attestata,tra l'altro, da alcune circostanziate dichiarazioni del fratello Carlo.
Citati ci consegna Leopardi sul letto di morte,con queste lapidarie parole: "il polso salì lentamente,poi si spense,e Leopardi smise di respirare."
Come a dire: Ecce homo, per il resto arrangiatevi.
Salta a pie' pari le poco edificanti questioni inerenti il post mortem.
Ignora,per esempio, i funerali farsa inscenati dall'infido Antonio Ranieri a tarda sera per le strade di Napoli,con tre carrozze in pompa magna intente a trasportare una cassa da morto vuota, in quanto la saIma del poeta era stata fatta sparire da due fratelli dello stesso Ranieri e,con ogni probabilità,gettata in un grosso mucchio di colerosi. Ignorato risulta altresì l'ignobile particolare del sepolcro del poeta nel parco virgiliano di Napoli,all'interno del quale - com'è stato più volte accertato - si trovano soltanto alcuni sassi , anonimi stracci e qualche ossicino del tutto estraneo allo scheletro di Leopardi.


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