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Giacon Maria Rosa - I voli dell'arcangelo

RECENSIONI




Vita-Fonte di Gabriele D'Annunzio

MARIA ROSA GIACON
I voli dell'arcangelo
Studi su d'Annunzio,
Venezia ed altro
Associazione Culturale
Il foglio
pp. 360, 20 euro
Piombino 2009

Milva Maria Cappellini

Praticare la filologia come esercizio di libertà comporta, soprattutto in certi periodi storici, qualche rischio, come ci ha di recente ricordato, argomentando la questione da par suo, un grande filologo. Vivere in tempi surrettizi e mendaci come i nostri implica invece, tra le altre nefandezze, anche la neutralizzazione (si direbbe preventiva) di ogni potenziale di libertà contenuto in qualsivoglia prassi culturale: così, l'indagine testuale, la ricostruzione minuziosa della verità del testo - la verità della sua genesi, del suo costituirsi e collocarsi nel mondo - finisce per apparire una materia radicalmente e definitivamente inattuale. Ma, per fecondo paradosso, è forse solo grazie alla sua separatezza, alla sua scarsa appetibilità mediatica, che la critica filologica può oggi sopravvivere e prosperare, sia pure in zone scarsamente e di rado illuminate. Eppure, la filologia è davvero una disciplina eversiva, soprattutto oggi. E dunque una disciplina etica. Di fatto, testimoniare - contro lo spirito dei tempi - come l'intransigenza del metodo preservi dall'enfasi, dal pressappochismo e dalle generalizzazioni è compito precipuo e quotidiano di ogni filologo. Un compito che Maria Rosa Giacon assolve egregiamente in questo volume, il cui oggetto di studio è tra i più insidiosi: pochi autori come Gabriele d'Annunzio, infatti, sono stati oggetto (essendo stati non di rado soggetto agente) di esagerazione e banalità. La storia della critica dannunziana - ci sembra - dimostra dunque oltre ogni dubbio come soltanto una metodica rigorosa possa garantire un accertamento sottratto tanto al folclore dello scoop biografico quanto alla valutazione moralistica dei contenuti dell'opera.
Maria Rosa Giacon esplora da anni l'officina dannunziana. Nel luglio 1932, tra gli appunti per il Libro segreto, l'ormai vecchio Vate annotava questa riflessione: "Io so quel che ho messo e metto ne' miei libri. Ma so veramente tutto quel che posi e pongo? Son io solo che so? O v'è un lettore nel mondo che sa, leggendo i miei libri, quel ch'io ignoro?". Certo, un filologo non può avere la pretesa di scoprire ciò che è ignoto all'autore stesso, l'alchimia che combina memoria e invenzione, che distilla esperienze e letture. Ma la ricerca delle fonti è appassionante nel caso di d'Annunzio, che dei testi-fonte fa uso "singolare - non solo abnorme, ma per qualità particolarissimo". Si apre così "il campo di una intra-intertestualità ad amplissimo raggio ed incessantemente in fieri". C'è perfino da supporre che per approdare al post-moderno sarebbe bastata un po' d'ironia: ma di questa dote d'Annunzio, si sa, non era ben provvisto.
Va da sé che, per l'indagatore di fonti, la saldezza dei criteri è preliminare. E la Nota introduttiva di questo è una autentica lezione metodologica, che non si intende qui ridurre a sunto e della quale ci si limita pertanto a cogliere alcuni spunti. Una proposizione risulta particolarmente condivisibile: la sostanziale adiaforicità del testo scelto da d'Annunzio come fonte e, insieme, la valorizzazione che l'opzione in sé (in quanto selezione d'autore) attribuisce al testo fruito. Così, le fonti - tutte le fonti, anche quelle in apparenza più triviali - "per la loro qualità di addensato d'intime vibrazioni o di fantasmi speculari entro il tracciato della creazione", scrive l'autrice, "costituiscono un mezzo oltremodo efficace per accostarsi all'officina dello scrittore, altrettanti indizi delle modalità di quest'arte nel suo diretto farsi".
Leggendo le pagine di questo denso volume, si conferma - anche attraverso una messe impressionante di impeccabili riscontri puntuali - l'idea che l'epocale questione del rapporto tra vita e opera si possa risolvere, almeno per quanto riguarda d'Annunzio, leggendo (è il caso di dirlo) l'intera esperienza come una fonte, un'occasione prima di tutto materiale di scrittura. I luoghi, le città, gli oggetti appaiono, in questo senso, non differenti dai libri. Beninteso, deve trattarsi, ricorda Maria Rosa Giacon, di "luoghi che […], per costituire agenti della sensibilità o dell'ispirazione" potessero risultare "disponibili a simboliche trasposizioni nel passaggio dalla geografia concreta a quella dell'interiore".
Tra le città disponibili a tale passaggio, nella vita-fonte di Gabriele d'Annunzio, Venezia è senza dubbio una regina, innanzi tutto per sfarzo di suggestione estetica (e, più avanti nella vita di d'Annunzio, eroico-estetica). Nel primo saggio dei cinque che compongono il volume (solo 'ultimo saggio si distacca dal tema strettamente veneziano per scoprire una fonte della Fedra nel saggio pascoliano che introduce l'antologia Epos), l'autrice esplora "la natura particolare del rapporto intrattenuto da d'Annunzio con la terra di San Marco, in quella sua mutevole ambivalenza di vitalismo e malinconia, d'estetismo reattivo e ripiegamento decadente", e al tempo stesso decifra i segni da Venezia nelle pagine dannunziane, dal Fuoco alla Licenza alla Leda senza cigno. Il secondo saggio assume un'ottica particolare: l'utilizzo, nella raffigurazione dannunziana di Venezia, di fonti "pittoriche", in particolare della letteratura francese (da Hippolyte Taine a Paul de Saint Victor, da Gautier ai De Goncourt.) ma anche di quella "locale", come le opere di Pompeo Gherardo Molmenti. Tra le molte sollecitazioni che questo volume offre, c'è anche una possibile riflessione sull'esito testuale (e, prima, sui meccanismi linguistici di utilizzo) delle fonti pittorico-letterarie in comparazione con l'uso delle fonti iconiche. Il quarto saggio approfondisce la ricerca sugli influssi e gli imprestiti tainiani nell'opera di d'Annunzio, mentre il terzo segue le tracce dannunziane alla Biblioteca Marciana di Venezia: un altro argomento di grande interesse, viste le singolari abitudini di consultazione dannunziana, che lasciavano - appunto - tracce così materiali sui libri delle biblioteche pubbliche (sottolineature, appunti, pieghe agli angoli e così via) da permettere allo studioso di ricomporre con esattezza cospicui percorsi di lettura-scrittura.
La precisione, la solidità di riferimenti, la sicurezza di prassi con cui Maria Rosa Giacon ci restituisce il labor-intus dannunziano ha dunque certamente un valore tecnico e documentario per gli specialisti e gli studiosi. Ma - per tornare all'inizio - in tempi di indigenza (tempi in cui l'etica va cercata ovunque, perché è moneta di poco corso) un simile lavoro critico, che offre i risultati di lunghe pazienti ricerche filologiche, è anche un lavoro etico, per la sua consapevole distanza dagli imperativi attuali (vigenti anche nella critica letteraria, per quanto defilata essa possa sembrare) del sensazionalismo, dell'approssimazione, della fretta.

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