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Gianni Bianchi - Bomboniere

NARRAZIONI

Bomboniere
di Gianni Bianchi

“Non sono a favore del divorzio, sono contro il matrimonio”
Luciano Bianciardi


Mi ritrovo talvolta a estraniarmi dal mondo. Sono fisicamente presente, ma mentalmente altrove. E mi ci vogliano perlomeno dieci, quindici secondi per riacquistare un'adeguata cognizione spazio temporale. Rieccomi, rientro nel mio corpo, e sulle mie disastrate retine si stampa una scena pietosa. Per qualcuno divertente. Per me, in questo istante, tragica. Viene portato al tavolo degli sposi un piatto con sopra due arance e una banana. Fallica ilarità generale. Bocche che masticano panna, pollo e rigatoni. Cinture che si slacciano. Risate sguaiate che si susseguono a battute trite e ritrite. Signore che si mettono delle comode pantofole perché le scarpe con i tacchi stanno facendo patire loro le pene dell'inferno. La bellezza costa fatica. Vecchie zie tenute per gran parte dell'anno ibernate, scongelate puntualmente per qualsiasi cerimonia che sia raggiungibile agevolmente con un boeing 747 nella quale sia coinvolto un loro parente di settantesimo grado. Secondo me queste persone, figure oscure per la maggior parte degli invitati, hanno migliaia di anni, vivono in laboratori segreti nel deserto del Nevada, o in qualche edificio abbandonato sulla spiaggia di Calambrone (tra Pisa e Livorno), e sono alieni scesi sulla terra in un momento imprecisato della storia umana, tra la costruzione della piramide di Cheope e la nascita di Mike Bongiorno. Prese poi le sembianze di insospettabili vecchietti studiano il nostro comportamento, in funzione di una futura invasione della terra.
Il mio vecchio amico S. si è sposato, e ha avuto la disgraziata idea di invitarmi. Sono dieci anni che non ci vediamo, quindi il ragazzuolo non sa che odio i matrimoni. Credo che siano uno dei più colossali sprechi di soldi, tempo e chissà che altro, che l'uomo abbia mai inventato. Magari sono un misantropo asociale. Anzi: sono un misantropo asociale! Falso oltretutto, perché ad ogni invito del genere sgrano gli occhi, sorrido, distribuisco baci e auguri come uno spacciatore smercia la propria roba fuori da una scuola del Bronx, spudoratamente. A profusione. Forse odio i matrimoni perché non ci credo, perché non sono capace di far durare nulla nella mia vita. Perché credo che “finché morte non ci separi” sia una pantagruelica sciocchezza. O forse non è neanche questo. Forse odio le cravatte. Quelle degli altri naturalmente. I non mi metto un cappio al collo da solo.
Fatto sta che mi ritrovo qui, pedina svogliata in una scacchiera di tavole imbandite, nel salone di un ristorante poco fuori dalla ridente località di V. Lei e davanti a i miei occhi. Il suo ragazzo, un mio carissimo amico, ride come un idiota e mi invita a partecipare alla sua felicità con sguardi d'approvazione e piccole gomitate che colpiscono con traumatica precisione sempre lo stesso punto del mio braccio sinistro. La sto fissando, non so se lei se n'è accorta. Probabilmente si. Basta, devo smettere, penso. Non ce la faccio, quindi continuo. Non m'interessa ciò che pensa di me. Odio i matrimoni, e sarà pure una morale da fuorilegge da quattro soldi, ma in qualche modo vorrei essere risarcito della mia presenza qui. Anche se lo so, lo so bene, nessuno mi ha obbligato a venire. Ma non importa. Continuo a fissarla. Nel mio cervello malato inizia a insinuarsi l'idea che il mio risarcimento potrebbe essere lei a darmelo. Mi vedo la scena. Le faccio piedino, io il suo Lino Banfi, e lei la mia Fenech. Lei si alza, dicendo di andare in bagno. La seguo, sto bevendo da due ore come una spugna, devo far prendere aria al fringuello e dargli modo di far scrosciare una sonora e urica cascata nei water di questo bel ristorante. Scusate il linguaggio devo essere un po' brillo. Prima di alzarmi – Marco, vado a pisciare, se non ci sono al momento del taglio della cravatta vienimi a chiamare. - Odio queste stronzate, l'ho già detto. Ma il pericolo di essere spuppato (colto in flagrante) da Marco nell'intento di saltare addosso alla sua ragazza, conferisce al mio (non del tutto nobile lo ammetto) proposito un sapore morbosamente divertente. Si, voglio essere colto in fallo. Anzi voglio che lei sia colta con in mano il mio. E' un piacere perverso. In flagrante preda all'ebrezza del vizio diremmo all'unisono: “possiamo spiegare tutto”. M'immagino lo sdegno, l'irritazione del cornificato. La pressione che sale. Volti rossi, cuori che pompano sangue a ritmo vorticoso. Poi una colluttazione. Nella quale io, chiaramente, ho la peggio. Qualche misericordioso mi porta del ghiaccio da mettere su un occhio gonfio. Lei è all'unanimità una poco di buono. Potrei affermare il contrario, se il mio diritto di parola non si fosse per forza di cose dato alla latitanza. Le consuocere imbarazzate si fanno aria agitando i tovaglioli come ventagli. I loro mariti bestemmiano. Una così bella cerimonia rovinata. Qualcuno ride. Qualcuno sbadiglia. Qualcuno l'indomani avrà sicuramente di che parlare con la vicina di casa. E gli sposi arrabbiati che, con lo sguardo accigliato mi rivolgono parole che io, ancora stordito dal cazzotto in faccia, riesco a malapena a seguire. Per fortuna non sono bravo a leggere le labbra. Sto zitto, qualunque parola potrebbe essere usata contro di me. Nel salone del ristorante, come pipistrelli epilettici, volano sconnesse frasi del tipo “sono venuti anche in macchina insieme”, “non me lo sarei mai aspettato”, “ma...ma non si può!”. Le persone di mondo affermano con una giusta miscela di saggezza e malizia – Che sarà mai, via su, è una festa! - . Dillo a me, penso soddisfatto. Inoltre, perché tanta meraviglia, se uno ti da uno strappo non gli scopi la ragazza, se lei ci sta e tu ne hai voglia?
Lei mie mani tra i suoi capelli scandiscono il ritmo. Poi lei si lascia andare, la lascio andare, non ha più bisogno della mia guida. Manca poco. Nell'altra stanza applausi, urla. Viva gli sposi! Ci siamo. Le guardo la testa che si muove e ondeggia. E' la donna della mia vita (o girovita), anche se in questo momento sta un po' più sotto.
La porta del bagno si spalanca. Mentre mi lavo le mani vedo riflesso nello specchio Marco. - C'è lo scherzo della cravatta? Dai vieni-. Sorrido.
-Che c'è? Hai lo sguardo perso-.
-Niente, sono un po' stanco, ieri sera sono andato al letto tardi- . Mi sporgo verso di lei – mi sto annoiando – abbasso la voce - ma rimanga fra noi -.
-Anch'io- . Poi rivolge un'occhiata a Marco che ride, con la bocca piena e aperta, e quel grande naso impertinente.
-Scusa, era il tuo piede-.
-Non mi hai fatto niente, non ti preoccupare- le dico affettuoso.
Si alza. La seguo. Tra poco c'è il taglio della torta, o qualche altro stupido rituale, e io voglio perdermelo.
-Vado a fumare una sigaretta. Vienimi a chiamare se succede qualcosa...- dico a Marco.
Sono fisicamente presente, ma mentalmente altrove. E mi ci vogliano perlomeno dieci, quindici secondi per riacquistare un'adeguata cognizione spazio temporale. Rieccomi, rientro nel mio corpo, e sulle mie disastrate retine si stampa una scena pietosa. Per qualcuno è divertente. Non me ne può fregare meno. La cravatta dello sposo ancora appesa al collo del medesimo, stesa su un vassoio d'argento, sta per essere fatta a fettine.
I nostri sguardi s'incrociano. Vorrei alzarmi in piedi e con il calice alto dire, indicandola, con voce stentorea – Brindo e ringrazio la qui presente, che cinque minuti fa, salvandomi da questa atroce situazione in cui non si sa come ne perché mi sono ficcato, ha praticatomi nei bagni di questo splendido (detto con sottile ironia) locale uno altrettanto splendido, strepitoso, sontuoso pom...-.
Viva gli sposi!!! Arrivano le bomboniere, un doveroso ricordo, un dono speciale che gli sposi elargiscono con stucchevole perizia a tutti i loro invitati. A memoria di questo giorno meraviglioso. La guardo e sorrido. Anche lei sorride, per una frazione infinitesimale di secondo.
Poi alzo il calice, tossisco per regolarizzare il tono della voce e...
E me la cavo con un banale, ma sempre azzeccato in questi casi: Viva gli sposiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!! Fragoroso applauso generale, grande successo, mi inchino di fronte a questo pubblico calorosissimo.
C'è ben poco da fare. Ci sono quelli che dopo aver bevuto acquistano coraggio, diventano addirittura sfrontati. E quelli che sono, e saranno sempre, vigliaccamente sbronzi. Appartengo decisamente alla seconda categoria.

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