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Gordmer Nadine, La storia del leone

SAGGI

Nadine Gordimer



La storia del leone


LECTIO MAGISTRALIS . «La storia africana del leone, questo è fuori questione, è quella che dobbiamo mettere al primo posto; dentro emerge il costume del popolo e il paese. In letteratura noi siamo in una situazione che non esisteva quando è iniziato il racconto del leone». L’Africa del premio Nobel e l’importanza della letteratura

Possiamo immaginare il nostro futuro senza l’Africa? No, l’Africa è la nostra origine e il nostro destino. Un continente con il quale abbiamo incrociato la nostra storia, unendo destini econdividendo culture. Confrontarsi con l’Africa significa confrontarsi con i problemi universali, significa incrociare le sorti del mondo ». Così Giuliano Soria, presidente del Grinzane Cavour, ha presentato la sudafricana Nadine Gordimer, Nobel per la letteratura 1991, ospite il 18 gennaio 2007 a Torino del convegno «Il deserto e dopo». Questa la lectio magistralis che ha tenuto.

«Sono nero: non ha un uomo nero gli occhi? Non ha un uomo nero mani, organi, dimensioni, sensi, affetti, passioni, non si nutre con lo stesso cibo, non offende con le stesse armi, non è soggetto alle stesse malattie, non ha caldo e freddo allo stesso modo d’inverno e d’estate come un bianco? Se ci pungi non sanguiniamo? Se ci solletichi, non ridiamo? Se ci avveleni non moriamo? E se ci maltratti noi non ci vendichiamo? Se siamo uguali in tutto questo, saremo come te per il resto. Se un nero maltratta un bianco, qual è la sua umiltà, la sua vendetta? Se un bianco maltratta un nero in cosa la sua sopportazione sarebbe d’esempio per un bianco? Perché vendicarsi? La cattiveria che tu mi insegni io la metterò in atto, e sarà difficile ma lo farò meglio di quanto ho imparato».

Non avremo difficoltà a richiamare alla mente una diversa versione di questo monologo. Infatti, i due gareggeranno nella tua mente, come nella mia, come lo stesso testo a due voci; ed è il «volume» che queste voci creano insieme quello che mi accingo a presentarvi. Il colonialismo non è stato solo la conquista di una terra e la spoliazione di popoli; fu anche, come Edward Said ha stabilito con il suo termine «Orientalismo», una rappresentazione di popoli attraverso la letteratura scritta da altri. Nel suo lavoro Cultura e imperialismo, egli scrive: «Io studio l’Orientalismo come un dinamico scambio tra differenti singoli autori e i grandi interessi politici concepiti da tre grandi imperi - britannico, francese, americano - nel cui territorio intellettuale e immaginativo fu prodotta la scrittura. Jane Austen e l’impero britannico, Flaubert e il Middle East, Conrad e Kipling in Africa - anche Thomas Mann e Morte a Venezia che Mann presume essere un influsso dal contaminato Altro, l’Oriente - questi sono alcuni esempi di letteratura concepita dall’Altro, nella cultura della dominazione. «I testi sono cose mutevoli» dice Said, «essi sono legati alle circostanze e alla politica grande e piccola».

Di questo, l’imperialismo fu la prima grande cosa. Nel suo libro intitolato Orientalismo egli si concentra principalmente sul fenomeno dell’Orientalismo come applicabile al Middle East e al Far East, ma noi possiamo riconoscerlo altrettanto valido per l’Africa e anche per il modo in cui gli Africani furono visti nella diaspora africana, quell’ironica forma di colonizzazione rovesciata dagli Africani nelle loro case di campagna dei vecchi padroni coloniali. L’Africa, gli Africani erano, esistevano come esotismo letterario - a metà attrazione, a metà disprezzo per l’Altro- che foggiava un costume che ispirava, accompagnava e forniva una retta autogiustificazione, anche per la schiavitù, in una conquista mondiale da parte delle forze dominanti. Per citare un famoso detto del poeta scozzese Robin Burns, per l’Africa non era una questione di «Ci avesse il Lord fatto un dono, vedere noi stessi come gli altri ci vedono, ma qualunque dio potrebbe farci il dono di vedere noi stessi come noi sappiamo di essere, e fare che il mondo riconosca questa realtà».

È stato un lungo giro, ed io non ho intenzione di fare l’appello di tutti i grandi nomi d’Africa e la sua diaspora che hanno portato a termine ciò. «Essendo te stesso, tu tagli la tua poesia fuori dal bosco». Questa è la metafora di Gwendolin Brooks per tale processo. Pensando ad una metafora appropriata per l’inizio della storia africana, Chinua Achebe riferisce un proverbio: «Fino a che i leoni rappresentano la propria storia, la storia della caccia celebrerà soltanto il cacciatore». L’Africa era lenta, forse, per molte ragioni, per produrre la sua propria storia nel senso stretto della storia come una disciplina letteraria separata - ha accelerato il passo, ma anche nel caso del Sudafrica è davvero soltanto all’inizio, non solo con la riscrittura dei libri di storia scolastici, ma nel richiamare in vita drammi teatrali e danza, come anche i romanzi, del passato che era sepolto sotto le versioni coloniali. Ma nella fiction, tanto nella prosa che in poesia, l’orgoglio dei leoni d’Africa non ha prodotto la loro propria storia? Non hanno essi stabilito incontrovertibilmente la letteratura come ciò che Edward Said chiama «una forma di memoria politica», il passato e il presente come creati dagli Africani stessi, i caratteri e le loro vite, la loro visione di sé e la loro attenzione sul mondo, pienamente emersa dall’attenzione del mondo su di loro. L’Africa non è più l’invenzione del mondo, ma essa stessa ha fiducia in questo, sia nel continente africano che nella sua diaspora. Quanto forte è questa fiducia? Quanto va in profondità? È da ora, nel ventunesimo secolo, che si fa così salda una convinzione, che noi, d’Africa, siamo pronti a ritrovare un ricollegamento con la cultura letteraria del mondo di fuori su una nuova base, alle nostre condizioni? Attraverso gli anni della crisi della identità culturale africana gli scrittori africani hanno difeso e alimentato la creatività sulla quale quella cultura vive. Io stessa mi chiedo se non è il tempo di elevare l’orizzonte di quella splendida identità e accogliere quella letteratura, l’illuminazione dell’immaginazione umana, che non ha guardie di frontiera, non ha leggi di immigrazione, e ringrazia qualunque dio possa esserci. Tutta la letteratura appartiene a noi tutti, dovunque. Una volta libera dalla censura, essa è pura libertà intellettuale, ogni limitazione è superata dalla traduzione. Perché non ci esaltiamo in questa libertà, perché non approfittare di ciò? Una globalizzazione positiva in mezzo ad alcuni dubbiosi. Questo invito è ridondante, sì, anche assurdo, nella nostra riunione, qui - tutti in questa compagnia di letterati abbiamo letto, per tutta la vita, il mondo della letteratura. Ma io davanti a voi sollevo la questione di un serio interesse in un contesto più vasto.

Devo parlare ora della situazione in Sudafrica, che è quella che io conosco intimamente; ma ho più di un sospetto, dalla mia lettura di giornali di critica letteraria in altri paesi africani, che qualcosa di simile prevale in molti. I giovani lettori neri e, cosa importante, gli aspiranti scrittori si limitano a leggere scrittori africani e alcuni afro-americani. La storia africana del leone, questo è fuori questione, è quella che dobbiamo mettere al primo posto; dentro emerge il costume del popolo e il paese. Ma trovare gli scritti del Western Europa, dell’Eastern Europa, dei Paesi Arabi, dell’India, del Far East, etc. come «irrilevanti», come alcuni Africani mi hanno dichiarato, è rientrare -volontariamente, questa volta!- in un isolamento culturale un tempo imposto dall’arroganza dell’imperialismo. Lo stesso principio interessa ogni scritto africano che non è più o meno rigidamente contemporaneo; eccetto per alcuni studenti che assemblano diligentemente una tesi per l’università. Io non ho trovato nessun giovane lettore/scrittore in Sudafrica che ha sentito parlare, e non parliamo di leggere, del canone della letteratura africana, Olaudah Equiano, il fondatore, è solo un nome per loro, se considerato a distanza.

Internazionalmente, la serie di letture potrebbe - sta appena cominciando - includere alcuni degli scrittori latino-americani, e cubani, principalmente perché i nostri governi africani hanno cominciato a spezzare l’asse dominante

Nord-Sud e incoraggiano commercio, investimento e scambio di manodopera tecnologica del Sud - Sud con i paesi latino-americani; il commercio seguì la Bibbia e le armi da fuoco nei tempi coloniali, ora lo scambio culturale segue l’apertura del commercio (sebbene, nel caso della musica, tra America Latina e Sudafrica, il felice scambio precedette il commercio come un movimento nella globalizzazione). Ame piacerebbe fare un resoconto di un recente incontro a Johannesburg dove l’autolimitazione dell’esperienza letteraria era esplicitamente testimoniata in tutte le sue manifestazioni e anche nelle sue illusioni. Nel Giorno dello Scrittore, si è tenuta una celebrazione al Windybrow Cultural Centre, propriamente una vecchia magione, una volta la villa di un magnate dell’industria mineraria, ora un bel complesso decaduto di due teatri, negozi di musica, di dramma e di film, in un’area che è «diventata nera» dalla fine dell’apartheid e della segregazione razziale. C’erano letture di poesia e prosa da parte di giovani rap e altri poeti, e da poche vecchie «mani», una volta bandite come Don Mattera e io stessa, ma il principale dinamismo era la discussione che si accendeva nel pubblico. Quel pubblico era giovane in maniera schiacciante, circa centocinquanta uomini e donne neri, e come al solito, da parte loro c’era una vivace serie di proteste. Alcune di queste erano di natura politicosociale su ciò che noi tutti condividiamo riguardo il nuovo ordinamento del Sudafrica dal quale ci aspettiamo così tanto. Le librerie sono ancora quasi esclusivamente nelle aree dove i bianchi e i nuovi neri della classe benestante vivono. La scarsezza di librerie, la totale assenza di librerie scolastiche, eccetto per un misero scaffale di Teach-Yourself-Accounting, “How To Do It-books”, è invariata in quelle che sono e rimarranno a lungo le aree dove la maggiore concentrazione di cittadini vive nei nostri paesi africani. Questa era una delle valide risposte date dalla platea al perché c’è una scarsa cultura della lettura nel nostrocontinente, che proviene da una ragione fondamentale, l’alto analfabetismo e semi-analfabetismo, e che culmina nella mancanza di accesso ai libri. Ma le sfide vengono da quelli di noi sul palco che poi si sono mescolati con il pubblico. Gli attori sono stati, tutti, interamente letterati e hanno affermato di essere lettori/scrittori. Con la premessa che non si può essere un vero scrittore se non si è lettore, cosa essi hanno letto? Le risposte erano uniformi in modo preoccupante: hanno letto letteratura dal continente africano. Stavamo celebrando il grande risultato, i lavori di Chinua Achebe, come un approfondimento del Giorno dello Scrittore. Essi parlarono di Wole Soynka, Senghor, Kofi Awoonor, solo uno menzionò Toni Morrison, un altro Fanon. Naguib Mahfouz era un nome a loro sconosciuto. L’affermazione tra i giovani era: noi vogliamo leggere di noi stessi, delle nostre vite. Il poeta Don Mattera, la cui stessa vita ha sperimentato la censura dei suoi libri, si oppose alla convinzione che la scoperta di se stesso si doveva trovare in Dostoevskij. La risposta fu: no, troppo lontano per luogo e tempo. Walter Chakela, poeta e librettista nei cui seminari al teatro di Johannesburg erano stati scoperti giovani e sconosciuti talenti, e le cui stesse opere teatrali portano in vita eroi africani, passati e presenti, sbalordì coloro che parlavano con il quieto annuncio che egli aveva iniziato a ordinare mentalmente nell’immaginazione, a pensare come un poeta, proprio dovendo studiare Wordwoorth a scuola. Parlò dell’identificazione con le intimità del sentire umano che devono essere trovate in contatto con magnifiche menti creative in tutte le ere e le nazioni. Infine il pubblico rifiutava e derideva il fatto - una litania - che Shakespeare era stato loro «ficcato giù» per il collo a scuola; e cosa sapeva Shakespeare di loro? E così ora sapete perché ho citato la mia versione di un discorso di Shakespeare appena ho iniziato a parlare. Shakespeare, perché Shakespeare? Perché nel discorso di Shylock nel Mercante di Venezia, qualcuno di questi bambini con la loro storia di razzismo nelle vene, troverà qui, nell’esperienza di un’altra razza, il riflesso del loro stesso popolo, di loro stessi: «Non ha un uomo nero gli occhi? Non ha un uomo nero le mani? Se ci pungi non sanguiniamo? Se ci solletichi, non ridiamo? Se ci avveleni, non moriamo?» E se, come molti giovani combattono con loro stessi contro l’acido desiderio di vendetta su quelli che hanno oppresso i loro genitori e distrutto la loro infanzia, giungono a leggere questi versi - «Metterò in atto la cattiveria che mi insegni, e sarà difficile ma lo farò meglio di quanto ho imparato» - non troveranno qualcosa di loro stessi tenuto nascosto?

Per concludere, è un’autoprivazione approcciare la letteratura, come dice Caryl Phillips della storia, attraverso il prisma della tua personale pigmentazione. Questo è quello che i bianchi hanno fatto prima. Un giusto orgoglio della letteratura africana non dovrebbe creare un ghetto letterario. Sicuramente ci sono stati abbastanza ghetti. È la fine dell’Orientalismo; poiché nella letteratura africana, indiana, araba, il mondo euro-americano, occidentale, comincia a trovare, ora, qualcosa di se stesso. Così sicuramente è arrivato, per la letteratura africana, il momento di unire al di là dell’esclusivo discorso su se stesso a livello scolastico, i propri successi, i propri problemi con il mondo della letteratura, di espandere la consapevolezza letteraria alla quale appartiene. Sicuramente i giovani nei quali sono riposte le nostre speranze come nuovi scrittori africani, dovrebbero essere esortati a leggere molto, per allinearsi al di fuori del criterio dominante di rilevanza che appartiene all’era nella quale era un essenziale elemento di consapevolezza e di nascenti tattiche politiche contro il razzismo. La lotta contro il razzismo non è finita nel mondo, come ben sappiamo, ma se la letteratura deve essere la memoria politica del presente e del futuro nella quale i giovani vivranno fuori delle loro vite, non dovrebbero riflettere e continuare a riflettere, tra le letterature, su ciò che Achebe chiama «conversazioni preliminari… partecipazioni ad un monumentale rituale di milioni e milioni di persone per colmare una lunga e fastidiosa storia di spoliazione e di amarezza e per rispondere “presente” alla rinascita del mondo».

Il racconto del leone della sua storia ha un’altra, convincente, urgente ragione per l’identificazione con le letterature di quel mondo. In principio era la Parola. La Parola era con Dio, significava Dio, prima graffiata su una pietra, messa su tavola o tracciata su un papiro, e poi quando essa viaggiò dalla pergamena a Gutenberg. Questa fu la genesi della scrittura, della letteratura. In letteratura ora noi siamo indivisibilmente in una situazione che non esisteva quando è iniziato il racconto del leone. Non esisteva quando Langston Hughes, Leopold Sedar Senghor, Es’kia Mphahlele, Ngugi wa Thiong’o, Agostinho Neto, Kofi Awoonor iniziarono a scrivere. Ma tutte le letterature sono riunite oggi sotto la minaccia dell’immagine contro la Parola. Noi siamo certamente consapevoli di questa rivale, decidiamo da soli, ma con molte conferme indipendenti popolari. Dal primo trentennio del XX secolo l’immagine ha sfidato la forza della parola scritta come uno stimolo dell’immaginazione, l’apertura della ricettività umana. Le favole per addormentare i bambini della fanciullezza della middle class sono state sostituite dalle ore davanti allo schermo della Tv; nei tuguriinsediamento di tutti quanti i paesi poveri del globo la Tv con l’antenna parabolica è presente dove nessun libro può essere trovato. Noi abbiamo sempre alla fine una generazione accresciuta che guarda invece di leggere. Sì, le immagini della Tv sono accompagnate dalla Parola pronunciata, ma è la fotografia che risolve come secondario il ruolo che la Parola avrà. La storia-racconto di un medium come la Tv è una grande fotografia; anche nei documentari la parola detta è un accessorio che consiste generalmente in un vocabolario assai banale e limitato. Qualcuno che ha tenuto dei laboratori per aspiranti scrittori saprà, come me, come il vocabolario delle collane mini è spesso tutto quello che gli aspiranti sono capaci di esprimere per quelle che sono spesso idee originali. Io ancora aspetto alcune prove del fatto che, come è stato affermato, la Tv abbia incoraggiato la lettura.

«Una fotografia vale mille parole». Per chiunque fosse stato - un esperto delle pubbliche relazioni senza dubbio - ad aver concepito questa massima la domanda è: «Per quanto tempo?». L’immagine scompare dallo schermo; per farla ritornare si deve avere un impianto, un elemento della batteria, una batteria, un accesso ad una connessione elettrica. La Parola Scritta è semplicemente lì, nella tua tasca. Il libro nella tua mano può essere letto sul bus, a letto, quando stai in coda, sulla cime di una montagna, vicino ad un fiume, nel pieno del traffico. Lo scrittore americano William Gass sostiene il nostro caso per noi: «Non capiremo cosa è un libro - perché un libro ha il pregio che molte persone hanno, ed è anche meno sostituibile di una persona - se noi dimentichiamo quanto importante per esso sia il suo corpo, l’edificio che è stato costruito per tenere i segni del linguaggio felicemente insieme attraverso molte avventure e un lungo tempo». La parola su uno schermo ha i vantaggi visivi, di sicuro, e questi oscuramente disegnano le loro forme, ma essi non hanno materialità, sono solo ombre, e quando la luce cambia anch’esse mutano. In principio era la Parola. La Parola era con Dio, significava la Parola di Dio, la Parola che era la Creazione. La sua millenaria trasformazione è giunta a noi da quando essa fu.


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