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Guarnieri Antonia - Cinque anni con Mario Tobino

RECENSIONI






Manicomi, terreno fertile per storie uniche

ANTONIA GUARNIERI
Cinque anni
con Mario Tobino

pag. 144 euro 12,50
ed Dell'Erba 2010

Marisa Cecchetti

Mario Tobino, negli ultimi suoi cinque anni di vita, quando si era trasferito a Lucca dopo la morte della compagna Paola, ha avuto la presenza e la dedizione di Antonia Guarnieri, che stata suo sostegno e sicurezza, ma soprattutto ne ha alleggerito la solitudine.
Figlia di Silvio Guarnieri, critico letterario e narratore, Antonia è cresciuta in mezzo a scrittori e letterati amici del padre ed ha già conosciuto Tobino negli anni Sessanta, "a pranzi e cene in Versilia, naturalmente a Viareggio, nelle trattorie da lui preferite di allora". Lo conosce più da vicino nell'inverno del '64, perché il padre la accompagna proprio da Tobino per un consiglio, in un momento in cui lei non sta bene. E Tobino le dice che la presenza e la volontà del padre nella sua vita sono troppo pesanti, che lei ne deve prendere le distanze.
L'amicizia tra il Guarnieri e il medico scrittore va in crisi alla pubblicazione de Il clandestino, che non persuade il critico, con il disappunto dell'autore.
Incerta se fare o no quel numero di telefono la prima volta, un giorno d'inverno che è a Lucca, incoraggiata dal marito, quando si decide trova una porta aperta. E quell'appartamento al civico 197 sulla Sarzanese diventa casa. Incontrare Tobino, conoscerlo, accompagnarlo, con stima, rispetto e gratitudine, ritagliando tutto il tempo possibile dai suoi impegni di insegnante di scuola superiore, di madre e di moglie, è per Nina la vicenda umana e culturale più impensata e inimmaginabile.
Tobino la coinvolge subito nella correzione delle bozze dei suoi romanzi - nel 1988 pubblica Tre amici e nel 1990 Il manicomio di Pechino- e la introduce piano piano nella sua vita, abitudini, amici, letture, la porta nel suo passato ma soprattutto le svela le sue paure, quelle che arrivano con l'età che avanza, quando le forze calano e non bastano nemmeno a reggere le emozioni troppo forti.
Cinque anni con Mario Tobino ci fa conoscere da vicino una persona straordinaria, anche con le sue manie, come quella di cenare con gli amici alle cinque di pomeriggio, con il bisogno di puntualità per evitare l'ansia pericolosa dell'attesa, con la sua iniziale ritrosia a farsi aiutare, che poi diventa abbandono fiducioso: "Nina, grazie ma mi vergogno…sono un povero vecchio…" Quando sa che il sabato lei può essere libera per aiutarlo: "Benissimo, ti porterò al manicomio, nelle due stanzette…lì c'è tanto disordine…ci sarebbe tanto da fare…"
Il manicomio rimane la sua vita, in quelle due stanzette c'è ancora tanto materiale da trascrivere e riorganizzare, lì ha vissuto per quaranta anni, a curare i pazzi e a scrivere. La pazzia tema ricorrente nei suoi romanzi, il manicomio terreno fertile da cui attingere esperienze umane uniche, la scrittura strumento per fissare la tragedia di quelle esistenze, la sincerità dei malati, nel loro essere diretti, senza sovrastrutture, eterni bambini. E certamente la scrittura per sublimare, per raccontare il dolore con linguaggio leggero, evitando di esserne travolto. Il linguaggio di Tobino regala sempre la musicalità della poesia.
Tobino conosce il disinteresse delle famiglie, la loro vergogna, il lavoro di rimozione, ma vede anche l'interesse delle stesse famiglie al momento di riscuotere la pensione dei loro malati. Assiste a esempi di disumano egoismo che lo farebbero urlare di rabbia.
Nina accompagna Tobino a Maggiano, e vede i malati che gli si fanno intorno contenti, assiste al rito di qualche spicciolo a cui li ha abituati, ne ascolta le frasi di pungente sarcasmo rivolte ai familiari frettolosi e a capo chino.
Accanto a lui Nina consolida le sue linee difensive, per vivere: "Telefona subito a tuo padre,digli che sei da me, che lo saluto, e sii molto affettuosa…ma parla sempre tu, non lasciare mai l'iniziativa a lui…mi raccomando…e parla con voce ferma…sicura di te…Nina, Nina, l'arte di simulare, ricordati".
Istrione, si diverte a declamare i versi di Petrolini, attento osservatore, non gli sfugge una piega dell'animo umano, geloso della sua privacy, non ama giornalisti intorno o altri a disturbare, profondamente sensibile e riconoscente, è al tempo stesso emozionato e stupito dalla dedizione della Nina: "Sai, sai Nina, tu vieni a trovarmi…e lavori per me…e non chiedi mai soldi…come sta questa faccenda? Ti voglio regalare una camicetta". E sarà la camicetta rossa con cui la ritrae l'amico pittore.Enzo Faraoni.
Memorie che trascinano quelle di Antonia Guarnieri, il suo dono personale a Tobino, che ce lo restituisce per tutto il tempo della lettura, ce lo fa rivedere appoggiato al bastone mentre va lento lungo la via Sarzanese, ma lo riporta anche a Vezzano, alla casa di famiglia, quella che abbiamo conosciuto ne La brace dei Biassoli, con l'attesa di incontri che recuperino le memorie, e con la delusione di non essere stato riconosciuto. Una visita che è un amaro commiato, anche dalla tomba della madre.
E Nina lo segue nel suo spegnersi a poco a poco, quando calano sempre più le forze e l' entusiasmo, lei lotta con tutta la creatività possibile, rinnovando progetti insieme a lui, nel tentativo di dilatarne il tempo.Ma non può preservarlo da tutte le emozioni, e quelle sono dannose per il suo cuore malato.
Così lei non c'era quel giorno ad Agrigento, dove lui andò a ritirare il premio Pirandello. Lo aveva accompagnato un nipote, medico psichiatra. Lei non potè fare niente per il suo cuore. Mario le telefonò, la notte prima di morire, ma rispose il figlio Giulio, e Mario gli disse di lasciarla riposare.

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