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Ilaria Paluzzi - Andrej

NARRAZIONI

Ilaria Paluzzi
Andrej

Andrej aveva affrontato il suo viaggio in silenzio. Era partito dalla Polonia alle sette del mattino. Faceva tanto freddo. E, il freddo, non gli fermava la testa, non gli calmava il cuore. Fuori, faceva freddo, ma il cuore batteva così forte da stringergli le tempie.
Partiva Andrej, andava in Italia. Nonostante il forte freddo fuori, le mani resistevano e si muovevano veloci nel caricare le cose in macchina.
La brina imbiancava gli scalini della casa dove era nato. La piccola e goffa costruzione messa lì, persa nella campagna polacca, pareva una vecchina un po' cicciotella che si stringeva tra sé, coi gomiti e le braccia serrati, accovacciata in un enorme piazza immersa nella nebbia mentre si protegge dall'umida sera. Da dietro le sue finestra, la madre lo osserevava. Non era scesa a salutarlo, ma lo guardava da dietro la tenda. Non piangeva. Andrej nemmeno.
L' ultimo controllo dell'acqua, prima di partire. Salì in macchina, accese il motore, insieme alla prima sigaretta. Piano si allontanò dal viottolo, lo stesso che da piccolo lo portava alla fermata del bus per andare a scuola, quando con la testolina ancora un pò addormenta e lo zainetto pieno di libri e merendine, si stropicciava gli occhi ancora gonfi.
Il viaggio fu silenzioso, e nemmeno una lacrima gli fece compagnia, ad Andrej, che attraversava i vasti e freddi paesaggi della Polonia, e nella testa nemmeno un ricordo, ma solo il sapore degli ultimi baci alla ragazza che fingeva di amare e di cui invece a malapena ricordava il nome. Accese un'altra sigaretta, mentre si avvicinava alla frontiera, e stava per lasciare la Polonia. E gia faceva meno freddo, un pò perchè il sole saliva a mezzogiorno, un pò perchè si allontanava dal freddo dell'Europa dell'Est.
Andrej affrontò il suo viaggio in silenzio, senza ascoltare nemmeno la radio. Dentro, di canzoni ne aveva tante. Le ultime note di un valzer viennese ballato da danzatrici arabe. Andrej accese un'altra sigaretta con quel valzer nella testa, mentre si avviava a percorrere un altro stato. Fuori il sole scendeva verso le linee morbide delle colline, per poi andarsi a nascondersi tra le vette delle montagne.
Il sole definitivamente si addormentò, e Andrej non pensò di fermarsi per una sosta. Voleva arrivare in Italia, e chiamare la madre e dirle: mamma sono in Italia. Mamma l'Italia è bellissima. Era diretto verso Roma, e lì, tra la Svizzera e i primi miraggi del Veneto, Andrej capì che stava per arrivare, che non mancava molto alla destinazione.
E mentre varcava l'ultima frontiera, Andrej, finalmente, pianse. Pianse per la prima volta in vita sua. Non aveva mai pianto. Non aveva pianto quando il padre era andato via ubriaco e chissà se era morto. Non aveva pianto quando la madre non voleva alzarsi per andare a lavorare e a volte non lo riconosceva. Non aveva pianto quando la ragazza di cui si era innamorato la prima volta rise leggendo il bigliettino sigillato da uno stiker a forma di cuoricino che le aveva lasciato sul banco. Non pianse quando lo bocciarono a scuola. Non pianse mai Andrej, il suo gioco preferito era ingoiare le lacrime per rispiarmare fazzoletti. Ma adesso, sulla volta di Roma, Andrej pianse. Pianse per la prima volta, pianse a singhizzi, e con le mani provava a tamponare le lacrime che scendevano a fiotti, e inzuppavano anche il volante e i vestiti anche erano zuppi di lacrime. Era tutto sudato e bagnato di lacrime, come appena nato. Ed era tremendamente felice e spaventato, lì, nel buio, ai confini italiani mentre guidava verso sud. Verso Roma.
Pianse pure per il padre, che chissà che fine aveva fatto. Pianse per la ragazza che aveva riso di lui, e per tutte quelle che, venute dopo di lei, ne avevano scontato la pena, di un cuore ferito nei suoi primi approcci con l'amore. Pianse, anche, per la madre che non aveva salutato, e che era rimasta lì dietro la finestra, a osservarlo. Mentre caricava i bagagli, lei lo spiava nascosta dietro la tenda bianca a quadrettini rossi, ingiallita dagli odori della cucina.
E ormai erano ore e ore che guidava, quasi una giornata, glielo ricordava il sole che tornava a salutare un nuovo giorno. Era stanco Andrej, ma doveva resistere, si diceva mentre varcava il confine della Toscana, e sapeva che la prossima era Roma.
Il sole era alto a mezzogiorno. A Roma, avrebbe dovuto cercare un posto dove dormire, dove sistemarsi, dove lavorare. Era partito con un pò di risparmi, ma gli sarebbero bastati per poco. E a Roma non conosceva praticamente nessuno. Aveva studiato un pò l'italiano. E poteva arrangiarsi per poco tempo con quello che conosceva e con quei pochi risparmi, così pochi che galleggiavano tra le tasche.
Sulla strada che dalla Toscana lo portava a Roma Andrej decise, infine, di fare una piccola sosta al mare, prima di addentrarsi nella grande città, nella città teatro dei suoi sogni e dei ricordi che ancora doveva incassare.

Viaggiando sulla strada costiera tirrenica, Andrej arrivò infine nei pressi delle spiagge laziali. Parcheggò vicino un lito deserto, dove il mare si increspava sulle sue piccole rughe, col volto invechiato dall'autunno. Scese dalla macchina. Era molto stanco. Ma ancora non voleva dormire. Raggiunse la spiaggia. Si tirò su i calzoni, ed entrò con le gambe giovani nell'acqua. I gabbiani, non ancora partiti per altre terre più calde, gli volavano attorno, e alcuni galleggiavano vicino le sue gambe, a mollo nell'acqua della prima secca. Andrej allora, si ricordò della promessa di chiamre la madre. Ma decise di rimandare a più tardi, prima voleva riposare. Allora uscì dall'acqua, si asciugò i piedi ed entrò in macchina. La parcheggiò all'ombra, in una posizione che lo avrebbe protetto dal sole che si scaldava sempre di più. Estrasse le chiavi, le mise in tascha, dopo essersi chiuso dentro. Si tolse le scarpe, e con la testa reclinata da un lato e la mano stretta sotto il collo, crollò in un sonno profondo e beato. E sognò. Sognò di essere ancora nel mare, e di nuotare con il sole che spuntava dalla parte opposta dell'orizzonte. Nel sogno, sentiva l'acqua resistere alle braccia lunghe che falcavano le onde, di una resistenza dolce. E sentiva, nel sogno, la bella sensazione dell'acqua sotto il suo petto, giovane e forte.

Sono a Roma da una vita, pensò Margherita quel pomeriggio, mentre seduta al centro di piazza del Pantheon, guardava tutti quei turisti scattare foto ovunque. Lei, con la sua macchina fotografica appesa al collo, come tutti i giorni, non sapeva più cosa fotografare. Oramai, le sembrava, aveva fotografato tutto. Era autunno, ma l'aria scorreva ancora con dolcezza, ancora leggera, come se fosse primavera. I piccioni le si avvicinavano, uno alla volta, e poi tutti insieme si fermavano in un punto vicino a lei, dove qualcuno evidentemente aveva mangiato un panino, tempestando il suolo di molliche che attiravano gli uccelli neri e argento. Margherita li puntò: prese la macchina, la avvicinò all'occhio. Ma subito la allontanò: che senso aveva fotografare un piccione, sono tutti uguali. Stufa, allungò le gambe sugli scalini più bassi. Si guardava attorno, cercando soggetti da fotografare. Ma non trovava niente, e stava quasi per andarsene, quando alla sua sinistra notò una bambina giocare con un ventaglio, facendo cucù all'uomo che le sedeva vicino.
La bambina aveva la pelle scura, e il padre, o quello che poteva sembrare tale dall'età ma non dai lineamenti, guardava oltre, verso la piazza e fissava i cavalli, fotografati dai giapponesi. La bambina cercava la sua attenzione, nascondendosi dietro il pizzo del ventaglio, e risbucando all'improvviso, esplodendo in un sorriso. Dietro il ventaglio, i ricci, raccolti in una coda alta, uscivano dall'arco trapuntato di pizzo e vi si confondevano in un'unica macchia di riccioli e ghirigori.
Senza farsi notare, Margherita afferrò la sua macchina. Quasi sdraiata su uno degli scalini della fontana, i gomiti poggiati sul cemento, il corpo macchina stretto tra le mani, scattava una foto dopo l'altra, per riprendere la bambina nascosta coi riccioli che come fiori campeggiavano sul pizzo, poi la bambina che spostava il ventaglio e faceva cucù al papà, al papà che finalmente si accorse di lei e le sorrise e poi le fece smorfie imitando animali diversi, poi la bambina che si alzò e al centro della piazza continuava a giocare col ventaglio. Così in piedi, Margherita riuscì ad osservarla meglio. Poteva avere non più di quattro anni. Indossava una gonna a fiorellini, una gonna a ruota che faceva roteare girandosi di qua e di là, e poi piroettando su sè.
Margherita riafferrò al volo la sua macchina per scattare un'ultima foto prima di scappare a casa a vedere il risultato del lavoro. Riprese la macchina al volo e giusto in tempo riuscì ad aprire l'obiettivo e a scattare una foto al volto della bambina che esplodeva in un sorriso rivolto verso di lei. Wow! Ha gli occhi grandi e neri. Un ultimo scatto, si promise Margherita, stringendo forte forte il suo quadrato magico.
Ma, la bimba non era più sola. Dietro di lei, un ragazzo biondo, che camminava guardando dritto nell'obiettivo. Aveva il viso stanco, lo sguardo di chi stava cercando qualcosa. Margherita abbassò la macchina, lui le si avvicinò. Aveva il sole che lo colpiva da dietro. Margherita velocissimamente riprese la macchina e gli scattò una foto, senza pensarci. Col sole da dietro, era riuscita a riprenderlo solo nella silhouette. La foto era sicuramente buona, perchè il ragazzo aveva una bella figura, lunga e snella, si disse Margherita, finalmente soddisfatta.

Era stanco Andrej. Dopo aver riposato al mare, era partito in macchina verso Roma, deciso a raggiungere il centro. Era molto stanco, e aveva fame. Mangiò una merendina, che aveva portato dalla Polonia. Non gli bastò. Ma preferì aspettare di arrivare in città, piuttosto che fermarsi in un bar per la strada.
Dopo aver guidato almeno un'ora, arrivò alla fine in città. Sporco, stanco e sudato parcheggò la macchina in una via vicino il centro. Aveva una voglia matta di farsi una doccia, ma dovette resistere: se non mangiava qualcosa rischiava di svenire, e lì a Roma da solo chi lo avrebbe raccolto. Non aveva dietro di sè nemmeno una guida della città, Roma l'aveva vista giusto dalle immagini su internet e dalle cartoline che il fratello della madre ogni tanto gli inviava. Camminava per le strade affollate della nuova città, e a Roma gli sembrava che il sole scottasse più che in Polonia. Con le sue gambe lunghe e la schiena un pò incurvata dalla stanchezza, entrava in quasi tutti i bar a cercare cibo. Alla fine si accontentò di un pezzo di pizza: ci si sazia con poco.
Era quasi sera, ed era meglio andare a riposare. Il giorno dopo, doveva fare qualcosa per cercare lavoro e stabilirsi in qualche modo. E non sapeva da dove iniziare. Conosceva anche poco l'italiano. Comprò un giornale prima che le edicole chiudessero, per allenare la lingua. Ma per riuscire a leggere un articolo, ci impiegò un'ora. Immagini di politici e poi politici e ancora politici. Era arrivato in Italia nella speranza di conoscere una politica diversa, e invece dal giornale che aveva in mano l'Italia sembrava una matrioska più grande della piccola Polonia, sempre messa male. Il sole, intanto, si andava a fare gli affari suoi dietro i tetti delle case di Torre Argentina. E col giornale tra le mani, e una sigaretta a consumarsi tre le dita, Andrej si avviava verso la macchina alla ricerca di una nuova notte. Questa volta senza viaggiare. Finalmente era arrivato, poteva dormire e riposare.

Ma che antipatico, pensò Margherita, quando il ragazzo che aveva fotografato le chiese, con occhi timidi e la voce prepotente, se sapeva dove poteva trovare un posto dove mangiare. Possibilmente, a poco prezzo. Margherita ci mise un pò per capire cosa le avesse detto. Parlava in maniera strana il ragazzo, in un italiano stentato e ristretto: ha un accento dell'est, concluse Margherita. Nella zona dove si trovavano, poi, non era assolutamente concepibile l'idea di mangiare a poco prezzo, avrebbe potuto immaginarlo il ragazzo, anzichè rivolgersi con quella presunzione. Cercò di spiegargli, allora, che al centro di Roma si spendeva sempre tanto. Che forse sarebbe stato meglio andare in un supermercato e farsi preparare un panino. Il ragazzo allora le chiese dove poteva trovarne uno. I suoi occhi si addolcirono, le ciglia strette sulla fronte chiara intenerirono immediatamente Margherita, che subito pensò che forse era in difficoltà. Allora lei, che aveva già deciso di andare a casa ad aggiustare le foto scattate quella mattina, gli propose di accompagnarlo. E lui accettò.
Si incamminarono verso la stradicciola che dal Pantheon riportava verso Largo Argentina, attraversando la piazza dell'elefantino. Lui le camminava a fianco con la testa bassa, senza mai girarsi verso di lei. Margherita, sentendo addosso l'imbarazzo, che appesantiva l'aria e rendeva difficile anche guardarlo, per rompere il ghiaccio gli porse la mano: io sono Margherita. Ciao, le rispose, allungando un braccio mentre con l'altro già cercava una sigaretta.. E tu come ti chiami? Io, le spiegò il ragazzo, io ho dimenticato il mio nome.

Andrej si era svegliato presto quella mattina, e ancora il sole doveva salire tra i tetti e il cielo era rosa e a tratti giallo paglierino, morbido e corposo, come se si preparasse ad accoglierlo. Si sentiva confuso, e stanco. Ancora un grosso senso di spossatezza lo angustiava e non sapeva cosa fare. Quando uscì dalla macchina, pensò che era ora di cercare un posto dove lavarsi. Per Roma, non c'era nessuno. Solo qualche macchina che camminava piano tra le grosse vie. Percorse il grosso ponte con sotto il Tevere, che scorreva trascinando dietro di sè i suoi detriti e i rifiuti. Stretto nella maglia per ripararsi dall'umidità della mattina, valicò il ponte e arrivato a Torre Argentina decise di andare oltre verso il Pantheon. Comprò prima un giornale, e lesse i titoli della prima pagina. Ancora notizie di politica, che lui non voleva leggere. Andò velocemente verso le pagine centrali, a cercare notizie di cultura. Lì, tra quei grossi paginoni bianchi e neri, trovò articoli che recensivano spettacoli di danza e immagini di ballerine. Vide la foto di una ragazza bionda, con gli occhi cerulei. Gli sembrò di riconoscere la sorella. Ma chissà se era lei.
Era venuta in Italia per studiare danza. Era bella e brava. In Polonia non c'erano abbastanza soldi per studiare e così era venuta qui, anche se la madre voleva andasse in Inghilterra, magari a Londra. Ma lei era fissata con l'Italia, punto e basta. Anche se sapeva che tanti ballerini italiani andavano via, scappavano in Inghilterra o in America, a lei non interessava. Immaginava lo stivale come la culla del sole, della gente felice, dei ragazzi mori e simpatici.
Aveva iniziato a danzare da piccola la sorella, che si chiamava Anita. Quando andavano a fare spesa la perdevano e poi la ritrovavano ballare tra gli scaffali, con un piccolo pubblico ad applaudirla. Era la sorella più piccola di Andrej, la proteggeva come un diamante raro. Quando il padre si ubriacava a tornava dopo lunghe notti tra i bar di Varsavia, lui lo sentiva camminare strascicato sul viottolo di casa. Si alzava dal letto, prendeva la sorella, e anche se ancora addormentata la trascinava giù, per nasconderla da qualche parte. Lei, ancora insonecchiata, e col respiro pesante e l'odore dolciastro del sonno, lo seguiva con la testolina ciondoloni sulla sua spalla. Andrej sapeva che il padre l'avrebbe cercata, e che poi l'avrebbe disturbata. In quei momenti sperava che venisse risucchiato da qualche voragine che improvvisamente si apriva nel terreno. Così loro sarebbero stati finalmente liberi. Avrebbe aspettato di arrivare ai diciotto anni. Allora avrebbe adottato la sorella, se la sarebbe portata via, e sarebbero cresciuti insieme. Ma quella voragine che lui aspettava si aprì troppo tardi, e anziché risucchiare il padre scavò nella pancia di Andrej un fosso grosso e tutto grigio, che ogni volta che chiudeva gli occhi gli si apriva davanti, e ci vedeva il padre che non riusciva a far scomparire. Il padre andò via, ma lui rimase lì ad aspettare che finalmente un giorno lo lasciasse in pace, che lasciasse liberi i suoi momenti di solitudine. Ad ogni modo, fu per prima la sorella ad andarsene. E lui rimase ancora un pò in Polonia, ancora un pò di anni, aspettando di svegliarsi una mattina col coraggio di andare via anche lui.
Col suo fisico snello e il viso già indurito, Anita se ne andò a 14 anni in Italia. E poi non si era più fatta viva. Almeno con lui. Pensò di cercarla, giàcche era in Italia, chissà cosa faceva adesso. Chissà com'era diventata. Alta e bionda. Chissà se danzava ancora. Chissà se si ricordava di lui, di lui che la nascodeva dal padre e dagli amici, che ci provavano subito appena la vedevano, con le sue gambe lunghe e forti.
Pensava alla sorella, mentre era seduto in un bar del centro, non potendo immaginare, lui straniero, che fosse tanto costoso consumare qualcosa in un posto che sembrava invece così modesto. Solo per il caffè, invece, gli chiesero tutti i soldi che lui aveva programmato di spendere per l'intero pranzo. Ma aveva ancora aveva ancora un pò di denaro con sè, e decise di investirlo per acquistare una cartina della città, dove cercare tutti i teatri e magari trovare la sorella, Anita. Lui non ricordava bene dove stesse studiando, sapeva che la madre le mandava qualche soldo una volta l'anno, e gli auguri di buon Natale. Ma non erano mai stata a trovarla, mai lei era tornata, e quindi non sapeva da dove iniziare. Aveva chiesto al barista notizie sui teatri a Roma. Il ragazzo, un tipo cordiale e un pò grassoccio, gli aveva risposto che l'unico vero teatro con un corpo di ballo e una scuola per ballerini era l'Opera. Gli altri erano teatrucoli che ospitavano spettacoli ma non avevano un corpo organico di ballerini e artisti. Lui era informato perchè la ragazza da piccola era fissata che voleva fare la ballerina. Ma le cosce troppo tornite le avevano impedito di realizzare il suo sogno: non le riuscivano nemmeno le pirouette. Ma meglio così, concluse il barista, te lo immagini, le ballerine hanno troppe fisse e non si può nemmeno metterle incinte che poi ingrassano.
Tra una chiacchera e l'altra, il barista grassoccio gli aveva spillato quasi tutti i soldi. E adesso Andrej, ancora più stanco e affamato perchè aveva bevuto solo caffè, col bisogno sempre più urgente di una doccia, voleva uscire da quel posto e trovare una stanza o un pozzo d'acqua dove lavarsi. Salutò il barista grassoccio, ringraziandolo dell'aiuto. Ma figurati, gli rispose lui, ricambiandogli una stretta di mano.
Uscito fuori, la luce di mezzogiorno lo colpì alla testa stordendolo. Aveva ancora fame, ma non poteva spendere soldi nei bar del centro. Camminava per le viuzze strette tra la piazza di Torre Angentina che conducevano verso il Pantheon. Sui margini di un viotto, un vecchietto che aggiustava i cesti in vimini, intento coi suoi occhiali a intrecciare le corde di legno chiare, lo notò mentre camminava accaldato dal sole, e sorridendo lo salutò. Andrej gli ricambiò il saluto, col sole sulla testa la percezione delle cose era leggermente alterata, come alleggerita. I contorni delle figure che gli si presentavano davanti, erano resi meno difiniti, più morbidi, meno lineari, quasi evanescenti. Si avvicinò. Il vecchio, quando lo vide di fronte a sé, abbassò gli occhiali e arricciò gli occhi per inquadrarlo bene, mentre le labbra si arrontondavano in un sorriso bonario. Gli chiese se sapeva dove poter mangiare qualcosa a poco prezzo, e il vecchio gli consigliò di andare via dal centro, di avvicinarsi verso la periferia. Ma lui aveva troppa fame e non poteva aspettare addirittura di trovare la periferia. Lo salutò e lo ringraziò stringendogli la mano. Gli piaceva quel vecchio, era dolce e gentile. Gli ricordava suo nonno, che se lo prendeva sempre sulle gambe nelle fredde sere polacche, quando fuori nevicava e si era costretti a restare a casa. Ne approfittò e gli chiese se per caso poteva lavorare da lui. Gli disse che era bravo con il legno, e che da piccolo si divertiva a costruire cestini per le biciclette. Il vecchio gli disse di ripassare il giorno seguente, così ne avrebbero parlato meglio. Andrej lo salutò, strringendogli ancora le mano, e se ne andò.
Arrivò alla fine a piazza del Pantheon. Gremita di gente e di turisti. Anche lui non era romano, ma non era turista, e non era nemmeno immigrato. Non sapeva cos'era, e non sapeva nemmeno più perchè era a Roma. Non sapeva nemmeno perchè quella mattina era partito dalla sua grigia Polonia. Forse era a Roma per cercare Anita, voleva ancora proteggerla, tenerla stretta col suo pigiamino di flanella quando si svegliava di soprassalto la notte e aveva fatto gli incubi. Ma chissà poi Anita se voleva ancora farsi proteggere. Magari era diventata grande e si era innamorata. Sicuramente era una brava persona l'uomo a cui aveva deciso di aprirsi, quell'uomo che indubbiamente le aveva addolcito il viso e le sue espressioni si erano rilassate: non più le sopracciglia strette come quando aveva dieci anni, quando i seni le si iniziavano a gonfiare e lei li nascondeva con grossi maglioni di lana da cui spuntavano le sue lunghe gambe come i raggi dal sole. Odiava quando qualcuno dei suoi amici le guardava il seno, si irrigidiva, e dopo essersi dilettata ad offendere l'interessato con qualche frasetta tagliente, se ne andava via, con la camminata da militare. Per fortuna che faceva la ballerina, commentava puntualmente il mal capitato.
Con le mani tra le tasche e la testa rivolta verso la grande cupola del Pantheon, Andrej si ricordava di Anita, della sorella bella e ballerina, che lo aveva reso un ometto coraggioso e che forse adesso lo aveva portato qui, in questa grande città così diversa dalla Polonia, così più bella di Varsavia. Era più calda, anche le colonne del Pantheon erano più affettuose, sembravano le gambe grosse di quei padri che amano i figli e insegnano loro a giocare a calcio e poi a corteggiare le donne. Come i padri dei suoi amici. Il suo non era stato così, ma se anche lo fosse stato, gli sarebbe toccato un giorno intraprendere un viaggio per diventare diverso da lui. Per diventare ancora più coraggioso.
A qualche metro da sè, una bambina giocava col papà, nascondendosi dietro un ventaglio. Sapeva che il papà pensava che lei fosse la più bella bambina del mondo. Andrej lo constatò dal fatto che quando la bambina risbucava fuori dal ventaglio esplodeva in un sorriso e non aveva paura. Ed era tanto bella lei e il suo giocare nella piazza, che una ragazza la fotograva da tutte le angolature, e poco ci mancava che cadeva per com'era messa, sdraiata in bilico su un gradino. Ma scattava scattava e scattava, tanto che Andrej pensava che forse faceva prima a farle un video, piuttosto che rischiare di rompersi qualcosa sdraiata in quel modo. Andrej le andò vicino, e, camminando dietro la bambina, si accorse che forse disturbava il lavoro della ragazza, perchè lei appena lui si avvicinò abbassò la macchina fotografica per guardarlo meglio, e poi subito la riprese tra le mani per scattare una foto proprio a lui. Andrej allora si avvicinò per chiederle se conosceva un posto dove poteva andare a mangiare. Aveva fame, e la ragazza le sembrava una tipa abbastanza stramba da dargli retta. Ed infatti lei subito gli propose di accompagnarlo a mangiare qualcosa in un supermercato. Era carina, sarà stata sicuramente una sua coetanea. Era mora, sembrava un pò asiatica, un pò sudamericana. Era anche cordiale, molto gentile, ma Andrej non capiva bene perchè. Lui era uno sconosciuto, potrebbe essere stato il prima maniaco che incontrava, e subito tutta questa confidenza. La ragazza a un certo punto addirittura si presentò. Si chiamava Margherita.
Nel sentire la sua voce squillante che gli diceva, ciao io mi chiamo Margherita, stringendogli la mano con calore, lui rispose di aver dimenticato il suo nome. Il suono della sua voce così acuto, e quel modo di fare ostentamente gentile, non lo convincevano affatto. La ragazza, quando sentì la risposta di Andrej, rimase un pò perplessa. Non riusciva a capire se lui la stava prendendo in giro. Stupita, quasi scioccata, si fermò un attimo, e abbassando la testa, cercò di nascondere i suoi pensieri, mentre Andrei soddisfatto poteva essere sicuro di averla zittita almeno per un'ora. Magari adesso scappa, pensò Andrej. O magari starà pensando che lui è un povero ragazzo sbarcato chissà da quale nave stracolma di immigrati. Il trauma gli avrà procurato una particolare perdita di memoria che gli impediva di recuperare i suoi ricordi, persino il suo nome.
Quando Margherita riprese a camminare, Andrej la seguì in silenzio. Si avviarono verso Torre Argentina, per andare a finire su viale Trastevere. Margherita ogni tanto si voltava piano e senza farsi notare, per vedere se lui c'era ancora, e ogni volta il ragazzo era lì che la seguiva con la testa reclinata verso il basso e lo sguardo puntato su di lei. Margherita, allora, pensò che probabilmente il ragazzo non era pazzo per niente, nè era un povero immigrato con la pelle segnata dai traumi. Ma, in finale, era solo un pò stronzo.
"Siamo quasi arrivati", disse lei a lui ad un certo punto per smorzare l'attesa della passeggiata verso il supermercato. "Hai molta fame", gli chiese poi, notando il suo pallore. "Si", le rispose Andrej, che aveva proprio bisogno di mettere qualcosa di sostanzioso nello stomaco. "Da quanto non mangi?", gli chiese la ragazza. "Non è quello il problema, soprattutto ho bisogno di una doccia." Sicuro non viene da Roma, perchè se no avrebbe un posto dove fare la doccia. "Se vuoi puoi venire a casa mia," si trovò a dire senza pensare. Andrej non voleva disturbarla, non voleva apparire come il poveraccio bisognoso. Ma lo era. Aveva bisogno di una doccia. E quella ragazza poteva salvarlo dal rischio di diventare un'arma batteriologica. Almeno il giorno seguente, bello e pulito, poteva presentarsi bene quando sarebbe andato a cercare lavoro.
Non voleva disturbare, le rispose Andrej. Ma Margherita subito lo rassicurò: "Davvero non ti preocuppare, vivo sola, qui vicino, non dai fastidio a nessuno." Andrej non rispose, con un silenzio che voleva dire: si, grazie, ok, ma domani me ne vado. "Da dove vieni?" Gli chiese Margherita, quando finalmente erano arrivati al supermercato e aspettavano un attimo fuori che Andrej finisse di fumare, "almeno ti ricordi da dove vieni?" Polonia, le rispose Andrej mentre buttava fuori l'ultima boccata di fumo gettando via il mozzicone. Quando sei arrivato a Roma? Da non molto, le rispose. Margherita abbassò la testa, forse è solo spaventato.
Nel supermercato, Margherita gli proibì di acquistare qualsiasi cosa: a quel punto, doveva fare già la spesa per casa, tanto valeva preparare una bella cenetta. Andrej ancora si limitò ad annuire col suo silenzio, diventato per fortuna meno pesante. Ma era sempre imbarazzato, si sentiva in difficoltà. Margherita fingeva di non accorgersene, forse era meglio non dirgli niente, non farlo sentire un poveraccio in cerca di aiuto. Ma un amico da invitare a cena un giorno che è senza soldi. Può capitare a tutti.
Usciti dal supermercato camminarono ancora un pò prima di arrivare a casa di Margherita. Era un piccolo appartamento, molto carino, fresco ed esseziale. C'erano foto appese ovunque, e quadri, ritratti, paesaggi. Doveva aver viaggiato molto, pensò Andrej, mentre osservava il cimelio di oggetti da tutto il mondo che abitava i suoi scaffali. Ma non le chiese niente. Margherita lo osservava con la coda dell'occhio mentre lui si guardava attorno nella sua casa, e lo lasciò fare, prese la spesa e andò a sistemarla in cucina, preparandosi per il pranzo. Andrej, intanto, era incantato nel guardare le sue foto, immagini da tutto il mondo, persone dai visi strambi, bellissimi, e poi tanti bambini. Di sue foto, quasi niente. Anzi, solo una. Un ritratto di lei che sorrideva, con gli occhi bassi. Prese il ritratto. Lo avvicinò per guardarlo meglio. Somigliava anche un pò a sua sorella. Ma Margherita aveva i capelli neri neri e la carnagione abbronzata. La cercò con lo sguardo mentre lei era intenta a preparare la cena, bisticciando coi fornelli. Margherita era anche più bella della sorella.

E arrivò un altra notte per Andrej. Questa volta non era solo, questa volta non era in macchina. Era dietro la finestra di un appartamento vicino il primo ponte che da Largo Argentina si ergeva sul Tevere. Una luna tutta rossa splendeva nella notte punteggiata da mille stelle. Margherita dormiva nel suo letto, soppalcato per risparmiare spazio nel suo mini mono locale. Andrej nel suo silenzio la raggiunse, e la svegliò. Le chiese se poteva dormire con lei, le disse che non l'avrebbe sfiorata, ma solo voleva dormire riscaldato dal suo respiro. Margherita, si spostò un pò nel letto per fargli spazio. Non riprese sonno, con discrezione lo osservava, mentre lui guardava il soffitto, e il petto gli si alzava in respiri grossi e profondi. Il suo torace, ancora giovane, gli si gonfiava e sembrava una collina, e lo sguardo sempre preoccupato cercava verso il soffitto delle risposte ai suoi pensieri. Margherita, gli si fece più vicina. Si chiedeva a cosa stesse pensando. Lì. Nel suo silenzio. La ragazza, allora, spostò i capelli che le coprivano il volto, e iniziò a parlargli. Prese a raccontargli delle foto e dei suoi viaggi. Aveva visto i tori in Catalogna. Aveva visto i catalani stufi del sangue sparso per le vie del paese. Anche i tori avevano smesso di combattere: avevano corna di plastica e non si facevano più male nemmeno tra di loro. Aveva visto le ballerine di flamenco appoggiare le loro gambe lunghe sulle spalle di toreri incantati. E allora anche i matador avevano smesso di impiegare il loro tempo a cercar tori e avevano preso a fare l'amore con le ballerine che avevano i capelli raccolti da fiori rossi.
E poi era stata in Africa, e aveva visto i bambini albini perseguitati come fossero streghe. Li aveva visti correre veloci tra le foreste per sfuggire ai loro persecutori. Alla fine, erano riusciti a nascondersi nelle stive delle navi. E dall'Africa viaggiarono per tutto l'Oceono, fino ad arrivare in America. Qui avevano conosciuto gli indios, perseguitati dai coloni americani. Si erano raccontati le loro storie a vicenda, e insieme erano diventati più forti.
In Arabia, aveva infine conociuto le nipoti di Sharazade. Aveva rubato loro un pò di storie, e le era andata a cercare ancora per il mondo attraverso le sue foto. E allora scattò foto e foto e ancora foto. Aveva rubato loro anche balsami e unguenti da spalmare nelle notti d'amore. Andrej, a quel punto, si girò, e sdraiato su una spalla, ascoltava ancora le sue storie, con le labbra socchiuse, come se stesse aspettando succo da bere. Aspettava che le parole e le storie di Margherita gli inumidissero le labbra. Parole sussurrate piano, nel cuore di una notte di settembre.
Margherita, nelle lunghe pause tra una storia e l'altra, ascoltava il suo silenzio diventare sempre più intenso. Raccontava di essere stato un pò matador, un pò albino e anche indiano. Le raccontò, col suo silenzio, di aver conosciuto Sharazade nei sogni, e che era stata lei ad insegnargli a resistere con la fantasia. Le raccontò nel suo silenzio di amarla. E lei nel suo silenzio ascoltò la sua nuova voce. Lo baciò e lo sentì cantare: il tuo volto nella notte è il mio nuovo nome.


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