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Izquierdo Paula - Le amanti di Picasso

RECENSIONI




Sesso metafora dell'arte

PAULA IZQUIERDO
Le amanti di Picasso
pp. 168, euro 16
Cavallo di Ferro, 2010

Alberto Pezzini

Le amanti di Picasso, scritto con un piglio vitalizzante da Paula Izquierdo, scrittrice di Madrid con un terzo occhio in dono ricevuto da una laurea in psicologia, è un libro che ricorda la stessa vita che pulsa nella Vita di Gabriele d'Annunzio di Piero Chiara.
Una specie di biografia che accalora come un romanzo e lascia gli occhi ansiosi di saperne un qualche cosa in più, una vorace ricerca su di un uomo ossessionato dalla donna.
Non è soltanto l'elenco delle donne di Picasso, una specie di harem privato di cui il pittore si nutriva come un'ape regina dura come l'ossidiana. E' invece una storia di cuore, dove le donne vengono svestite con l'attenzione femminile di colei che assiste alla dissezione delle proprie simili e vorrebbe fare qualcosa per avvertirle che lì - dietro quel viso di cuoio stagionato dai soli del mediterraneo, quelle labbra tumide e quegli occhi rapaci - ci sta un drago.
Picasso era un Minotauro,dotato di una sessualità che mangiava le donne e le loro carni soprattutto se generose, e loro - però - gli rispondevano con un perverso piacere a farsi penetrare come fortificazioni inermi.
Le donne sono tredici e tutte - a parte una, Francoise, - verranno abbandonate da Picasso trovando talune anche una morte tragica, quasi non riuscissero in qualche modo a sopravvivere all'uomo che le aveva scoperte divine per poi insudiciarle con il gelore dell'indifferenza.
Il modulo psicologico era sempre lo stesso:le vedeva e cercava di rinchiuderle dentro mura gelose, in modo da poterle succhiare da sole come un ragno famelico, fino ad aspirarle, disarticolarle e poi spalmarle sulle tele.
E' Marina, la nipote del pittore, a confessarlo:"Quando ormai, dopo molte notti, aveva estratto la loro quintessenza, le abbandonava esangui". Un vampiro che aveva bisogno - come il pane - sempre di una donna in cui scavare una tana per la pittura.
Ogni donna, oltretutto, coincide con un periodo, e quando il vampiro era sazio di sangue e sulle tele aveva trasformato la donna di turno in una chitarra oppure in un ritratto dove il colore sembrava scalciare la realtà - vincendo la paura profonda della solitudine - la abbandonava anche perché la bellezza veniva a sfiorire perchè lui non la vedeva più, anzi provava conati di fastidio, una ripugnanza che subentrava all'originario incanto.
Mai senza una donna, e tutte dovevano essere assolutamente serventi e sottomesse.
Il desiderio imperioso di Picasso nasce probabilmente da due fattori, ma si tratta di interpretazioni pscicologiche:il primo si chiama Dona Maria ed era la madre del pittore, colei che lo aveva cresciuto in mezzo alle sorelle, all'interno di un guscio morbido come cera.
La madre fu la prima a capire - dicendolo peraltro - che nessuna donna avrebbe mai potuto fare la felicità del figlio perché lui apparteneva soltanto all'arte. Il secondo deriva invece da quella sessualità incendiaria che gli uomini scorpioni - e Picasso nasce il 25 ottobre del 1881 - possiedono dentro le proprie vene. Una specie di congiunzione astrale che ne fa amanti tellurici, strumenti sinistri della cupidigia tanto quanto è il loro modo di stancarsene:cenere e sangue, lacrime estatiche e furore artistico, sole bestiale e tramonto subitaneo. Qui va anche aggiunto che Picasso era mancino, e quindi dipingeva con il lato appunto del diavolo, quello dove però la creatività bolle come dentro al vulcano.
Per Picasso la sessualità coincideva con l'arte e dalle donne attingeva l'ossigeno necessario per affascinare le tele. "Il sesso , così come lo intendeva Picasso, è una metafora dell'arte, l'arte è una metafora del sesso. Presuppone un corpo a corpo tra lui e la pittura. Nell'arte, come in amore, l'unica cosa veramente importante è ciò che non si riesce a spiegare".
Ad esempio, i suoi triangoli amorosi sono il segno di una fame inestinguibile. Quando una donna lo stancava, anche la pittura cominciava a scurirsi, a prendere dei toni bui, urlanti. Con Olga, la ballerina russa e prima moglie che si perderà nella follia, fu uno strazio che lo inseguiva dappertutto. Più lei gli faceva scenate sanguinarie, più lui si chiudeva dentro lo studio a dipingere ma la pittura ne usciva disturbata, con un tormento epidermico. La pittura diventava allora una fuga dell'anima ai confini dell'inferno. Quando la stretta dell'amante diventava morsa, e lui sentiva che un legame troppo esclusivo lo avrebbe in qualche modo limitato, cominciava a ricercare una nuova preda, una nuova vergine del sole da prendere. Qualche volta gli capitò anche, come con Marie - Therese, alta, bionda e giovanissima, ragazza da domare ed asservire alle proprie voglie anche sadomasochistiche più oscure. Le diceva che non doveva ridere quando le insegnava le pose più lubriche o la legava per domarla ma la ragazza si asserviva docilmente a quel piccolo uomo acceso dentro da una energia a combustione naturale.
L'unica donna che coltivò sempre fu appunto Marie Therese, cresciuta quasi fosse una sua creatura, una sorta di appendice plasmata anche con la forza del pensiero oltrechè con le arti della seduzione sessuale. Soltanto all'ultimo - quando comparirà Jaqueline, detta anche Madame Z come l'ultima lettera dell'alfabeto - anche Marie Therese, con la propria figlia Maja, non sarà più visitata dall'uomo divenuto ostaggio di centinaia di giornalisti e preda - lui, un predatore fisiologico - dell'ultima donna che in qualche modo cercò di prendersi in modo esclusivo un uomo ormai diventato di tutti.
Marie Therese si suiciderà due anni dopo la morte di Picasso impiccandosi nel proprio garage in Costa Azzurra:il segno che la dominazione terrena era stata così assorbente da non poter lasciarla respirare se non sotto lo sguardo imperioso di quell'uomo accecato invece soltanto di sé.
L'unica che sfregiò Picasso - ed anche in vita - fu Francoise, la donna fiore, giovane bruna flessuosa come un giunco di cotone ma capace di abbandonarlo dandogli un dolore morale tanto forte quanto sconosciuto:Francoise è la donna che si vede nella celebre fotografia dove incede come una regina sotto il sole, sopra una spiaggia di cipria, e con Picasso a sbandierarle a protezione un parasole ampio come un flabello faraonico. Francoise farà di più, oltre a trovare la forza di lasciarlo mettendosi così in salvo:scriverà una autobiografia abbastanza intima, Vivre avec Picasso, tradotta in inglese con il titolo Live with Picasso (ispirerà anche il film Surviving Picasso con Antony Hopkins) che negli anni 60' supererà il milione di copie e susciterà uno scandalo dentro il mondo dell'arte. Picasso cercherà di bloccarne l'uscita ma inutilmente.
Picasso esce da queste pagine come un uomo febbrile, un lavoratore sulla tela dotato di una fantasia in cui anche le farfalle notturne più colorate avrebbero preso lezioni da lui, un divoratore dell'intimità femminile più tumida per vivere di vita propria, un Minotauro assetato di vergini, ed un amante del sole con cui forse cercava di allontanare il freddo della morte e l'allergia al freddo. La cosa curiosa è che verrà sepolto - all'età di novantadue anni - sotto una nevicata monumentale e dentro un castello esposto al nord - a Vauvenargues presso Aix en Provence - nelle cui stanze aveva persino trascurato la pittura per la luce troppo avara.
Un libro da estate, un libro che è una corrida dentro l'anima femminile tanto sanguinaria da non capire più chi sia il toro e chi il torero.

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