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Lentini Alfonso - Cento madri

RECENSIONI






Della lingua e della morte

ALFONSO LENTINI
Cento Madri
pp. 156 euro 11,90
Foschi Editore,
Forlì 2009


Paola Turroni

"La morte era sempre appostata nel buio, dietro l'angolo, ma non bisognava guardarla, né parlarne". Della morte qui si parla. Della morte come presenza incombente nel quotidiano (le fotografie dei morti, i funerali che passano sotto la finestra, i vestiti neri), come una coltre buia, le cui manifestazioni continue di violenza (violenza di sangue, con liste di uccisi, e violenza di non detti, o di troppi detti) sono compagne della crescita del protagonista bambino. Un bambino inquietante perché poco fanciullo, piuttosto un osservatore muto, cupo, estraneo.
La realtà è una composizione di gesti piccoli e fatali, anche i più banali, di dettagli visti dal basso, di oggetti ingranditi nella loro influenza. Pian piano il lettore viene accompagnato nella visione-percezione del bambino, fino a una completa empatia, fino a subire lo stesso fastidio, lo stesso stupore, la stessa ansia.
"Ho avuto cento madri e tutte cicalavano in un dialetto irsuto". Della lingua qui si parla. Il linguaggio dialettale di cui è riportato il suono, l'effetto emotivo, il peso culturale. Il dialetto è esso stesso un personaggio del romanzo, pur non essendo un romanzo scritto in dialetto. È questo uno degli aspetti di più grande interesse della lingua di Lentini.
La madre è il principio e la causa, è la cura e l'ossessione. La madre è il luogo e il tempo, la formazione e la deformazione.
Questo libro, vincitore del Premio "Città di Forlì", trascina nel vortice e conduce all'indispensabile finale, "la cicatrice di un lamento".

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