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Linati Carlo - Porto Venere, immagini e fantasie marittime

RECENSIONI





A contatto con la natura

CARLO LINATI
Porto Venere,
immagini e fantasie
marittime

a cura di Antonio
Zollino
pp. 127, euro 12
Nerosubianco 2009

Alessandra Casaltoli

15 Maggio 1910. Data così Carlo Linati la sua Prefazione a Porto Venere, terza opera pubblicata dopo l'esordio del 1906, in cui l'autore comasco, amico di Gadda e Montale, riporta <<immagini marittime>> che a lui stesso, allora, sembrarono <<un errore>>. Porto Venere nasce da un'esperienza giovanile di fusionale contatto con la natura. Una natura selvaggia, a tratti aspra, ma sensuale e affascinante. L'errore per Linati, stava nel fatto di <<aver voluto comporre un libro con una materia che, forse per sé, non consentiva di essere efficacemente espressa in unità letteraria, ma la cui bellezza stava soltanto nel viverla, nel sentirla>>. Mentre i colleghi dello scrittore (non Montale influenzato in Ossi di seppia da questa prosa dell'amico lombardo), come pure i lettori e i critici a lui contemporanei, avranno ravvisato in Porto Venere un testo eccentrico, bizzarro e forse strampalato, il Linati spingeva già oltre le soglie del simbolismo e del futurismo, dalle cui fila proveniva, la sperimentazione della scrittura narrativa, che conosceva in quei primi anni del Novecento, una conclamata crisi. Questo testo, a cento anni dalla sua comparsa, viene riproposto a cura di Antonio Zollino, dalle edizioni Nerosubianco, ed appare al lettore d'oggi, raffinato eppure vivace, d'epoca ma non datato, e interessante soprattutto per quell'intuizione che fece affermare in opere successive al Linati, coraggiosamente, che <<quando si vivono veramente e tragicamente alcuni fatti palpitanti ci vien poi meno la voglia di metterli in carta>> poiché narrarli <<non ci appare che un vano e stupido gioco di sillabe>>. L'errore per questo autore, non sta dunque nella sperimentazione, ma nel cercare con la scrittura, quasi emulando l'arditezza prepotente di un Ulisse, di riprodurre la vita che l'arte può solo celebrare, mai eguagliare. Una scrittura dal significato autentico e duraturo, quella del Linati, per un testo pieno di suggestioni e suggestivo, piccola gemma che saprà entusiasmare ogni lettore.

SECONDA LETTURA

Milva Maria Cappellini

I demoni meridiani, ricorda Roger Caillois, erano collegati - tanto per i greci antichi quanto per i cenobiti cristiani - con l'acedia, "la malinconia colpevole dei disillusi". I demoni dell'estate a Portovenere, nel volume di Carlo Linati, definito dal curatore "esemplare resoconto dell'innamoramento per un luogo", conservano qualcosa di malinconico e disincantato, essendo quelli di un lettore e letterato novecentesco, un flâneur temporaneamente mediterraneo mosso da "amor di panorami" e però incline a travestire con immagini le proprie filosofie. Al centro della scrittura, così, resta sempre la relazione tra vita e letteratura: e, se si può concordare senz'altro con Zollino quando afferma che Linati è sempre pronto a schierarsi a favore della prima, si dovrà almeno dubitare dell'ingenuità di tale posizione e sospettarvi a ogni riga l'azione corrosiva dell'ironia. "Opportune venature d'ironia" (ancora Zollino, come d'ora in poi ogni altra citazione non attribuita), infatti, temperano già - e non poco - certa enfasi dello stile, di sapore ancora scapigliato (e tono scapigliato hanno anche certe rappresentazioni orrorifiche e squallide, come quella dei mendicanti).
Il testo offre una sorta di campionario - sempre ci pare, in chiave di fruizione ironica - dei modelli stilistici e tematici disponibili a Linati, a partire da d'Annunzio; il curatore, dannunzista raffinato, accenna con discrezione a un "dannunzianesimo non del tutto ingenuo", che di fatto emerge di continuo: si pensi al nome Basilissa per una ragazza del borgo, sicuro ricordo della recentissima Nave dannunziana; e, più in generale, si pensi alle scelte lessicali ("E venivano così le belle ferie della fantasia, e tutto l'essere estuava effuso in una nostalgia violenta di alcionidi puerizie umane"); alle atmosfere alcionie ("Alto splendeva il sonno meridiano delle cose. Le acque, il cielo parevano d'ogni canto porgere consensi a quell'assunzione di vita divina, piegarsi con grandi occhi a vedere"); si pensi, infine, alle aspettative di esperienze prodigiose ("Di qui stimoli infiniti giungevano alla fantasia e al sogno, raffinati sortilegi scendevano di continuo dalla luce, dalle pietre e avvolgevano l'anima della caligine di una febbre voluttuosa. Sì che, sul quadro di quella vita ebbra, bene spesso ci accadeva di vedere altro mondi palpitare, altre chimere ondeggiare, altri divini soggiorni spirare aura e luce").
La struttura rapsodica del testo, che "incuriosisce per la sua inclassificabilità, oscillante fra narrazione e diario di viaggio, fra resoconto realistico e zibaldone di fantasticherie", consente variegati apporti e suggestioni, come una certa inclinazione dell'io narrante "all'amore delle cose povere e neglette": "Perché mai? In esse io forse scorgo espresso con maggior forza il senso della vita? O forse è quel loro abbandono estremo che per contrasto suscita in me la nostalgia e la coscenza (sic) di tutto quanto v'è di energico e sensuale in sulla terra?".
Talvolta l'ironia è più esplicita, come nel sogno allegorico ("c'era proprio da impazzire! Pareva proprio di trovarsi nel cerebro di un poeta simbolista!") che reca tracce di psicanalisi ("una sorta di Vestibolo dell'Incosciente", "lo spirituale Magazzeno ov'Egli custodisce i ciarpami dei Pensamenti e delle Percezioni") accanto a echi di Swift e delle leopardiane Operette morali. Rivolgendosi a Proteo, l'io narrante lamenta poi il primato tra gli uomini del "triste commercio delle Certezze, delle Realtà scientifiche, delle Verità esatte"; e nelle foche che fanno corteggio al dio delle metamorfosi vede "poetesse carducciane calde di troppo cibo e di troppo barbaro amore". Così, di fronte alla seduzione delle sirene, "celebrate metafore" vaganti "sulle labbra innamorate di tutti i nostri commessi in articoli farmaceutici", l'io narrante obietta: "Ma vedete impiccio: sono uomo di lettere, ho famiglia, e poi, ve l'ho a dire? A me pareva proprio morto per sempre il tempo in cui chi s'arresta / delle Sirene alle fatali spiagge...".
La folla di tritoni, centauri, nereidi e sirene non basta a coprire il sibilo quasi carducciano di una torpediniera, né a convincere fino in fondo il moderno "cercatore di emozioni vitali": "Ah benedetta, ideizzante mania de' nostri Padri antichi! Ère beate in cui il Mistero vegliava a mantener florida e profonda la vita!". La vita si mantiene soprattutto noiosa (si veda la memorabile "Filosofia della Noia") e le occasioni filosofiche sono spesso ben modeste (per esempio, il "ciompesco corteo" matrimoniale). Altro discorso vale per le potenzialità narrative di certe figure locali, pronte a diventare personaggi: il cameriere dai "piedi ciocci"; la povera Marfisa; il fornaio danzatore dionisiaco; il boia di polli; il pescatore-locandiere-favolatore Leon Marco. In ogni modo, la "gaia vita feroce" del passato è perduta, si sia o no nietzschiani, e non ne resta che la rêverie: "com'era dolce il raffigurarsela proprio in quella pace di giorni ariosi, in quell'elisio sopore di acque, a specchio delle quali le case e le rupi parevano accasciarsi in un languido e rassegnato desiderio di morte!"
Il fascino di Porto Venere consiste proprio in questo "linguaggio di una patria perduta, ove ogni cosa, ogni essere, ogni pietra ci si rivelava come espressione confusa di un mondo che già era stato nostro, remotamente, in qualche ardua preistoria del nostro spirito". E' persuasiva l'ipotesi del curatore che proprio questo sia l'elemento che, in Porto Venere, ha attratto l'attenzione di Eugenio Montale: un'ipotesi sostenuta da numerose risonanze avvertibili negli Ossi di seppia. Provvisto di tale sollecitazione, e dopo aver apprezzato l'acribia con cui Zollino, recente vincitore del Premio Montale, addita relazioni e tangenze tra le pagine di Linati e i versi degli Ossi, il lettore cui non incomba il dovere dell'esattezza testuale può godere di ulteriori sintonie, come per esempio la scena in cui la voce narrante guarda le ragazze nuotare, mentre i visitatori le guardano, evidentemente appartenendo alla "razza di chi rimane a terra": "Ma quando meno ce lo aspettiamo, le ninfe si sono tuffate in acqua. E come nuota e si sbraccia lo sciame gaietto! Come l'onda vezzeggia quelle pelli mulattine! Nuotano verso l'isola, fra poco l'avranno raggiunta. Intanto ridono e si beffano di noi, che, ritti sull'orlo della ripa, aguzziamo lo sguardo vanamente".
Si diceva della eterna e insidiosa dialettica tra vita e letteratura: nella Prefazione, Linati riconosce l' "'errore gravissimo" consistente 'nel fatto di aver voluto comporre un libro con una materia che, forse per sé, non consentiva di essere efficamente espressa in unità letteraria, ma la cui bellezza stava soltanto nel viverla, nel sentirla'." Una tale posizione, chiosa Zollino, "subordina la letteratura alla vita". Ma la tendenza irresistibile a trasfigurare le più ordinarie scene di paese attraverso il filtro dell'arte, i frequenti passi metaletterari (soprattutto con allocuzioni al lettore), il registro costantemente ironico testimoniano l'impossibilità di prescindere, ormai, dalla mediazione dell'arte. Semmai, proprio l'ironia moderna dissipa il sogno - pure nutrito di recente - dell'arte intera, della rappresentazione totale, per smascherare i procedimenti e al contempo la natura di materiale immediato che il testo esibisce: nella Prefazione, infatti, Linati si giustifica per aver "esposte in un modo poco organico e discorsivo queste [...] imagini marittime", alle quali ha inteso conservare, "nella loro trascuratezza formale, tutto il rilievo spontaneo e le mosse disordinate e la grazia rude ch'ebbero nel momento in cui furono godute". E' pur vero che in conclusione si celebra il trionfo della Natura ("la Madre assoluta, l'infinita Parente del Tutto, colei che accoglieva nel suo vastissimo grembo le realità più umili e i poemi più grandiosi") sull'arte ("No, certo. Ogni cosa non esisteva per essere scritta, pensata o dipinta"), ma è anche vero che all'uomo non resta altro, per riascoltare gli echi di quella remota Natura, che dipingere, pensare e scrivere.


Antonio Zollino insegna Letteratura italiana presso l'Università degli Studi di Pisa; si è occupato a più riprese, in particolare, di autori quali d'Annunzio, Tozzi, Gadda e Montale. Ha pubblicato: Il vate e l'ingegnere. D'Annunzio in Gadda (ETS 1998) con il quale ha vinto, a Pescara, il Premio nazionale di saggistica dannunziana; La verità del sentimento. Saggio su Tre croci di Federigo Tozzi (ETS 2005) e I paradisi ambigui. Saggi su musica e tradizione nell'opera di Montale (Il Foglio, 2008; seconda edizione 2009).

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