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Luigi Carrozzo - Appunti da una penisola in disuso

NARRAZIONI

Cronache inique
Appunti da una penisola in disuso
di Luigi Carrozzo

1.
E così, contro ogni mia volontà, arrivo a questa festa. Non ho ben capito cosa si festeggi – una ricorrenza, un patrono, un compleanno, una sovvenzione ministeriale – ma si sa, nella piccola, profonda provincia italiana basta poco a fare baldoria. Sicché mi ritrovo nella sala del municipio addobbata per l’occasione. Il fatto che io sia il fidanzato della figlia del sindaco (questa è la versione che dà lei – Marta – la mia è leggermente diversa; diciamo che abbiamo un’accettabile affinità sessuale) e che la mia bella faccia sia apparsa un paio di volte in tv, fa sì che tutti mi trattino come una star. O almeno come si pensa debba essere trattata una star nei paesi della piccola, piccolissima provincia italiana. Quindi salamelecchi, sorrisi e ammiccamenti da parte di chiunque.
Per la cronaca, sono presenti: i due fratelli maggiori di Marta con relative consorti e figli. I vicini di casa dei genitori di Marta. I genitori delle mogli dei fratelli di Marta. Gli zii e le zie di Marta. Uno stuolo di cugini di Marta. Gli ex catechisti di Marta. Quindi, una serie di assessori e membri della giunta comunale (ognuno con vari parenti al seguito), il parroco, il tenente dei carabinieri responsabile della caserma di zona, il capo dei vigili del fuoco e tutta una sfilza di figuri che non sono riuscito a identificare, o che hanno fatto la loro comparsa troppo tardi. Vale a dire quando ero già mezzo sbronzo.
Dicevo del salone addobbato a festa; io non pensavo che dentro un municipio ci si potesse organizzare cerimonie del genere. Più che un party sembra di essere a una sagra. Ci sono tavolate immense piene di ogni bendiddio: salumi, formaggi, arrosti vari, salse multicolore, cornucopie di frutta, guantiere di dolci e poi vino, vino, vino in quantità industriale. Tutto buonissimo, tutto sanissimo, tutto genuinissimo. Almeno a loro dire. Questi paesani si fanno vanto delle qualità e dei sapori di una volta che i loro prodotti dovrebbero avere. Uso il condizionale perché non sempre è così. E, grazie alla solita sfiga che si accanisce contro il sottoscritto, questa volta non è così.
Partiamo dalla cosa che più mi sta a cuore. Il vino. Le tipologie che si millanta vengano offerte oggi sono due: barolo, per le carni e i formaggi, e vernaccia, per dolciumi e affini. Insomma un abbinamento sardo-piemontese per ribadire il legame savoiardo che unisce queste due terre. Sarà…
Naturalmente tra i presenti c’è anche il titolare della cantina che generosamente sponsorizza il beveraggio della giornata, e altrettanto naturalmente (chissà poi perché, non ho nulla da dirgli, il suo vino non mi piace, e se sperano che gli faccia pubblicità in qualche modo, sbagliano completamente, io non sono un marchettaro, anzi) mi viene presentato con tutta la sequela di titoli nobiliari che precede il suo nome. Forse non tutti sanno che ho una memoria lacunosa, anzi pericolosamente difettosa, troppi input non fanno altro che aumentare la possibilità che qualcosa mi sfugga, che i miei ricordi si smaglino e non trattengano le informazioni più importanti. Infatti, del marchese vignaiolo non ricordo il nome. Se non sbaglio però, lui è uno zio della moglie del fratello di Marta. Porca vacca, tutti questi dedali di parentele mi danno il capogiro.
Tornando a bomba, il marchese si mette a sproloquiare sulle perfette qualità organolettiche del suo vino, sulla conservazione in botti di rovere, sul colore rubino e i riflessi arancio, sulle note floreali e bla bla bla. Marta mi guarda da lontano, chiacchiera con suo padre e con un altro personaggio eminente del paese, un vegliardo che a cavallo degli anni sessanta è stato deputato durante il tumultuoso governo Tambroni (monocolore Dc, of course), quello dei morti di Reggio Emilia. Probabilmente si sente in colpa. Marta intendo, non l’onorevole. Oddio, magari anche l’onorevole non ha proprio la coscienza pulita. Comunque, Marta si sente in colpa, e fa bene. Ancora mi sfugge il motivo per cui ha voluto che l’accompagnassi qui, di domenica, a ora di pranzo. Sa che mi sento a dir poco fuori luogo, sa che per me la domenica è l’indispensabile camera iperbarica che mi traduce verso il lunedì. Ergo sa che preferirei essere in un qualsiasi posto, tranne che in questo casino a tentare una conversazione con un monarchico che non capisce nulla di vino, tra l’altro. Lui parla, io bevo, lui si pavoneggia, io bevo, lui si commuove ricordando il padre che gli ha insegnato la mistica enologica (ma soprattutto gli ha mollato la terra quando è schiattato) e io bevo ancora. Il vino (che a quanto ho intuito dovrebbe essere di un’annata favolosa del secolo scorso) dal mio punto di vista è irrimediabilmente perso, non sa quasi più di vino, non ha il colore, né la densità, né l’acidità, né l’intensità, né le note fruttate che ostenta il marchese. Insomma uno schifo. Uno schifo che però fa il suo effetto. Infatti comincia a darmi alla testa.
Primo sintomo di un’ubriacatura imminente: incapacità di mantenere la concentrazione. Infatti mi distraggo. Anche se forse “distraggo” non è la parola adatta. A dirla tutta il mio sguardo viene calamitato da un paio di tette enormi. Imponenti colossi burrosi fatati, capaci di dissolvere il marchese e le sue parole.
Di solito, un seno di quelle proporzioni (una sesta, una settima, una cinquantanovesima) è attaccato a un corpo altrettanto poderoso. Mi sarei aspettato una cicciona di centoventi chili, una sorta di donna cannone, adiposa, sconfinata, una mozzarella ambulante. Invece no, il corpo in questione non è obeso, certo non è quello di una modella, né quello di una playmate, piuttosto di un’Anitona Ekberg, e non ci si può lamentare. Il viso è quello rubicondo di una contadinotta prealpina, castana, allegra, la faccia di una donna cui piace divertirsi restando sempre però nei ranghi, diciamo così, della buona educazione. La guardo che trotterella nella sala, col suo bel piattino sempre colmo tra le mani, masticando in continuazione. Una giunonica Heidi ruminante.
La osservo, noto che ride e scherza con molti. Poi vedo che si avvicina a un uomo con una bambina in braccio. Avrà al massimo due anni, somiglia in modo impressionante alla donna, quindi deduco sia sua figlia. Lui mi sembra piuttosto gracile, emaciato. In una parola spompato e tendente al malaticcio. Indossa una terribile camicia a righine azzurre da contabile di periferia, abbottonata fino al colletto, nonostante non indossi la cravatta. Al solo guardarlo mi sento soffocare. La donna pulisce con un tovagliolo il musino della figlia, le dà un bignè e se ne torna a svolazzare tra gli intervenuti lasciando al marito il ruolo di baby-sitter. Il movimento tellurico dei suoi seni è ipnotico. Ora si dirige dalle mie parti. Io fingo indifferenza e le vado incontro. Mal che vada, Marta è nella sua stessa direzione. Guardo la donna fisso negli occhi, ma lei manco se ne accorge. C’è qualcos’altro (o qualcun altro) che attira la sua attenzione. L’idea che io sia la star della giornata vacilla. Probabilmente mi sono sbagliato. Così ripiego verso Marta. Lei sì che mi guarda felice. Forse mi ama.
Mi prende sottobraccio e mi sussurra: “Non starai bevendo un po’ troppo?”
“Chi, io? Ma va…”
Marta sorride. Le do un bacio sulla guancia. Il papà-sindaco ci guarda intenerito. Chissà cosa sta pensando? Poi fa una battuta.
Tutti ridono.
Io non ho sentito.
Porca miseria non ho capito cos’ha detto! Forse era diretto a me, visto che era me che stava guardando. Quindi dovrei rispondergli. O forse no, era una battuta su me e Marta in quanto coppia. O forse era su se stesso, sul fatto che i suoi anni migliori sono passati. Oppure era una battuta a doppio senso, magari sulle cartucce che gli restano da sparare. Allora dovrei ridere. Come gli altri. Magari annuendo.
All’improvviso tutti smettono di ridere e si voltano verso di me. Cazzo, allora devo rispondere qualcosa. Perché non ho sentito? Maledette orecchie mie. E ora cosa faccio? Come se non bastasse, il capannello di gente attorno a noi si va infoltendo e tutti mi fissano. Ma che diavolo. E ora cosa m’invento? I secondi trascorrono lentissimi, e io sto facendo la figura del deficiente. Sento la fronte che mi si imperla di sudore, e intanto sullo sfondo vedo passare la tettona di prima. Stavolta mi guarda. Io faccio un cenno come a salutarla. Lei fa ciao ciao con la manina. Come espediente non è male. Per un paio di motivi.
Primo: molti di quelli che si aspettavano una mia risposta (mamma di Marta compresa) si sono voltati a vedere chi stessi salutando. È bastato questo affinché alcuni tornassero ad addentare l’arrosto, altri a sorseggiare il vino, altri ancora a riprendere la chiacchierata interrotta dalla sagacia del primo cittadino.
Secondo: molti smetteranno di pensare che sono un cerebroleso, che se non ho ribattuto immediatamente al sindaco è perché ho visto passare un’amica.
Terzo: qualora ce ne fosse bisogno, ho un argomento per approcciare la latteria ambulante.
Ora però mi tocca rispondere, visto che il padre di Marta continua a guardarmi con il suo sorriso benigno e berlusconiano.
C’è da dire che quel saluto è servito anche per allentare la pressione. Ora mi sento più rilassato, tanto da rispondere semplicemente con un mellifluo “già”, e abbracciare forte, guancia contro guancia, la mia Marta.
Il sindaco non sorride più, Marta è impietrita. Ho cannato di brutto. Con la coda dell’occhio scorgo il marchese. È ora di un diversivo.
“Marchese carissimo,” dico a voce abbastanza alta affinché lui mi senta e si volti. “Allora, l’assaggiamo questa fantastica vernaccia?” il marchese mi sorride e alza il calice. A quel gesto mi divincolo da Marta e mi avvicino al tavolo dei vini.
La vernaccia, se possibile, è ancora peggio del barolo. In compenso farà almeno sedici gradi.
Bastano un paio di bicchieri e olè, il mondo acquista, come dire, un’altra inclinazione. Tutto si fa più divertente. Vedo Marta che mi viene incontro. Farfuglia qualcosa di incomprensibile. Le chiedo scusa nel modo più sincero di cui sono capace. Non so perché, ma la cosa funziona. Poi dice qualcosa tipo: “Non fare altri casini”. Io le rispondo: “Va bene mamma”.
Se c’è una cosa che davvero manca a Marta, soprattutto in momenti come questi, è l’ironia. Gira i tacchi e se ne va incazzata. Io mi guardo intorno, un po’ spaesato. Ho voglia di andare via. Anche perché sono convinto di non essere troppo simpatico ai parenti di Marta. Soprattutto ai fratelli. Ne ho il sospetto quando il maggiore – credo si chiami Tullio – sussurra qualcosa al figlioletto, una peste in età prescolare. Il ragazzino comincia a correre come un furetto, poi scompare nella selva di gambe degli ospiti.
Lo vedo riapparire quando è troppo tardi. La sua testa lanciata ad ariete contro il mio inguine. L’impatto non è devastante, ma fa male. Cristo. Simulo indifferenza e mi comporto da adulto.
“Ehi, bambino fa’ attenzione” gli dico dolcemente, anche se vorrei dargli un paio sberle. Cerco di allontanarlo, ma lui comincia a prendermi a calci negli stinchi, con quelle sue funeste scarpettine di vernice. Maledetto bastardo. Poi il papà lo richiama a sé. Io alzo lo sguardo. Tullio mi fissa, con un’espressione da giustiziere della notte. In realtà fa un po’ ridere. Infatti rido. Lui non la prende bene e va a dire qualcosa all’orecchio dell’altro fratello. Sarà bene che mi guardi le spalle.
Bevo un altro bicchiere di vernaccia. Intanto il sindaco ha cominciato un discorso di ringraziamento agli intervenuti. Sono tutti in silenzio, sembrano pendere dalle sue labbra, in realtà non vedono l’ora che finisca per ricominciare a strafogarsi.
Io allora cerco di individuare la tettona di prima. Noto che Marta e la madre sono rispettivamente alla destra e alla sinistra del padre. Beh, in effetti è un’immagine molto solenne.
Della tettona manco l’ombra, allora ne approfitto anch’io per mettere qualcosa sotto i denti. Tra una cosa e l’altra non mangio da ieri a pranzo. So che dovrei darmi una regolata, me lo dicono sempre anche i miei, ma con la vita che faccio non è così semplice. Sempre in giro… Mi allungo per afferrare un pezzo di salame, ma vuoi per l’alcol in circolo, vuoi per la debolezza dovuta all’appetito, “Porca puttana” esclamo, mentre mi si rovescia addosso un bicchiere di vino che qualcuno aveva poggiato in malo modo sulla tavola.
“Ma guarda tu, porca di quella troia” cerco di pulirmi alla meno peggio con un tovagliolino. Certo che quando si è bevuto un po’ troppo e si cerca di tirar via il vino in eccesso versatosi proprio sulla patta dei pantaloni, inevitabilmente un po’ si ciondola. Uno prova pure a protendere il bacino e a ingobbirsi il più possibile al fine di una miglior nettatura, ma sfortunatamente l’equilibrio ne risente. E così, me ne vado a sbattere contro quelli che ascoltano il sindaco. O almeno, quelli che pensavo stessero ascoltando il sindaco. Infatti, quando mi ricompongo, mi rendo conto che tutti guardano me. Se potesse, Marta mi carbonizzerebbe all’istante. Ma ha la dignità del ruolo da difendere. Il sindaco dice qualcosa, forse fa un’altra battuta – ma perché cacchio non capisco mai quello che dice, starò mica diventando sordo? O scemo? – la gente ride, qualcuno applaude, poi tutti – ancora – si voltano e guardano me. In silenzio. Merda, stavolta è dura. Ci pensa poi il sindaco stesso a cavarmi d’impaccio. Esclama qualcosa, gli ospiti ridono fragorosi, poi applaudono contenti, quindi si girano verso di me e tributano un applauso anche al sottoscritto. Beh, indubbiamente il papà di Marta ci sa fare. Almeno credo, visto che anche questa volta ci ho capito poco e nulla.
L’importante adesso è che sia tornata una relativa calma, e che, soprattutto, nessuno badi a me. Riesco finalmente a prendere una fettina di salame e un pezzo di formaggio. Beh, questi sì che sono saporiti, altro che Negronetto e Galbanino.
Mentre il mio palato (e probabilmente anche il mio colesterolo) si bea nel nepente lipidico e calorico che offre la casa, mi si avvicina nientemeno che la tettona. E stavolta viene proprio da me.
“Allora? Tutto bene? Sa che lei è proprio simpatico?” Ah sì? Chissà cos’ho fatto per sembrarle tanto simpatico.
“Grazie” le rispondo senza imbarazzo.
“Ah, vedo che le piace questo formaggio. Sa che…”
“No, ti prego, diamoci del tu.”
“Va bene, come preferisci. Dicevo, sai che questo formaggio…” e a questo punto mi sconnetto. Non riesco a seguirla. Non è colpa mia, io ce la metto tutta, ma vi assicuro che è difficile seguire il discorso di qualcuno quando davanti ai vostri occhi fa bella mostra di sé un vero e proprio paradosso della fisica. Io davvero non riesco a capacitarmi di come quel seno così gigantesco possa restare attaccato al corpo di un essere umano, e come quel corpo non ne sia tremendamente devastato nella struttura, deformato nelle ossa. Non capisco come questa donna non sia perennemente afflitta dal mal di schiena, visto che deve portarsi in petto almeno venticinque chili di carne. Giorno dopo giorno, ventiquattr’ore su ventiquattro.
La donna continua a parlare. Io la guardo un po’ meravigliato, un po’ estasiato. Quel seno ha il potere alchemico di farmi regredire allo stato neonatale. Sento sempre più pulsante in me la voglia di attaccarmici e di succhiare, succhiare, succhiare fino ad addormentarmi.
Continuo a sorseggiare la vernaccia, cercando di mantenere un certo contegno. Probabilmente si è accorta che non la sto ascoltando e soprattutto dov’è che punta il mio sguardo. Tuttavia credo che ci abbia fatto l’abitudine, sarà una vita intera che gli uomini non la guardano più negli occhi, e lei avrà smesso di colpevolizzarli, conscia del suo prodigio mammario.
Il vino, chiaramente, mi rende più disinibito di quanto dovrei essere. Tanto che mi sembra assolutamente naturale avvicinarmi all’orecchio della maggiorata e chiederle, in un modo talmente puro e innocente da commuovermi: “Posso toccarti le tette?”
Rettifica: sono la star della giornata!
Soltanto a una star sarebbe successo quello che è successo a me. Un comune mortale, domandando quello che ho domandato io, avrebbe ottenuto in cambio un insulto, un ceffone, al limite, una denuncia. Ma alle star queste cose non accadono. Le star vengono guardate con occhio malizioso e viene risposto loro: “Certo. Ma non qui. Seguimi”.
Questo è ciò che capita alle star. Questo è ciò che è capitato a me.
Seguo la donna. Lungo il tragitto scopro che si chiama Marcella e che è la segretaria del sindaco. Per questo motivo conosce tutti e, soprattutto, conosce il municipio come le sue tasche. Mi spiega che la struttura originaria dell’edificio risale alla metà del Settecento; a seguito dei danni della Seconda guerra mondiale è stato in gran parte ricostruito e ampliato. L’intera ala a nord, però, è originale, rimasta intatta nonostante i bombardamenti. Ed è lì che siamo diretti. A nord. Che bello!
Mi dice che quell’ala, un tempo era destinata alle camere da letto (e la cosa mi provoca un sussulto). Pare che addirittura Napoleone, durante la campagna d’Italia, abbia trascorso qui una notte.
Dal corridoio passiamo in una stanza, una sorta di sala lettura con librerie e mobili antichi. Su un lato c’è un bel caminetto, due poltrone e un divano. Marcella si volta e mi prende per mano.
“Ti va se ci accomodiamo?” mi chiede.
“Certo” le rispondo. E così ci andiamo a sedere sul sofà.
Sembrerà strano, ma questa donna mi intimidisce. Tanto sono stato sfrontato prima nel chiedere di poterle toccare il seno, quanto ora mi sembra di essere un ragazzino impacciato alla sua prima esperienza.
Marcella se ne accorge, le viene da ridere.
“Che c’è, hai paura?”
“No, ma che paura… è che…”
Al mio tentennare prende lei l’iniziativa, guidando la mia mano sinistra sulla sua tetta destra. Rimango senza parole. Mi aspettavo un seno morbidissimo, da poterci affondare dentro. Al contrario è duro come un muscolo. Mi viene perfino il dubbio che sia una protesi. Per averne conferma, le afferro anche l’altro.
Marcella ride. Sembra davvero contenta di tutta questa situazione. Io mi sento stordito, mi gira la testa: avere tanta carne tra le mani, avere almeno un litro e mezzo di vino in corpo, trovarsi in una circostanza dall’alto tasso erotico, con l’idea che magari tra un po’ qualcuno mi verrà a cercare, che potrebbero beccarmi così, con le mani nel sacco… mio Dio, e come altrimenti dovrei sentirmi se non stordito? Stordito ed eccitato.
Avrei voglia di vederle nude, quelle tette, di vedere quanto riescono a stare su da sole. Avrei voglia di tante altre cose.
“Così lavori in tv?” Beh, non proprio, ma ora non mi va ti cominciare alcun discorso che esuli dalla sfera sessuale. Quindi rispondo un sintetico “Anche”.
“Ed è un bell’ambiente?”
Annuisco.
“Ma è vero che lavori pure con la De Filippi?”
Mai vista in vita mia, ma per le ragioni di cui sopra annuisco.
“Ma è vero che lei è sempre alla ricerca di personaggi per i suoi programmi?”
Non ne ho idea. Annuisco. Intanto continuo il mio palpamento, prolungo il mio godimento tattile.
“Secondo te potrei andarle bene?”
Annuisco, ormai completamente in trance.
“Mi sento di essere proprio adatta alla tv, non trovi? Credo di avere una presenza che buca lo schermo. Che ne pensi?”
E così dicendo, mi afferra il pacco. Io avvampo. E annuisco, naturalmente.
“Non è che potresti parlarci tu con la De Filippi? Magari le dici che siamo amici, e che io ho un talento che varrebbe la pena sfruttare.”
A queste parole, senza troppi indugi me lo tira fuori e comincia a giocherellarci. Ecco, Marcella, io in questo momento ti regalerei il mondo, ma ti rendi benissimo conto che…
I miei pensieri vengono interrotti dal trillo del cellulare. È Marta che mi chiama. Mi alzo in piedi, mi do una sistemata – manco potesse vedermi – e rispondo.
“Sì?… No, sono… in un bagno. Sì, devo aver bevuto troppo, sai com’è… Sì, hai ragione… Beh, sono dovuto scappare in bagno. Sì, ora arrivo. Ok. Ciao.”
Guardo Marcella, spaparanzata in modo estremamente malizioso sul divano. Tutto avrei voglia di fare adesso, tranne che uscire da questa stanza a bocca asciutta. Eppure ci sono momenti in cui un uomo non può fare altro che comportarsi da uomo. E poi davvero non mi va di dare scandalo. Non si sa mai cosa ti può toccare in sorte quando hai a che fare con la piccola, piccolissima provincia italiana. Già mi sono beccato una testata nell’inguine.
“Marcella, io devo tornare di là. È il momento del brindisi e ci stanno aspettando.”
Lei mi guarda interrogativa e, almeno sembra, anche un po’ delusa.
“Per quanto riguarda la De Filippi,” ma che mi tocca dire… “vedrò cosa si può fare.”
Marcella è già più contenta. Si alza, di slancio mi dà un bacio, si ravvia i capelli.
“Andiamo” cinguetta.
Assieme ripercorriamo la strada a ritroso fino a sfociare nuovamente nel salone della festa.
Come è facile immaginare, il caos dilaga. Marta è su di giri; impaziente, mi viene incontro salmodiando la sua ramanzina. Il sindaco è al centro della stanza a sproloquiare da uno scranno improvvisato. Da qui non riesco a vedere su cosa si sia alzato in piedi, ma non mi meraviglierei se si trattasse di un suo suddito messosi carponi. Si sa come sono i rapporti gerarchici in questi paesini. Prendo Marta sottobraccio del tutto indifferente alle sue parole di rimbrotto, raccolgo un calice di spumante da un vassoio e cerco di farmi largo per arrivare il più possibile vicino al primo cittadino. Marcella, appena entrati nel salone, si è volatilizzata. D’altronde anche lei ha da lavorare.
Siamo nel bel mezzo della folla, scattano gli applausi al sindaco, ma lui fa un cenno con la mano. Non ha ancora finito di parlare. Bene, stavolta tendo l’orecchio per cogliere almeno una frase e, proprio nel momento in cui lui schiude le labbra per il gran finale oratorio, sento una mano che mi palpa vigorosamente la chiappa destra. Mi volto all’istante con un bel sorriso stampato in faccia. È di sicuro Marta che esterna così la sua voglia di “fare la pace”.
Cucù, non è lei. È Marcella. Oddio. Le lancio uno sguardo inequivocabile, per farle capire che non è il caso. Lei sorride come per chiedermi scusa. Poi mi fa l’occhiolino. Ok, dai ha capito. Le rispondo anch’io con l’occhiolino. Poi così com’era apparsa, la tettona scompare. Al suo posto vedo emergere dall’Ade della calca il fratello di Marta. Non Tullio, quell’altro. Bruno detto il Marsigliese, soprannome dovuto al fatto che dirige una non ben chiara ditta di import-export, per l’appunto a Marsiglia. Si avvicina e mi sussurra: “T’ho visto. Fa’ poco lo stronzo”. E così dicendo mi molla un lopez alla gamba destra.
Lopez: rapidissimo colpo portato con il ginocchio più o meno al centro del femore, sul lato esterno della coscia. Non occorre molta forza per far sì che il lopez risulti molto doloroso, inoltre, se ben eseguito, paralizza per qualche secondo la vittima. Mi vengono le lacrime agli occhi. Marta, al mio fianco non si è accorta di nulla. Meglio così.
Il Marsigliese se ne va, il sindaco conclude il suo discorso nel tripudio generale, quindi la folla si disperde.
Ora mi piacerebbe raccontare che da lì in avanti la festa ha preso tutta un’altra piega, che è partita la musica, che sono arrivati degli alcolici di serie A, che Marcella mi ha portato in un’altra stanza per farmi scoprire cosa intende lei per “gioie del sesso”, che Marta ci ha scoperti e si è unita – in tutti i sensi – a noi, che da vero uomo ho dato una lezione ai fratelli di Marta per far vedere loro chi comanda davvero, che le uniche parole del sindaco che riesco finalmente a capire sono “Ti nomino erede universale di tutta la mia fortuna”. Purtroppo niente di tutto questo è successo.
Finito l’imperscrutabile – almeno per me – discorso del sindaco, tutti gli ospiti hanno cominciato il valzer dei saluti per poi, pian piano, prendere la via di casa. Io, dolorante e con la sbronza in calo, senza alcuna voglia di rimanere con Marta per il resto della giornata, approfitto di un momento di distrazione generale della sacra famiglia e me la svigno.
L’unica ad accorgersi della mia fuga è Marcella. La sento che mi chiama da una finestra quando ho già fatto scattare la sicura dell’auto.
“Allora stai andando via?” mi urla.
“Già, mi hanno telefonato per un’urgenza. Sai com’è…”
“Sì, immagino. Mi raccomando, ricordati di me.”
“Non ti preoccupare. Domani o al massimo dopodomani ti faccio sapere qualcosa.”
“Ti lascio il mio numero?”
“Non ce n’è bisogno, bellezza. Tu non immagini nemmeno il potere che abbiamo noi uomini della tv.”
Così dicendo, salgo in macchina e sgommo via, resistendo alla tentazione di gettare il cellulare dal finestrino.

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