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Marina Torossi Tevini - Elena

NARRAZIONI

Elena
di Marina Torossi Tevini

Teseo, richiamato dalla mia fama, era arrivato a Sparta. Lui e Piritoo. Amiconi. Io avevo allora dieci anni, ero la bambina più bella di tutta la Grecia. A Sparta con le amiche giocavamo all’aperto, correvamo sotto i monti coperti di neve.
Era primavera quando arrivò Teseo, sempre desideroso di rapire fanciulle. Non fu una gran impresa la sua. Lo odio ancora.
“Vieni”, mi diceva, mentre lui e Piritoo a grandi passi percorrevano le catene di monti e io mi fermavo per guardare da lontano la mia terra.
Ero una spartana, sapevo camminare in fretta come loro, ma mi distraevo e poi non li volevo seguire. Loro scherzavano e ridevano. Alle volte si voltavano verso di me. Erano di buon umore. Uniti trascinavano la loro preda.
“Fermiamoci qui”, propose Teseo quando arrivammo nella piana di Eleusi.
Era sera inoltrata. I due prepararono un fuoco.
Io sedevo discosta. Stringevo le ginocchia.
Mangiammo. Poi loro si misero a giocare a dadi, mi giocarono ai dadi e risero. Mi aveva vinto Teseo.
“Sta allegra”, mi disse.
Lo guardai arrabbiata e mi strinsi la veste.
“Vieni qui”, mi disse Teseo.
Io fissavo il suolo e non lo volevo guardare.
Era una notte di primavera. Sperai che dal cielo qualcuno mi venisse in soccorso, ma nessuno venne, benché io sia stirpe di Numi.
Teseo vicino a me scioglieva la mia veste di bimba e i suoi nodi.
Teseo ha rapito molte fanciulle, ma non sa fare all’amore. Adesso lo posso dire dopo aver conosciuto altri uomini: l’amore-arte di Paride o l’amore-canefedele di Menelao.
Teseo è un bulletto, uno di quelli per cui le donne non sono mai abbastanza.
La sua testa ondeggiava sopra di me. Lo presi per i lunghi capelli e allontanai il suo volto. Mi girai e lasciai che prendesse il mio corpo.
Avevo dieci anni ma in quel momento, mentre la mia mente strideva, io, che sono figlia di Dei, trovai dentro di me un riparo. Mentre gli guadavo la nuca pensai che non avrei mai amato. Nessuno mi avrebbe mai avuta.
I grilli ci cantavano nelle orecchie il loro stonato lamento. Teseo scivolò via da me e io giocai in quel luogo di libertà che dentro avevo scoperto. Nessuno l’avrebbe potuto violare.
Teseo dormiva e per tutta la notte a occhi aperti seguii le stelle nel cielo e tratteggiai le rotte della mia vita.
Mi addormentai all’alba. Teseo mi svegliò con una tazza di latte munto da poco. Io bevvi. Poi sputai. Avrei preferito bere il suo sangue.
Molte cose sono successe da allora. Ho sposato Menelao. Ho lasciato Menelao per fuggire con Paride. Sono tornata dopo dieci anni a Sparta ancora con Menaelao. Sono stata la sventura per Deifobo che pagò con le sue membra sparse la gelosia di Menelao e la rabbia di quegli anni di guerra.
È passato molto tempo, ma ancora ricordo quella notte e Teseo e quello stupido stupro che mi svelò a me stessa.
Ben poca cosa è il corpo. Fui in tanti letti, ma nessuno mai mi sedusse.
Menelao era il più generoso tra i miei pretendenti. Era bello e innamorato. Lo sposai e a Sparta ritornai da regina.
Era un re guerriero, Menelao. Sporco di polvere e sudore veniva da me. Era rozzo e ingenuo. Aveva la spada facile con i nemici, ma mi chiamava La mia piccola luna.
Seguii Paride perché volevo andare in una terra sconosciuta, indossare vesti profumate e superbe, vedere il mare. Lui narrava che in Asia si viveva nel lusso, si guardano spettacoli e giochi, si ascoltano i cantastorie, la notte.
Così circuì il mio animo e mentre mi raccontava, mi accarezzava la schiena, ed era maestro nel fare carezze.
Una notte partimmo su un cocchio. Il vento mi scioglieva i capelli. Ridevo mentre correvamo verso il mare, verso la nave che ci avrebbe portati lontano.
Non avevo rimorso, nonostante lasciassi una figlia la mia terra un marito.
Quando ritornai a Sparta dopo la guerra, e ne era passato di tempo, una sera venne da noi Neottolemo il figlio di Ulisse. Conversammo a lungo quella sera di come andò sotto le mura di Troia, dei miei tradimenti e io risi, li avevo drogati e non potevano più soffrire, Menelao non si turbò nel narrare quando erano stati sul punto di esser scoperti nel ventre del cavallo perché io li chiamavo a gran voce per spingerli a tradirsi e a uscire.
Menelao narrava, mi guardava, eppure non poteva soffrire.
Sono stata la causa di tante sciagure. Sciagura per molti.
Ma nulla esiste se non il volere dei Numi.
“Non è di questa donna la colpa”, diceva Priamo. “Vieni qui figlia,” e mi trattava come se non fossi stata io la causa dell’immane flagello.
Era grande il cuore del vecchio.
Ma tutto ha una fine e finì anche la guerra di Troia.
Menelao non riuscì mai a capirmi, però mi amò.
Un solo uomo avrebbe potuto capirmi e amarmi. Achille.
A lui comparivo in sogno, donna come erano donne le sue compagne di giochi, a lui apparivo come un’infanzia perduta.
Ma a noi, figli di Zeus, non era dato incontrarci.
Ci saremmo ritrovati per l’eternità, questo lo sapevamo, nelle isole beate.
Entrambi aspettavamo quel giorno. Inseguivamo la morte.
Zeus mi aveva generato da Leda assieme a Castore e Pollice. Achille invece nacque da Teti, ninfa marina. Nostro padre non volle che io, fortissima tra le donne, mi unissi con l’eroe più forte. Decise così, e noi fummo condannati a un’infelicità eterna.
Io e Achille, i più infelici del mondo.
Percorrevamo il mondo aspettando quel dopo.
Gli anni passavano e io li vivevo nella noia di una Sparta scontata. Menelao era morto da anni. Ero rimasta sola, coi figliastri Nicostrato e Metapente. Decisi di partire per Rodi. Pensai che Polisso, amica d’infanzia, m’avrebbe accolto con gioia.
Non fu così. Mi baciò e abbracciò, ma già covava la sua vendetta.
Mandò le sue ancelle a uccidermi e volle che il mio corpo squarciato dilaniato fatto a brani venisse impiccato. Che odio assurdo! Entrambe eravamo donne, avevamo vissuto e sofferto. Ma lei voleva vendicare il marito Tpolemo morto nella guerra di Troia.
Vale tanto un uomo? Questo io, Elena, che ho attraversato con piede leggero il mondo degli uomini senza feriri, non lo capisco.
Fu una donna, un’amica, a uccidermi.
“Questa è l’albero di Elena. Viandante che passi fermati qui a meditare sull’assurdo del mondo”.

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