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Marisa Cecchetti - Our African way

NARRAZIONI

Our African way
di Marisa Cecchetti

L’ho conosciuta perché mi aveva fatto leggere una sua raccolta inedita di poesie. Parlavano di grandi ideali e di bellezza, una bellezza che ha percepito e riconosciuto con tutti i suoi sensi nei ripetuti viaggi in Africa, in Botswana, nella terra dei Boscimani. Ogni anno safari di tre settimane insieme a Fausto, suo marito, con fuoristrada e roof tent per la notte, a dormire in qualche piazzola di sosta sulle piste del Kalahari. Senza guida.
-Paura?
-Tanta, soprattutto la prima volta. Se non fosse stato per Fausto e il suo grande amore per gli animali, io non sarei andata. Poi ci ho fatto un po’ l’abitudine. Ma non passa mai.
La loro casa è tappezzata d’Africa in formato gigante, leoni ed elefanti che sembra ti vengano addosso.
-A che serve tanto stress emotivo?
-Forse ne abbiamo bisogno tutti e due. Il nostro lavoro in psichiatria ci porta a ricercare l’ordine più naturale e più semplice delle cose. Ho sentito di essere a casa solo in Africa.
Daniela è creativa, fantasiosa, riflessiva, indagatrice, curiosa, sognatrice. Magica.
-E questo libro?
E’ un libretto azzurro che sfuma in grigio, con un cormorano in controluce al centro, appollaiato su un palo.
-Girando per il centro di Gaborone sono entrata in una libreria. Mi hanno detto che è il più importante poeta del Botswana. Avevo già comprato una sua raccolta di poesie all’aeroporto, il primo anno che andai a Gaborone. Ti ho preso una copia di questo, il secondo.
Barolong Seboni. Lovesongs.
E’ di lì che è cominciato il cerchio.
Dalla e-mail di Daniela – Gaborone Sun Hotel, 20 ottobre 2008
Bisogna che ti descriva la giornata di oggi perché ho paura di dimenticare qualche dettaglio, te la affido, in un certo senso. Barolong è venuto a prenderci in albergo, siamo andati a Molepolole. Già ad ovest di Gaborone si entra in territorio Kwena, la tribù del coccodrillo alla quale lui appartiene. A Molepolole ci ha condotti nel Kgotla, il cui capo attualmente è Sechele III. Barolong era emozionato entrando nel Kgotla, che è una piazza circolare. Ci ha fatto subito notare che in Africa è importante che lo spazio sia circolare, al contrario in occidente gli architetti usano linee e angoli. Ci ha spiegato che il circolo rappresenta il concetto di “botho” che è la parola setswana per indicare l’ubuntu, ovvero la interdipendenza reciproca delle persone, la parità, il consenso. Te ne avevo già parlato, ricordi?
Nel Kgotla c’erano diverse strutture, alcune cadenti, ma lui ce le ha mostrate con orgoglio in quanto antiche. Davanti a due di esse c’erano gruppi di persone in attesa. Si stavano svolgendo dei giudizi di fronte o al capo o ai suoi deputati. Si tratta di cause di minore importanza giuridica che, anziché nei tribunali normali, vengono risolte qui. La più grande struttura era per i casi più importanti, la più piccola per quelli meno importanti. Barolong ci ha detto che ogni mattina è dedicata dal capo e dai suoi deputati a risolvere queste questioni, a risolvere conflitti per rappacificare la comunità. Appena ha potuto Capo Sechele III è venuto a salutarci. Era vestito elegante, completo grigio scuro e cravatta. Ha solo trentacinque anni, è un uomo bellissimo. Si è sposato a dicembre scorso, lavora come insegnante in una scuola secondaria e ovviamente rappresenta gli Kwena alla House of Chief…
Lucca 1 novembre 2008, poltrone di casa mia
- Lui mi chiedeva sempre di ripetere il racconto della nostra storia a tutte le persone a cui mi presentava. Allora io ripetevo: -Vengo in Botswana ormai da otto anni. Al ritorno dal primo viaggio, nella piccola libreria dell’aeroporto di Gaborone, ho visto il libro di poesie di Seboni e l’ho comprato. Era Windsong of the Kgalagadi. Non sapevo chi fosse l’autore o di che cosa parlava, ma aveva una copertina azzurra come il cielo che stavo per lasciare e il titolo evocava i paesaggi che avevo visto, il vento nel deserto…In un viaggio successivo ho trovato in una libreria del centro un altro libro di Barolong, Lovesongs. L’ho regalato alla mia amica Marisa. Lei ha letto le poesie. Le sono piaciute molto ed ha deciso di tradurle. Così si è messa in contatto mail con Barolong ed ha cercato un editore. Quando sono tornata a Gaborone nel 2007 lei mi ha creato i contatti con Seboni. Ci siamo incontrati. E questo è il secondo incontro”.
Lui sorride compiaciuto quando mi sente ripetere questa storia. “E’ il cerchio- pensa Barolong- il nostro cerchio emotivo e culturale che abbiamo creato tra Europa e Africa. E’ l’assoluto, la perfezione”.
9 Ottobre 2007- Parigi, Aeroporto Charles de Grulle
-Pronto! Marisa, per favore, scrivi a Barolong che arriveremo a Gaborone domani ma che lo potremo incontrare solo alla fine del viaggio. Che lui ti dia il suo numero di cellulare che mi metto in contatto io per stabilire il luogo e l’ora.
10 ottobre 2007, aeroporto di Johannesburg
-Pronto! Ho ricevuto il numero di cellulare. Grazie. Devo decidermi a telefonargli ma non trovo il coraggio.
11 Ottobre 2007, Maun
-Pronto, Marisa! Mi hai risposto proprio lui, sai? Io ero emozionantissima e non trovavo le parole…poi ci siamo capiti. Per fortuna lui mi parlava lentamente. Ci incontreremo a cena a Gaborone alla fine del safari. Ha una voce profonda, calma, bella.
29 ottobre 2007, Gaborone Sun Hotel.
-Pronto! Siamo qui, a cena con Seboni. Vuoi salutarlo? Te lo passo?
-Grazie.
-Hello Barolong, happy to hear your voice al last!
-Hello Marisa!
Etc.
Con tutte le cose da dire che non escono per l’emozione, a sentire tuonare la voce profonda di lui vicino al mio orecchio, e con tutti i fraintendimenti dovuti alla poca pratica di conversazione
Lucca, 5 Novembre 2007, poltrone di casa mia
-Ogni anno troviamo Gaborone più estesa a moderna. Abbiamo girato un po’ prima di scoprire il ristorante che è nel Gaborone Sun Hotel. C’ero stata il primo anno, all’andata e al ritorno. Poi avevamo avevamo ripiegato su Mokolodi, una riserva privata vicina alla capitale, così Fausto poteva vedere subito gli animali. Nel Gaborone Sun Hotel ci sono due ristoranti. Molto bello. Una piscina profumata di gelsomino. Frequentato da gente di tutti i colori, elegante, affaccendata, donne bellissime, alcune robuste e rotonde in abito tradizionale, altre longilinee e eleganti, i neri tutti in giacca a cravatta, i bianchi con aria di safari imminente o già concluso.
Siamo andati alla reception ed abbiamo spiegato che attendevamo lui. Dev’essere molto noto. In effetti tiene una rubrica su un giornale locale ed anche un programma radio. Ci hanno accolti con molta gentilezza e ci hanno detto di attendere nella hall. Io però non lo conoscevo, anche se ho visto la sua foto sulla copertina del libro. Avevo paura di sbagliarmi. Ti immagini come mi sentivo? Avevamo concordato che avrei tenuto in mano il suo libro “Thinking allowed” per farmi riconoscere. Giravo con quel libro in mano.
-Io credo che vi avrebbe riconosciuto lui.
-Ero un po’ a disagio. Io e Fausto eravamo stati in giro nel bush per tre settimane. Ti ho detto che qualche volta si fa la doccia con i vestito addosso nelle piazzole di sosta, dove c’è un serbatoio da cui scende l’acqua come da un annaffiatoio sospeso. I panni bagnati asciugano subito sotto quella vampa, ma intanto ti danno un po’ di refrigerio. Avevamo cercato qualche capo di abbigliamento più dignitoso, lo avevamo insaponato ben bene e stirato con le mani. Ma asciugando nel bush era rimasto quell’odore di bush. Andavo su e giù per la piscina del Gaborone Sun Hotel sperando che l’odore di bush si dileguasse. Il ristorante si andava affollando. Una festa di bellezza. Io e Fausto, invece, eravamo un po’ polverosi, sperduti lì in mezzo, in attesa di chi non conoscevamo, imbarazzati nel nostro Inglese imperfetto.
- E lui?
- Ho capito che era lui quando si sono mossi dalla reception per andargli incontro e hanno fatto un cenno verso di noi.
-Com’è, visto di persona?
- Ha un volto gioviale, da uomo mite. Massiccio di corporatura. Parlava lentamente perché ha capito il nostro problema con la lingua. Non dava a vedere di essere emozionato ma si capiva.
-Argomenti di conversazione? E’ lungo il tempo di una cena!
-Abbiamo toccato aspetti della nostra e della loro cultura. Quest’anno all’Università di Gaborone lui tiene un corso su Robert Browning, oltre che su Shakespeare e sulla poesia inglese in genere, come fa di solito. Abbiamo parlato di Firenze, del Cimitero degli Inglesi dove è sepolta Elizabeth Barrett, la moglie di Browning. Del Rinascimento fiorentino e dell’African Renaissance. Ma abbiamo parlato anche di cucina.
Ho trovato il coraggio di dirgli del mio libro di poesie. In effetti gliene avevo già inviato alcune per pacco postale, quelle che parlano del Botswana, tradotte in Inglese da una mia amica madrelingua. Lui mi ha detto che il prossimo anno mi farà un’intervista per la sua radio.
Devo rinforzare il mio Inglese.
-Ora hai uno scopo.
3 Novembre 2008, e-mail a Barolong
Caro Barolong, sto guardando la tua splendida foto insieme a Fausto vicino al ristorante del tuo amico. Ho visto anche altre foto e Daniela mi ha portato un braccialetto di gusci di uova di struzzo e una collana dal negozio di artigianato del Museo Sechele I. Ho anche una copia della tua poesia. Molepolole, con un grande coccodrillo! In questo modo mi sento più vicina al Botswana. Daniela è molto emozionata per ogni cosa che ha visto ed ogni persona che ha ascoltato. Io penso che il nostro circolo emozionale e culturale sia importante.
Forse le prime bozze del tuo libro saranno pronte entro una quindicina di giorni, come ha detto l’editore. Aspetto con curiosità e fiducia.
Prima del viaggio del 2008 Daniela ha fatto addirittura tradurre in Inglese tutto il suo libro di poesie già edito. Ne ha fatto stampare in tipografia un numero minimo di copie perché Seboni lo potesse leggere. Era il suo regalo. E’ impazzita a star dietro alle bozze, ai tempi della tipografia, mentre continuava i suoi turni in ospedale. Anche perché si è ridotta a fare tutto in poco tempo, non appena è riuscita a mettere le mani sulla traduzione, che si era fatta attendere un po’. Il titolo italiano è stato modificato in African Camelot.
Lucca, 1 Novembre 2008, le solite poltrone di casa mia
-Quando abbiamo incontrato Sechele III a Molepolole, Barolong ha voluto che gli donassi il libro con dedica, l’ho scritta davanti a lui. Mi aveva spiegato come salutarlo e come comportarmi.
-Cioè?
-Dovevo dire “Dumela kgosi”: Dumela è una formula di saluto, kgosi significa “capo” o “re”. Non dovevo aggiungere frasi superflue, considerato il fatto che il suo tempo era prezioso. Io ho detto che ero molto onorata di conoscere un discendente di capo Sechele I, riferendo le cose che sapevo di lui.
-L’ ho trovato citato anch’io nelle poesie di Seboni. Che cosa sai di particolare?
-So che ha conosciuto Livingstone, per esempio, da cui è stato convertito al cristianesimo. Per Livingstone, fra l’altro, fu il primo caso di conversione. Era molto incuriosito da Sechele e lo ammirava perché aveva una presenza e una intelligenza fuori dal comune. Era rimasto sorpreso dalla straordinaria rapidità con cui aveva appreso a leggere e scrivere e dall’acume con cui interpretava la Bibbia. Lo affascinava il rispetto che gli uomini della sua tribù avevano per lui e la fiducia che suscitava. Livingstone era un esploratore più che un missionario. Barolong mi ha detto che Sechele III –a proposito, lui viene chiamato il capo supremo della tribù, il chief paramount- è stato molto contento di sentirmi parlare del suo antenato, anche se non sembrava. Soprattutto era contento che in un paese lontano come il nostro si sapessero queste cose.
-Le puoi sapere solo tu… ed io, ora. E tuo marito.
-Sempre meglio di niente, no? Barolong mi ha detto di informare capo Sechele III che nel mio libro c’è una poesia che parla di Khutze, che è una riserva in territorio Kwena, in pieno Kalahari. Poi il chief paramount è tornato ai suoi impegni.
-Non è stato breve il tempo di conversazione. E dopo?
-Sechele ha mandato un suo deputato ad accompagnarci nella visita del Kgotla e Barolong allora ha voluto che dedicassi un libro anche a lui. Quando ho scritto il nome, Sebele, ho chiesto se era discendente di capo Sebele, un altro importante personaggio della storia kwena. In effetti era suo nonno. Anche questa nostra guida è un capo, ma senza autorità di un re come Sechele III.
-Sei un pozzo di scienza.
-Mentre Fausto guida leggo molto. Anche Barolong è rimasto sorpreso che lo sapessi e Sebele era visibilmente contento. Sai che quel nonno è venuto in Italia in occasione della seconda guerra mondiale e poi ha chiamato suo figlio Italo? Ci ha detto che molti Kwena vennero a combattere in Italia accanto agli Inglesi e ci ha mostrato una lapide dedicata ai soldati kwena che persero la vita. A questo punto ha pronunciato parole un po’ tese: “Certo che Mussolini, ad allearsi con Hitler…” Sembrava rimproverarci che tanti soldati di colore abbiano perso la vita per liberare l’Europa dalla dittature.
-Brutta situazione. Come ve la siete cavata?
-C’era poco da dire. Abbiamo parlato della nostra guerra civile e di quel momento tragico per l’Italia. Per fortuna siamo entrati presto nel Museo dedicato a capo Sechele I. Il mio libro è stato messo nella biblioteca del museo, che è grande…un po’ meno di questi tuoi piccoli scaffali dell’ingresso. Ma ho visto che c’erano dei libroni. Ecco, ora è lì in mezzo.
Poi siamo rimasti soli con Barolong.
Dalla e-mail di Daniela – Gaborone Sun Hotel 20 ottobre 2008
…Barolong ci ha fatto da guida in un villaggio vicino, Mmopi, che ha preso nome da un suo antenato. Ce ne ha mostrato la casa e accanto quelle del nonno, del padre, degli zii, tutte disposte in circolo intorno ad un Kgotla, uno steccato in semicerchio che ha un focolare davanti. La gente era solita riunirsi lì quando si sedeva il capo Mmopi, gli si mettevano tutti intorno e discutevano questioni per ore. Secondo Barolong nella tradizione batswana e in genere africana, è fondamentale il consenso: ogni capo deve discutere ogni cosa con tutti gli altri, ascoltare tutte le critiche e alla fine esprimere la sua opinione. Ma solo la discussione e il confronto gli danno l’autorevolezza di un capo. C’è un detto: “kgosi ke kgosi ka botho”, cioè “un capo è un capo grazie all’insieme della comunità”. Ritorna il solito concetto di “botho” o “ubuntu”, che è fondamentale nella loro filosofia. Ora lui e i suoi familiari non vivono più lì, ma vi tornano regolarmente e periodicamente per onorare gli antenati. Non è una forma di animismo, ma di rispetto per chi è stato. Lo scorso dicembre vi si sono riuniti tutti i suoi parenti, tra cui alcuni che vivono nel Sudafrica, ne hanno sentito il bisogno. Hanno sacrificato una capra e un bue, hanno mangiato la loro carne. Lui diceva che solo così si onorano gli antenati. Cercava di spiegare queste cose e il loro senso e continuava a tornare sul concetto di circolo, ci ha fatto notare molte volte la stessa disposizione circolare del villaggio. Per loro il tempo è circolare e la custodia della memoria deve coesistere insieme allo sviluppo, in una forma di compromesso ed equilibrio. Sai che al museo ci sono addirittura le “custodi della memoria”? Sono le “Matsoa Ngwao”, donne che hanno il compito di tenere vivo il museo e gli edifici storici. Questi in realtà sono strutture di fango e sterco di vacca, con il tetto d’erba, che loro ristrutturano e ridipingono ogni anno. E’ stato interessante scambiarci informazioni, per esempio lui non conosceva il concetto di mandala, il cerchio secondo Jung , che del resto Jung stesso aveva scoperto in Africa, in Oriente e in altre antiche culture. Mentre gli spiegavo che cosa intende Jung come archetipo della totalità, lui ha detto che in Africa il cerchio è la stessa cosa e che la totalità è legata allo spirito di tutti i membri di una comunità, antenati compresi, che vanno ricordati
Poi siamo andati con lui a Lekadiba Gorge, le rocce sulle colline intorno a Molepolole, e ci ha parlato della sacralità che lui avverte in questi luoghi.
Lucca, 1 Novembre 2008, le solite poltrone di casa mia
-A proposito degli antenati da ricordare, ogni cultura ha i suoi riti, siamo proprio al primo novembre. Anche secondo me è una forma di continuità che non si spezza.
-Allora è circolare anche per te?
-Non ci ho mai pensato...
-Barolong ha detto che è importante ricordare di tanto in tanto tutti, così come è importante salutare ogni persona che incontri, perché in questo modo la fai esistere.
- Ma come è possibile? Io cammino per strada e mi metto a salutare tutti? Come si fa sui sentieri di montagna?
- Proprio così, secondo loro. Se non saluti una persona quella sente che per te non esiste, si sente negata, come se parte della sua anima fosse misconosciuta. Anche questo rientra nel concetto di “botho”.
-Una circolarità che comprende tutti. E’ totale.
-Già. E io gli ho raccontato di quanto rimasi sorpresa la prima volta in Botswana quando persone che non avevo mai visto mi salutavano sorridendo e mi chiedevano “Come stai”. Credevo che mi avessero scambiato per qualcun altro. Poi ci feci l’abitudine, e anch’io sorridevo e salutavo tutti a quel modo, per non apparire maleducata. Certo non avevo idea che così io confermassi la loro anima, e che se non l’avessi fatto l’avrei negata. E gli ho detto che al ritorno in Italia mi è capitato di fare la stessa cosa anche da noi, automaticamente, nei giorni immediatamente successivi, e solo guardando l’espressione stupita degli altri mi accorgevo che ero in Italia e che in Italia non si fa, e che ovviamente stavo apparendo invadente e intrusiva.
E Barolong ha riso, forte come fa lui.
Lui mi parlava di questi concetti con molta semplicità, ma convinto che sia necessario conservarli. Lui sa che un tempo anche in Italia i vincoli relazionali e parentali erano molto forti e rispettati, che lo spirito della famiglia esisteva, che ora in parte sono stati persi. L’Africa non intende perdere i valori legati alle radici culturali. C’è un vasto movimento culturale che vuole mantenere i valori tradizionali africani ed applicarli alla buona politica su larga scala. Si chiama “the African way”. Loro vogliono che la leadership sia condivisa, hanno il terrore della dittatura, della autocrazia e della occidentalizzazione selvaggia”.
5 novembre - mail di Barolong Seboni da Gaborone
Visitare Molepolole è stato molto emozionante anche per me perché Capo Sechele III stesso è venuto a incontrarci e a mostrarci il Kgotla. Li ho portati anche al Kgotla della nostra famiglia ed ho sentito che ero in contatto con i miei antenati. Ho scritto una poesia intitolata Kgotla. Leggila di nuovo e mi capirai. Sono eccitato anche dal tuo progetto di traduzione. La speranza diventa realtà.
Daniela e suo marito sono belle persone. Hai dei buoni amici. Buona fortuna.
Lucca, 1 Novembre 2008, le solite poltrone di casa mia
“Quando Barolong ci ha condotti a Lekadiba, ho fatto delle foto e gli ho detto: devo fare foto perché Marisa sarà molto contenta di vedere Lekadiba, il luogo di una delle tue poesie più belle. Barolong mi ha guardato serio e semplice come fa lui e mi ha detto: “Marisa è fortunata ad avere un’amica come te”. Credo che in quel momento Barolong stesse pensando a questo strano circolo: tu che leggi le sue poesie in Italia, la tua amica che va in Africa agendo in qualche modo come un prolungamento di te, per riportarti sensazioni visive e emotive dirette di quei luoghi e della persona che le ha scritte.
I Allora ho detto: Anch’io sono fortunata ad avere un’amica come Marisa. Se non fosse stato per lei non ti avrei conosciuto di persona, e in questo momento non sarei qui… Etc.
Sai che quando siamo tornati quest’anno Fausto mi ha detto che voleva scrivere a Seboni? Lui non si era mai interessato più di tanto a questo nostro progetto.
-Perché questo cambiamento?
-Ha detto che è rimasto emozionato soprattutto dal fatto che lui ci abbia fatto partecipi del suo mondo privato, della sacralità dei loro riti, della sua cultura. In un modo così genuino e senza sovrastrutture”.
Il circolo si è chiuso.
Sfogliamo insieme Windsons of the Kgalagadi e cerchiamo Lekadiba Gorge: “essendo pietra/non puoi sanguinare/eppure dalle tue aperte/vene/sgorga questo sangue/che sembra sostenere/te”.
Poi finiamo nel Kgotla: “Voi eravate là quando Mmopi/Bruciò le ceneri al cuore/Del cerchio comune/Voi vedeste Seboni scavare le ceneri/E portarle in questo posto nuovo/Sotto la collina della tribù di Kwena,/così che potessero accendersi nuovi fuochi/ed altri risvegliarsi/dai tizzoni che riprendono a bruciare/sotto le ceneri”

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