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Marisa Cecchetti - Pantaloni a coste

NARRAZIONI

Pantaloni a coste
di Marisa Cecchetti


Il giorno della gita in bicicletta non sapeva che cosa mettersi. La gonna lega le gambe, si pedala male.
Non le restava che cucire i pantaloni.
Nei campi il sole picchiava forte d’estate, quando il lavoro era iniziato già con l’alba fresca e terminava con le prime stelle sul cielo chiaro. Con una sosta nel dopopranzo, tra sesta e nona. In quell’intermezzo le donne finivano di rigovernare all’acquaio, nella luce ombrosa dell’angolo della cucina, quando tutto il resto era stato ormai sottratto alla forza divoratrice del sole da scuri pesanti. Poi si posavano anche le donne, un po’, accanto ai loro uomini già caduti nel sonno.
Sua madre era sempre l’ultima, ché c’erano i panni da raccogliere, che il sole li seccava, e i conigli che aspettavano l’erba che aveva messo ad appassire, che non gli gonfiasse la pancia, con l’erba fresca.
Suo padre mugugnava sempre, disturbato dallo scricchiolio del letto quando lei si coricava, e da sveglio la rimproverava che si stancava troppo, che la giornata di lavoro d’estate sfociava nella notte.
Era l’ora che odiavano i bambini, ché loro non volevano dormire quando c’era un sole così bello e le cicale gridavano e chiamavano fuori sotto i platani dove l’ombra era accogliente.
Poi si tornava nei campi, e il sole stampava le canottiere sulla pelle bruciata degli uomini, e le gambe delle donne nuotavano nei pantaloni da uomo, quelli vecchi, arrotolati alla caviglia.
Per protezione.
I pantaloni erano la divisa da lavoro e Angela andava così tra i giornalieri che arrivavano dalle case coloniche vicine, a portare il vino con la sportina, fresco, ché aveva tirato la bottiglia su dal pozzo.
Nei campi lunghi di granturco il corpo si sfregiava di rosso, inciso lieve dalle lame delle foglie, i tralci dei fagioli secchi grattavano la pelle, ma sui peschi ed i peri il corpo respirava libero, e tornava a piegarsi sui lunghi solchi di barbabietole che il falcetto ripuliva dalle radici corte, fino a farle brillare qua e là.
Anche quell’inverno, Angela aveva quindici anni, passò dalla corte il merciaio con il suo furgoncino. Era un incontro atteso ad ogni stagione, che vedeva sbucare guardinghe le massaie dagli usci su cui il vento agitava lieve la tenda colorata di cotone. Le donne si asciugavano in fretta le mani al grembiule e cominciavano a muoversi lente intorno alla pannina sciorinata su tre lati del furgone, occhieggiando qualche taglio per rinnovare la biancheria di casa o qualche scampolo per un vestitino scuro.
Anche Angela si avvicinò. Portava un paio di pantaloni di fustagno di suo padre, stretti in vita da una cintura di cuoio che arricciava la stoffa intorno al corpo magro
Il merciaio le sorrise mentre con gesti sicuri srotolava le pezze di fronte alle donne, le agitava sotto i loro occhi, le palpava con le sue dita lunghe, le animava quasi dovessero parlare.
-Ho un taglio di velluto che va bene per te- le disse voltandosi rapido verso di lei e dandole un’occhiata dalla testa ai piedi.
Poi continuò con le massaie.
-Per me?
Lui si voltò appena di profilo, il sole fece luccicare le lenti spesse dei suoi occhiali come se ridessero.
-Ti basta per un paio di pantaloni.
Angela chinò gli occhi.
Erano il suo sogno, i pantaloni nuovi, non da lavoro, certamente, ma per pedalare veloce in bicicletta, ché si vergognava quando la gonna svolazzava al vento lasciando le gambe scoperte, e doveva tenerla ferma sul ginocchio con la mano sinistra. Ma non poteva chiederli, i pantaloni. In famiglia si programmava tutto, anche l’acquisto di un capo nuovo di vestiario, perché con i soldi che c’erano in casa bisognava arrivare al raccolto più vicino. L’inverno era avaro di raccolti, le olive che si stavano spremendo nei frantoi davano olio per la famiglia, ma non eccedenze da vendere.
Quelli non erano programmati.
Alzò la testa. La scosse con un cenno veloce di diniego.
-I pantaloni li porto solo quando vado nei campi.
-Ti starebbero bene. Peccato.
Peccato, peccato davvero, pensava Angela.
Intanto lui aveva scovato un taglio di velluto castano chiaro, aveva lasciato le massaie a curiosare tra la stoffa, l’aveva offerto a lei, steso sul palmo delle mani.
Mani dalle dita lunghe.
Le sorrideva.
Anche Angela sorrise ma scosse la testa con un altro cenno di diniego.
-Cosa c’è?- fece la voce di sua madre che andava a stendere una tinozza di panni.
-Niente, niente.
-O Tosca – fece il merciaio- ci sarebbe questo taglio, te lo metto poco. Angela ha bisogno di un paio di pantaloni nuovi.
Lei guardò la figlia che faceva di no con la mano. Posò la tinozza e toccò il velluto.
-Me lo paghi quando puoi.
Angela si allontanò di qualche passo.
Intorno al furgone le donne avevano deciso, ognuna si teneva vicina la sua pezza, in attesa che il merciaio andasse a tagliare, con quel percorso netto di forbici che sembrava una ferita ed un canto.
Tosca guardava un po’ il velluto e un po’ cercava con gli occhi la figlia, ma lei evitava di incrociarli, gli occhi di sua madre.
-Le ragazze non portano i pantaloni, fuori dai campi.
-La moda ognuno se la fa da sé, Angela può vestirsi anche da uomo. Non sarà un paio di pantaloni a cambiarle la testa.
Tosca annuì e osservò in silenzio la figlia che le era venuta vicino.
L’aveva aspettata anche quel giorno in cima al viottolo, alla fermata dell’autobus che la riportava dalla città. Era Tosca che voleva incrociarne lo sguardo per prima, quando la figlia tornava da scuola, per coglierne le emozioni e sorridere insieme. Angela era la sua scommessa contro la prosopopea del fattore che aveva gridato allo scandalo quando aveva saputo della scelta del liceo per una figlia di contadini.
-Fai studiare la figliola? Sono braccia rubate alla terra!- aveva sibilato una volta il fattore sulla faccia di suo padre.
Lui era rimasto a guardarlo in silenzio a testa alta, finché il fattore non aveva cominciato ad abbassare lo sguardo, poi suo padre aveva voltato le spalle con un secco buonasera.
Tosca lo aveva capito quell’amore non confessato di Angela, che dopo la scuola andava per casa vestita da uomo con la scusa di sentirsi più calda quando stava seduta al tavolino. E in tempo di raccolti la vedeva scomparire come uno scugnizzo sugli alberi da frutta, a cogliere le pere dove non si poteva appoggiare la scala.
-Ma la stoffa te la pago quando vendo i conigli.
-Ti conosco, lo so che paghi.
Tosca la portò dalla sarta, quella più brava del paese da cui andavano solo i ricchi, in altre occasioni erano andate da una sartina di poche pretese.
La sarta dei ricchi cucì per Angela un paio di pantaloni lunghi di velluto a coste.
Lei se li faceva scivolare tra le dita assaporandone le fossette e i rilievi.
Erano i primi pantaloni da donna che pedalavano attraverso il paese.
La prima volta che passò c’era un gruppo di ragazzi fuori del bar centrale, qualche vecchio a scaldarsi al sole prima che scollinasse, dei bimbetti che facevano bolle di sapone soffiando le cannucce verso il cielo.
Ci fu un ruotare simultaneo di sguardi non appena la bici si intravide, poi apparvero i capelli di Angela al vento e i pantaloni che giravano svelti sui pedali.
Pedalò più veloce. Si alzò un fischio lungo, poi un altro.
-Boonaaa!- sentì sibilare dietro le spalle mentre si dileguava puntando verso il negozio di alimentari.
Scosse la testa ma il cuore le sbatacchiava nel petto. Sapeva di aver sfidato il loro giudizio. Sapeva che loro facevano presto a pesare il cervello delle donne. Questa era una provocazione, agli occhi degli uomini senza dubbio un indizio di leggerezza. Angela era un’anomalia.
Ma Tosca aveva detto di sì. E questo era tutto.
-Non sarà un paio di pantaloni a cambiarle la testa.
E ora il vento che le soffiava contro non sollevava più la gonna e lei poteva andare in bicicletta con le mani che tenevano saldo il manubrio.
La seconda volta che attraversò il paese non ci furono più fischi, solo qualche voce.
Lei pedalò senza voltarsi e il cuore capitombolò un po’ meno.
La terza volta non ci fu nemmeno un commento.
Rimasero occhi di giovanotti a guardare.
Il cuore batteva calmo calmo
Anche l’aria era immobile.
Il sessantotto portò rivendicazioni e sconvolgimenti, portò anche i pantaloni negli armadi delle altre ragazze, l’abitudine smorzò lo stupore, la praticità prese il sopravvento sul pregiudizio.
La madre le disse che era d’accordo su un tailleur velluto nero a coste sottili con i bottoni di metallo lavorato, pantaloni e giacca, che doveva servire per il viaggio di nozze.
Angela l’aveva visto in una vetrina del centro uscendo di Facoltà, poco distante dal negozio di alimentari di famiglia. Fu un amore a prima vista ma non rimase a contemplarlo, anzi si affrettò, ché c’era bisogno di lei ed entrò in negozio con il filmino dei pantaloni che le scorreva in testa. Lì, tra una battuta e un sorriso, Tosca intanto teneva a bada una fila di donne impazienti davanti al bancone di vendita. Angela smise di sognare, lasciò i libri nel retrobottega in cima ad una cassa di tarocchi di Sicilia, sfoderò un sorriso ad una vecchietta e le andò incontro con un sacchetto di carta per scegliere con lei le mele più belle del cestino.
Da quando il podere era stato abbandonato, ché i nonni si facevano sempre più stanchi e cominciavano a mancare davvero le braccia per portare avanti tutto, anche lei si improvvisava commerciante in ogni ritaglio di tempo possibile.
Pesò le mele ed il filmino tornò a girarle in testa provocatorio, addosso a quel manichino biondo ed ammiccante. Quel duepezzi pantalonato era l’apoteosi dei pantaloni cuciti dalla sarta, quella più brava del paese. Era il massimo che Angela potesse sognare.
Cominciò a passare e ripassare e consumava il marciapiede davanti alla vetrina, gettando occhiate lunghe.
-Hai visto gli ultimi arrivi del negozio di abbigliamento? -fece una sera Angela a sua madre, mentre stavano chiudendo la serranda.
-No, c’è qualcosa di bello?
-Niente, dicevo così, solo per sapere.
La madre la guardò interrogativa e la figlia scosse la testa per conferma.
Ma Tosca non la bevve e una mattina si slacciò il grembiule, uscì da dietro il bancone del negozio e andò a vedere anche lei.
-Ah, ecco, ora ho capito.
-Ti serve qualcosa di pratico per il viaggio di nozze. Passa a provare quel duepezzi di velluto, se ti sta bene si compra.
Quel duepezzi di velluto a coste con la giaccadoppiopetto era costato più dell’abito da sposa.
Sì, doveva proprio cucirsi i pantaloni per la gita in bicicletta.
Doveva uscire con il vecchio gruppo di amici del liceo per una scampagnata in un pomeriggio di primo autunno che già sapeva di mosto, e la sera scendeva presto e si doveva pedalare svelti, e la gonna lega i movimenti e se è larga va a finire nei raggi.
Angela li aveva tirati fuori dallo stanzino di ripostiglio quei pantaloni, lo stanzino senza finestra con le pile di scarpe in disordine cronico, dove erano finiti insieme alle scope e alla lucidatrice e al secchio per i panni e alle mollette.
Non più nell’armadio.
Decaduti.
La moda? Macchemmoda!
Era successo a primavera, in un giorno di marzo che il vento portava un arruffio di spore nel viale fuori città e un profumo multistrato di fiori, e lei aveva chiuso il Paradiso sul canto di Francesco e si era infilata nel duepezzi per andare a fare la spesa in città. Il bus passava per i ponti e l’Arno fremeva schegge di sole e la gente respirava la primavera sul lungofiume e lei si sentiva bene dentro quella vita brulicante, con le sue borse che profumavano d’insalata.
L’unica cosa che aveva trascurato, e non era dappoco perchiguardassedaffuori, erano le parole di lui cadute sulla sua testa come una mannaia, dopo il viaggio di nozze: questitelimettiquandoescicomme.
Lui.
Parecchio più grande ma non tanto da disturbare Freud e i suoi complessi, Angela l’aveva scelto perché più delle sue parole parlavano per lui i silenzi, durante le lunghe passeggiate in cui le piantava negli occhi i suoi occhi guizzanti di pagliuzze dorate nel verde, e lei si sentiva scendere un’uggiolina strana nelle viscere, ma proprio giù giù. Dapprima forse aveva provato disagio, ché se lo vedeva comparire dovunque, come se la spiasse, poi era rimasta stupita da una costanza che non vacillava nemmeno difronte ai dinieghi, un amore che appariva testardo, sordo come un bambino che fa le bizze davanti all’oggetto del desiderio.
Era stata affascinata da quella fame d’amore a cui piano piano rispose.
E quando lui le parlò di matrimonio Angela non ci pensò due volte e a Tosca che sospirava per gli studi di lei ancora a metà, -Sulla laurea non si discute, sta’ tranquilla mamma.
Dopo il viaggio di nozze, un giorno che stava stirando i pantaloni -la giacca spazzolata era appesa alla spalliera della sedia- lui passò davanti all’asse da stiro e colse tutto con uno sguardo rapido: -Questitelimettiquandoescicomme- disse.
-Dove?
-In montagna.
-Quando?
-Non lo so.
-Perché?
-Perché sì. E basta.
-Sono un regalo di mamma.
-Ora stai con me ed io non voglio che tu esca in pantaloni.
Il sessantotto era già stato.
- Non sarà un paio di pantaloni a cambiarle la testa- aveva detto il merciaio nella corte di campagna.
E lei era ancora quella di prima, come l’aveva fatta e cresciuta la sua mamma, nozze a parte, e la vita chiamava in quella primavera densa di odori e la sua gioia di essere era più forte di tutto.
E poi non glielo avrebbe proibito suo padre, che era un uomo che aveva fatto anche la guerra, lui, se ci fosse stato qualcosa di male in un paio di pantaloni?
E invece gli lustravano gli occhi quando la vedeva, e diceva sempre ridendo guardalamibimba, e Tosca allora fingeva di arrabbiarsi e rispondeva: - E’anche mia!
Il sessantotto non era sbarcato alla sua casa di sposa.
Però, quel giorno, quando sbarcò Angela nell’appartamento di città, con le sporte piene di cavolo e insalata, se lo trovò già in casa, il marito, che di solito rientrava a ora di cena.
Le puntò gli occhi addosso, ravvicinati di colpo in uno stupore rabbioso.
-Dov’eri?
Angela posò i sacchetti sul tavolo di cucina, che si afflosciarono lenti sputando fuori due limoni.
-Lo vedi- rispose ammiccando ai limoni.
-Conciata così?
Sotto la giacca coi bottoni argentati aveva una maglietta paricollo chiara, i pantaloni scendevano morbidi fino alle caviglie, ai piedi i mocassini neri. Senza trucco, i capelli sciolti.
Fece in tempo a pensare che non c’era niente di cui vergognarsi e che invece si doveva affrettare a preparare la cena. E il canto di Francesco l’aspettava dopocena.
Si guardarono, uno da una parte uno dall’altra del tavolo di cucina.
-Perché, non va bene?
-Mi chiedi se va bene? Mi hai tradito!
Che lui mugugnasse un po’Angela se l’aspettava, ma questo no. E non avevano già detto abbastanza quegli occhi arrabbiati?
-Tradito? Vuoi scherzare?
-Ero stato chiaro, i pantaloni no.
C’era ancora qualche possibilità di sdrammatizzare.
-Ma sono io, mi vedi? Tu sai..
-Io non so niente e non voglio sapere niente!-
-Ma mi conosci, non potrei…
-Non ti conosco.
Angela cominciò a mettere a posto la spesa, le mani cominciarono a tremare.
-Se oggi mi hai tradito, mi puoi tradire sempre.
La voce suonò secca come una condanna.
L’ultima parola -sempre- sembrava dilatarsi e sghignazzare tra il frigorifero e il fornello ed inghiottirla, Angela, con le colpe passate, presenti e quelle da venire.
Il tremito le saliva su, su, dalle gambe fino alla bocca dello stomaco.
-Tu non ragioni- riuscì a dire mentre cercava a fatica la pentola per metterla sul fuoco.
Fu allora che le frasi smorzate divennero un fiume che la investì con un’onda di piena. Persempre, disse lui, perché chissaccosa poteva architettare una ragazza come lei, cresciuta in libertà, viziata, sì, viziata dai genitori, che l’avevano lasciata fare di testa sua. Sì, tutte le scelte a lei! Anche l’Università! E lui l’aveva detto che all’Università non ci doveva andare, che si sarebbe finita di rovinare, e avrebbe portato grane a una persona perbene.
Le parole fischiavano dure sull’acqua che scrosciava dal rubinetto. Angela sentiva che anche gli occhi non avrebbero tenuto un pianto puntuto che bucava dentro. La pentola fu piena e traboccò nel lavandino, ma lei non se ne accorse, con lo sguardo immobile su una mattonella bianca dove un puntino nero si stava dilatando fino a scurire tutto.
La sera era scesa su quel giorno profumato di primavera, mentre l’olezzo del cavolfiore si allargava nella cucina insieme al dolore che si allargava nel buio, quando ogni cosa diventa maligna.
Le parole nella notte ritornarono e ritornarono, uguali, come un motivo incatenato, senza pace.
-Non ho fatto niente di male.
-Mi hai tradito.
Angela vide davanti a sé una strada chiusa, l’aria della stanza non le bastava più, addosso le era sceso tutto il peso del giudizio. Inappellabile.
Si era imprigionata con le sue mani e non c’erano vie di fuga.
Il letto a due piazze fu un girone infernale.
-Traditrice?
-Sì, traditrice. E anche puttana, all’occorrenza.
-Anche puttana?
-Anche puttana. Ne saresti capace.
Stesi sul letto grande, guardano tutti e due il soffitto dove il lampadario penzola come un impiccato nel buio.
Puttana. Aggiudicato.
Lui si gira su un fianco e le volta le spalle.
Lei scandisce le parole verso il lampadario.
-Io questi pantaloni li indosso ancora.
Lui si volta di scatto. Anche la voce ha uno scatto, come di gioia.
-Lo vedi che ho ragione ? Non meriti la mia fiducia.
Lei si mette a sedere sul letto, poggia i piedi per terra.
-Non merito fiducia.…
Si alza. Ruba i pantaloni alla poltrona in fondo al letto. Va in cucina senza toccare l’interruttore. Un po’ di luce esterna filtra da una porta a vetri.
Trascina i pantaloni come un corpo morto. Vuoto.
Apre un cassetto.
Tasta sul fondo e afferra un paio di forbici. Da sarta. Grandi.
Torna indietro con la mano attaccata ai pantaloni.
Accende la luce in camera. Lui è di spalle.
Angela taglia, dalla rovescia dell’orlo, su, su, lungo la riga sottile del velluto.
Zac, zac, zac, ridono le forbici da sarta.
Si ferma al cavallo, dove la stoffa è più doppia. Un gambale poi l’altro.La stoffa si apre, slabbrata, e mostra l’interno liscio.
All’ultimo zac lui si alza a sedere sul letto. Vede. Grida.
-Cosafai?
-Ecco, solo così non li potrò indossare. Perché puttana sono e puttana rimango.
-Sei pazza.
-Sì, se ti fa piacere, anche quello. Un po’.
Deve ricucire i pantaloni dall’orlo fino al cavallo. Su su.
Se cerca un cotone sottile ed un aghino fine e cuce tra le righe, non si vede niente. O quasi.
Per fortuna è velluto a coste.
Per fortuna si è fermata al cavallo.

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