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Paolo Mantioni - Carmine Avagliano

NARRAZIONI

Paolo Mantioni
Carmine Avagliano

D’improvviso, nel pieno di un sonno che avrebbe ritenuto profondo, Carmine Avagliano fu risvegliato dal rumore del suo stesso russare. Un rumore sgradevole, volgare e insistito, che lasciava in bocca un sapore acre, secco caccoloso.
La stanza era avvolta nel buio, solo la luce rossa della radiosveglia, riflessa sullo schermo del televisore: 3:45, tremolava un po’ di luce. La finestra era chiusa, tastò di lato: il corpo silenzioso di Milena giaceva addormentato accanto a sé. Pensò di aver sognato.
Si riaddormentò quasi subito. E quasi subito si risvegliò per lo stesso motivo. Stavolta non poteva aver sognato, il rumore doveva averlo sentito veramente, si sollevò torcendo il collo per guardare la radiosveglia: 3:50. Milena continuava a dormire e non sembrava disturbata dai rumori e dai movimenti di Carmine. Cercò di riagganciare il rumore alle ultime immagini oniriche: nulla, non ne aveva conservata nessuna. Sorrise pensando a quando lo avrebbe raccontato alla moglie: “Mi sono svegliato per quanto russavo, ma tu non ti sei accorta di niente? Poi dici che c’hai il sonno leggero.” Da supino passò sul fianco, chiuse gli occhi. Di nuovo il rumore e di nuovo gli occhi aperti. Scattò seduto sul letto “Cazzo, ma che c’ho?” Infilò i sandali, andò in bagno, nettò con cura il naso, tornò a letto irritato per la perdita di sonno e perché l’irritazione gli faceva perdere il sonno. Si riaddormentò ancora altre due o tre volte e sempre fu immediatamente risvegliato.
Alle 7:15 Milena lo trovò lavato, sbarbato, vestito. “Già sei pronto?” constatò sonnacchiosa aprendo il frigorifero. “Mi sono svegliato alle tre e mezza e non mi sono più riaddormentato” “Si vede, c’hai ‘na faccia…Com’è?” “Non lo so, mi sembrava di russare…” Come aveva immaginato, Milena rise di gusto.
Allo sportello dell’ufficio comunale dove fungeva da impiegato, tutto si svolse pressoché regolarmente. Solo fu un po’ più sensibile agli squilli improvvisi del telefono, rispose un po’ più seccamente alle domande stupide degli utenti e chiese gentilmente alla collega della postazione affianco di spegnere la radio “Ho un po’ di mal di testa, ti dispiace…”.
Per tutta la notte successiva si addormentò e si risvegliò di continuo sotto lo sguardo allarmato di Milena. “Ma possibile che tu non lo senti. Non senti che russo?” “Sì, ma è proprio un attimo, ti risvegli subito”. Lei provò tutto quello che era in suo potere: camomilla, carezze, massaggi, cantilene, canzonature, profferte sessuali. Carmine camminava avanti e indietro lungo la stanza, andava in bagno, accendeva la televisione in soggiorno, apriva la finestra e respirava l’aria gelida della notte, bestemmiava. Poi guardò Milena che si stava addormentando e ne fu sollevato, non fece rumore e aspettò il mattino.
“Allora?” domandò lei appena sveglia. “Niente, t’ho guardata dormire” “Oggi vai dal medico, però”.
Né il farmacista né il medico riuscirono a trovare rimedi efficaci. Carmine non provava nemmeno più ad addormentarsi sperando di crollare da un momento all’altro, perciò aveva smesso di uscire di casa. Tisane, calmanti, sonniferi sempre più forti e pericolosi lo avevano soltanto rincoglionito.
Durante la terza notte, Milena l’aveva convinto a turarsi le orecchie, lei lo avrebbe vegliato, accarezzato, coccolato. Appena addormentato, la moglie si chino su di lui, accostando l’orecchio alla sua bocca. Carmine si svegliò di colpo e, come per liberarsi da un incubo, si tirò su colpendo violentemente con la fronte il viso di Milena che prese subito a sanguinare. Lei corse in bagno, metà ridendo e metà piangendo, lui si alzò e rimase ad osservare, senza pensieri, la macchia di sangue sul lenzuolo bianco che prima si era allargata rapidamente e ora, conquistato il terreno, si consolidava e si espandeva lentamente.
Dopo dieci giorni d’inferno, il neurologo propose il ricovero in una clinica specializzata nel trattamento dei disturbi del sonno. Ma Carmine e Milena erano sempre stati in buona e giovanile salute, non avevano l’assicurazione necessaria a coprire i costi del ricovero che superavano ogni più generosa loro possibilità. Sempre più intontonito, vacillante, consunto, non sapeva che fare: l’assicurazione…dormire…no, la corda!...offrirsi come cavia…lo sgabello, aiuto…Milena, aiutami…sì, confesso…dormire…sono stato io.
Cadde in uno stato di prostrazione catatonica: il cervello non coordinava più le funzioni vitali al pensiero, continuava a mantenere in vita il corpo per inerzia e sfruttando quel po’ di cibo che Carmine controvoglia e solo per la tenacia di Milena continuava ad ingurgitare. Ma le funzioni psichiche erano disarticolate, i centri nervosi inviavano impulsi discontinui, scentrati, fuoriluogo. Non era più in grado di produrre volontà e comportamenti conseguenti.
Si allettò, senza mai più riaddormentarsi, dapprima a casa, poi in una stanza d’ospedale alimentato artificialmente, sotto lo sguardo implorante di Milena.
Morì un mese più tardi e nell’ultimo lampo di lucidità, quello dell’agonia, si ritrovò fratello di Carmine Avagliano seviziato in nome del Papa-Re nel 1754 con la tortura del sonno e morto per il terrore di addormentarsi.
“L’imputato veniva fatto sedere su uno sgabello appuntito, tenuto in precario equilibrio da una cinghia di cuoio che gli passava intorno al petto alla quale erano attaccate delle corde fissate alla parete; i piedi erano legati ad un bastone in maniera che le gambe fossero divaricate al massimo, e il bastone era fissato con una corda alla parete di fronte; le braccia infine erano tirate dietro la schiena, legate per i polsi e tese da una corda fissata alla parete dietro l’imputato. Talora per l’enorme sforzo fisico provocato da questa posizione, l’imputato aveva un collasso e moriva, e spesso lo sgabello provocava gravi ferite ai glutei”.

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