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Paolo Mantioni - Cristo crocifisso di Velazquez

SAGGI

Paolo Mantioni
Il Cristo crocifisso di Diego Velázquez

La forte carica emotiva, unanimemente riconosciuta, del Cristo crocifisso di Velázquez ha il suo centro di irradiazione nell'essenzialità. A differenza degli innumerevoli quadri che presentano la stessa iconografia, l'opera di Velázquez fa a meno di pressoché tutti gli elementi descrittivi, narrativi e interpretativi che si sovrappongono tra il fruitore dell'immagine e l'immagine stessa. L'autore, lo stile, la tecnica, l'ideologia, la religiosità, lo spirito, l'io empirico si fanno trasparenti, non suggeriscono, non additano, non impongono nessuna modalità di fruizione (per intenderci, lo stesso tema trattato da Goya, che pure si avvicina, in termini di essenzialità, all'illustre precedente, trova nella sinuosità, nel pallore cadaverico del corpo di Cristo e nella testa rivolta verso il cielo i segni stilistici di una interpretazione d'autore che, viceversa, è ridotta ai minimi termini in Velázquez). La trasparenza stilistica non è mai assoluta e non per difetto dell'artista: il linguaggio, il mittente e destinatario sono inestirpabilmente compromessi con la propria specificità storica. Un'opera artistica tanto trasparente da essere ininterpretabile è il paradosso che dà sostanza storica ad ogni reinterpretazione, come la finitudine del pianeta terra fonda infinitudine dell'universo.
Il Cristo di Velázquez è un Cristo morto che affida la sua redenzione al fruitore dell'immagine: la sua stessa testa reclinata verso il basso non è il rifiuto della trascendenza religiosa (per altro storicamente improponibile), ma è il puro e semplice rilassamento dei muscoli del collo. L'essenzialità dell'opera deriva dalla sobrietà dei mezzi espressivi e dal realismo della rappresentazione (realismo artistico, dunque il complesso dei segni stilistici che hanno la funzione di indicare nell'autore l'aspirazione alla mimesis). Ciò non vuol dire che sobrietà e realismo siano mezzi privilegiati o esclusivi per avvicinarsi all'essenza, del resto opaca e storicamente determinata quanto il linguaggio, il mittente e il destinatario. Vuol dire solo che, tenuto conto della tradizione iconografica, delle implicazioni ideologiche e dei valori religiosi e spirituali dell'immagine rappresentata, con quegli strumenti stilistici, Velázquez scava in profondità, proponendo una figurazione non patetica né espressionistica, ma nemmeno ripiegata su stessa: la perfetta proporzione del corpo, il sangue rappreso che ha smesso di colare e che ha impregnato di sé anche la croce, la testa reclinata, il panno intorno al bacino, la ferita nel costato, i noduli e le spaccature del legno, il piedistallo sul quale sono inchiodati i piedi, l'aureola, sono i segni stilistici della sobrietà e del realismo, a loro volta compromessi con il linguaggio artistico e ideologico storicamente determinato (la proporzione della figura è una reminiscenza classicista,il piedistallo è un precetto di Pacheco, l'aureola è l'affermazione della natura divina del Cristo, ecc.).
Velázquez coglie l'attimo sgomento e silenzioso della Passione: Cristo è morto, tocca ora all'umanità redimerlo. Si tratta innanzitutto di una redenzione estetica: la sobrietà, il realismo, il silenzio dell'autore, la sua trasparenza producono l'emozione del riconoscimento di una comune umanità. Scavando tutto il superfluo descrittivo, narrativo e interpretativo (tutto ciò che media e svia dall'essenzialità) depositatosi nel corso dei secoli sull'immagine del Cristo crocifisso - il Cristo di Velázquez è un Cristo senza Vangelo e senza Chiesa -, cancellando anche se stesso in qualità di autore che suggerisce, addita o interpreta, Velázquez riscopre e fa riscoprire un comune sentire tra il fruitore dell'immagine e la figura rappresentata.
Attraverso lo stile e ubbidendo a leggi che spesso ne trascendono la stessa poetica, l'artista produce la forma. I contenuti morali, religiosi, spirituali, ideologici, storici, ce li deve mettere chi guarda, scavando dentro di sé.

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