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Paolo Mantioni - Poveri loro

NARRAZIONI

Paolo Mantioni
Poveri loro

Pasquale Sorrento era annoverato nella categoria degli scassacazzo-pagatori. Gli scritturisti, i venditori e i proprietari delle ditte del mercato generale del pesce di Roma classificavano i compratori, i pescivendoli al dettaglio, in base alle potenzialità d’acquisto, al grado di malleabilità nelle trattative e, soprattutto, alla celerità dei pagamenti (subito, in contanti, a fine settimana, a fine mese, alla fine di reiterate e sbraitanti richieste, mai). Pasquale Sorrento comprava tanto, pagava subito e, da conoscitore del mercato, spremeva da queste sue qualità il massimo di rigidità nelle trattative e del rispetto che gli era dovuto. Girovagava con fare distratto tra i plateatici, fiero del suo addome prominente (“omo de panza, omo de sostanza”), dei suoi scarponi larghi e slacciati, che strascinava come zoccoli, quasi indifferente al febbrile movimento che gli si svolgeva intorno, come se lui quel giorno non dovesse comprare (il grosso e il meglio glielo avevano già messo da parte le tre o quattro ditte di fiducia), si fermava, guardava questa o quella cassa, aspettava che il venditore gli dicesse “Pasca’, che te posso leva’?” (togliere, scansare, levare = mettere da parte, riservare a). “Pe’ prima cosa, nun me chiamo Pasca’. Quanto sfocano ‘sti merluzzi?” “15.” “Sì, te saluto.” E si allontanava senz’altro. “Pasquale, dai, vie’ qua.” Si riavvicinava. “’Sta cassa de merluzzi e ‘ste du’ casse de frittura, l’un per l’altro a 10 mila lire”. Metteva una mano sulla spalle del figlio che lo seguiva come un’ombra e passava oltre. Il figlio di Pasquale Sorrento era un giuggiolone grande e grosso come e più del padre con qualche ritardo nello sviluppo mentale.
A fine mercato lo raggiungeva la moglie Nerina. Una donna che in condizioni normali, a passeggio per il Corso, o in un ristorante di Testaccio, o più semplicemente di giorno, non avrebbe attratto sguardi di unanime concupiscenza, ma di notte, in un ambiente frequentato per la stragrande maggioranza da maschi fanfaroni, faceva la sua figura. E nella formazione composta in testa da Pasquale Sorrento e il figlio, seguiti da carrello trainato dal fido Romeo (facchino della ditta dove il Capo faceva gli acquisti più consistenti) e dall’operaio Rossano e chiusa dalla moglie Nerina, si passava nelle diverse ditte dove s’erano fatti acquisti, si pesava, si caricava sul carrello e la donna pagava il conto, subito, in contanti (portando un po’ d’ossigeno alle ditte sempre finanziariamente periciclitanti).
Tutt’al contrario, Pieretto era cronicamente in debito. Il martedì e il venerdì notte in particolare (nei giorni, cioè, di massima affluenza al mercato) svicolava furtivo tra le ditte, era inavvicinabile, tesissimo, impegnatissimo, concentratissimo, perché doveva conciliare due esigenze pressoché inconciliabili: comprare la molta merce di cui aveva bisogno per un banco frequentatissimo dal popolino del Tufello e respingere i molti attacchi dei creditori pregressi che reclamavano la corresponsione di quanto loro dovuto. Abile quant’altri mai nella vendita, esperto e tempestivo nel fiutare l’aria del mercato, inarrivabile nel rimandare al giorno dopo i pagamenti, avrebbe potuto costruire un impero economico, se la natura non lo avesse appesantito del fardello del Vizio. Giocava. Ai cavalli. Ai cani. A carte. A battimuro. Era industre quanto un’ape mellifera nel produrre reddito e coglione quanto un levriero da corsa nel gioco. E Darwin avrebbe affermato che le due qualità erano reciprocamente correlate: produceva ricchezza per sprecarla e la sprecava perché la produceva. E tra lo spreco e la produzione lasciava sempre quel margine che lo costringeva a tirare il collo allo spasimo, fino a che, ogni tanto, doveva mettere un punto e ricominciare tutto daccapo.
Come tutti gli uomini virtuosi, Pasquale Sorrento aveva una debolezza ridicola: a dispetto del nome e di un ambiente infestato da napoletani, pugliesi, siciliani e tunisini, di nascita o d’origine, ostentava con orgoglio la sua romanità. Nella parlata, innanzitutto, sforzandosi di dire “drento” per “dentro” o “annammio” per “andammo”, ma anche negli atteggiamenti, nella grevità delle espressioni e delle posture, nella ricercata indolenza, nelle occhiate sprezzanti di chi sa già tutto, e quando gli capitava di accettare una proposta altrui guardava come per dire “me faccio frega’ solo perché nun me va de sbuggiardatte”. Il suo modello era l’Aldo Fabrizi della televisione e faceva mostra d’essere così pigro che, diceva, non si sedeva per non far la fatica di rialzarsi. I bambini ben’educati per i loro coetanei più poveri e più monelli usavano un’espressione che Pasquale Sorrento avrebbe volentieri sottoscritto per sé: “romanaccio”, con quanto di volgare, ma anche di positivamente definito essa comporta. Un romanaccio dice le parolacce, fa il gradasso, strilla e ride sgangheratamente, ma proprio per questo non può essere un farabutto, un usuraio o un criminale. Mutate le coordinate geografiche, una quindicina d’anni dopo lo si sarebbe definito un leghista antelitteram. Condivideva della Lega la meschinità bottegaia e la lacrimuccia scintillante per i bei tempi passati, sotto le quali si nascondeva un fondo più melmoso e nero che tanti vorrebbero considerare inestirpabile: un mondo di padroni, sottopadroni, servi e sottoservi.
Anche a non voler tener conto degli oggettivi ostacoli ai rapporti franchi e cordiali, lavoro notturno, sotto luci abbaglianti che indolenzivano le palpebre e ricordavano continuamente che si doveva aver sonno, in mezzo ad una folla turbinosa di persone, cose e merci, tra le quale non mancavano i bari, gli assassini e i tipi strani, e nemmeno il pericolo di vedersi tranciata una gamba da un carrello impazzito, o, più pacificamente, di vedersi rifilare una fregatura, anche a non tener conto di tutto questo, Pasquale Sorrento e Pieretto non potevano essersi simpatici. Uno era consumato da un fuoco esterno: la considerazione e il rispetto che gli altri dovevano avere di lui; l’altro da una tara interna che lo rosicchiava fino al midollo, che lo rendeva agile e scattante, ma sempre sul punto di sentirsi mettere una mano sulla spalla “Prego, venga con noi, la commedia è finita”.

“Piere’, tu ‘o sai, i sordi nun so’ li mihi, so’ de Barbablu”. Ciò dicendo Settimio intendeva evocare magicamente attorno a sé quattro facciacce da galera che addossassero a Barbablu l’infamia dei tassi d’usura e delle conseguenze spiacevoli per gli eventuali mancati pagamenti delle rate. Per Pieretto, invece, al colmo della gioia per l’aiuto prestatogli da Settimio, quella frase era un apriti sesamo che lo introduceva al possesso dei quei soldi con cui avrebbe pagato i conti più urgenti e che gli avrebbero consentito di riprendere una vita di mercato, di lavoro e di gioco più tranquilla. Riceveva 16 milioni e rilasciava un assegno scritto a matita di 20, che gli sarebbe stato restituito dopo aver pagato tutti i sabato 20 rate da un milione. Dopo aver esaurito i “crediti affettivi”, sorella, madre, qualche amico, era la terza volta che Pieretto provava un sollievo del genere. Nel buco creato con la prima aveva buttato dentro i terreni agricoli che la moglie aveva ereditato dai genitori, la seconda volta l’aveva coperto con le frasche dell’ipoteca della casa, ora, consumati i “crediti legali”, aveva trovato in Settimio il suo salvatore. Naturalmente, tutti sapevano, e Pieretto per primo, che i soldi non erano di Barbablu e non si poteva essere nemmeno sicuri che Settimio fosse autorizzato a servirsi del terribile nome – se non fosse per un pranzo del quale si favoleggiava e per il quale Settimio aveva passato tutta la notte di mercato ad accaparrarsi la mercanzia migliore seguito da una facciaccia brutta che presentava fieramente come “’n’amico de Barbablu”. Stavolta Pieretto, grazie alle premure e all’amicizia di Settimio, aveva aperto un buco enorme che poteva essere colmato solo dalla promessa indefettibile di non giocare più e di usare i suoi buoni guadagni per coprirlo. Solo dopo aver escogitato la soluzione, Pieretto fu scosso da un breve fremito di inquietudine, come di scampato pericolo: non era necessario promettersi di non giocare più, bastava non perdere più, convincendosi fermamente che cambiando le modalità del gioco, facendosi più furbo, mettendo a frutto una ineguagliabile esperienza di perdente, avrebbe invertito il corso, fino ad allora funesto, della fortuna. Povero lui.
S’era quasi alla fine del mercato, tra poco sarebbe comparsa Nerina e si sarebbe iniziato il giro del ritiro e del pagamento della merce, Pasquale Sorrento chiacchierava svogliatamente con uno dei venditori, il figlio a pochi metri da lui lo guardava estasiato. Un infame, profittando del passaggio di un carrello stracarico, senza farsi riconoscere, sibila all’orecchio del figlio di Pasquale Sorrento “Chiama tu’ padre, dije che Nerina l’aspetta ar cacatore”. E quello prese a gridare “Papà, Mamma ar cacatore…” Pasquale Sorrento pensa subito ad un malore, accelera il passo remando con le braccia affianco all’addome gonfio, alzando a fatica la pesante tara degli scarponi slacciati, raggiunge il figlio, “aspettame qui”, e prosegue uscendo dalla navata e avviandosi verso i bagni, quasi correndo e attirando, così, l’attenzione di quelli che lo vedevano. Nel frattempo gli occhi dell’infame, acquattati da qualche parte, si godono lo spettacolo. Sulla soglia dei bagni, come sempre, Scascione, il mitico guardiano dei cessi, è seduto su uno sgabello dietro ad un tavolino con su la ciotola delle monetine e i rotoli di carta igienica, vedendo arrivare Pasquale Sorrento gli si fa incontro come a volerlo fermare, preoccupandolo ancora di più. Lo scansa con un gesto autoritario, “’ndo sta?”, apre la porta della toilette delle signore e non la trova, così spalanca quella dirimpetto riservata ai signori (le porte non erano mai chiuse a chiave perché Scascione ne regolava impeccabilmente il traffico). La trova con le mutande e la calzamaglia calate fino alle ginocchia e la sottana tirata su, seduta su Romeo, a sua volta seduto sul water, che la teneva per le anche. Nerina si alza di scatto e solo allora Romeo s’accorge della presenza inopportuna di Pasquale Sorrento. Approfittando dell’umano stupore del marito, Nerina in un tutt’uno si ricompone alla bell’e meglio e lo scavalca, avvicinandosi quasi correndo al parcheggio delle macchine, inseguita dal figlio rincuorato nel vedere la madre in buona salute e in grado quasi di correre. Dopo un attimo di sbalordimento, Romeo, mentre si riabbottonata i pantaloni, dovette quasi piegare la testa per non far vedere che gli scappava da ridere. In piedi superava di una buona testa il rivale in amore e sarebbe andato via senza ulteriori danni se Pasquale Sorrento non lo avesse preso a spintonate. “A pezzo de merda” gli diceva. Romeo era uscito dai bagni senza reagire, camminava lentamente e guardava oltre la piccola folla che s’era radunata, Pasquale Sorrento lo raggiunse e lo spintonò di nuovo, disperato e quasi piangente, “a stronzo, a pezzo de merda”. “Bono, Pascà, sta bbono. Finimola qui, che è meglio pe’ tutti”.
S’era radunata un po’ di folla e, in mezzo ad essa, Pieretto, che sapeva sempre, per istinto, qual era il posto del mercato dove si doveva trovare (e ancor meglio sapeva quello dove non si doveva trovare). S’era radunata un po’ di folla, “Ch’è successo?” “Chi, Romeo co’ Nerina!” “Ansenti, aho!”, perciò Pasquale Sorrento non poteva finirla lì: si avventò di nuovo. Ma prima di essere raggiunto, Romeo si voltò di scatto e gli assestò un ceffone a tutta forza che lo buttò a terra, supino. Pasquale Sorrento, alla sua età, non aveva ancora imparato che non basta avere ragione per essere forti.
Saranno stati gli scarponi troppo larghi e slacciati che non facevano presa sull’asfalto, o l’addome così imponente, o le spalle troppo strette, o l’agitazione, ma Pasquale non riusciva a rialzarsi. Agitava le braccia e la gambe, ma proprio non riusciva a tirarsi su. Nessuno tra i divertiti spettatori si decideva ad aiutarlo, solo Scascione, il mitico guardiano dei cessi, in un moto di pietà si chinò offrendogli un braccio come appiglio.
Per qualche settimana Pasquale non frequentò più il mercato e affidava i suoi acquisti ad una persona di fiducia (si fa per dire). Nello stesso periodo Pieretto si godeva gli ultimi barbagli d’un sole occiduo: i soldi ricevuti stavano per finire e la certezza di non perdere più era stata sostituita dalla fiduciosa attesa di una grossa vincita risolutiva; e si fermava spesso, nei giorni di minor affluenza, a chiacchierare appoggiato sulla stanga di un carrello, facendo ciondolare una gamba, “…pareva un bacarozzo rivortato, pareva” raccontava e, povero lui, si sbellicava dalle risate.

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