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Paolo Mazzocchini - angela@gmail.com (ricordo di Cesare Pavese)

NARRAZIONI

angela@gmail.com
ricordo di Cesare Pavese
di Paolo Mazzocchini

Quando riceverai questa mail saprai d’avermi salvato. Per un po’ almeno. Da un mese, da quando sei qui, io affido la vita che mi resta a queste parole. E a te che, ignara, continui a dettarmele, non so ancora per quanto. Da un mese ti osservo ogni giorno entrare in ufficio, portare nello sguardo la luce del mondo di fuori, che solo nei tuoi occhi sopporto ormai di vedere. I tuoi occhi, che hanno i colori del cielo e la trasparenza dell’acqua. Tu mi saluti garbata, sorridente e distratta. Come si saluta un collega di lavoro qualsiasi. Poi ti accomodi al computer di fronte alla mia scrivania. Ti siedi aggiustandoti sulla curva del corpo il tailleur elegante. Con le dita sottili ravvii i capelli, biondi e lisci, un po’scompigliati sulla fronte. Ogni tanto ti alzi e mi passi scartoffie. E mi parli di lavoro e di scadenze, di bolle e di fatture. Io fingo di ascoltare il senso delle tue parole, di risponderti a tono, di guardarti con il tuo stesso distacco. Invece mi abbevero segretamente alla tua fonte: alla piega del tuo sorriso, al candore delle tue caviglie, e alla soave asprezza della tua voce. Chimera per chi vaga nel grembo di un deserto. Tu non sai ancora, forse, che cosa significhi essere fatti deserto. Io invece ho visto fiori – non sai quanti- scheletrirsi dentro la mia anima. Petali cadere, secchi e lenti, uno ad uno, ritmando senza rumore il passo del tempo. E dire che ho solo trent’anni! Quando riceverai questa mail sarai sorpresa, esterrefatta, lusingata, o forse seccata. Ma non preoccuparti: non è di te che parlano queste parole. Non è mai la donna che salva: è il suo fantasma che ci trattiene sospesi sul limite del nulla, ci riconcilia con le cose che sfiora, con l’aria che attraversa e che respira. Non è proprio d’amore che ti parlo. È della grazia che ti parlo: quella che tu, senza sapere, mi concedi. La grazia di ritirarmi dal mondo illudendomi di averlo, in extremis, riamato. Questa mail non esiste. È un tessuto intangibile di segni scuri sul liquido abisso di uno schermo. Sarà per te, quando la leggerai, quello che tu sei per me: un aggregato di atomi senza peso, un simulacro di vita, un grumo residuo e incomprensibile di sogni. Ma la tua grazia – lo sento – oramai non mi basta. La carne reclama, come sempre, che il tuo fantasma si faccia per me carne e sangue. Pretende, come sempre, la stretta dei corpi, lo strazio delle viscere. E che il candore della fiamma diventi finalmente cenere spenta. Io non lo permetterò.
Me ne sarò già andato quando il destino –il mio, il nostro – vorrà compiersi.
E sarò stato più forte di lui.
Ma adesso basta. Non più parole. Un piccolo gesto. Un semplice clic con il mouse, in alto a sinistra, dove c’è scritto invia. Tutto sarà compiuto, in modo perfetto.
L’incantesimo finirà, e io scenderò nel gorgo con muta gioia.
No, non ancora.
Un altro giorno almeno.
Un’ultima goccia di vita.

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