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Paolo Mazzocchini Corso di facilitazione

NARRAZIONI

Corso di facilitazione

di Paolo Mazzocchini

«Ecco alla mia sinistra l’albero dei problemi, con la chioma di colore rosso su fondo cupo e tempestoso; ed ecco qua, a destra, l’albero magico delle soluzioni, con la chioma di color verde-speranza su di uno sfondo azzurro con bianche nuvolette! I foglietti rossi che applicherò come foglie all’albero dello stesso colore sono i problemi che si pongono nella nostra attività scolastica; ma ecco che spostando questi foglietti sull’altro albero verde e girandoli dal recto al verso il colore diventa, voilà, anch’esso verde!»
Orazio Andenna, di professione psicologo e facilitatore, parlava alla platea sonnecchiante e distratta dei prof condannati al corso di facilitazione con una voce gracidante e strascicata, atteggiata a didattico paternalismo. Già perché, approfittando della settimana culturale autogestita che teneva a spasso metà dei professori, il preside Bonaparte aveva fatto iniziare subito il famigerato corso di facilitazione ed obbligato quella metà, sorvegliata dalla vicepreside, a parteciparvi con un minaccioso ordine di servizio.
Il prof Pippo Fabbri, il primo della lista dei precettati a causa di antiche ruggini con la presidenza, sedeva all’ultimo banco della grande aula in cui si svolgeva il corso, accanto alla finestra, e fissava le volute di fumo che si alzavano dal proprio sigaro e si inargentavano attraversate dalla luce filtrante del mattino. Era spiovuto. Un pallido sole autunnale carezzava i vetri spandendosi tiepido nell’aula. Fuori, tra il fogliame rinsecchito, Pippo vedeva i passeri saltellare e beccare ai piedi dei platani che circondavano fitti l’edificio e intersecavano, coi loro rami ormai nudi, il profilo delle montagne.
«Tutta l’attività di un insegnante si svolge tra questi due alberi, ovvero tra questi due estremi: il problema e la sua soluzione; in mezzo bisognerà attivare tutta una serie di azioni virtuose mirate al passaggio dall’uno all’altro estremo. E queste azioni avranno effetto solo se coordinate e organizzate attorno ad un progetto
Questa volta era Guendalina Artusi a parlare. E la sua voce pigolava come quella degli uccellini che beccavano sul prato. Pippo spostò a fatica lo sguardo dagli alberi veri, fuori dalla finestra, ai due curiosi alberi di cartone colorato che i facilitatori avevano piazzato davanti alla lavagna. Vide che tra i due alberi finti era stato tirato un filo cerato con su appesi, a mo’ di panni lasciati ad asciugare, altri grossi quadrati di cartoncino con su scritto: tempi, risorse, obiettivi, strumenti.
Si accasciò sulla sedia. Ma dopo qualche attimo di smarrimento sfilò fuori con disinvoltura dalla tasca del giaccone un libricino di poesie, Le elegie duinesi di Rilke con testo a fronte. Cominciò a leggere silenziosamente, mentre il pigolio della Artusi sfumava alle sue orecchie in un sottofondo musicale lontano, carezzevole... Siehe, die Bäume sind... Vedi, gli alberi sono; le case / che noi abitiamo sussistono ancora. Noi soli / come aria che si rinnova trascorriamo su tutte le cose...
Da circa venti minuti Pippo si era sprofondato nel suo ovattato isolamento poetico, quando Orazio Andenna lo riscosse bruscamente:
«Professore! Lei, dico a lei! Come si chiama?» gli gracchiò addosso.
«Mi chiamo Fabbri, Filippo Fabbri» rispose sorpreso Pippo tirandosi appena su, sulla sedia.
«Crede forse che il suo lavoro d’insegnante possa rinunciare ai preziosi suggerimenti della psicologia moderna? Non ha mai sentito parlare del problem solving, lei che se ne sta lì a leggere provocatoriamente un libro di poesie? Collabori piuttosto con noi, caro collega: ci proponga un caso, un bel problema professionale da risolvere con la nostra metodica facilitante»
Pippo girò lo sguardo tutt’attorno: molti suoi colleghi avevano l’occhio assente e sonnacchioso, ma sulle labbra dei pochi che lo guardavano vide fiorire qualche sorriso sornione. Ci pensò un attimo:
«Sì, certo che ho un bel problema! – cominciò – Un problema in biblioteca. Sa, io non insegno più da un paio d’anni; sono sopranumerario e adesso faccio il bibliotecario... Insomma, il mio problema, ecco, sono.... i topi e i tarli!»
«Ma professor Fabbri, io le chiedevo un problema didattico vero, suvvia! E lei mi parla di topi e di tarli!»
Intorno qualcuno strabuzzava gli occhi sorpreso; altri presero a ridacchiare sotto baffi, conoscendo la malefica ironia di cui Pippo, quando voleva, era maestro.
«Sì, certo: i topi e i tarli! Più concreto di così... I topi, loro, sono in tanti ad essere attirati dalla cellulosa dei libri, e accorrono in biblioteca famelici, nel buio della notte, passando attraverso varie falle e pertugi dell’edificio. Ma vede, per questo il mio assistente bidello, Vincenzo, si era attrezzato piazzando negli angoli più scuri del locale delle trappole con bei tocchi di grana padano. Hanno funzionato, sa! Avesse visto quanti ce n’erano la mattina, poverini, col musetto spiaccicato sul formaggio, il collo strangolato dalla tagliola e la codina in su, rigida nell’ultimo spasimo...; ma io l’ho fatto smettere, perché non sopporto le crudeltà sugli animali: ho tolto le trappole e ho ammucchiato il grana in vari punti di facile accesso alla sala, nella speranza di sfamarli e tenerli lontani dai libri senza spargimento di sangue...»
« Ma professore, per carità, la smetta con queste stupidaggini!– lo interruppe pipiando schifata la Artusi – Lei ha una biblioteca in affidamento ed anziché preoccuparsi di promuovere la lettura tra i colleghi e gli studenti, si preoccupa dei topi?»
«Vede, il fatto è che i topi frequentano la biblioteca molto più numerosi dei professori e degli studenti... ma il peggio, le assicuro, sono i tarli, altri animaletti golosissimi della carta dei vecchi libri. Prima penetravano tra le pagine dopo aver traforato il legno venerando degli armadietti, tanto che abbiamo dovuto farli laccare ex novo con una vernice speciale. Ma nemmeno così il problema si è risolto, perché ora si insinuano silenziosi dal pavimento, attraverso i fori di aerazione degli scaffali e continuano a ricamare labirinti nella carta... Insomma, lei che cosa mi suggerisce, collega Artusi? »
«Non saprei. Bisognerà otturare i buchi degli scaffali più bassi... – azzardò la Artusi un po’ stupefatta – ...disinfestare i libri con qualche sostanza chimica»
«Ma signorina Artusi, lei me lo insegna – obiettò malizioso Pippo- in queste cose non bisogna essere generici, approssimativi! Il problem solving ci vuole: risorse, tempi, strumenti obiettivi. Credo che un bel progettino antitarlo farebbe al mio scopo. Mi aiuti lei a puntualizzarlo, un progettino, la prego... »
«Ma come vuole che la aiutiamo – si inserì Andenna gracidando sospettoso e acidulo verso Pippo – noi siamo facilitatori metodologici, possiamo supportarla nel trovare la via, nell’individuare le tappe risolutive, ma non siamo tecnici! Tecnici siete voi che fate gli insegnanti; tecnico è lei, che è il bibliotecario; lei deve trovare concretamente le risorse, i tempi, e gli strumenti, formulare i contenuti del progetto ......Insomma, mi capisce?»
« Mi sta dicendo forse che devo sbrigarmela da solo? E pensare che non appena ho visto i vostri bei cartoncini colorati con le scritte, mi sono subito persuaso che il problem solving facesse proprio al mio caso... al caso dei tarli, voglio dire!»
« Va bene, va bene, la aiuteremo! – intervenne piccata Guendalina Artusi – Intanto venga, venga qua, si avvicini ai nostri alberi dei saperi metodologici e ci faccia vedere che cosa sa fare!»
La Artusi accompagnava al suo irritante pigolio un accento vagamente altezzoso che stimolava non poco la corda ironica di Pippo. Così egli pensò di stare al gioco. Si alzò con calma e si avviò agli alberi magici.
«Su, prenda il pennarello e si avvicini all’albero rosso dei problemi – continuò l’Artusi con impaziente tono didattico – Ci scriva sopra i termini del suo problema!»
Pippo agguantò il pennarello e scrisse a caratteri cubitali sul recto rosso di un cartoncino appeso all’albero: tarli in biblioteca.
«Bene bene, – fece Andenna – ora appenda il cartoncino sul filo e scriva su un altro le sue risorse!»
«Quali risorse vuole che abbia? Vincenzo, il mio bidello, ha del vinavil e qualche rotolo di nastro adesivo: è quello che passa il convento!»
«Scriva allora vinavil e nastro adesivo! Su si sbrighi! – si indispettì Andenna vedendo che Pippo si accendeva comodamente il sigaro – che il nostro tempo è prezioso e dobbiamo lasciare spazio anche ai suoi colleghi! E non sia così semplicistico: si ricordi che la risorsa più importante che abbiamo nell’affrontare i problemi non sono gli strumenti materiali, bensì la nostra intelligenza e la nostra fantasia»
A sentir pronunciare queste acute parole, Pippo avvertì l’ala dell’imbecillità aggirarsi sul suo capo, con un battito greve. Ma lo turbò ancora di più vedere che alcuni suoi colleghi in prima fila, tra cui la zelantissima vicepreside Spizzolini, annuivano convinti alle parole di Andenna, mentre guardavano lui, Pippo, con aria un po’ scandalizzata di rimprovero.
Pippo scrisse meccanicamente anche su questo cartoncino e poi su tutti gli altri i tempi e gli strumenti della lotta ai tarli.
Quando la fila, anzi il treno dei cartoncini fu completato, la Artusi, con fare disinvolto, li girò tutti sul verso color verde pisello e li fece scivolare lestamente sul filo cerato fino all’albero verdissimo delle soluzioni.
«Ecco qua che il suo problema è virtualmente risolto, perché è metodologicamente ben impostato: basterà tradurre il tutto in pratica, con molta attenzione» concluse Orazio Andenna con tono asseverativo.
«Non so come ringraziarvi: esco da questo corso davvero molto, molto più ricco! – replicò Pippo con sussiego – Ma vi chiederei un altro piccolo favore...»
«Prego! Ci dica!» pigolò trionfante la Artusi, piena di sé come lo sono tutti i cretini di questo mondo quando credono di aver concorso al bene dell’umanità.
«Mi lascino portar via questi cartoncini: è possibile?»
«Certo! Perché no? – intervenne raggiante Andenna- Le serviranno molto per attuare al meglio le varie fasi del progetto!»
«Sì...anzi no, non precisamente.»
«Che cosa intende farne, allora?»
«Ecco... li userò come piatti per i poveri topi... sì, come base commestibile dei mucchietti di grana padano...»
«Non vorrà mica darli da mangiare ai topi?» pipiò la Artusi vagamente inorridita.
«Vede, vi ho già detto che io non amo veder soffrire gli animali... e poi, vedete. ogni problema risolto ne apre un altro, non vi pare?»
«E come sarebbe?» intervenne stizzito Andenna che aveva cominciato a mangiare un bel lembo della foglia.
«Sarebbe che una volta salvati i libri grazie all’efficacia infallibile del mio progettino, i topi...»
«...i topi moriranno di fame!» sbottò serio serio dalla platea un prof che la sapeva lunga. Era il professor Santelli, chimico responsabile del laboratorio, gran miscredente e maestro di freddure, di sarcasmi e di caustici sillogismi.
«E bravo il collega Santelli, proprio così: ogni problema risolto ne apre un altro. È solo questione di punti di vista: anche il punto di vista dei topi e dei tarli merita rispetto.»
Un applauso si levò spontaneo dalle seconde file della platea, prima timido e poi sempre più franco e prolungato, e si sovrappose al suono della campanella che sanciva la fine del corso. Santelli strizzò impercettibilmente il suo occhio da carogna a Pippo mentre ostentava, tutto compunto, un applauso verso i due facilitatori.
«Grazie, grazie di cuore per l’attenzione e per l’applauso!» pigolò forte la Artusi gonfiando il petto d’orgoglio e facendosi rossa come l’albero dei problemi. Per parte sua Andenna, che aveva ormai mangiato la foglia tutta intera, era invece visibilmente verdognolo dalla rabbia, ma finse ugualmente un sorriso.

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